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JP Morgan analizza presente e futuro della competizione Usa-Cina sull’AI

Quando una banca pubblica un report di oltre trenta pagine sulla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vale la pena fermarsi un momento. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per ciò che racconta sullo stato del dibattito.

L’autore non è un laboratorio di ricerca, una Big Tech o un think tank specializzato in sicurezza internazionale. È JPMorgan Chase. E il fatto che una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta abbia deciso di dedicare risorse a una lettura sistemica della competizione sull’intelligenza artificiale è probabilmente il primo elemento interessante della storia.

Negli ultimi anni abbiamo imparato ad associare l’AI ai modelli, ai chip e alle nuove applicazioni che arrivano sul mercato a una velocità impressionante. Il report parte invece da una constatazione diversa: l’intelligenza artificiale sta progressivamente diventando una variabile capace di influenzare crescita economica, investimenti, infrastrutture, sicurezza nazionale e politica industriale. Per questo motivo, limitarne l’analisi alla dimensione tecnologica rischia di offrire una fotografia parziale.

La tesi centrale è che la competizione tra Washington e Pechino debba essere osservata come una competizione tra sistemi. I modelli contano, naturalmente. Così come contano i semiconduttori e la capacità di innovazione. Tuttavia, guardare soltanto a questi elementi rischia di nascondere dinamiche più profonde che stanno emergendo sotto la superficie.

Una delle più evidenti riguarda l’energia. L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede una quantità crescente di elettricità e di infrastrutture fisiche. Da questo punto di vista la Cina sta accumulando vantaggi che raramente occupano le prime pagine. Mentre negli Stati Uniti aumentano i dibattiti locali sui costi ambientali e territoriali dei nuovi data center, Pechino continua a investire in capacità produttiva, reti e infrastrutture energetiche con una velocità difficilmente replicabile dalle economie occidentali.

Anche sul fronte dei modelli il quadro appare meno lineare di quanto suggeriscano le classifiche che dominano il dibattito pubblico. La questione non riguarda soltanto chi riesce a sviluppare il sistema più avanzato, ma anche chi riesce a distribuirlo più rapidamente e a integrarlo nel tessuto economico. È una differenza sottile ma importante. La storia dell’innovazione mostra che il successo di una tecnologia dipende spesso dalla sua diffusione molto più che dalle sue caratteristiche tecniche originarie.

Da qui emerge una domanda che attraversa l’intero report: quale Paese sarà più efficace nel trasformare il potenziale dell’intelligenza artificiale in vantaggio economico, industriale e geopolitico?

Nella prossima edizione di Indo-Pacific Salad partiremo proprio da questo interrogativo. Analizzeremo perché il mondo della finanza sta osservando l’AI con crescente attenzione, perché il tema della fiducia potrebbe rivelarsi altrettanto importante di quello dell’apertura dei modelli e perché molte delle categorie utilizzate per interpretare l’innovazione cinese stanno mostrando segni evidenti di invecchiamento.

Perché la competizione tecnologica del prossimo decennio si giocherà certamente nei laboratori. Ma il suo esito dipenderà sempre di più da ciò che accade fuori da essi.

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Takaichi a Roma prima del G7 cerca sponde europee per il nuovo Indo-Pacifico

La visita europea di Sanae Takaichi, prevista alla vigilia del G7 in Francia, arriva in un momento in cui Tokyo sta cercando di trasformare la propria agenda regionale in una proposta più ampia per la governance economica e strategica internazionale. La premier nipponica sarà ricevuta a Villa Pamphilj lunedì mattina dall’omologa italiana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le due prime ministre parleranno della dimensione bilaterale e del contesto internazionale, dove Roma e Tokyo seguono le oscillazioni geopolitiche di questa fase storica con lenti, interessi, priorità e preoccupazioni del tutto simili.

Secondo quanto emerge dagli orientamenti che il governo giapponese intende portare al vertice dei leader, il Giappone si presenterà al G7 come rappresentante di un’Asia particolarmente esposta alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente e alle possibili perturbazioni del mercato energetico globale. Una posizione che anche l’Italia ha espresso più volte come centro del Mediterraneo (non più tardi di oggi, il vicepremier Antonio Tajani, in un’intervista, ragionava sulla necessità che il cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran si trasformasse in qualcosa che “regga nel tempo”).

Da qui, Tokyo ha scelto di promuovere tre iniziative alla riunione dei sette: la difesa di un commercio aperto e trasparente contro restrizioni alle esportazioni ritenute ingiustificate, il rafforzamento delle riserve strategiche di petrolio attraverso una cooperazione più stretta con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e una maggiore collaborazione tra Paesi produttori e consumatori.

La questione energetica, tuttavia, sembra essere soltanto una parte della storia. Dietro la missione europea di Takaichi emerge infatti un obiettivo politico più ampio: verificare il grado di convergenza con partner chiave del continente sulla versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (Foip), il quadro strategico attraverso cui Tokyo definisce oggi il proprio ruolo internazionale.

Nel discorso di politica estera pronunciato ad Hanoi il 2 maggio, la premier nipponica ha delineato un’evoluzione del Foip (concetto coniato dal suo mentore politico, il compianto Shinzo Abe) che amplia sensibilmente il perimetro originario dell’iniziativa. Accanto ai tradizionali riferimenti alla sicurezza e alla stabilità regionale, il nuovo approccio attribuisce un ruolo centrale alla costruzione di un ecosistema economico fondato sull’intelligenza artificiale e sui dati, al rafforzamento delle catene di approvvigionamento di energia e beni essenziali, alla definizione di regole condivise per i nuovi settori economici e alla cooperazione tra pubblico e privato. La sicurezza economica occupa ormai uno spazio comparabile a quello della sicurezza tradizionale.

In questa prospettiva, le proposte che Tokyo intende avanzare al G7 possono essere lette come una traduzione concreta dei principi del nuovo Foip. La difesa della libertà di navigazione, inclusa la sicurezza dello Stretto di Hormuz, richiama la centralità delle rotte marittime aperte. Il rafforzamento delle riserve energetiche punta ad aumentare la resilienza delle economie più dipendenti dalle importazioni. Il dialogo tra produttori e consumatori risponde invece alla necessità di costruire meccanismi di cooperazione in un sistema internazionale attraversato da crescenti frammentazioni.

Roma assume così un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Per Tokyo, l’Italia rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente sintonia su temi come sicurezza economica, filiere strategiche, tecnologie critiche, energia, difesa e stabilità dell’Indo-Pacifico.

