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Contro il caporalato dobbiamo rinunciare allo sfruttamento come premessa | La trave nel piatto, la rubrica di Slowfood

Quanta lungimiranza in quel titolo Buono pulito e giusto (Carlo Petrini, Einaudi 2005). Queste tre dimensioni sono entrate in crisi tutte insieme: non sono disgiunte, sono correlate. Ed è proprio nel disgiungerle e volerle affrontare separatamente che l’approccio riduzionista del secolo scorso mostra le sue fragilità.

Buono pulito e giusto è la nostra definizione di cibo di qualità e racchiude in sé la dimensione esistenziale del piacere e della bellezza (il buono), quella dell’armonia con la Terra Madre (il pulito) e quella della giustizia sociale (il giusto). Quindi evitiamo di insistere nell’errore di spezzettare la complessità globale e cadere nella retorica.

Molta retorica si è sprecata per raccontare quello che è accaduto ad Amendolara: ascrivendolo a fatto isolato. Accusando gli esecutori materiali, che certo devono pagare per quel che hanno fatto. Definendo i braccianti sfruttatigli invisibili”, “la massa silenziosa”. Ma non sono né invisibili né silenziosi. Sono migliaia di persone: invisibili solo se non si vogliono vedere, silenziose solo se non si vogliono sentire.

Quello che è accaduto ad Amendolara è persino innominabile, perché un livello di orrore a cui è difficile pensare, la mente vacilla: eppure i loro nomi devono essere menzionati, i nomi di quattro esseri umani, quattro giovani uomini con la loro esistenza, un miracolo unico e irripetibile, a cui è stato dato fuoco. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Safi Iayjad, 27. Amin Fazal Khogjani, 28 anni. Waseem Khan, 29.

Prima di ogni altra cosa risulta inaccettabile che esistano troppe zone d’ombra nel lavoro dove lo Stato latita e forme di sfruttamento come il caporalato prendono sempre più piede, da Sud a Nord: oltre all’agricoltura e alla produzione di cibo, esiste l’edilizia e il trasporto.

Poi bisogna iniziare a dirci che è necessario compiere delle rotture: di fronte a tanta violenza causata da storture strutturali, anche le rotture devono essere strutturali.

Questa gente muore sull’altare del prezzo basso alla vendita: sia chiaro, quando paghiamo 0,99 euro al chilo i pomodori (ma anche le fragole, le zucchine, i peperoni…) non stiamo pagando i pomodori. I pomodori ci arrivano gratis: noi stiamo pagando il carrello, la luce del supermercato, il camion che li ha portati, ma sicuramente non stiamo pagando i pomodori. E tantomeno stiamo pagando chi li ha raccolti.

Giorni fa ho preso parte ad una conferenza legata al progetto Fao “Mountain Partnership”: un progetto internazionale che mira a recuperare il lavoro artigianale di comunità montane, soprattutto il sapere artigianale femminile della tessitura. La Fao ha coinvolto quattro stilisti italiani per scoprire e valorizzare il lavoro e il sapere di queste donne. Tra questi c’era lo stilista Antonio Marras che spiegava cosa accade analogamente nel settore moda: quando acquistiamo un capo a 9,90 euro stiamo pagando la gruccia, la commessa, le luci, ma non stiamo pagando il vestito. Ecco esattamente quello che succede nel cibo: perché si tratta di un problema strutturale, di modello, non una criticità isolata.

E non si sottovaluta qui il prerequisito legato al prezzo del cibo: senza cibo si muore ed esso deve essere accessibile. Ma al contempo sarà necessario iniziare a fare analisi più radicali: perché se riteniamo che gli stipendi medi non consentono agli esseri umani di nutrirsi in modo buono, pulito e giusto, dobbiamo rivedere gli stipendi. Il prezzo del cibo viene stigmatizzato semplificando all’estremo la questione: “Ma il povero pensionato che prende 600 euro al mese, come fa a comprarsi cibo di qualità?”. Ecco forse dobbiamo discutere dell’adeguatezza di quella pensione, se non permette di alimentarsi con cibo di qualità, che è legato a doppia mandata alla salute.

L’altra rottura è legata allo sfruttamento: con il modello produttivo e consumista vigente, abbiamo accettato lo sfruttamento come premessa necessaria, funzionale e irrinunciabile. Sfruttamento delle risorse naturali, del suolo, della fertilità, della biodiversità, dell’acqua, degli animali, ma anche degli esseri umani. Se accettiamo in premessa lo sfruttamento perché ci promette una qualche forma di benessere, allora accettiamo anche quello che è successo ad Amendolara. Qui invece dobbiamo compiere una rinuncia: dobbiamo rinunciare allo sfruttamento in premessa.

La ricerca Ismea del 2025, riferita al 2024, sui costi e i redditi in agricoltura, evidenziava come su 100 euro di spesa alimentare in un supermercato, in caso di materia prima, al contadino ne vanno 7. Sette euro su cento che noi spendiamo. Nel caso poi di materia prima trasformata – ed è trasformato già il prezzemolo che compriamo nella busta – al contadino va 1,50 euro su 100.

Pertanto, quando affermiamo che se paghiamo una verdura 0,99 euro al chilo, non stiamo pagando la verdura, questo implica che non stiamo pagando i contadini che rimangono sempre schiacciati dalle pressioni del mercato. Allora chi fa i soldi in agricoltura? Sono le banche, i fondi di investimento, le grandi società finanziarie, le grandi multinazionali dell’agrobusiness e la grande distribuzione. In questa cornice è funzionale la grande agricoltura industriale delle pianure con le sue fragilità: la monocoltura, le sementi brevettate, il consumo di suolo a ritmi vertiginosi, ampio impiego di macchinari e sostanze di sintesi con le ricadute ambientali e sanitarie sotto gli occhi di tutti.

