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“Il contenuto degli hard disk di Sempio è spaventoso. Chi ha parlato di mostruosità nel computer di Alberto Stasi, non ha mai visto le immagini che abbiamo visto noi”: così Milo Infante su Garlasco

“Chi oggi difende il contenuto degli hard disk di Andrea Sempio, lo fa in malafede”: sono parole dure e dirette quelle del giornalista Milo Infante sul nuovo indagato per il delitto di Garlasco. A poche ore dalla notizia delle dimissioni di Infante dalla Rai, e del passaggio al gruppo Mediaset, il conduttore televisivo è tornato sull’omicidio di Chiara Poggi come ospite del format “Segreti” di Francesco Borgonovo.

Le dichiarazioni di Infante

Le dichiarazioni più pesanti rilasciate da Infante a “Segreti” riguardano il contenuto dell’hard disk di Andrea Sempio. “Il contenuto di quegli hard disk è spaventoso” per Infante, soprattutto se confrontato con quello di Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima che sta scontando in carcere la condanna a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Secondo i giudici che hanno condannato Stasi, lo ricordiamo, il pc di Alberto conterrebbe il movente che lo avrebbe portato ad uccidere la sua fidanzata, dopo un litigio scatenato dalle visioni di immagini hard da parte di Chiara. “Chi ha parlato di mostruosità nel computer di Alberto Stasi, non ha mai visto le immagini che abbiamo visto noi. Soprattutto se confrontate a quello di Alberto Stasi”, ha detto Infante. Immagini che Infante ha avuto modo di analizzare, essendosi occupato quotidianamente del delitto di Garlasco nel suo programma Rai a Ore 14.

Le ricerche di Sempio

Ma non è tutto, oltre l’hard disk per Infante ci sarebbe dell’altro. Ci sono alcune ricerche fatte dal 38enne Andrea Sempio sul web che, secondo lui, ne delineano un profilo decisamente conturbante. “Le navigazioni, il materiale che visualizzava, le cose che ha scritto sono da, uso le virgolette, da potenziale killer; da persona disturbata”, ha dichiarato il conduttore. “Questo – ha continuato – non vuol dire che lo sia, però uno che scrive che sogna di aprire la faccia a una ragazza, colpirla con un taser, uno che fa l’elogio dell’incesto con la cugina, la legge della savana… per quello che ha scritto e quello che dice, almeno in quegli anni, era fortemente disturbato”.

Le prove scientifiche

Ma per quanto sconvolgenti, questi elementi messi insieme non dimostrano certo la colpevolezza di Andrea Sempio rispetto all’omicidio di Chiara. “Un eventuale processo dovrà fondarsi su elementi probatori solidi. La grande battaglia che si combatterà sarà proprio sulla parte scientifica, cioè i consulenti che si affronteranno in aula e il perito del giudice”, ha aggiunto Infante. Il riferimento è in particolare all’impronta 33 e al materiale genetico rinvenuto sotto le unghie della vittima. Infante non ha mancato di dire la sua sulla gestione del caso di Garlasco: “Le informazioni sono state elargite ai media con troppa leggerezza. Si è parlato di complotti, sicari, biciclette, pedofilia e armi senza che ci fosse sempre attinenza con le indagini reali. Tutto questo ha portato a inventare mostri da parte dei profili social dove sta accadendo di tutto”.

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Stasi ai pm sul posacenere trovato in casa Poggi: “Io non fumavo, Chiara nemmeno, i genitori erano partiti. Qualcosa che non torna”

Il 20 maggio scorso, Alberto Stasi è stato ascoltato dai magistrati della Procura di Pavia che più di un anno fa, hanno riaperto le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Il 20 maggio scorso, Alberto Stasi è stato ascoltato dai magistrati della Procura di Pavia che, più di un anno fa, hanno riaperto le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Nel corso dell’interrogatorio, l’ex fidanzato della vittima ha affrontato alcuni dei temi centrali della nuova inchiesta: dal rapporto con Andrea Sempio, che sostiene di non aver mai conosciuto né sentito nominare prima della rilettura degli atti, ai dubbi sullo scontrino di Vigevano e sulle telefonate ricevute da Chiara pochi giorni prima del delitto. Nel verbale trovano spazio anche i riferimenti ai video intimi della coppia, la ricostruzione della mattina del 13 agosto 2007, il mistero del muretto danneggiato all’esterno della villetta, la cosiddetta impronta 33 e persino il posacenere trovato in casa Poggi, un dettaglio che continua a sollevare interrogativi, ma che ha la sua logica spiegazione nel fatto che il papà della vittima, è un accanito fumatore e che il posacenere era semplicemente sporco.

