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Trasformare la salute in una vera priorità. Moratti spiega il salto di qualità che serve all’Ue

Autonomia farmaceutica, carenza di professionisti sanitari, sostenibilità dell’innovazione terapeutica: le sfide che attendono l’Europa in materia di salute sono strutturali e non ammettono rinvii. A tracciarle è Letizia Moratti, eurodeputata e relatrice di alcuni dei dossier più delicati della legislatura in corso, che in questa intervista indica nella strategia europea per le life science la priorità assoluta dei prossimi dodici mesi. Con una convinzione di fondo: la salute non è un capitolo di spesa, ma un pilastro della resilienza e della sovranità dell’Unione.

Negli ultimi anni la salute è tornata al centro dell’agenda europea. Quanto di questa attenzione si è tradotto in scelte strutturali e quanto rischia invece di restare confinato alle dichiarazioni di principio?

La salute è tornata al centro dell’agenda europea, ma ora dobbiamo evitare che resti un principio astratto. Dopo la pandemia sono stati fatti passi avanti: maggiore coordinamento, Hera, rafforzamento della preparazione alle emergenze, attenzione alle filiere farmaceutiche e ai dati sanitari. Tuttavia serve un salto di qualità: trasformare la salute in una vera priorità industriale, sociale e strategica dell’Unione. Non basta reagire alle crisi; bisogna prevenirle, investendo in ricerca, personale, prevenzione, innovazione e autonomia produttiva.

L’Europa parla sempre più spesso di autonomia strategica. Sul fronte della salute e del farmaco, cosa significa concretamente? E quali sono oggi le dipendenze più preoccupanti da ridurre?

Autonomia strategica in sanità significa non dipendere da Paesi terzi per farmaci essenziali e principi attivi, che ad oggi importiamo per l’80% dall’Asia. Ma non solo, ci sono dispositivi medici, vaccini, tecnologie diagnostiche e materie prime critiche. La pandemia e le tensioni geopolitiche ci hanno mostrato quanto siano fragili alcune catene di approvvigionamento. Non possiamo limitarci a essere un continente di consumatori: senza una solida base produttiva, la nostra autonomia strategica è a rischio. L’Europa dunque deve riportare capacità manifatturiera sul proprio territorio, sostenere l’industria farmaceutica e biomedicale, semplificare le regole, accelerare le autorizzazioni e costruire scorte comuni per i prodotti più critici. Per questo stiamo lavorando a provvedimenti fondamentali, come il progetto di legge sui biomedicinali o la legge sui medicinali critici.

L’innovazione terapeutica corre a una velocità senza precedenti: farmaci sempre più mirati, terapie avanzate, medicina personalizzata. Come si può garantire l’accesso alle cure senza mettere ulteriormente sotto pressione la sostenibilità dei sistemi sanitari?

L’innovazione terapeutica è una straordinaria opportunità, ma pone un tema di sostenibilità. La risposta non può essere frenare l’innovazione, bensì governarla meglio. Servono valutazioni rapide e trasparenti, modelli di prezzo legati ai risultati clinici, maggiore uso dei dati real world e percorsi di accesso omogenei tra i Paesi europei. Una terapia innovativa costa, ma certamente sarebbe meno onerosa se lo sviluppo fosse più agevole e se fosse possibile sfruttare economie di scala, su questo dobbiamo lavorare. Soprattutto se si considera che una cura spesso consente di evitare ricoveri, complicanze, cronicizzazioni e perdita di produttività. Dobbiamo imparare a valutare il valore complessivo della cura, non solo il costo immediato.

Difesa, competitività industriale, transizione energetica: le priorità europee si moltiplicano. Esiste il rischio che la sanità perda centralità nell’allocazione delle risorse? Oppure investire in salute significa, oggi, investire anche nella resilienza economica e sociale dell’Unione?