Anche il rapporto tra Takaichi e Meloni contribuisce a creare un terreno favorevole. Le due leader condividono una visione che attribuisce crescente importanza alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla riduzione delle vulnerabilità economiche. Sul piano politico, entrambe guidano governi conservatori, condividono esperienze simili passate e sfide future, e sono oggi le uniche donne alla guida di Paesi del G7 – un elemento che rafforza la visibilità del loro dialogo ma che non ne esaurisce il significato.

L’interesse di Tokyo sembra piuttosto concentrarsi sulla possibilità di consolidare un asse con governi europei considerati sensibili ai temi della sicurezza economica e della competizione strategica globale. In questo quadro, la tappa italiana e quella britannica assumono il valore di un passaggio diretto, sebbene nel quadro del dialogo multilaterale in Francia.

La sfida per il Giappone sarà capire se una visione nata per l’Indo-Pacifico possa essere progressivamente condivisa anche da partner geograficamente lontani ma esposti alle stesse vulnerabilità. La crisi energetica, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la competizione tecnologica stanno infatti riducendo la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

È su questo terreno che Takaichi sembra voler giocare la partita del G7: proporre una cornice più ampia entro cui affrontare le nuove interdipendenze della sicurezza globale. In questa prospettiva, Roma occupa una posizione particolare. L’Indo-Mediterraneo, richiamato recentemente da Meloni e Narendra Modi come spazio strategico di crescente integrazione, offre un possibile punto di raccordo tra le priorità europee e quelle dell’Indo-Pacifico.

Se il celebre discorso “Confluence of the Two Seas” pronunciato da Shinzo Abe a New Delhi nel 2007 ha fornito la base concettuale dell’Indo-Pacifico come unico teatro geopolitico, l’evoluzione del Foip potrebbe oggi riflettere una realtà diversa: energia, catene del valore, infrastrutture critiche e sicurezza marittima collegano ormai in modo sempre più diretto il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sfida che accompagna la diplomazia giapponese, come quella italiana e indiana, è come tradurre questa interdipendenza in una convergenza strategica più ampia tra Asia ed Europa.

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La Cina cancella i dialoghi con l’Ue mentre Bruxelles cerca una strategia comune

La Cina ha cancellato senza spiegazioni due dialoghi previsti a giugno con l’Unione Europea: un confronto ministeriale sulle questioni digitali e un incontro con Olof Skoog, vice segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna. Ufficialmente Bruxelles e Pechino continuano a mantenere aperti i canali di comunicazione e la Commissione europea ha precisato che gli incontri saranno riprogrammati. Ma il tempismo della decisione ha attirato l’attenzione delle capitali europee.

La cancellazione arriva infatti in una fase di crescente attrito economico tra il Blocco e la Repubblica popolare. Bruxelles sta preparando una serie di strumenti destinati a limitare alcune forme di accesso delle imprese cinesi al mercato europeo, dal nuovo Industrial Accelerator Act alle restrizioni nel settore delle infrastrutture digitali e delle tecnologie energetiche. Allo stesso tempo la Commissione ha intensificato le indagini commerciali e ha definito “insostenibile” un deficit che ha ormai raggiunto circa un miliardo di euro al giorno.

Dietro la disputa commerciale si intravede però una questione più ampia. Secondo una fonte europea, Pechino “sottovaluta seriamente quanto funzionari e decisori europei siano preoccupati e irritati dalle pratiche commerciali cinesi”. Allo stesso tempo, aggiunge la stessa fonte, la leadership cinese sarebbe convinta che l’Unione abbia ancora difficoltà a trasformare questa crescente inquietudine in una posizione politica realmente unitaria. Ossia, “scommette che la rabbia europea non diventerà azioni di potere contro la Cina”.

È una valutazione che aiuta a leggere sia la pressione diplomatica esercitata da Pechino nelle ultime settimane sia il significato del prossimo Consiglio europeo. Il vertice del 18 e 19 giugno si svolgerà in un contesto particolarmente complesso, segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente, dalle ricadute sui mercati energetici e dalla crescente competizione economica globale. In questo quadro, il dossier Cina tende a intrecciarsi con temi che fino a poco tempo fa venivano affrontati separatamente: competitività industriale, sicurezza economica, energia, tecnologie strategiche e bilancio europeo. In sostanza, le nuove direttrici dell’autonomia strategica.

La discussione riflette una trasformazione più profonda del dibattito europeo. Per anni Bruxelles ha cercato di bilanciare cooperazione economica e gestione delle divergenze con Pechino. Oggi il confronto ruota sempre più attorno alle dipendenze strategiche create dall’integrazione economica degli ultimi due decenni.

Bart De Wever, primo ministro belga, è stato tra i leader più espliciti nel chiedere un cambio di approccio. A suo giudizio l’Europa continua a moltiplicare iniziative senza dotarsi di una strategia coerente, mentre la Cina opera secondo obiettivi di lungo periodo. Il rischio, sostiene, è che le divisioni interne impediscano all’Unione di rispondere efficacemente a una sfida che coinvolge settori centrali dell’economia europea, dall’automotive alla chimica fino alle tecnologie pulite.

Le preoccupazioni europee sono alimentate anche dalla dimensione del fenomeno. Il surplus commerciale cinese ha raggiunto livelli record e molti osservatori parlano apertamente del rischio di un secondo “China Shock”, con effetti potenzialmente destabilizzanti per alcuni comparti industriali europei. Tuttavia, all’interno dell’Ue continua a mancare il consenso sia sulla natura del problema sia sulla risposta più appropriata.

Una corrente privilegia strumenti di difesa commerciale contro sovracapacità produttiva e sussidi statali. Un’altra continua a puntare sulla reciprocità e sull’accesso al mercato cinese. Altri ancora ritengono che la sfida principale sia rafforzare la competitività europea attraverso investimenti, innovazione e politica industriale. La mancanza di una diagnosi condivisa rende più difficile costruire una linea comune.

Anche per questo il Consiglio europeo potrebbe produrre meno decisioni immediate di quanto alcuni governi auspicano. Le bozze preparatorie evitano riferimenti espliciti alla Cina e parlano piuttosto di “squilibri macroeconomici globali”, segnale delle persistenti sensibilità tra gli Stati membri. Nonostante il linguaggio sulla riduzione delle dipendenze e sul rafforzamento industriale si sia fatto più assertivo, molti governi restano prudenti di fronte all’ipotesi di un confronto economico diretto con Pechino.

La discussione, inoltre, non riguarda soltanto commercio e industria. Come spiega Tefta Kelmendi, Programme Lead for Climate Diplomacy and Geopolitics di E3G, la gestione delle pressioni economiche cinesi è diventata più urgente man mano che si moltiplicano gli shock geopolitici. “Le ultime tensioni con la Cina sull’Industrial Accelerator Act e possibili ulteriori misure di difesa del commercio mostrano che l’UE sta finalmente utilizzando i suoi strumenti in modo più strategico per proteggere i suoi interessi ed evitare di approfondire le dipendenze, anche sulle catene di approvvigionamento di energia pulita e tecnologia che sono cruciali per la transizione energetica”.

