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Donald duro: "Europa irrilevante". E prepara il disimpegno nella Nato

All'indomani della possibile svolta nella guerra con l'Iran, Donald Trump non perde l'occasione per bacchettare nuovamente gli alleati europei, che si sono tenuti alla larga da un conflitto che ha fatto ballare i mercati energetici globali, alimentato l'inflazione e costretto la Banca centrale europea ad aumentare i tassi di interesse. "Gli alleati europei non sono stati d'aiuto adesso, ma possono essere molto d'aiuto in futuro" dopo l'intesa con Teheran, ha detto il presidente Usa al Corriere della Sera. Per poi aggiungere, riguardo ai possibili sviluppi diplomatici con l'Unione europea dopo l'accordo. "Non ne ho idea, dipende da loro". Messaggio replicato con qualche asprezza in più anche in un breve colloquio telefonico con La7: "Non avevamo bisogno del sostegno degli europei. Era irrilevante! Abbiamo vinto la guerra". Parole che certamente peseranno sul clima dei colloqui che si svolgeranno da lunedì a Evian, nel G7 ospitato da Emmanuel Macron, proprio uno dei più accesi critici del conflitto scatenato da Usa e Israele in Medioriente.

Del resto, quel che gli Stati Uniti pensano in questo momento degli europei lo aveva chiarito qualche giorno fa, sempre in Francia, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in occasione delle cerimonie per l'82º anniversario dello Sbarco in Normandia. Il capo del Pentagono aveva parlato di "un'invasione" delle spiagge europee da parte degli immigrati e, paragonando l'alleanza di allora contro il nazifascismo a quella attuale, il capo del Pentagono aveva puntato il dito contro le "inutili riunioni e comunicati" prodotti in occasione delle attuali crisi internazionali. A ben guardare, nulla di nuovo. Era già stato tutto messo per iscritto lo scorso dicembre nel documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale, nel quale gli Stati Uniti affermavano che l'Europa si trova di fronte alla "cupa prospettiva di una cancellazione della propria civiltà", mentre assiste inerme a ondate migratorie incontrollate e comprime la propria economia con un eccesso di regole e burocrazia. In questo contesto, non può essere considerata una sorpresa nemmeno l'intenzione americana di ridurre in maniera significativa il numero di aerei e navi da guerra messi a disposizione per le operazioni Nato in Europa, nell'ambito del processo di ridimensionamento dell'impegno militare Usa nel Vecchio Continente.

È il New York Times, dopo le anticipazioni di Die Welt, a riferire il contenuto di un documento, già recapitato agli alleati europei, che mette nero su bianco la portata del disimpegno americano. I caccia Usa F-16 e F-15E passerebbero da circa 150 a 100. Gli aerei da ricognizione marittima da 26 a 15, mentre verrebbero ritirati tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo precedentemente a disposizione dell'Europa. Inoltre, è prevista la riassegnazione di un sottomarino lanciamissili e di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e decine di aerei impiegati nelle missioni della portaerei. Infine, verrebbe riassegnato ad altri teatri strategici uno dei due gruppi di bombardieri precedentemente destinato alla difesa dell'Europa.

Il Pentagono non ha ancora reso pubblica la tempistica di questo disimpegno, ma i funzionari americani hanno indicato ai loro colleghi europei che entrerà in vigore molto presto. Le conseguenze del ritiro Usa, in assenza di capacità europee che possano compensare nell'immediato, si tradurrebbe in una ridotta capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.

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El ‘diver’ más pequeño y preciso: el reloj de la temporada viene del fondo del mar

Ushio en japonés significa marea. Una evocación de las aguas que rodean al archipiélago nipón, exactamente, las mismas que asoman en las esferas de la línea de buceo de Grand Seiko. La manufactura relojera japonesa ha convertido esa relación casi espiritual con la naturaleza en una de sus señas de identidad, pero en los nuevos Spring Drive U.F.A. Ushio 300 Diver el océano, además, es su terreno natural. Concebidos para soportar hasta 300 metros de profundidad, las nuevas referencias suponen un hito para la firma: son su diver más pequeño y preciso hasta la fecha, el epítome de funcionalidad y belleza.

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No hay festival sin denim: así se llevó en Primavera Sound 2026 el tejido por excelencia de la música

Un festival como Primavera Sound es muchas cosas a la vez. Por supuesto, es una cita musical de referencia global, uno de los acontecimientos musicales más importantes a nivel mundial, que cada año reúne a iconos consagrados con los nuevos artistas que lo serán dentro de unos años. Por otro lado, es un acontecimiento social, uno de esos lugares para los que se inventó el término FOMO (Fear Of Missing Out) si no tienes la posibilidad de estar allí. Pero, no menos importante, el Primavera Sound también es un termómetro de tendencias. Si alguien quiere saber cuáles son las prendas, colores y estilos de una temporada, solo tiene que pasearse por el recinto del Fórum para saberlo, todo ello aderezado con el atrevimiento que infunde un gran festival en el que arriesgar con el outfit está más que permitido.