Il rischio che la sanità venga compressa da altre priorità esiste. Ma sarebbe un errore strategico. Difesa, competitività, energia e salute non sono capitoli separati: sono pilastri della resilienza europea. Un continente con sistemi sanitari fragili è meno competitivo, meno sicuro, meno coeso. Investire in salute significa investire in capitale umano, produttività, ricerca, innovazione industriale e fiducia dei cittadini. Le life science sono una delle grandi filiere strategiche europee, anche per la sicurezza: occupazione qualificata, ricerca avanzata, export, attrazione di investimenti.

La carenza di medici, infermieri e professionisti sanitari è diventata un problema strutturale in molti Paesi europei. Servono strumenti comuni a livello Ue o le risposte devono restare prevalentemente nazionali?

La carenza di professionisti sanitari è ormai strutturale e non può essere affrontata solo a livello nazionale. La competenza sanitaria resta degli Stati membri, ma l’Unione può fare molto: mappare i fabbisogni, favorire il riconoscimento delle qualifiche, sostenere programmi comuni di formazione, finanziare competenze digitali e specialistiche, promuovere condizioni di lavoro attrattive. In Italia il tema è particolarmente urgente: servono più medici e infermieri, ma anche una migliore organizzazione della medicina territoriale, della continuità assistenziale e delle case di comunità.

Dall’intelligenza artificiale alla telemedicina, fino all’European health data space, il digitale promette di trasformare la sanità. Quali opportunità ritiene più concrete e quali rischi ritiene invece sottovalutati?

Il digitale può rendere la sanità più vicina, predittiva e personalizzata. Telemedicina, intelligenza artificiale, fascicolo sanitario elettronico europeo e European health data space possono migliorare diagnosi, prevenzione, ricerca clinica e presa in carico dei pazienti cronici. Ma i rischi sono reali: disuguaglianze digitali, sicurezza dei dati, opacità degli algoritmi, uso improprio delle informazioni sanitarie. La tecnologia deve restare al servizio della persona, non sostituire la relazione medico-paziente. Servono regole chiare, interoperabilità, cybersicurezza e una forte governance pubblica.

Lei ha ricoperto ruoli di governo nazionale, amministrato una delle principali regioni europee sul fronte sanitario e oggi siede al Parlamento europeo. Qual è la lezione più importante che Bruxelles dovrebbe imparare dall’esperienza dei territori? E quale, al contrario, l’Europa può insegnare ai sistemi sanitari nazionali?

Dai territori Bruxelles dovrebbe imparare che la sanità non vive nei regolamenti, ma nei bisogni concreti delle persone: liste d’attesa, pronto soccorso, medici di famiglia, assistenza domiciliare, cronicità, anziani soli. Ogni scelta europea deve misurarsi con la capacità di migliorare la vita quotidiana dei cittadini. Al tempo stesso, l’Europa può insegnare ai sistemi nazionali a guardare più lontano: fare massa critica sulla ricerca, condividere dati, coordinare acquisti, ridurre le disuguaglianze di accesso e costruire standard comuni di qualità.

Se dovesse indicare una priorità assoluta per i prossimi dodici mesi di legislatura europea in materia di life science, quale sceglierebbe? Qual è il dossier sul quale ritiene che non ci si possa più permettere di rinviare le decisioni?

La priorità assoluta è rafforzare la strategia europea per le life science, legandola a una vera politica industriale della salute. Non possiamo più rinviare il dossier sull’autonomia farmaceutica e sulla competitività del settore. La proposta di legge sulle biotecnologie rappresenta, ad esempio, un importante passo avanti in questa direzione e il risultato di un ottimo lavoro della Commissione nel costruire un quadro premiale basato su semplificazioni procedurali, sulla sperimentazione clinica e sull’accelerazione della produzione e della messa in commercio delle terapie innovative. Tuttavia, è necessario fare di questo modello lungimirante uno standard esteso a tutta la produzione. L’Europa deve restare un luogo dove si ricerca, si produce, si sperimenta e si cura. Per farlo servono regole più semplici, tempi autorizzativi più rapidi, tutela della proprietà intellettuale, investimenti in ricerca clinica, sostegno alle terapie avanzate e attenzione all’accesso dei pazienti. La salute deve diventare una delle grandi colonne della sovranità europea.

