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Pax Silica, perché l’Europa entrerà nel progetto americano sull’AI

L’Unione europea si avvia a entrare in Pax Silica, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Trump per coordinare tra Paesi partner le componenti strategiche dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Dopo mesi di pressioni da parte americana, gli ambasciatori dei Ventisette hanno autorizzato la Commissione europea a firmare l’adesione al programma. Il passaggio finale è atteso la prossima settimana, quando i ministri europei competenti saranno chiamati a dare il via libera definitivo.

La decisione segna un cambio di passo per Bruxelles. Quando Pax Silica venne presentata lo scorso dicembre, l’Unione aveva scelto di restare alla finestra. Oggi, invece, si prepara a entrare in un’iniziativa che Washington considera sempre più centrale nella competizione tecnologica e internazionale.

Le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni da esponenti dell’amministrazione americana aiutano a comprendere il significato politico della scelta europea. L’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea, Andrew Pudzer, ha per esempio inserito Pax Silica nella stessa cornice che comprende difesa, accordi commerciali e cooperazione sui minerali critici. Nella sua lettura, il rapporto transatlantico si starebbe tutt’altro che restringendo: questi come Pax Silica sono i nuovi ambiti di integrazione strategica.

Ancora più esplicito è stato il segretario di Stato Marco Rubio durante un’audizione al Senato mercoledì. Parlando della competizione tecnologica con la Cina e della necessità di preservare il vantaggio americano nell’intelligenza artificiale, Rubio ha descritto Pax Silica come un “consorzio globale” destinato a coordinare tutti gli elementi necessari allo sviluppo dell’AI. Macro-tema su cui per altro l’amministrazione Trump sta serrando i ranghi in modo pressoché totale, visto anche l’executive order firmato negli ultimi giorni per imporre dei limiti sugli strumenti tecnologici più problematici.

La gestione, indirizzata da esigenze di sicurezza nazionale, riguarda dunque sia i sistemi che i processi di innovazione e ricerca, e anche – come nel caso di Pax Silica – l’accesso ai minerali critici, alle materie prime e alle componenti indispensabili per la produzione dei semiconduttori avanzati. La novità sta proprio qui. Nelle parole del segretario di Stato, l’intelligenza artificiale non appare più come un settore industriale tra gli altri. Diventa una piattaforma strategica attorno alla quale organizzare le relazioni tra alleati.

La logica che emerge è simile a quella che ha caratterizzato altre fasi della politica internazionale americana. Per decenni le alleanze occidentali si sono strutturate attorno alla sicurezza militare. Oggi Washington sembra voler aggiungere un nuovo livello di integrazione, fondato sulle tecnologie considerate decisive per la competizione globale.

In questa prospettiva, Pax Silica svolge diverse funzioni contemporaneamente. Serve a proteggere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti. Consente di coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra Paesi partner. Rafforza il controllo sugli elementi più sensibili della catena del valore, dai semiconduttori ai minerali critici. Favorisce inoltre la convergenza sugli standard che regoleranno l’utilizzo delle future applicazioni dell’AI.

La Cina costituisce il principale riferimento implicito di questa strategia. Rubio ha ribadito l’importanza dei controlli alle esportazioni per preservare il vantaggio tecnologico americano, soprattutto nei segmenti più avanzati. Pax Silica si inserisce in questo quadro come strumento di coordinamento tra Paesi che condividono la stessa lettura della competizione tecnologica e della sicurezza economica, ossia i cosiddetti “like-minded”.

Per l’Europa, l’adesione assume quindi un significato che va oltre la cooperazione industriale. La scelta non riguarda soltanto l’accesso a un’iniziativa dedicata all’intelligenza artificiale. Riguarda il posizionamento dell’Unione all’interno dell’ecosistema strategico che Washington sta costruendo attorno alle tecnologie emergenti.

Da questo punto di vista, l’ingresso europeo appare meno come una decisione tecnica e più come una scelta di allineamento. Se gli Stati Uniti considerano l’AI una componente della propria architettura di alleanze, restarne fuori rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre il settore tecnologico.

Nell’intervento al Senato è emersa anche un’altra dimensione destinata ad acquisire peso. Rubio ha collegato l’intelligenza artificiale non solo alla competizione internazionale, ma anche alla stabilità delle società. L’aumento della produttività e la trasformazione del mercato del lavoro potrebbero generare tensioni economiche e politiche che i governi dovranno gestire. L’AI, in questa lettura, diventa contemporaneamente una questione di competitività, sicurezza e resilienza interna.