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El modelo Julio Taeño en la pasada edición de Primavera Sound.
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Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni. Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

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Il voto del Congresso che lega le mani a Trump

Un "voto inutile", "anti patriottico", opera di "quattro cattivi repubblicani" che, "insieme a tutti i Democratici", "dovrebbero vergognarsi". Donald Trump ha atteso la mattina del giorno dopo per diffondere sui social media la sua rabbia per il voto della Camera dei Rappresentanti che mercoledì sera ha messo un freno ai suoi poteri di guerra (per legge limitati a 60 giorni, più 30 giorni per il ritiro in sicurezza delle truppe), imponendogli di chiedere l'approvazione del Congresso per proseguire le operazioni militari contro l'Iran. Un voto per lo più simbolico, che fa seguito a quello analogo del Senato del mese scorso (anche in questo caso ci sono state quattro defezioni tra i Repubblicani), che non ha alcuna possibilità concreta di limitare i poteri del commander in chief: Trump può opporre il suo veto presidenziale e al Senato non ci sono i 60 voti necessari per superare il veto. Eppure, si tratta di un segnale inequivocabile del malcontento che serpeggia tra le fila dei Repubblicani, che rischiano di pagare un prezzo altissimo nelle elezioni di midterm. Sul voto di novembre, Trump ha già detto la sua: "Non me ne importa niente". Idem riguardo alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane, che ora a causa della guerra si trovano alle prese con prezzi paragonabili ai picchi inflazionistici dell'era Biden. "Non ci penso neanche un po'", si è lasciato scappare l'altro giorno. Una gaffe che i Democratici stanno già sfruttando nei loro spot elettorali. Del resto, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump non ha fatto mistero della scarsa considerazione che ha per il Congresso.

È il motivo per cui, subito dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha spinto affinché i soldi necessari per realizzare la sua agenda politica (tagli fiscali, lotta all'immigrazione) fossero tutti contenuti nel famoso Big Beautiful Bill, la mega legge approvata lo scorso anno. "Ho detto: Mettete tutto in un unico disegno di legge e, se riusciamo a portarlo a termine, siamo a posto per quattro anni. Non avremo più bisogno del Congresso", disse all'epoca. La realtà è però diversa. Perfino Trump, di tanto in tanto, ha "bisogno" del Congresso. È il caso del Fondo anti-strumentalizzazione da 1,8 miliardi di dollari, che nelle intenzioni del presidente doveva risarcire i suoi alleati e sostenitori che ritengono di essere stati ingiustamente perseguiti dall'amministrazione Biden. Lo sconcerto bipartisan è stato tale, considerando che i soldi sarebbero potuti andare a ricompensare perfino gli autori dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che la Casa Bianca è stata costretta a ritirarlo. Stessa sorte per il miliardo di dollari chiesto al Congresso per finanziare le misure di sicurezza della nuova Ballroom della Casa Bianca, il Salone delle Feste da oltre 8mila metri quadri con il quale Trump intende lasciare la sua impronta sulla residenza presidenziale. Segnali ai quali, in questi ultimi giorni, se ne sono aggiunti altri. Il primo, martedì, in Iowa, stato agricolo duramente colpito dalla guerra commerciale con la Cina e dai costi alle stelle del diesel e dei fertilizzanti che dovrebbero transitare lungo lo Stretto di Hormuz. Il candidato a governatore sostenuto da Trump, Randy Feenstra, è stato sconfitto nelle primarie repubblicane dal moderato Zach Lahn. Qui, nel 2024, il tycoon vinse con un margine record di oltre 13 punti. È la prima battuta d'arresto in una campagna in cui gli endorsement di Trump sono finora risultati decisivi, rimodellando il partito in vista di midterm in un esercito di candidati Maga, che rischiano però di alienare ulteriormente il voto moderato e degli indipendenti.

L'altro segnale è l'irritazione, anch'essa bipartisan, che ha accolto la nomina da parte di Trump del fedelissimo Bill Pulte, attualmente a capo dell'agenzia federale per i mutui e senza alcuna esperienza specifica, a direttore ad interim della National Intelligence. In questo clima, non c'è alcuna possibilità che possa essere confermato dal Senato.

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