Quindi, di nuovo, il tema è strutturale: è tempo di aver coraggio di mettere in discussione il modello. Dobbiamo avere il coraggio di farlo perché non possiamo accettare quello che è successo ad Amendolara. Non possiamo accettare quello che è successo Satnam Singh vicino a Latina.

Quel modello non è né buono, né pulito, né giusto. Ma un’altra idea di mondo esiste: è possibile e anche urgente, e dovrà essere buona, pulita e giusta.

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La trave nel piatto – Hormuz, l’altro ostaggio si chiama agricoltura

Il solido sistema agricolo moderno è vecchio, non moderno, è fragile, non solido. È questa la trave che la guerra in Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz ci serve nel piatto. Il modello di produzione agricola vigente è dipendente dal fossile: poiché dallo stretto di Hormuz passa un quarto del petrolio mondiale, ma soprattutto un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti e dei componenti necessari per produrli (ammoniaca, urea, zolfo). Questo porta molti agricoltori a temere sulle prossime semine. Secondo le Nazioni Unite, a rischio fame 45 milioni di persone in più nel mondo, se la situazione non si sblocca rapidamente. Tra l’altro una criticità simile legata ai fertilizzanti si era presentata già nel 2022, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, essendo quest’ultima un esportatore di fertilizzanti azotati. Ma i cicli stagionali agricoli mal si adattano alle variabili imprevedibili come quelle belliche, geopolitiche e speculative; pertanto, il danno è già effettivo e serviranno mesi prima che quei due milioni di tonnellate di fertilizzanti bloccati nel Golfo possano raggiungere i paesi di destino. Nell’UE il prezzo dei fertilizzanti azotati è cresciuto del 60% rispetto al 2024, e solo in Italia ogni anno se ne usano 300 mila tonnellate. Se la media europea di fertilizzanti inorganici si attesta tra 70 e 72 kg per ettaro, in Italia i dati mostrano un uso tra 110 e 130 kg per ettaro, nonostante si stimi che gli agricoltori applichino circa 67 kg di azoto in più rispetto alle capacità di assorbimento del terreno.

Tutto questo evidenzia come quel modello agricolo e alimentare stia lavorando contro e non con la natura: gli ecosistemi agricoli sono concepiti come luoghi artificiali in cui il vivente si deve adeguare alle esigenze del mercato globale. Paradossalmente, ma prevedibilmente i colossi dell’agrobusiness propongono come soluzione gli stessi strumenti che hanno in larga parte portato al collasso e alla fragilità attuale: più dipendenza tecnologica, più input energetici, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. E le misure tampone proposte dall’Europa – sospendere i dazi sui fertilizzanti, elargire fondi agli agricoltori, promuovere stoccaggi strategici, fertilizzanti alternativi – non tendono a quel necessario e urgente cambio paradigmatico che i tempi ci impongono. Dobbiamo compiere delle rotture rispetto alla dipendenza di un sistema globalizzato inevitabilmente verticale, concentrato nelle mani di pochissimi e potentissimi attori. Se crediamo davvero in un cibo buono pulito e giusto come reale diritto di tutte e tutti, se crediamo nella sovranità alimentare, allora appare urgente valorizzare i sistemi locali del cibo che restituiscono centralità a contadini e biodiversità nella cornice di un approccio agroecologico. L’agroecologia non è solo una soluzione “tecnica”: non si tratta infatti solo di un insieme di pratiche agronomiche, si tratta di una prospettiva politica.

L’agroecologia, infatti, è un approccio “dal basso”: permette un governo dei territori da parte delle comunità locali, da dignità al sapere diffuso e orizzontale dei popoli, consente la rigenerazione del tessuto sociale lacerato e intende le risorse naturali come beni comuni da custodire, rigenerare e condividere. L’agroecologia applica principi ecologici alla gestione di sistemi agricoli e si basa su alcuni fondamentali: riciclo dei nutrienti (quindi non avremo più bisogno di comprare fertilizzanti chimici), rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e della fertilità del suolo ed equilibrio microbiologico. L’agroecologia concepisce i campi coltivati come ecosistemi nei quali si verificano relazioni naturali sinergiche tra colture, alberi e animali. Lavora con e non contro la natura. Secondo un’analisi della Agroecology Coalition, i governi globalmente spendono ogni anno più di 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui quasi 400 miliardi sostengono quello stesso modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe tra i 250 e i 430 miliardi di dollari l’anno: quindi meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura imperniata sul fossile. L’agroecologia, dunque, rappresenta una rottura: rimette i semi nelle mani dei contadini superando la logica dei brevetti; accorcia le filiere a tutela del reddito degli agricoltori; promuove la sovranità alimentare rendendo i popoli responsabili e indipendenti perché il cibo non sia sommesso alle crisi belliche ma alle reti di solidarietà tra comunità. Il modello agroecologico non è solo un’alternativa teorica, si tratta di un paradigma produttivo già sperimentato e applicato positivamente in molti territori: in attesa che la politica si attivi mettendo la transizione agroecologica al centro dell’agenda politica, le comunità stanno già costruendo e dando vita ad un modello di sviluppo realmente sostenibile che ha a cuore il presente e il futuro del vivente tutto.

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