Anche le vite dei bianchi contano !
Non abbiamo dimenticato il caso di George Floyd, l’americano di colore ucciso nel 2020 da un poliziotto bianco.
L’episodio scatenò un’ondata di proteste in sessanta paesi, tra cui il nostro, contro il cosiddetto razzismo sistemico.
Innescò, altresì, il movimento internazionale Black Lives Matter, BLM, le vite dei neri contano, con la servile abitudine, in eventi pubblici, di inginocchiarsi a testa china in segno di lutto e indignazione.
Floyd, benché pluripregiudicato, non meritava quella fine, mentre la condotta della polizia dimostrò la violenza diffusa nella società americana, immersa nel micidiale cocktail di libertà competitiva, individualismo indifferente all’Altro, multiculturalismo tossico.
Nei giorni scorsi un episodio analogo, più grave nel merito e nelle modalità, è accaduto in Inghilterra, l’omicidio di un ragazzo diciottenne, Henry Nowak, per mano di un indiano sikh, con la sconcertante complicità della polizia.
Varie manifestazioni di collera hanno incendiato il Regno Unito, ma nessuna ondata di sdegno si leva da chi manipola l’opinione pubblica occidentale; nessuno si inginocchia per l’incolpevole Henry e le reazioni sono come sempre derubricate a razzismo.
La realtà, purtroppo, è più forte della mistificazione dominante e tende a ripetersi. Un trentenne scozzese è stato quasi decapitato da un africano, sedicente rifugiato. Il poveretto è in coma, ma l’episodio- documentato da drammatiche immagini- sta suscitando violenti disordini a Belfast, la città del fatto, nel resto d’Irlanda e in decine di località del Regno che si definisce Unito.
Sta diventando realtà la guerra etnica in Gran Bretagna, mentre segnali sempre più preoccupanti riguardano Francia e Belgio, sede della sedicente Unione Europea. Mezzo secolo fa un deputato inglese, Enoch Powell, pronunciò il famoso discorso “dei fiumi di sangue” che avrebbero inondato il Paese se fosse continuata l’ondata migratoria allora agli inizi. Dovette abbandonare la politica.
Ma al sangue stiamo arrivando e solo il popolo reagisce contro le oligarchie, schierate per l’invasione, apertamente nemiche degli europei.
Diciamolo una buona volta: anche le vite dei bianchi contano e non possiamo tollerare ciò che accade. Ne va della nostra sopravvivenza.
Agli europei importa, non ai loro nemici che stanno al governo, che controllano il sistema culturale, economico, finanziario, politico e religioso. Sono schierati contro di noi: prendiamone atto. Non è questione di destra e sinistra; la lotta è alto contro basso, gente comune contro élite.
Se il caso di Belfast desta orrore per la sua brutalità animale, quello del povero Nowak – di cui il Parlamento Europeo ha rifiutato di occuparsi – è la spia di una realtà insostenibile, non solo britannica.
Il ragazzo era appena stato accoltellato più volte quando la polizia intervenuta lo ha ammanettato dietro la schiena. Ha ripetuto nove volte di non riuscire più a respirare.
L’aggressore, un asiatico sikh, ha detto alla polizia di essere lui la vittima. Gli agenti gli hanno creduto: sono stati addestrati a credere al razzismo sistemico e a comportarsi di conseguenza.
Henry sarebbe forse ancora vivo se gli agenti che lo hanno arrestato non avessero agito con sprezzante, criminale, beffarda negligenza. Le mani dietro la schiena di un ragazzo con un polmone perforato dal coltello tradizionale dei sikh! Lo sventurato aveva la colpa di essere bianco.
Il suo non è un episodio isolato, bensì l’ennesima prova di uno schema sinistro che continua, nonostante l’aumento degli attacchi violenti da parte della popolazione immigrata.
Dilaga una disgustosa malafede: c’è che nega addirittura che il coltello sikh, il kirpan portato “per difendere i deboli, contrastare l’ingiustizia e simboleggiare il proprio impegno spirituale”, sia pericoloso.
Uno dei giornaloni del progressismo europeo, El País, ha titolato così: “L’estrema destra di Farage fomenta l’odio nel Regno Unito dopo che un giovane è stato accoltellato a morte da un uomo sikh”.
Ciò che l’aggressore e la polizia hanno fatto a Nowak non è una notizia; lo è l’indignazione popolare e la legittima reazione di un esponente politico. Non conta il fatto, ma la possibilità che fornisca argomenti alla famigerata estrema destra, peraltro estranea alla storia liberalconservatrice di Nigel Farage.
Suona familiare; è una reazione consueta, il riflesso pavloviano dei progressisti, nemici del popolo quando non si comporta secondo i loro dettami e insegnamenti. È la linea delle autorità politiche, dei media, della chiesa ufficiale, più preoccupate di gestire le conseguenze dei propri atti che di metterli in discussione.
Nel Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così per abitudine – tutto iniziò con il rapporto del 2014 sui fatti di Rotherham.
Per oltre un decennio millequattrocento minorenni bianche di famiglie povere sono state vittime di sfruttamento sessuale sistematico da parte di bande pakistane: ragazzine di tredici, quattordici anni, drogate, violentate e trasferite da una città all’altra per essere sfruttate. Alcune minacciate di essere bruciate vive, moltissime brutalmente picchiate.
Il fatto agghiacciante è che le autorità sapevano tutto, polizia, assistenti sociali, amministratori comunali. Rapporti di altre città hanno tutti individuato lo stesso problema: la paura delle ripercussioni politiche.