È un segnale della direzione presa da Washington. L’intelligenza artificiale viene progressivamente incorporata nelle grandi categorie della strategia americana: potenza industriale, sicurezza economica, controllo delle filiere, standard globali e coesione delle alleanze. Pax Silica rappresenta un contenitore di questa ambizione. L’ingresso dell’Unione europea suggerirebbe che Bruxelles abbia deciso di farne parte.

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Iran, il negoziato passa dal Libano. Come Hezbollah è entrato nella partita tra Trump e Teheran

“Quello che sta accadendo in Libano è strettamente legato alla questione iraniana”. Con questa formula, Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv, sintetizza uno degli aspetti meno evidenti della crisi che si sta sviluppando tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi iraniani contro Kuwait e Bahrain di questa notte, la risposta militare americana e il nuovo stallo nei colloqui tra Washington e Teheran hanno riportato il Golfo al centro della poli-crisi regionale. E dietro la sequenza di raid, intercettazioni e minacce sullo Stretto di Hormuz si sta giocando anche una partita che coinvolge sempre più il Libano.

Secondo Mizrahi, che parla con la stampa durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, la crescente attenzione dell’amministrazione Trump verso il fronte settentrionale di Israele riflette proprio questa interconnessione tra i diversi teatri della crisi. Nella lettura della ricercatrice israeliana, Washington è consapevole che un deterioramento della situazione in Libano rischierebbe di avere ripercussioni dirette sul negoziato con Teheran, rendendo ancora più difficile una trattativa già in forte affanno.

Gli attacchi sono arrivati infatti mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti attraversano una fase di profondo stallo. Lunedì l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione, aveva riferito che Teheran aveva sospeso i negoziati in segno di protesta per la ripresa delle operazioni israeliane in Libano. Nonostante il cessate il fuoco, nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha infatti intensificato le proprie attività nel sud del Paese, tornando in aree che non raggiungeva dal 2000. La questione è diventata anche motivo di frizione tra Washington e Gerusalemme: poche ore dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato di aver ordinato nuovi attacchi contro Beirut, il presidente statunitense Donald Trump sarebbe intervenuto per fermare l’operazione, segnalando la volontà della Casa Bianca di evitare un’escalation sul fronte libanese mentre cerca di mantenere aperto il canale negoziale con Teheran.

Per Mizrahi, questo intreccio tra il dossier iraniano e il fronte libanese aiuta a spiegare perché gli sviluppi sul confine nord israeliano vengano osservati con crescente attenzione anche a Washington: il Libano non è più soltanto un teatro periferico del confronto regionale, ma una delle variabili che possono influenzare l’esito della trattativa tra Stati Uniti e Repubblica islamica.

Secondo Mizrahi, Teheran sta cercando di dimostrare di mantenere capacità di controllo e influenza sui propri alleati regionali. In questa prospettiva, Hezbollah non rappresenta soltanto un attore libanese o una minaccia per Israele, ma anche uno strumento attraverso cui l’Iran può rafforzare la propria posizione negoziale con Washington. Resta tuttavia aperta la questione di quanto questa capacità di influenza sia rimasta intatta dopo i colpi subiti negli ultimi mesi dall’Asse della Resistenza e dal sistema di alleanze costruito dalla Repubblica islamica.

La ricercatrice israeliana spiega che tra le richieste avanzate dagli iraniani nei colloqui con gli Stati Uniti vi sia anche la ricerca di una stabilizzazione sul fronte libanese. Qui l’obiettivo di Teheran sarebbe duplice: da una parte evitare che Hezbollah, indebolito da mesi di conflitto e dalle conseguenze della guerra, subisca ulteriori perdite; dall’altra dimostrare a Washington di essere ancora in grado di esercitare un’influenza sui principali attori del cosiddetto “Asse della Resistenza”, presentandosi così come un interlocutore necessario per qualsiasi progetto di stabilizzazione regionale.

Questa dinamica aiuta a comprendere perché la Casa Bianca continui a investire capitale politico nel dialogo con l’Iran nonostante le difficoltà montanti delle ultime settimane. Come ha osservato la stessa Mizrahi, “Trump ha bisogno di un risultato concreto”. Dopo mesi di confronto, l’amministrazione americana si trova davanti a un dossier che intreccia sicurezza energetica, stabilità regionale e politica interna. La prospettiva di un’intesa che riduca le tensioni nel Golfo, limiti il rischio di nuove escalation e congeli alcuni fronti regionali resta una delle principali priorità della Casa Bianca.

