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Pina Picierno lascia il Pd ed entra nel Pde di Gozi: “Decisione sofferta, ma il partito di Schlein non è più inclusivo”

Alla fine anche Pina Picierno ha deciso di lasciare il Pd. Dopo Arianna Madia ed Elisabetta Gualmini, anche la convinta “riformista” che i Dem hanno candidato al Parlamento europeo ha deciso di lasciare la casa Democratica per entrare nel Pde di Sandro Gozi. Troppi gli scontri a distanza con la segretaria Elly Schlein, troppa la distanza su temi diventati di prim’ordine come il conflitto in Medio Oriente. Così, la politica di Santa Maria Capua Vetere da oltre 120mila preferenze ha dato l’annuncio in un’intervista al Foglio: “Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto della mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito Democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio”.

Secondo l’eurodeputata, il partito avrebbe perso quella vocazione inclusiva che lo caratterizza dalle origini, nel tentativo di mettere insieme diverse realtà della sinistra, dagli ex Ds ai figli della Margherita. Con la nuova segreteria, sostiene, il partito sta escludendo alcune correnti: “Dopo gli anni della Margherita abbiamo provato a unire le migliori tradizioni democratiche del Paese, a conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale, ad avvicinare e tenere insieme le aspirazioni socialiste e liberali. Questo era e sarebbe dovuto essere il Pd. Ma ha subìto uno snaturamento avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto. Il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro”.

E chiude invocando “un riformismo coerente e popolare” e un “nuovo soggetto politico largo“: “Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito Democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla, di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto”.

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Schlein trasforma il Pd in una Grande Sel di Vendola, mentre continuano gli addi riformisti

Si parte con la mozione contro le spese militari. Poi patrimoniale, reddito minimo o universale, soldi ai giovani, no al nucleare, tasse sugli extraprofitti, Europa boh, Ucraina addio. La grande Sel (Sinistra ecologia libertà era il partito post Rifondazione comunista) prende sempre più corpo. Si chiama Pd. I segni si moltiplicano.

Spiegano che Elly Schlein non era alla parata del 2 giugno, nell’ottantesimo anniversario della Repubblica (è questo il punto che avrebbe dovuto indurre lei e gli altri segretari a chiedere di essere presenti), perché il protocollo non prevede gli inviti ai leader di partito ma solo ai capigruppo. Il bello è che del Pd non c’erano nemmeno loro, i capigruppo. Chiara Braga e Francesco Boccia hanno mandato il povero Stefano Graziano, valoroso capogruppo dem in commissione Difesa, non esattamente una prima fila. Una cosa incredibile. Oltretutto, uno sgarbo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sarebbe il minimo sindacale se qualcuno chiedesse ragione ai capigruppo di questo comportamento. Il Pds e il Partito popolare non avrebbero mai agito così, figuriamoci il Pci e la Dc.

Spiegano, dunque, che non c’era nessun leader di partito. Non Matteo Renzi (pure ex presidente del Consiglio) di Italia Viva, né Carlo Calenda di Azione, né i «disarmisti» in servizio permanente ed effettivo Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra. Ovviamente neppure Giuseppe Conte, un altro ex presidente del Consiglio, leader del Movimento 5 Stelle. Le giustificazioni formali reggono fino a un certo punto, giacché potevano benissimo chiedere di poterci essere, nessuno gliel’avrebbe negato. Sarebbe stato un bel gesto di condivisione di una giornata particolare.

In ogni caso, è evidente che la scusa formale è tornata utile alla sinistra per mettere una netta distanza fisica tra sé e le «armi», l’esercito, queste cose «reazionarie», e tra sé e Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Antonio Tajani, leader e leaderini della destra. Già, meglio non mescolarsi, che direbbe poi la gente, la «nostra gente». Così tutti hanno visto il presidente della Repubblica attorniato solo dalla destra, la Repubblica è parsa in tv cosa loro con Mattarella circondato.

Allo stesso modo, Schlein e Conte, due candidati a Palazzo Chigi, non si sono fatti vedere all’Assemblea di Confindustria mica perché non parlino con gli imprenditori in privato: ma per il fatto che sempre la «nostra gente» li avrebbe visti in pubblico coi padroni. Il fatto è che è davvero iniziata la campagna elettorale sull’immagine e sui famosi contenuti.

Ecco, facile facile, lo spartito della sinistra: prima di tutto, no al riarmo. Oggi la mozione del quartetto Pd-M5s-Avs-Iv in cui si chiede di «riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa, considerato l’impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat».

Poi c’è l’evergreen della patrimoniale (Schlein ma non Conte); il reddito minimo (Schlein) o reddito universale (Conte); soldi per i giovani (aumento di duecento euro al mese per gli stipendi degli under 35 per tre anni); no al nucleare; tassare i superprofitti; Europa chissà; e soprattutto non si muore per Kyjiv. Una piattaforma rifondarola. È la leader del Pd a mollare le briglie. Lo fa anche e soprattutto per ostacolare Conte alle primarie ipotecando i voti della Cgil, dei propal, della sinistra radicale.

È la nuova pelle del partito che fu di Walter Veltroni che secondo le intenzioni del gruppo schleiniano, con Elly a Palazzo Chigi, vedrà Marco Furfaro alla guida dei dem: se toccherà a lui sarà la conferma che il Pd è una grande Sel, il partito che era guidato da Nichi Vendola.

Tutto questo in teoria dovrebbe suscitare una reazione dei riformisti dem. Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e ora anche Pina Picierno – estenuata dal pessimo clima che il Nazareno ha creato intorno a lei – hanno scelto di andarsene. E forse non saranno gli ultimi addii.

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Più stipendio, diritto alla casa e trasporti gratis: la ricetta Pd contro la fuga dei giovani all’estero

La fuga all’estero degli italiani “è un esodo che ci è costato 170 miliardi di euro”, con “192mila giovani che se ne sono andati negli ultimi quattro anni, 630mila persone tra il 2021 e 2024. Una perdita da tutti i punti di vista, ma anche dal punto di vista economico. Questo non è ancora un Paese per giovani”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sceglie questi dati per illustrare un fenomeno che da anni porta all’estero un flusso sempre più consistente di connazionali, che decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali e qualità di vita. E per questo presenta una rosa di iniziative che possano trattenere chi ha meno di 35 anni. “Proponiamo una serie di interventi concreti che vanno dall’aumento salariale di 200 euro al mese, per i primi tre anni sui nuovi contratti stabili attivati under 35; diritto alla casa; diritto al trasporto rendendo gratuito quello pubblico per i giovani studenti; sostegno alla ricerca con borse di studio per i dottorati nelle università del sud; fondi di sostegno all’imprenditoria giovanile nelle aree interne di questo Paese. Quindi un insieme di interventi concreti che possano dare una buona ragione per restare”. Il primo firmatario della proposta di legge, Marco Sarracino, responsabile Sud e Aree Interne nella segreteria nazionale ha indicato dove il Partito Democratico intende trovare le risorse. “Per gli interventi sui salari e per il sostegno all’abitare le risorse le prendiamo dagli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno”. “Partire – ha aggiunto – deve essere sempre una scelta fatta per arricchire il proprio percorso professionale e il proprio percorso di vita. Mai deve essere una scelta obbligata dalla mancanza di opportunità dove si nasce, dove si cresce, dove si studia, dove si lavora e dove si vuole restare”, ha concluso Schlein.

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