Millequattrocento ragazzine abusate per decenni sotto gli occhi vigili delle autorità, dell’affabile poliziotto britannico. Era scandaloso continuare con l’insabbiamento, la discriminazione nei confronti della popolazione locale e la censura. Eppure i governi non fecero nulla.
Poi vennero i casi di Rochdale, Oxford, Telford, Newcastle, con lo stesso schema: ragazzine vulnerabili, autorità indifferenti o complici, indagini ostacolate, insabbiamento.
Le vittime, giovani vite bianche, non contavano nulla. White lives don’t matter. Gli scandali si accumulavano, ma il Regno, anziché agire, sviluppava sistemi sofisticati per monitorare il discorso pubblico.
Nacque il concetto di “episodi di odio non criminali” per permettere la registrazione ufficiale di parole o comportamenti che non costituiscono reato. L’energia mancata per proteggere le ragazze è impiegata per sorvegliare le opinioni dei britannici.
Non incitano all’odio o alla violenza, ma commettono il peccato capitale di essere dissenzienti. Non si tratta neppure di infrazioni amministrative, ma di un cumulo di registrazioni di polizia relative a condotte perfettamente legali, ritenute politicamente scorrette.
Da anni migliaia di sudditi di Sua Graziosa Maestà sono sorvegliati, registrati, inseriti in vasti database senza aver commesso alcun reato. Basta il semplice atto di esprimere un’opinione “eretica”. Harry Miller, ex poliziotto, fu fermato dopo aver pubblicato dei commenti sull’identità di genere. Non c’era alcun reato, lo riconobbero gli stessi agenti.
Ciononostante, ritennero necessario avvertirlo delle gravi conseguenze delle sue opinioni. Il caso finì in tribunale, divenendo il simbolo di una nuova mentalità: la polizia non si limitava più a perseguire i reati; aveva iniziato a monitorare i pensieri.
La giornalista Allison Pearson ebbe un’esperienza simile: fu informata di essere indagata per un post. Anche nel suo caso, non c’era alcun reato chiaramente identificabile. L’indagine venne archiviata, ma il sinistro messaggio di sorveglianza ideologica era passato, nel paese che afferma di avere istituito la moderna democrazia.
In Inghilterra la polizia ha eseguito oltre dodicimila arresti in un anno in base alla legislazione sulle comunicazioni elettroniche. Trenta persone incarcerate ogni giorno per messaggi ritenuti offensivi. Una lezione per il KGB sovietico, se esistesse ancora.
Nel tempo, le segnalazioni di reti organizzate di sfruttamento sessuale di minorenni bianche si accumulavano. A Oxford le condanne emesse dai tribunali con colpevole ritardo hanno rivelato una realtà che le autorità avevano evitato di affrontare per anni.
Quando occorreva perseguire crimini di soggetti immigrati, le istituzioni erano paralizzate da un’infinita cautela. Quando si trattava di sorvegliare e punire parole o commenti dei sudditi britannici, l’energia diventava inesauribile.
Nel resto d’Europa vigono gli stessi comportamenti. La volontà di non affrontare apertamente alcuni aspetti delle ondate migratorie alimenta la sfiducia nei confronti dei media e delle autorità.
In Francia, il processo a Marine Le Pen per la diffusione di immagini di atrocità islamiste è il simbolo dell’inversione delle priorità. Le vittime delle fotografie erano state davvero assassinate, ma a finire in tribunale fu chi mostrò le immagini, non i colpevoli delle efferatezze.
Il paradosso si ripete. Ogni nuovo scandalo rafforza il controllo su chi solleva il problema, non su chi lo ha causato. Ogni crisi porta nuovi strumenti per soffocare il dibattito pubblico. Il potere ha paura del giudizio della cittadinanza, quindi ne reprime le espressioni.
Gli eventi di Capodanno del 2015 a Colonia, in Germania, provocarono sconcerto. Centinaia di donne denunciarono aggressioni sessuali e rapine. La notizia si diffuse più rapidamente attraverso le reti sociali che attraverso gli organi di informazione tradizionali.
Il silenzio del femminismo non fu il segno di un imbarazzo – che pure ci fu – ma dell’ordine di soffocare la giusta indignazione, bloccare il dibattito e impedire ogni reazione popolare e legale. Troncare e sopire, il sistema del manzoniano Conte Zio, epitome del potere.
Il discorso pubblico si concentra su chi denuncia determinati fenomeni, non sui fenomeni stessi. Un’odiosa censura che ha prodotto la vergogna di Stephen Ogilvie quasi decapitato a Belfast e del povero Henry Nowak, ammanettato dalla polizia dopo essere stato accoltellato, che muore a diciotto anni tra le beffe e i commenti indifferenti degli agenti.
Il caso, con l’aggressore che lancia accuse di razzismo e la vittima ammanettata che muore dissanguata, sarebbe sembrato fino a poco tempo fa una macabra parodia, una fantasia allucinatoria. Invece, è il segno di politiche di odio contro la nostra gente.
Forse comincia la ribellione o, almeno, la consapevolezza. Tardiva, osteggiata da tutte le centrali di potere. Ma se il popolo si alza in piedi, c’è ancora speranza.
Tutte le vite hanno pari dignità, tutte vanno difese. Anche le nostre, bianchi impazziti odiatori di noi stessi, malati di inclusione, buonismo, ingenuità, pecore che abbracciano i lupi.
White lives matter, le nostre vite contano. Difendiamole dai lupi, che almeno si presentano come tali, ma soprattutto dai loro complici nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella politica, nella chiesa.
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