È proprio questo allargamento del dibattito a rendere la questione cinese diversa rispetto al passato. Le tensioni commerciali non vengono più percepite come un dossier isolato, ma come parte di una riflessione più ampia sulla resilienza europea. Energia, sicurezza, industria e competitività stanno progressivamente convergendo in una stessa agenda politica.

La cancellazione dei due incontri con Bruxelles appare quindi meno come un incidente diplomatico e più come il riflesso di una relazione entrata in una nuova fase. La domanda che accompagnerà i leader europei al vertice di giugno non è più se la Cina rappresenti una sfida strategica per l’Europa. Su questo il consenso si sta allargando. Il vero test sarà capire se gli Stati membri siano pronti a trasformare questa crescente consapevolezza in una strategia comune. Fino a quando la risposta resterà incerta, Pechino potrà continuare a considerare il malcontento europeo un problema gestibile piuttosto che una minaccia politica concreta.

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Italia-Corea, la partnership si allarga dalla manifattura alla sicurezza

La visita di Stato del presidente sudcoreano, Lee Jae Myung, in Italia segna un passaggio ulteriore nel consolidamento dei rapporti tra Roma e Seul. L’incontro di venerdì a Villa Pamphili con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il terzo tra i due leader in meno di un anno, porterà all’adozione di un Piano d’Azione 2026-2030 destinato ad ampliare la cooperazione bilaterale nei settori politico, economico, scientifico e della sicurezza.

Sul tavolo ci sono numeri già significativi. Con circa 11 miliardi di euro di interscambio commerciale, la Corea del Sud rappresenta il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. La visita sarà accompagnata da un forum imprenditoriale di alto livello e dalla firma di quattro accordi che spaziano dalla cooperazione allo sviluppo alle tecnologie avanzate, fino al sostegno alle piccole e medie imprese. La dimensione economica, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia.

L’attenzione dedicata ai semiconduttori, alle tecnologie dell’informazione, allo spazio, all’energia e all’automotive suggerisce una trasformazione più ampia del rapporto tra i due Paesi. La Corea del Sud occupa una posizione centrale nelle filiere industriali globali più sensibili, mentre l’Italia è alla ricerca di partner con cui rafforzare la propria presenza nei segmenti tecnologici considerati strategici dalle principali economie avanzate.

La visita di Lee arriva inoltre in una fase in cui il governo italiano sta cercando di ampliare il perimetro della propria riflessione sulla sicurezza. Nel dibattito europeo e atlantico, la discussione continua a concentrarsi prevalentemente sulle spese militari e sugli obiettivi fissati dalla Nato. Roma prova però a inserire nella stessa cornice temi che fino a pochi anni fa venivano trattati separatamente: resilienza industriale, approvvigionamento tecnologico, infrastrutture critiche, energia e controllo delle catene del valore.

In questa prospettiva, il dossier dei semiconduttori assume una valenza che va oltre l’economia. La competizione tra Stati Uniti e Cina ha reso evidente come il controllo delle tecnologie avanzate sia diventato uno dei principali strumenti di influenza strategica. La capacità di accedere a componenti essenziali, attrarre investimenti e sviluppare partnership industriali è ormai parte integrante della sicurezza nazionale.

Seul occupa una posizione particolare all’interno di questo scenario. Alleata degli Stati Uniti, strettamente integrata nei mercati globali e tra i leader mondiali nell’innovazione tecnologica, la Corea del Sud è diventata uno degli interlocutori più ricercati dalle economie occidentali impegnate a ridurre vulnerabilità e dipendenze in settori critici.

Anche per questo il dialogo tra Meloni e Lee non si limiterà agli aspetti commerciali. L’agenda comprende la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente e la stabilità dell’Indo-Pacifico, tre dossier che negli ultimi anni hanno progressivamente ridotto la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

La presenza dell’Indo-Pacifico tra i temi centrali del colloquio è indicativa dell’evoluzione della politica estera italiana. Pur mantenendo il Mediterraneo come area di interesse prioritario, Roma ha intensificato i rapporti con diversi attori asiatici, dal Giappone all’India, fino alla stessa Corea del Sud. L’obiettivo è costruire una rete di relazioni con Paesi che condividono interessi economici e preoccupazioni sulla stabilità dell’ordine internazionale, come ricordato dalla premier durante le sue comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio Europeo e del Vertice Nato – dove Seul sarà invitata insieme agli altri “IP-4”.

La missione europea di Lee si inserisce nello stesso quadro. Dopo la partecipazione al vertice Ue-Corea a Bruxelles, la tappa italiana contribuisce a rafforzare il dialogo tra Seul e l’Europa in una fase segnata da una crescente frammentazione geopolitica. Per la Corea, il mercato europeo rappresenta un partner economico essenziale e una destinazione sempre più rilevante per investimenti e cooperazione tecnologica. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, Seul offre accesso a competenze industriali e capacità tecnologiche difficilmente sostituibili.

L’adozione del nuovo Piano d’Azione fornirà una cornice istituzionale a questo processo. Il dato politico più rilevante resta però la frequenza dei contatti tra i due leader e l’ampliamento progressivo dei dossier affrontati. Una relazione nata attorno al commercio e agli investimenti sta assumendo contorni più ampi, intrecciando industria, innovazione, sicurezza e diplomazia.

In un contesto internazionale caratterizzato da competizione tecnologica, frammentazione delle filiere e crescente attenzione alla sicurezza economica, il rapporto tra Italia e Corea del Sud appare destinato a occupare uno spazio più visibile nelle rispettive strategie estere.

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Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare

Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.

La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.

D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.

Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.

La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.

In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.

All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.

La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.

I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.

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Trump rivendica il controllo su Israele, ma la tregua con l’Iran vacilla

La tregua tra Israele e Iran ha superato nelle ultime ore il test più duro dalla sua entrata in vigore ad aprile. Nella notte tra domenica e lunedì, l’esercito israeliano ha colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale, compreso un impianto petrolchimico a Mahshahr, dopo che Teheran, nella serata di domenica, aveva lanciato una serie di missili contro il territorio israeliano. L’Iran ha presentato l’attacco come una risposta ai blitz israeliani in Libano, dove da qualche giorni è in corso una nuova offensiva e anche domenica erano stati colpiti obiettivi nell’area meridionale di Beirut: tutti target legati a Hezbollah, sostiene Israele, che rivendica il diritto di colpire l’organizzazione sciita legati ai Pasdaran come protezione dell’interesse nazionale.