Stasi su Sempio

Dai panni di condannato ha indossato quelli di testimone del crimine che da mesi è al centro delle cronache e dei dibattiti televisivi: il delitto di Garlasco. A colpire l’attenzione sono stavolta le parole di Stasi, sull’unico indagato che è al centro della nuova inchiesta: Andrea Sempio. Stasi ha dichiarato e ribadito di non aver neanche mai sentito il suo nome, prima che la Procura di Pavia riaprisse il caso.

Ai pm ha dichiarato: “Prima di leggere le Sit messe a disposizione dalla procura di Vigevano non sapevo che esistesse una persona che si chiamava Andrea Sempio. Questo è uno dei passaggi più interessanti dell’interrogatorio all’allora fidanzato di Chiara Poggi, assassinata il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco (mentre i genitori e il fratello erano in villeggiatura in montagna). Le immagini sono state trasmesse in esclusiva Quarta Repubblica su Rete4. Per quell’efferato delitto, l’ex studente della Bocconi sta scontando una condanna definitiva a 16 anni. Al procuratore Fabio Napoleone che gli ha chiesto apertamente se avesse mai avuto sospetti su Andrea Sempio, Alberto Stasi ha risposto con un secco e deciso: “No” e ha aggiunto: “Non l’ho Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle Sit non sapevo neanche esistesse”.

Lo scontrino a Vigevano

Ma Stasi non nega che c’è un tratto del nuovo indagato Sempio che aveva richiamato la sua attenzione ed ecco quale: “Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito la questione dello scontrino, mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno”. Il riferimento è allo scontrino del parcheggio di Vigevano, custodito da quel giorno dalla famiglia Sempio e ritenuto negli anni un pezzo fondamentale del suo alibi.

Le ricerche di Sempio

Al centro delle domande poste a Stasi da Napoleone, ci sono documenti e scritti già acquisiti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano. Tra questi, ci sono tutte le ricerche effettuate da Sempio sul caso Garlasco e sullo stesso Stasi. “Dimostrano una personalità particolare”, ha fatto notare il procuratore ad Alberto, parlando di questi documenti come di “un magma su cui dobbiamo approfondire”. Quest’attenzione di Sempio, che è un amico storico del fratello della vittima Marco Poggi, è stata definita da Napoleone come morbosa. Ma Stasi non ha cavalcato le osservazioni dell’inquirente e ha preferito prendere le distanze dal nuovo indagato: “Mai visto, mai sentito“.

Le telefonate

Ci sono poi le ormai note telefonate sospette ricevute da Chiara Poggi pochi giorni prima dell’omicidio, tra il 7 e l’8 agosto 2007, proprio da Andrea Sempio. Telefonate di cui Alberto non sapeva nulla, come ha confermato durante questo interrogatorio ai magistrati di Pavia. “Non me l’ha riferito”, è stata la replica di Stasi che ha aggiunto: “Se in quel momento l’avesse reputato importante magari me l’avrebbe detto. Non saprei dire, dare un motivo del perché”. Alla domanda se Chiara gli avesse mai parlato di Andrea Sempio, l’ex bocconiano ha confermato quanto già detto: “No, no…”. Nessun accenno, nessun sospetto condiviso, nessun riferimento a presenze considerate anomale nella cerchia degli amici del fratello.

Le avances e il video intimo

Nel corso del verbale sono emersi anche i dettagli della loro sfera intima, della vita di coppia. Stasi ha ricordato agli inquirenti che Chiara gli aveva invece parlato delle avances di un collega, di cui la ragazza parlò anche alle sue cugine, e gemelle Cappa. Gli inquirenti hanno chiesto a Stasi dei video intimi tra lui e Chiara, di cui si è tornati a discutere dopo alcune intercettazioni attribuite a Sempio. Napoleone ha chiesto a Stasi se fosse al corrente se questi video fossero stati diffusi o meno, all’epoca dei fatti. “Che io sappia no, a distanza di tanto tempo direi di no”, è stata la risposta di Stasi. Alberto ricorda però di un accadimento preciso, nei giorni successivi al delitto. Ecco quanto ha ricordato davanti ai pm: “Marco (Poggi, ndr), durante una visita in casa ancora ad agosto 2007, prendendomi quasi da parte mi chiese se era vero che c’erano dei video sessuali, diciamo così, tra me e Chiara. Credo perché in quei giorni erano uscite forse delle notizie sul punto”. Secondo Stasi, però, Chiara non aveva mai mostrato preoccupazione che qualcuno potesse aver scoperto quei filmati.