Dal punto di vista israeliano, tuttavia, il problema è più profondo. Mizrahi ha ricordato come anche eventuali accordi tra Washington e Teheran rischino di lasciare irrisolta la questione delle milizie sostenute dall’Iran, replicando in parte una dinamica già vista durante gli anni del Jcpoa – il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 tra Teheran e le principali potenze mondiali per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca di parte delle sanzioni. Un accordo da cui Trump aveva scelto di ritirare gli Stati Uniti durante il suo primo mandato, contribuendo di fatto a bloccarne l’attuazione e ad aprire una nuova fase di tensione con la Repubblica islamica.

Se per Washington il focus resta il programma nucleare iraniano e la sicurezza delle rotte energetiche, per Israele la minaccia è ancora più ampia e diretta, e continua a essere rappresentata anche dalla rete di attori armati che Teheran utilizza per proiettare influenza nella regione.

In questo quadro, Hezbollah occupa una posizione particolare. Pur avendo subito perdite significative e trovandosi sotto crescente pressione, il movimento armato sciita libanese continua a rappresentare, secondo l’analista dell’INSS, uno degli strumenti più importanti dell’architettura regionale iraniana. Mizrahi ritiene inoltre che il sostegno di Teheran non si sia interrotto nonostante la guerra che ha decapitato gran parte della leadership del gruppo, il duro confronto tra Iran e Stati Uniti e il mutato contesto siriano che ha reso più complessi i collegamenti logistici tra la Repubblica islamica e il Libano.

Per questo motivo il Libano è destinato a restare uno dei principali terreni di confronto diplomatico nelle prossime settimane. Da una parte, Washington cerca di preservare il negoziato e impedire che nuove escalation facciano deragliare il dialogo. Dall’altra, Israele continua a considerare il contenimento di Hezbollah una componente essenziale della propria sicurezza.

Il risultato è che una crisi apparentemente concentrata sul nucleare, sull’arricchimento dell’uranio iraniano e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz si estende su altri flashpoint regionali. E il Libano è da anni tra i più sensibili.

Il paradosso è che mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran continua formalmente a ruotare attorno al programma nucleare e alle sanzioni, uno dei test più immediati della loro capacità di trovare un’intesa potrebbe arrivare proprio da Beirut e dal confine tra Israele e Libano. Nella lettura proposta da Mizrahi, è lì che si misura una parte della capacità di Teheran di influenzare i propri alleati regionali. Ed è lì che Washington potrebbe verificare se la diplomazia è in grado di produrre risultati anche oltre il dossier nucleare.

(Foto: X, @IDF)

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Perché Usa, Uk e Australia lanciano una iniziativa per proteggere i cavi sottomarini

L’Australia è una delle nazioni più esposte al mondo quando si parla di vulnerabilità legate ai cavi sottomarini. A ricordarlo è stato il ministro della Difesa Richard Marles intervenendo allo Shangri-La Dialogue, il principale forum sulla sicurezza dell’Indo-Pacifico organizzato dall’International Institute for Strategic Studies (IISS). Quasi tutto il traffico internet australiano dipende infatti da appena quindici cavi sottomarini. Una vulnerabilità che riguarda comunicazioni, servizi finanziari, sanità, intelligence e funzionamento dell’economia.

Più che il dato, però, ha colpito la domanda posta da Marles. Di fronte all’aumento degli episodi che per esempio hanno recentemente coinvolto infrastrutture sottomarine attorno a Taiwan, il ministro australiano si è chiesto se alcuni di questi eventi possano servire a testare i tempi di risposta degli Stati, le loro capacità di attribuzione e la loro volontà politica di reagire.

La questione si inserisce in una tendenza che sta attirando crescente attenzione tra governi e analisti. I cavi sottomarini trasportano la quasi totalità del traffico dati globale (ossia vi viaggia parte delle quotidianità di intere società) e rappresentano una delle infrastrutture più critiche e al tempo stesso più vulnerabili dell’economia digitale. La loro esposizione è particolarmente evidente nell’Indo-Pacifico, dove la dipendenza dalle connessioni marittime si intreccia con l’aumento delle tensioni geopolitiche.