Che il Libano fosse l’ago della bilancia della tregua in corso, che ovviamene coinvolge anche gli Stati Uniti, lo aveva spiegato già Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv; di come tutte le crisi mediorientali fossero indissolubilmente concatenante ne aveva parlato Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V. Non stupisce dunque che le dinamiche in Libano vadano a toccare il fragilissimo equilibrio con Teheran, attorno a cui si cercando di costruire un quadro pragmatico per ricostruire l’equilibrio nella regione; tanto meno stupisce che, come conseguenza diretta dell’attacco iraniano, il COGAT (la divisione delle forze armate israeliane che regola gli accessi alla Striscia di Gaza) abbia annunciato domenica la chiusura dei valichi da e per Gaza fino a nuovo ordine, inclusi Rafah e Kerem Shalom, confermando come ogni escalation regionale si rifletta anche sul dossier palestinese.

Il rischio di una nuova escalation regionale c’è, per questo dietro la cronaca militare emerge una partita politica più ampia che coinvolge direttamente Washington. Tanto che in un’intervista telefonica al Financial Times, Donald Trump ha minimizzato l’impatto degli attacchi iraniani sul negoziato in corso con Teheran e ha ribadito la propria intenzione di perseguire un accordo più ampio. Ancora più significativo è stato il messaggio rivolto indirettamente a Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha sostenuto che il premier israeliano non avrebbe altra scelta che accettare un eventuale accordo negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. ”Sono io a decidere”, ha affermato Trump, rivendicando apertamente la leadership del dossier.

La dichiarazione arriva in un momento delicato che precede gli attacchi di queste ultime ore, e forse ne è in qualche modo matrice. Da settimane l’amministrazione americana lavora per trasformare la tregua raggiunta con Teheran in primavera in un’intesa più strutturata che affronti due questioni centrali: il futuro dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano. Gli attacchi delle ultime ore avrebbero potuto interrompere questo percorso. Trump, invece, ha scelto di separare il negoziato dalla nuova mini-crisi militare, insistendo sul fatto che i due binari debbano restare distinti.

Il problema è che la credibilità di questa strategia non dipende soltanto dalle intenzioni della Casa Bianca. A Teheran cresce infatti la convinzione che il nodo principale non sia raggiungere un accordo, ma potersi fidare della sua durata. L’esperienza del ritiro americano dall’intesa nucleare del 2015 – voluto propio da Donald Trump durante il suo primo mandato – continua a pesare sui calcoli della leadership iraniana. In questo quadro, la diplomazia viene osservata con sospetto. Una parte dell’establishment iraniano teme che eventuali concessioni sul nucleare o sulla sicurezza possano ridurre gli strumenti di deterrenza del paese senza offrire garanzie sufficienti contro future pressioni militari.

Da qui deriva l’importanza attribuita da Teheran a tre leve considerate essenziali: la capacità di influenzare il traffico nello Stretto di Hormuz, il mantenimento di un’opzione nucleare reversibile e la possibilità di imporre costi ai propri avversari attraverso una rete regionale che comprende alleati e gruppi armati attivi in diversi teatri del Medio Oriente.

Gli eventi delle ultime ore riflettono questa logica. L’Iran ha reagito al nuovo blitz israeliano in Libano cercando di dimostrare di poter colpire direttamente Israele. Israele ha risposto colpendo il territorio iraniano per riaffermare la propria capacità di deterrenza. Entrambe le parti stanno cercando di modificare il calcolo strategico dell’avversario, aumentando il prezzo di eventuali future iniziative militari.

In questo contesto, Trump sta tentando di svolgere un ruolo che va oltre quello tradizionale di un’America che detta le regole. Le sue dichiarazioni suggeriscono la volontà di convincere Teheran che Washington sia in grado di controllare il comportamento israeliano e quindi di garantire la sostenibilità di un accordo. È un messaggio rivolto tanto agli iraniani quanto agli alleati regionali degli Stati Uniti.

Resta da capire quanto questa pretesa corrisponda alla realtà. Proprio gli sviluppi che hanno portato alla crisi attuale mostrano i limiti dell’influenza americana. Nonostante i ripetuti tentativi di Washington di contenere le tensioni sul fronte libanese, Israele ha continuato a condurre operazioni contro Hezbollah. Il bombardamento nei pressi di Beirut che ha preceduto la risposta iraniana dimostra quanto sia difficile separare i diversi fronti del conflitto. Libano, Iran, Yemen (da cui, fronte Houthi, sarebbe partito almeno uno dei missili diretti verso Israele nelle ultime ore), Iraq e Gaza appaiono sempre più come elementi di un’unica architettura regionale.

Anche il contesto politico israeliano restringe i margini di manovra. Netanyahu si trova sotto la pressione di una coalizione che chiede una risposta dura a ogni attacco proveniente dall’Iran o dai suoi alleati. Allo stesso tempo, l’opposizione lo accusa di indebolire la deterrenza israeliana qualora non reagisse con sufficiente fermezza. In queste condizioni, la possibilità che Washington possa imporre unilateralmente una linea di moderazione resta tutt’altro che scontata.

La tenuta della tregua dipenderà quindi da fattori che vanno ben oltre il numero di missili intercettati o la portata dei danni provocati dagli ultimi attacchi. La questione centrale riguarda la capacità degli Stati Uniti di costruire un accordo percepito come credibile da entrambe le parti.

Trump sostiene che il negoziato possa proseguire indipendentemente dall’escalation. Ma la crisi degli ultimi giorni mostra quanto sia difficile separare diplomazia e deterrenza in una regione dove ogni cessate il fuoco viene costantemente messo alla prova da dinamiche locali, pressioni politiche interne e rivalità strategiche che nessun accordo, da solo, può cancellare.

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Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

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Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

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Trump porta l’AI nel cuore della sicurezza nazionale americana

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato il National Security Presidential Memorandum 11, una direttiva che definisce le priorità per l’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema della sicurezza nazionale americana. Il provvedimento arriva mentre a Washington aumenta la consapevolezza sull’importanza dell’AI come componente nevralgica della competizione strategica globale, risorsa destinata a influenzare capacità militari, intelligence e processi decisionali.

Il memorandum affronta una questione che accompagna da anni il dibattito tecnologico americano: la distanza tra la velocità dell’innovazione commerciale e i tempi dell’apparato federale. Le aziende che sviluppano i modelli più avanzati operano con cicli di aggiornamento rapidi; le strutture governative seguono procedure molto più lente. In un mondo in cui Anthropic dichiara che la rapidità dell’innovazione dei suoi modelli è ormai dettata da un ritmo di auto-innovazione imposto dai modelli stessi, la direttiva nasce per ridurre questo divario e favorire un accesso più rapido alle tecnologie considerate rilevanti per la sicurezza nazionale.