Le parole di Marco Poggi

La sua testimonianza si incrocia a quella del fratello della vittima che ha negato di aver visto i video prima del delitto e ritiene che nonostante sia per lui assurda, l’unica ipotesi plausibile (per spiegare i soliloqui di Sempio) è che l’amico potesse avergli rubato la chiavetta per vederli, nonostante tutto questo gli sembri “folle”. Come ha risposto a queste ipotesi Andrea Sempio? Ha dichiarato più volte di non aver mai frequentato Chiara Poggi e di considerare incomprensibile il movente sessuale. Il suo soliloquio, intercettato in auto, sarebbe stato lo sfogo e lo scimmiottamento di alcune trasmissioni sul caso che lo vede indagato.

La ricostruzione di Stasi

I magistrati di Pavia hanno chiesto a Stasi anche del giorno stesso del delitto, ricostruendo quanto avvenne la mattina del 13 agosto 2007, quando Stasi giunse nella villetta di via Pascoli trovando la porta di casa semiaperta. Una casa tranquilla, ordinata e avvolta dal silenzio e dal caldo di Ferragosto. Ma l’ordine del piano terra, di cucina e soggiorno era stato già bruscamente ribaltato dal caos, sulla scala che conduceva verso il seminterrato, dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi, riverso sugli ultimi gradini. Ed ecco un altro frammento significativo di quel giorno: “Ricordo che non ho acceso nessun interruttore”, ha detto Stasi. “Però poi mi hanno detto che una luce era accesa perché hanno detto che gli operatori del 118 non avevano azionato interruttori, quindi evidentemente una, forse quella delle scale, era già stata accesa”.

Le motivazioni dei giudici

Questa sua ricostruzione però, fu considerata “incongrua, illogica e falsa” dai giudici dell’epoca che lo hanno condannato e dalla Cassazione. I giudici contestarono a Stasi che non era possibile che l’avesse vista già “a terra bianca in volto” quando era già coperta di sangue. Né che potesse aver attraversato il piano terra della villetta senza calpestare il sangue caduto sul pavimento dal punto in cui la vittima fu aggredita fino al trascinamento verso la tavernetta dove venne poi ritrovata. Dalle motivazioni della sentenza di condanna si legge: “Le modalità di rinvenimento del corpo di Chiara sono assimilabili a quelle dell’aggressore, non dello scopritore. Poi non sono state ritrovate tracce ematiche né sulle sue scarpe, né sui tappetini della sua auto”.

Il muretto rotto

Ma c’è un dettaglio della scena del crimine che neanche Stasi si spiega: ed è il pezzetto del muretto di cinta rotto, nel punto esatto in cui lui ha scavalcato per entrare nella villa. Stasi conferma di non averlo rotto lui e aggiunge ai pm che “i carabinieri, credo, abbiano detto di non averlo rotto loro, anche i genitori avevano detto che alla loro partenza il muro era intatto. Secondo me, lì… cioè, qualcuno può avere anche scavalcato” ha spiegato. E infine nel verbale, ultimo ma non per importanza, c’è un elemento diventato centrale nel dibattito sulle nuove indagini sul caso: la cosiddetta impronta 33. Quando il procuratore gli ha mostrato le immagini della traccia palmare impressa sulla parete destra a ridosso della scala che porta alla cantina dei Poggi, Stasi ha sospirato: “Avessimo avuto questo dato, nel 2007…”.