E anche su questo dossier, Taipei offre un esempio concreto di questa dinamica. Il mese scorso le autorità dell’isola hanno attivato sistemi di comunicazione di emergenza per Dongyin, territorio strategicamente collocato all’estremità settentrionale dello Stretto di Taiwan, dopo la rottura di un cavo sottomarino. I servizi essenziali sono stati trasferiti su collegamenti a microonde mentre proseguivano le operazioni di riparazione. Negli ultimi anni svariati episodi hanno coinvolto le infrastrutture che collegano le isole periferiche taiwanesi, alimentando il dibattito sulla resilienza delle reti di comunicazione in caso di crisi e speculazioni attorno a quella domanda di Marles – siamo davanti a test?

Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la continuità dei servizi. In un’analisi dedicata a Taiwan, Aurelio Insisa osserva per lo IAI che le interruzioni dei cavi sottomarini possono essere ormai lette come minacce ibride. Il danno materiale rappresenta soltanto una parte del problema. L’incertezza sull’origine degli incidenti può estendersi al dominio informativo, alimentando speculazioni, sfiducia nelle istituzioni e pressione politica: ossia effetti psicosociali – quelli su cui Taiwan testa la resilienza delle proprie strutture e soprattutto della collettività. In questo senso la vulnerabilità infrastrutturale e quella informativa finiscono per sovrapporsi.

La difficoltà di distinguere tra incidente e sabotaggio è infatti uno degli aspetti che preoccupano maggiormente operatori e autorità. In un recente studio per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), Taylar Rajic sottolinea come i cavi sottomarini siano particolarmente esposti a operazioni che sfruttano l’ambiguità. Gran parte dei danni continua a essere causata da fattori accidentali, attività di pesca o eventi naturali. Ma proprio questa realtà rende complesso attribuire eventuali azioni deliberate. In uno scenario caratterizzato da elevata dipendenza digitale, la possibilità di operare sotto la soglia del conflitto aperto diventa un vantaggio per chi intende esercitare pressione senza assumersene apertamente la responsabilità.

Da qui deriva la crescente enfasi sulla resilienza. Taiwan ha per esempio sviluppato sistemi di backup, collegamenti alternativi e programmi sperimentali che prevedono l’impiego di satelliti in orbita bassa per garantire la continuità delle comunicazioni nelle aree più esposte. Analogamente, il CSIS sostiene la necessità di rafforzare il monitoraggio marittimo, migliorare la condivisione delle informazioni e accelerare le procedure di riparazione delle infrastrutture danneggiate.

L’attenzione verso i cavi sottomarini non riguarda soltanto l’Indo-Pacifico e per questo sta diventando un proxy di interconnessione. Un paper dell’IISS evidenzia come la protezione delle infrastrutture subacquee stia diventando uno dei principali punti di convergenza tra il teatro euro-atlantico e quello indo-pacifico. Negli ultimi anni sia il Baltico sia l’area attorno a Taiwan hanno registrato un aumento degli episodi che coinvolgono cavi e altre infrastrutture sottomarine critiche.

Le differenze restano significative. Nel Baltico il quadro politico appare relativamente più compatto: gli episodi vengono generalmente interpretati attraverso la lente della minaccia russa e inseriti in un sistema di risposta collettiva che fa capo alla Nato. Nell’Indo-Pacifico il quadro è più frammentato. Le percezioni della minaccia cinese non sono uniformi, l’attribuzione degli incidenti resta spesso controversa e manca un’architettura di sicurezza comparabile a quella euro-atlantica.

Nonostante queste differenze, il tema dei cavi sottomarini sta emergendo come uno dei terreni più promettenti per la cooperazione tra alleati europei e partner asiatici. Non è casuale che il dibattito si sviluppi mentre la Nato continua ad approfondire il dialogo con i Paesi dell’Indo-Pacific Four — Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, gli IP4 — destinati a essere presenti anche ai prossimi appuntamenti dell’Alleanza.

In questo quadro si inserisce anche l’annuncio congiunto di Stati Uniti, Australia e Regno Unito sui sistemi per droni subacquei presentato proprio a margine dello Shangri-La Dialogue. L’iniziativa tecnologica comune riflette la crescente attenzione verso il monitoraggio e la protezione delle infrastrutture collocate sui fondali marini.

Per anni i cavi sottomarini sono stati considerati un’infrastruttura quasi invisibile, essenziale ma confinata alla sfera commerciale. Oggi stanno entrando stabilmente nel lessico della sicurezza nazionale. Dai fondali del Baltico allo Stretto di Taiwan, la sfida riguarda la capacità di alleati e partner di adattarsi a una competizione strategica che si svolge sempre più spesso nelle zone grigie tra pace e conflitto. Una sfida che, come spiegava Fabrizio Bozzato (Sasakawa Peace Foundation), non è tecnologica, ma di governance.

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