L’amministrazione Trump presenta la misura come uno strumento per accelerare l’adozione dell’AI senza rinunciare a requisiti di affidabilità, sicurezza e responsabilità. Nelle dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca, l’obiettivo è mettere a disposizione delle forze armate e delle agenzie federali i sistemi più avanzati, garantendo che il loro impiego avvenga secondo procedure definite e sotto supervisione adeguata. Qualcosa che Washington sta iniziando a gestire anche tramite altri provvedimenti legislativi.

Tra i passaggi più significativi c’è la scelta di promuovere l’utilizzo di soluzioni provenienti da più fornitori. Michael Kratsios, direttore del White House Office of Science and Technology Policy, ha spiegato che il memorandum accelera l’adozione di sistemi sviluppati da diversi vendor per evitare punti di vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da una singola piattaforma.

La formulazione riflette una preoccupazione crescente a Washington: l’ecosistema dell’intelligenza artificiale è dominato da un numero limitato di aziende che controllano modelli, infrastrutture di calcolo e servizi essenziali. Per il governo americano, affidare funzioni critiche a un unico soggetto privato rappresenta un rischio operativo. La diversificazione delle soluzioni disponibili viene trattata come una misura di resilienza.

Lo stesso ragionamento emerge nella disposizione che impedisce la disattivazione o il degrado di sistemi AI impiegati dai warfighters americani senza preventiva autorizzazione. È una clausola che richiama il tema del controllo operativo. Con l’aumento dell’integrazione tra tecnologie commerciali e apparato militare, cresce anche la necessità di chiarire chi abbia l’autorità finale su capacità considerate essenziali per la difesa.

Il punto riguarda la continuità delle operazioni e il rapporto tra Stato e fornitori privati. Se l’Intelligenza artificiale diventa parte integrante delle funzioni di sicurezza nazionale, Washington vuole assicurarsi che decisioni esterne alla catena di comando non possano comprometterne l’utilizzo in momenti critici. Ci sono stati già precedenti dopo le operazioni sull’Iran, d’altronde.

Un altro capitolo rilevante è dedicato i sistemi d’arma autonomi. Kratsios ha indicato che la direttiva aggiorna le linee guida del Dipartimento della Guerra sull’autonomia per adeguarle all’evoluzione delle tecnologie di frontiera. Il riferimento segnala la volontà di rivedere criteri e procedure sviluppati in una fase precedente, quando le capacità offerte dall’intelligenza artificiale generativa e dai modelli più avanzati erano ancora lontane dagli standard attuali.

L’aggiornamento suggerisce che l’amministrazione considera l’AI destinata a incidere sempre di più sulle capacità operative delle forze armate. La discussione coinvolge tecnologie che possono influenzare pianificazione, sorveglianza, identificazione di obiettivi e processi decisionali in ambito militare.

La direttiva interviene anche sulle infrastrutture necessarie a sostenere questa trasformazione. Il memorandum punta a facilitare l’accesso a capacità di calcolo sicure, rafforzare gli ambienti di test e valutazione e creare meccanismi che consentano una collaborazione più stretta tra governo e settore privato. L’obiettivo è costruire un percorso che permetta alle innovazioni sviluppate all’esterno dell’amministrazione di essere integrate più rapidamente nelle strutture federali.

Nel linguaggio utilizzato dalla Casa Bianca emerge una lettura apertamente competitiva del tema. L’intelligenza artificiale viene presentata come una tecnologia strategica sulla quale gli Stati Uniti devono mantenere una posizione di vantaggio. Kratsios ha parlato di “AI dominance”, una formula che collega direttamente la leadership tecnologica alla capacità americana di difendere i propri interessi e sostenere la propria superiorità militare.

Sullo sfondo c’è una competizione che va oltre la tecnologia. Nelle recenti esercitazioni Steppe Partner 2026, la Cina ha mostrato una crescente integrazione tra soldati, sistemi autonomi, droni e strutture di comando assistite dall’intelligenza artificiale, una visione che Pechino definisce “intelligentised warfare”. Il punto, da entrambe le parti del Pacifico, non è il singolo robot o il singolo modello. La posta in gioco è la capacità di collegare sensori, software, piattaforme autonome e processi decisionali in un’unica architettura operativa. Letto in questa chiave, il memorandum firmato da Trump appare anche come una risposta alla corsa in atto per incorporare l’AI nella catena di comando militare prima che diventi un vantaggio strutturale per i rivali degli Stati Uniti.

La sfida che emerge dal documento è assorbire l’innovazione prodotta dal settore privato senza perdere controllo, affidabilità e autonomia decisionale. Per Washington, il vantaggio nell’intelligenza artificiale dipenderà sempre meno dalla disponibilità dei modelli e sempre più dalla capacità delle istituzioni di integrarli in modo stabile nelle proprie strutture operative. La competizione che si sta delineando non riguarda soltanto lo sviluppo della tecnologia: tocca piuttosto il cuore della capacità degli Stati di trasformarla in potenza organizzata, sostenibile e utilizzabile su scala nazionale.

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Guerra robotica con caratteristiche cinesi. Pechino mostra la sua AI militare

Nel deserto della Mongolia Interna, tra veicoli corazzati, droni tattici e robot quadrupedi, la Cina ha offerto una delle rappresentazioni più concrete di ciò che i suoi strateghi definiscono intelligentized warfare. Durante le esercitazioni Steppe Partner 2026 con la Mongolia, soldati, sistemi autonomi ed elementi di comando assistiti dall’intelligenza artificiale hanno operato come parti di un unico ecosistema. Pechino sta cercando di dimostrare che l’integrazione tra uomini, macchine e algoritmi non appartiene più ai laboratori o alle fiere tecnologiche, ma sta entrando nella pianificazione operativa delle forze armate.

La dimostrazione arriva in una fase in cui l’Indo-Pacifico si sta rapidamente adattando alla trasformazione tecnologica del settore della difesa. Taiwan ha presentato nuove piattaforme robotiche per missioni di sorveglianza e supporto armato. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria architettura di deterrenza nella regione. Il Giappone accelera il dibattito sul riarmo. Il Vietnam amplia la cooperazione militare con Washington. La competizione non riguarda più soltanto flotte, missili e basi militari. Sempre più spesso riguarda la capacità di integrare sensori, software, robotica e sistemi decisionali.