Napoleone ha confermato a Stasi il peso fondamentale di questa traccia legata al cosiddetto indizio biologico, sottolineando che “non è importante solo il fatto che ci sia quello di Sempio”, ma anche l’assenza di tracce riconducibili allo stesso Stasi sulla scena del crimine. Nella dinamica del delitto così come cristallizzata nelle sentenze, l’assassino difatti non fece i gradini ma lanciò il corpo di Chiara. Un’altra anomalia sottolineata da Stasi è la cenere ritrovata quel giorno nel posacenere di casa Poggi. Ha dichiarato Stasi ai Pm: “Io non fumavo, Chiara nemmeno, i genitori erano partiti da una settimana. C’è qualcosa che non torna. Ma non so darmi una risposta”. Il posacenere di metallo, come accertato durante le indagini, presentava una piccola quantità di cenere compatibile con la presenza in casa di un accanito fumatore, il papà di Chiara Poggi.

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Denise Pipitone, parla per la prima volta il fratello Kevin: “Ho deciso di rompere il silenzio, credo che ciascuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza”

“Ho deciso di rompere questo silenzio, poiché il limite del tollerabile è stato ampiamente superato, e lo faccio unicamente attraverso queste righe”: dopo 22 anni, Kevin Pipitone ha deciso di intervenire pubblicamente per la prima volta sulla vicenda di sua sorella Denise. Fu davanti ai suoi occhi che la bimba fu rapita, ad appena quattro anni, il primo settembre del 2004 a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. I due fratellini stavano giocando sul marciapiede davanti casa della nonna.

Le parole di Kevin

Il figlio di Piera Maggio e di Tony Pipitone ha affidato il suo lungo sfogo ai social per esprimere il proprio dissenso nei confronti del padre (contro cui in passato aveva già combattuto una battaglia legale per il mantenimento). Ecco le sue parole: “Mi trovo, purtroppo, a osservare persone che oggi si proclamano “padri”, dimenticando l’assenza – sia emotiva che economica – che ha caratterizzato il loro passato. È doveroso ricordare che chi non ha mai provveduto al mantenimento dei propri figli oggi non può arrogarsi certi titoli”. Quella del mantenimento è una questione emersa dopo il divorzio tra Piera Maggio, la madre di Denise e Tony Pipitone che è il padre putativo della bambina scomparsa. Perché Denise, li ricordiamo, è nata da una relazione extraconiugale tra la Maggio e Pietro Pulizzi quando entrambi erano già sposati rispettivamente con Tony Pipitone e Anna Corona.

Il messaggio di Kevin per Pulizzi

Ed è proprio a Pulizzi che Kevin (che a differenza di Denise é il figlio naturale di Tony Pipitone) si rivolge: “Al contrario (di Pipitone, ndr), Pietro Pulizzi ha sempre agito con dedizione, senza mai chiedere nulla in cambio, mosso esclusivamente da un autentico legame affettivo. Se oggi dovessi cercare un esempio di cosa significhi essere un vero padre, saprei esattamente a chi guardare. Denise ed io siamo stati cresciuti da nostra madre e non diversamente, alla quale vedo oggi mancare di rispetto con inaccettabile continuità. A chiunque pretenda di cercare mia sorella, dico innanzitutto di rispettare prima nostra madre, colei che ci ha messo al mondo”.

Le ultime iniziative

Il fratello di Denise scrive ancora di non condividere “il senso di iniziative che, nei fatti, sembrano finalizzate solo a colpire le vere vittime di questa tragedia, sacrificando il dolore sull’altare dell’esposizione mediatica. Invito chiunque si muova in tal senso a guardare innanzitutto alle proprie dinamiche familiari anziché intrufolarsi in quelle altrui”. Di quali iniziative parla Kevin? Con ogni probabilità si rivolge ancora a suo padre che da qualche tempo chiede di riaprire le indagini sul sequestro e che di recente ha annunciato novità sul caso. Solo pochi giorni fa, Tony Pipitone aveva parlato di una “grandissima novità” nel caso con queste parole: “Entro fine dell’anno penso che qualcosa si saprà di buono. Almeno una prima verità, visto che in tutti questi anni non c’è stato nulla”. E l’uomo aveva lanciato un appello alle “persone che hanno fatto questo atto orribile per ritrovare una pista che mi riporti a mia figlia”. Pipitone si è affidato per le sue indagini alla criminologa Antonella Delfino Pesce che mesi fa ha rivelato l’esistenza di un nuovo testimone residente a Milano, fondamentale nel caso della scomparsa di Denise.