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Così l’Europa cerca una risposta alla crisi delle professioni sanitarie. Parla Picaro (Ecr)

Il voto del 3 giugno in Commissione Sanità pubblica rappresenta, secondo l’eurodeputato di Ecr/FdI Michele Picaro, un passaggio cruciale per il futuro della sanità europea. Al centro del dossier c’è la carenza di personale sanitario, un problema strutturale che richiede – a suo avviso – una risposta di lungo periodo. “Non si tratta soltanto di colmare le carenze attuali”, spiega Picaro a Formiche.net. “Servono piani nazionali ed europei per formare, attrarre e trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. L’obiettivo è costruire sistemi sanitari sostenibili e capaci di rispondere alle sfide future”.

Un’attenzione particolare va alle aree rurali, montane, insulari e più svantaggiate, dove la carenza di professionisti è più acuta. Per Picaro occorrono misure mirate: incentivi economici e non economici, maggiore flessibilità organizzativa e strumenti di sostegno abitativo. “Non possiamo accettare una sanità a due velocità”, afferma. “I cittadini devono poter accedere a servizi di qualità indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

Chi cura va tutelato

Sul fronte delle condizioni di lavoro, Picaro è esplicito: affrontare la carenza di personale senza intervenire sul benessere di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali sarebbe contraddittorio. “È necessario garantire il rispetto della direttiva europea sull’orario di lavoro, adeguati periodi di riposo, ferie retribuite e un migliore equilibrio tra vita professionale e privata”, sottolinea. Le conseguenze di turni eccessivi e organici insufficienti ricadono non solo sugli operatori: “Generano stanchezza, burnout e un aumento del rischio di errori clinici. Tutelare il benessere degli operatori significa anche migliorare la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza”.

Uno dei temi più qualificanti del dossier riguarda i giovani medici, gli specializzandi e i tirocinanti. “Abbiamo sostenuto con forza la necessità di riconoscerli sia come lavoratori sia come persone in formazione”, dice Picaro. “Devono ricevere una retribuzione equa, adeguata supervisione e condizioni di lavoro sicure. Bisogna impedire che vengano utilizzati come sostituti del personale strutturato”. Il dossier affronta anche la salute mentale degli operatori: Picaro chiede programmi accessibili di supporto psicologico e misure contro violenza e molestie nei luoghi di lavoro. “Chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di essere a sua volta tutelato”.

Digitale e investimenti

Sul versante dell’innovazione, Picaro riconosce il potenziale della telemedicina e degli strumenti digitali, soprattutto per le aree più remote. Ma fissa un limite preciso: “Gli strumenti digitali devono integrare il lavoro dei professionisti sanitari, non sostituire l’assistenza in presenza”. Un principio che l’eurodeputato ha applicato con forza nel dibattito sulla telefarmacia: una definizione vaga del testo originario avrebbe potuto aprire la strada a piattaforme digitali e grandi operatori internazionali. “Il rischio era indebolire la farmacia territoriale e sottrarre agli Stati membri il controllo effettivo del servizio farmaceutico”, spiega. Ha quindi chiesto che la telefarmacia fosse espressamente limitata a servizi forniti “sotto la responsabilità di un farmacista abilitato e collegati a una farmacia fisica autorizzata secondo la legislazione nazionale”. La sintesi è netta: “La digitalizzazione deve sostenere la rete delle farmacie territoriali, non sostituirla”.

In chiusura, Picaro rilancia sulla priorità degli investimenti in sanità come scelta strategica, non come voce di spesa. “Servono finanziamenti adeguati e sostenibili per rafforzare il personale sanitario, sostenere la prevenzione, migliorare la preparazione alle emergenze e valorizzare l’assistenza primaria”, conclude. “Investire nella salute non è un costo, ma una scelta strategica per la crescita economica, la coesione sociale e la sicurezza dei cittadini europei”.

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