La modernizzazione cinese produce effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un’inchiesta del New York Times ha descritto lo sviluppo, da parte di aziende legate all’apparato di sicurezza cinese, di sistemi di intelligenza artificiale progettati per analizzare enormi quantità di dati personali e identificare individui potenzialmente problematici dal punto di vista politico. Il passaggio più significativo è quello dalla sorveglianza alla previsione. L’obiettivo non sarebbe soltanto individuare un comportamento ritenuto rischioso, ma anticiparlo.

Una dinamica che conferma come l’AI possa diventare un’infrastruttura di potere capace di attraversare sicurezza interna, governance e pianificazione strategica. Le stesse tecnologie che promettono di coordinare sistemi autonomi sul campo di battaglia possono essere utilizzate per classificare, monitorare e interpretare il comportamento delle società.

Allo stesso tempo, la traiettoria cinese appare più complessa di quanto suggerisca la narrativa di una crescita guidata esclusivamente dallo Stato. Secondo un’analisi pubblicata da War on the Rocks, dietro l’ascesa di aziende come DeepSeek, Alibaba o ByteDance esiste una competizione estremamente aggressiva tra imprese, governi provinciali e centri di ricerca. In Cina esiste persino un termine per descrivere questa dinamica: neijuan, una forma di competizione permanente che spinge gli attori economici a innovare sempre più rapidamente. Pechino continua a orientare il settore, ma spesso si trova anche a incorporare innovazioni generate da un ecosistema che evolve con velocità propria.

È su questo sfondo che assume rilievo l’intervento del Vaticano. A Washington, il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, Monsignor Gabriele Caccia, ha presentato la Magnifica Humanitas di Leone XIV come una possibile cornice etica per governare l’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro la concentrazione di potere, la raccolta massiva di dati e la progressiva delega di decisioni a sistemi algoritmici.

La questione riguarda ormai molto più della tecnologia. La sfida per le democrazie non sarà soltanto tenere il passo dell’innovazione cinese. Sarà dimostrare che velocità tecnologica e accountability politica possono procedere insieme. La Cina sta mostrando come potrebbe apparire una società e una struttura militare profondamente integrate con l’intelligenza artificiale. Resta aperta la domanda su quali limiti accompagneranno questa trasformazione e chi avrà la forza di definirli. Non riguarda soltanto ciò che la tecnologia renderà possibile, ma chi deciderà come utilizzarla.

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Pax Silica, perché l’Europa entrerà nel progetto americano sull’AI

L’Unione europea si avvia a entrare in Pax Silica, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Trump per coordinare tra Paesi partner le componenti strategiche dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Dopo mesi di pressioni da parte americana, gli ambasciatori dei Ventisette hanno autorizzato la Commissione europea a firmare l’adesione al programma. Il passaggio finale è atteso la prossima settimana, quando i ministri europei competenti saranno chiamati a dare il via libera definitivo.

La decisione segna un cambio di passo per Bruxelles. Quando Pax Silica venne presentata lo scorso dicembre, l’Unione aveva scelto di restare alla finestra. Oggi, invece, si prepara a entrare in un’iniziativa che Washington considera sempre più centrale nella competizione tecnologica e internazionale.

Le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni da esponenti dell’amministrazione americana aiutano a comprendere il significato politico della scelta europea. L’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea, Andrew Pudzer, ha per esempio inserito Pax Silica nella stessa cornice che comprende difesa, accordi commerciali e cooperazione sui minerali critici. Nella sua lettura, il rapporto transatlantico si starebbe tutt’altro che restringendo: questi come Pax Silica sono i nuovi ambiti di integrazione strategica.

Ancora più esplicito è stato il segretario di Stato Marco Rubio durante un’audizione al Senato mercoledì. Parlando della competizione tecnologica con la Cina e della necessità di preservare il vantaggio americano nell’intelligenza artificiale, Rubio ha descritto Pax Silica come un “consorzio globale” destinato a coordinare tutti gli elementi necessari allo sviluppo dell’AI. Macro-tema su cui per altro l’amministrazione Trump sta serrando i ranghi in modo pressoché totale, visto anche l’executive order firmato negli ultimi giorni per imporre dei limiti sugli strumenti tecnologici più problematici.

La gestione, indirizzata da esigenze di sicurezza nazionale, riguarda dunque sia i sistemi che i processi di innovazione e ricerca, e anche – come nel caso di Pax Silica – l’accesso ai minerali critici, alle materie prime e alle componenti indispensabili per la produzione dei semiconduttori avanzati. La novità sta proprio qui. Nelle parole del segretario di Stato, l’intelligenza artificiale non appare più come un settore industriale tra gli altri. Diventa una piattaforma strategica attorno alla quale organizzare le relazioni tra alleati.

La logica che emerge è simile a quella che ha caratterizzato altre fasi della politica internazionale americana. Per decenni le alleanze occidentali si sono strutturate attorno alla sicurezza militare. Oggi Washington sembra voler aggiungere un nuovo livello di integrazione, fondato sulle tecnologie considerate decisive per la competizione globale.

In questa prospettiva, Pax Silica svolge diverse funzioni contemporaneamente. Serve a proteggere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti. Consente di coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra Paesi partner. Rafforza il controllo sugli elementi più sensibili della catena del valore, dai semiconduttori ai minerali critici. Favorisce inoltre la convergenza sugli standard che regoleranno l’utilizzo delle future applicazioni dell’AI.

La Cina costituisce il principale riferimento implicito di questa strategia. Rubio ha ribadito l’importanza dei controlli alle esportazioni per preservare il vantaggio tecnologico americano, soprattutto nei segmenti più avanzati. Pax Silica si inserisce in questo quadro come strumento di coordinamento tra Paesi che condividono la stessa lettura della competizione tecnologica e della sicurezza economica, ossia i cosiddetti “like-minded”.

Per l’Europa, l’adesione assume quindi un significato che va oltre la cooperazione industriale. La scelta non riguarda soltanto l’accesso a un’iniziativa dedicata all’intelligenza artificiale. Riguarda il posizionamento dell’Unione all’interno dell’ecosistema strategico che Washington sta costruendo attorno alle tecnologie emergenti.

Da questo punto di vista, l’ingresso europeo appare meno come una decisione tecnica e più come una scelta di allineamento. Se gli Stati Uniti considerano l’AI una componente della propria architettura di alleanze, restarne fuori rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre il settore tecnologico.

Nell’intervento al Senato è emersa anche un’altra dimensione destinata ad acquisire peso. Rubio ha collegato l’intelligenza artificiale non solo alla competizione internazionale, ma anche alla stabilità delle società. L’aumento della produttività e la trasformazione del mercato del lavoro potrebbero generare tensioni economiche e politiche che i governi dovranno gestire. L’AI, in questa lettura, diventa contemporaneamente una questione di competitività, sicurezza e resilienza interna.