L’attacco ai magistrati

Il fratello di Denise non risparmia di esprimere il suo dissenso anche oltre i confini familiari quando scrive ancora: “Leggo poi le esternazioni di ex magistrati del caso che, a distanza di anni, puntano il dito contro la mia famiglia: mi chiedo il perché di tali illazioni proprio ora e non quando avevano il dovere istituzionale di indagare con efficacia. Viene spontaneo domandarsi cosa sia stato realmente operato nel 2004. Credo che ciascuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza, poiché appare evidente che la ricerca di visibilità prevalga spesso sulla ricerca della verità. Molti sembrano aver smarrito il senso di chi siano le vere vittime in questa vicenda”. Con ogni probabilità Kevin sembrerebbe rivolgersi all’ex magistrata Maria Angioni, che pochi giorni fa, ospite su Canale 122 del Gruppo Cusano ha denunciato lacune investigative, parlando di una traccia ematica nelle indagini rimasta senza riscontri. La Angioni ha parlato di questa macchia di sangue, facendo riferimento ai tanti faldoni sul caso di Denise. Secondo l’ex pm, nel fascicolo di indagine su Denise sarebbe emersa una traccia ematica rinvenuta in un luogo ritenuto significativo per le indagini.

Kevin contro Tony

​Ma le parole più dure sono infine dirette da Kevin “al signore che oggi rivendica il ruolo di padre”. In particolare Kevin contesta a Tony Pipitone una sua passata dichiarazione in cui l’uomo disse: ‘Denise è nata in un contesto sbagliato e ci sta pure che l’abbiano rapita per questo motivo’. Parole a cui il figlio risponde con una domanda: “Mi chiedo: in quel contesto non viveva forse anche lui? Non vi vivevo io? Perché tali riflessioni non sono emerse prima? Vi è stata una costante volontà di restare estranei alla vicenda, salvo poi tornare sui propri passi, anni dopo, ricordando l’importanza di quel cognome – magari spinti da pressioni esterne – nonostante, in passato, fosse stata espressa chiaramente la volontà di rimanere distanti da tutta la faccenda. Purtroppo la coerenza è un’altra cosa”, dice Kevin accusando dunque il padre di disinteresse nei confronti della sua famiglia e di quanto è accaduto a Denise. Secondo il fratello di Denise: “Le sole vittime di questa vicenda, dopo Denise, sono mia mamma e Piero, non certo colui che, arrivando a un certo punto della sua vita, per sua volontà ha chiuso tutti i ponti che lo legavano a noi. E su questo ho la presunzione di affermare che sicuramente mia sorella sarebbe d’accordo con me. Non permetterò che le mie parole vengano strumentalizzate; servono solo a fissare la realtà che nessuno, meglio di me, ha vissuto. Non sostituitevi a noi”.

La replica dell’avvocato

Stefano Giordano, legale di Antonino Pipitone e dell’Associazione “Bambini Scomparsi nel Cuore”, ha prontamente risposto alle durissime dichiarazioni di Kevin Pipitone. “Le ho lette con il rispetto che si deve a chi porta un dolore difficile, e con la tristezza di chi sa quanto questa vicenda abbia lacerato affetti e legami che nessun processo potrà mai riparare. Ma ho anche il dovere di dire la verità“, scrive l’avvocato.
Il processo di cui parla Giordano è quello a carico di Antonino Pipitone, sulla questione del mantenimento al figlio Kevin, conclusosi con l’assoluzione del suo assistito dall’accusa di “violazione degli obblighi di assistenza familiare”. A denunciarlo era stato proprio il figlio. Scrive ancora l’avvocato di Pipitone: “Io posso testimoniare direttamente che Antonino Pipitone non ha mai smesso di essere padre. Non ha mai smesso di voler bene ai suoi figli. Non ha mai smesso, soprattutto, di cercare Denise”. E ancora, ricorda il ruolo dell’associazione “Bambini Scomparsi nel Cuore” fondata da Antonino Pipitone: “Sta lavorando, sta ottenendo risultati concreti, sta finalmente aprendo strade nuove nella ricerca di Denise. Ed è precisamente in questo momento – non prima, non dopo – che arriva questo attacco”.