È un segnale della direzione presa da Washington. L’intelligenza artificiale viene progressivamente incorporata nelle grandi categorie della strategia americana: potenza industriale, sicurezza economica, controllo delle filiere, standard globali e coesione delle alleanze. Pax Silica rappresenta un contenitore di questa ambizione. L’ingresso dell’Unione europea suggerirebbe che Bruxelles abbia deciso di farne parte.

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Iran, il negoziato passa dal Libano. Come Hezbollah è entrato nella partita tra Trump e Teheran

“Quello che sta accadendo in Libano è strettamente legato alla questione iraniana”. Con questa formula, Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv, sintetizza uno degli aspetti meno evidenti della crisi che si sta sviluppando tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi iraniani contro Kuwait e Bahrain di questa notte, la risposta militare americana e il nuovo stallo nei colloqui tra Washington e Teheran hanno riportato il Golfo al centro della poli-crisi regionale. E dietro la sequenza di raid, intercettazioni e minacce sullo Stretto di Hormuz si sta giocando anche una partita che coinvolge sempre più il Libano.

Secondo Mizrahi, che parla con la stampa durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, la crescente attenzione dell’amministrazione Trump verso il fronte settentrionale di Israele riflette proprio questa interconnessione tra i diversi teatri della crisi. Nella lettura della ricercatrice israeliana, Washington è consapevole che un deterioramento della situazione in Libano rischierebbe di avere ripercussioni dirette sul negoziato con Teheran, rendendo ancora più difficile una trattativa già in forte affanno.

Gli attacchi sono arrivati infatti mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti attraversano una fase di profondo stallo. Lunedì l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione, aveva riferito che Teheran aveva sospeso i negoziati in segno di protesta per la ripresa delle operazioni israeliane in Libano. Nonostante il cessate il fuoco, nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha infatti intensificato le proprie attività nel sud del Paese, tornando in aree che non raggiungeva dal 2000. La questione è diventata anche motivo di frizione tra Washington e Gerusalemme: poche ore dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato di aver ordinato nuovi attacchi contro Beirut, il presidente statunitense Donald Trump sarebbe intervenuto per fermare l’operazione, segnalando la volontà della Casa Bianca di evitare un’escalation sul fronte libanese mentre cerca di mantenere aperto il canale negoziale con Teheran.

Per Mizrahi, questo intreccio tra il dossier iraniano e il fronte libanese aiuta a spiegare perché gli sviluppi sul confine nord israeliano vengano osservati con crescente attenzione anche a Washington: il Libano non è più soltanto un teatro periferico del confronto regionale, ma una delle variabili che possono influenzare l’esito della trattativa tra Stati Uniti e Repubblica islamica.

Secondo Mizrahi, Teheran sta cercando di dimostrare di mantenere capacità di controllo e influenza sui propri alleati regionali. In questa prospettiva, Hezbollah non rappresenta soltanto un attore libanese o una minaccia per Israele, ma anche uno strumento attraverso cui l’Iran può rafforzare la propria posizione negoziale con Washington. Resta tuttavia aperta la questione di quanto questa capacità di influenza sia rimasta intatta dopo i colpi subiti negli ultimi mesi dall’Asse della Resistenza e dal sistema di alleanze costruito dalla Repubblica islamica.

La ricercatrice israeliana spiega che tra le richieste avanzate dagli iraniani nei colloqui con gli Stati Uniti vi sia anche la ricerca di una stabilizzazione sul fronte libanese. Qui l’obiettivo di Teheran sarebbe duplice: da una parte evitare che Hezbollah, indebolito da mesi di conflitto e dalle conseguenze della guerra, subisca ulteriori perdite; dall’altra dimostrare a Washington di essere ancora in grado di esercitare un’influenza sui principali attori del cosiddetto “Asse della Resistenza”, presentandosi così come un interlocutore necessario per qualsiasi progetto di stabilizzazione regionale.

Questa dinamica aiuta a comprendere perché la Casa Bianca continui a investire capitale politico nel dialogo con l’Iran nonostante le difficoltà montanti delle ultime settimane. Come ha osservato la stessa Mizrahi, “Trump ha bisogno di un risultato concreto”. Dopo mesi di confronto, l’amministrazione americana si trova davanti a un dossier che intreccia sicurezza energetica, stabilità regionale e politica interna. La prospettiva di un’intesa che riduca le tensioni nel Golfo, limiti il rischio di nuove escalation e congeli alcuni fronti regionali resta una delle principali priorità della Casa Bianca.

Dal punto di vista israeliano, tuttavia, il problema è più profondo. Mizrahi ha ricordato come anche eventuali accordi tra Washington e Teheran rischino di lasciare irrisolta la questione delle milizie sostenute dall’Iran, replicando in parte una dinamica già vista durante gli anni del Jcpoa – il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 tra Teheran e le principali potenze mondiali per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca di parte delle sanzioni. Un accordo da cui Trump aveva scelto di ritirare gli Stati Uniti durante il suo primo mandato, contribuendo di fatto a bloccarne l’attuazione e ad aprire una nuova fase di tensione con la Repubblica islamica.

Se per Washington il focus resta il programma nucleare iraniano e la sicurezza delle rotte energetiche, per Israele la minaccia è ancora più ampia e diretta, e continua a essere rappresentata anche dalla rete di attori armati che Teheran utilizza per proiettare influenza nella regione.

In questo quadro, Hezbollah occupa una posizione particolare. Pur avendo subito perdite significative e trovandosi sotto crescente pressione, il movimento armato sciita libanese continua a rappresentare, secondo l’analista dell’INSS, uno degli strumenti più importanti dell’architettura regionale iraniana. Mizrahi ritiene inoltre che il sostegno di Teheran non si sia interrotto nonostante la guerra che ha decapitato gran parte della leadership del gruppo, il duro confronto tra Iran e Stati Uniti e il mutato contesto siriano che ha reso più complessi i collegamenti logistici tra la Repubblica islamica e il Libano.

Per questo motivo il Libano è destinato a restare uno dei principali terreni di confronto diplomatico nelle prossime settimane. Da una parte, Washington cerca di preservare il negoziato e impedire che nuove escalation facciano deragliare il dialogo. Dall’altra, Israele continua a considerare il contenimento di Hezbollah una componente essenziale della propria sicurezza.

Il risultato è che una crisi apparentemente concentrata sul nucleare, sull’arricchimento dell’uranio iraniano e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz si estende su altri flashpoint regionali. E il Libano è da anni tra i più sensibili.

Il paradosso è che mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran continua formalmente a ruotare attorno al programma nucleare e alle sanzioni, uno dei test più immediati della loro capacità di trovare un’intesa potrebbe arrivare proprio da Beirut e dal confine tra Israele e Libano. Nella lettura proposta da Mizrahi, è lì che si misura una parte della capacità di Teheran di influenzare i propri alleati regionali. Ed è lì che Washington potrebbe verificare se la diplomazia è in grado di produrre risultati anche oltre il dossier nucleare.

(Foto: X, @IDF)

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Perché Usa, Uk e Australia lanciano una iniziativa per proteggere i cavi sottomarini

L’Australia è una delle nazioni più esposte al mondo quando si parla di vulnerabilità legate ai cavi sottomarini. A ricordarlo è stato il ministro della Difesa Richard Marles intervenendo allo Shangri-La Dialogue, il principale forum sulla sicurezza dell’Indo-Pacifico organizzato dall’International Institute for Strategic Studies (IISS). Quasi tutto il traffico internet australiano dipende infatti da appena quindici cavi sottomarini. Una vulnerabilità che riguarda comunicazioni, servizi finanziari, sanità, intelligence e funzionamento dell’economia.

Più che il dato, però, ha colpito la domanda posta da Marles. Di fronte all’aumento degli episodi che per esempio hanno recentemente coinvolto infrastrutture sottomarine attorno a Taiwan, il ministro australiano si è chiesto se alcuni di questi eventi possano servire a testare i tempi di risposta degli Stati, le loro capacità di attribuzione e la loro volontà politica di reagire.

La questione si inserisce in una tendenza che sta attirando crescente attenzione tra governi e analisti. I cavi sottomarini trasportano la quasi totalità del traffico dati globale (ossia vi viaggia parte delle quotidianità di intere società) e rappresentano una delle infrastrutture più critiche e al tempo stesso più vulnerabili dell’economia digitale. La loro esposizione è particolarmente evidente nell’Indo-Pacifico, dove la dipendenza dalle connessioni marittime si intreccia con l’aumento delle tensioni geopolitiche.

E anche su questo dossier, Taipei offre un esempio concreto di questa dinamica. Il mese scorso le autorità dell’isola hanno attivato sistemi di comunicazione di emergenza per Dongyin, territorio strategicamente collocato all’estremità settentrionale dello Stretto di Taiwan, dopo la rottura di un cavo sottomarino. I servizi essenziali sono stati trasferiti su collegamenti a microonde mentre proseguivano le operazioni di riparazione. Negli ultimi anni svariati episodi hanno coinvolto le infrastrutture che collegano le isole periferiche taiwanesi, alimentando il dibattito sulla resilienza delle reti di comunicazione in caso di crisi e speculazioni attorno a quella domanda di Marles – siamo davanti a test?

Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la continuità dei servizi. In un’analisi dedicata a Taiwan, Aurelio Insisa osserva per lo IAI che le interruzioni dei cavi sottomarini possono essere ormai lette come minacce ibride. Il danno materiale rappresenta soltanto una parte del problema. L’incertezza sull’origine degli incidenti può estendersi al dominio informativo, alimentando speculazioni, sfiducia nelle istituzioni e pressione politica: ossia effetti psicosociali – quelli su cui Taiwan testa la resilienza delle proprie strutture e soprattutto della collettività. In questo senso la vulnerabilità infrastrutturale e quella informativa finiscono per sovrapporsi.

La difficoltà di distinguere tra incidente e sabotaggio è infatti uno degli aspetti che preoccupano maggiormente operatori e autorità. In un recente studio per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), Taylar Rajic sottolinea come i cavi sottomarini siano particolarmente esposti a operazioni che sfruttano l’ambiguità. Gran parte dei danni continua a essere causata da fattori accidentali, attività di pesca o eventi naturali. Ma proprio questa realtà rende complesso attribuire eventuali azioni deliberate. In uno scenario caratterizzato da elevata dipendenza digitale, la possibilità di operare sotto la soglia del conflitto aperto diventa un vantaggio per chi intende esercitare pressione senza assumersene apertamente la responsabilità.

Da qui deriva la crescente enfasi sulla resilienza. Taiwan ha per esempio sviluppato sistemi di backup, collegamenti alternativi e programmi sperimentali che prevedono l’impiego di satelliti in orbita bassa per garantire la continuità delle comunicazioni nelle aree più esposte. Analogamente, il CSIS sostiene la necessità di rafforzare il monitoraggio marittimo, migliorare la condivisione delle informazioni e accelerare le procedure di riparazione delle infrastrutture danneggiate.

L’attenzione verso i cavi sottomarini non riguarda soltanto l’Indo-Pacifico e per questo sta diventando un proxy di interconnessione. Un paper dell’IISS evidenzia come la protezione delle infrastrutture subacquee stia diventando uno dei principali punti di convergenza tra il teatro euro-atlantico e quello indo-pacifico. Negli ultimi anni sia il Baltico sia l’area attorno a Taiwan hanno registrato un aumento degli episodi che coinvolgono cavi e altre infrastrutture sottomarine critiche.

Le differenze restano significative. Nel Baltico il quadro politico appare relativamente più compatto: gli episodi vengono generalmente interpretati attraverso la lente della minaccia russa e inseriti in un sistema di risposta collettiva che fa capo alla Nato. Nell’Indo-Pacifico il quadro è più frammentato. Le percezioni della minaccia cinese non sono uniformi, l’attribuzione degli incidenti resta spesso controversa e manca un’architettura di sicurezza comparabile a quella euro-atlantica.

Nonostante queste differenze, il tema dei cavi sottomarini sta emergendo come uno dei terreni più promettenti per la cooperazione tra alleati europei e partner asiatici. Non è casuale che il dibattito si sviluppi mentre la Nato continua ad approfondire il dialogo con i Paesi dell’Indo-Pacific Four — Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, gli IP4 — destinati a essere presenti anche ai prossimi appuntamenti dell’Alleanza.

In questo quadro si inserisce anche l’annuncio congiunto di Stati Uniti, Australia e Regno Unito sui sistemi per droni subacquei presentato proprio a margine dello Shangri-La Dialogue. L’iniziativa tecnologica comune riflette la crescente attenzione verso il monitoraggio e la protezione delle infrastrutture collocate sui fondali marini.

Per anni i cavi sottomarini sono stati considerati un’infrastruttura quasi invisibile, essenziale ma confinata alla sfera commerciale. Oggi stanno entrando stabilmente nel lessico della sicurezza nazionale. Dai fondali del Baltico allo Stretto di Taiwan, la sfida riguarda la capacità di alleati e partner di adattarsi a una competizione strategica che si svolge sempre più spesso nelle zone grigie tra pace e conflitto. Una sfida che, come spiegava Fabrizio Bozzato (Sasakawa Peace Foundation), non è tecnologica, ma di governance.

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