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Svolta nel caso Denise Pipitone: “C’è una traccia di sangue mai sviluppato”. La rivelazione della pm Maria Angioni

C’è una nuova rivelazione sul caso di Denise Pipitone, la bimba scomparsa l’1 settembre 2004 a Mazara del Vallo, nel trapanese. Aveva solo quattro anni quando fu rapita mentre giocava sul marciapiede davanti casa della nonna.

Le parole della pm

A parlare, questa volta non è la madre Piera Maggio e nemmeno un comune avvistatore ma la prima magistrata che ha lavorato al caso di scomparsa tra i più agghiaccianti degli ultimi decenni. Lei è il pm Maria Angioni che, ospite sul Canale 122 del gruppo Cusano, nella trasmissione “Scomparsi”, ha rilasciato delle rivelazioni che se approfondite, potrebbero anche portare a una nuova riapertura delle indagini, come accadde già nel 2021. Maria Angioni, come riporta anche Il Giornale, ha accennato a una traccia di sangue rimasta senza riscontri.

Una macchia di sangue

La Angioni ha parlato di questa macchia di sangue, facendo riferimento ai tanti faldoni del fascicolo sul caso di Denise. Secondo Angioini, nel suddetto fascicolo sarebbe emersa una traccia ematica rinvenuta in un luogo ritenuto significativo per le indagini. Ecco le sue testuali parole: “Un foglio, una lettera anonima, un verbale magari di accesso agli atti, in cui per esempio emerga del sangue (ritrovato, ndr) in un luogo importante e che non è stato sviluppato (…): su quello bisogna lavorarci. Non si può ignorare”. (Fonte: il Giornale)
In seguito a questa dichiarazione, nel corso del programma stesso ad Angioni é stato chiesto se qualcuno abbia ostacolato le indagini. A questa domanda l’ex pm ha risposto: “Sì, secondo me sì, in questo momento noi crediamo in un aiuto delle istituzioni”. (Fonte: Il Giornale). Parole dure che rappresentano il giudizio personale della pm per ma che andranno approfondite e verificate, alla luce di questa sua nuova dichiarazione sulla presunta traccia ematica.

Le indagini private

Intanto proseguono le indagini che il padre putativo di Denise, Toni Pipitone, ha affidato alla criminologa Antonella Delfino Pesce, la stessa che ha portato alla riapertura delle indagini sul cold case di Nada Cella (e alla condanna dell’unica imputata). Secondo Delfino Pesce, ci sarebbe un testimone milanese mai sentito sul caso di Denise. “Facciamo lavorare gli avvocati e tutti quelli che stanno collaborando per adesso per arrivare a questa grandissima novità. Entro fine dell’anno penso che qualcosa si saprà di buono. Almeno una prima verità, visto che in tutti questi anni non c’è stato nulla”, ha dichiarato recentemente il padre legale di Denise (fonte: Il Giornale). La scomparsa della piccola nel 2004, lo ricordiamo, ha fatto emergere anche un’intricata vicenda familiare. Denise è nata da una storia extra coniugale tra la madre Piera Maggio e Pietro Pulizzi quando entrambi erano già legati ad altre persone. Pulizzi era sposato con Anna Corona a cui l’uomo nascose l’esistenza di questa bimba, mentre la madre di Denise era sposata con Antonio Pipitone.

L’unica imputata

Ad oggi, l’unica persona accusata dai giudici del sequestro di Denise è Jessica Pulizzi, la figlia di Piero e sorellastra di Denise. All’epoca dei fatti aveva 17 anni. La donna è stata rinviata a giudizio con l’accusa di concorso in sequestro di minorenne, e poi assolta per insufficienza di prove. Oggi, Denise avrebbe 26 anni e nonostante negli anni non siano mancati avvistamenti nessuna di queste segnalazioni ha portato a una svolta decisiva sul caso.

La dura reazione della madre

Non si è fatta attendere sui propri canali social la risposta di Piera Maggio alla rivelazione della pm. Scrive la Maggio in un post (in cui ha taggato anche il padre biologico di Denise, Pietro Pulizzi): “Non dimenticheremo mai la soddisfazione che alcuni stanno facendo vivere ai rapitori di Denise! Con noi, tutte le persone che vogliono verità e giustizia senza bugie e ipocrisie. Noi non dimentichiamo! Questa frase non è una minaccia, ma ha un senso logico”. (Fonte: Il Giornale).

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