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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata e rivendicata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha confermato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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Anche le navi fantasma dietro il mistero dei prezzi del petrolio che (ancora) non esplodono nonostante il blocco di Hormuz

Con il traffico nello Stretto di Hormuz crollato da tre mesi a una piccola frazione dei livelli pre guerra, il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile. Un mistero che interroga trader, analisti e banche d’affari. Perché non si è vista la paventata esplosione delle quotazioni? E’ solo questione di tempo? Una prima risposta all’arcano porta in Cina: la Repubblica popolare ha drasticamente ridotto le importazioni di greggio contribuendo a tamponare la carenza globale di offerta. Ma in parallelo c’è un altro fattore che secondo diverse stime può aver giocato un ruolo non secondario: una parte del petrolio del Golfo continua ad uscire dal Golfo Persico su petroliere che spengono i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto e attraverso successive operazioni di trasbordo in mare aperto che rendono più difficile ricostruire il percorso del greggio.

A rilanciare l’ipotesi è stato Javier Blas, editorialista di Bloomberg specializzato in materie prime. Secondo Blas, il calo delle scorte di greggio negli Emirati Arabi Uniti e l’aumento delle operazioni di trasferimento tra petroliere appena fuori dallo Stretto suggeriscono che una parte dei flussi continui a raggiungere i mercati internazionali. Un ulteriore indizio è la gara bandita dalla compagnia petrolifera statale emiratina Abu Dhabi National Oil Company per la vendita di circa 14 milioni di barili, seguita a pochi giorni di distanza da una seconda offerta da 2 milioni di barili.

L’ipotesi è che parte del greggio venga caricata su piccole navi che attraversano il tratto più delicato del Golfo tenendo spenti i transponder AIS – i dispositivi che per questioni di sicurezza comunicano costantemente le coordinate, il nome e le dimensioni della barca – in modo da impedire il monitoraggio satellitare dei movimenti. Una volta fuori dall’area più controllata, il petrolio verrebbe trasferito su altre petroliere attraverso operazioni ship-to-ship, o STS, già utilizzate in passato per aggirare sanzioni e restrizioni commerciali.

Secondo JP Morgan, nelle ultime due settimane di maggio questi flussi clandestini avrebbero toccato quota 2,1 milioni di barili al giorno. Jan Stuart, stratega energetico di Piper Sandler, parlando con la Cnn ha stimato che nell’intero mese circa 2,9 milioni di barili al giorno siano riusciti a lasciare il Golfo Persico, 900mila dei quali grazie a veri e propri transiti fantasma effettuati da navi che navigano “al buio. Altri 2,1 milioni di barili sarebbero invece transitati dietro il pagamento di pedaggi o accordi con soggetti legati all’Iran.

Si tratta di numeri comunque del tutto insufficienti, da soli, a spiegare la tenuta del mercato, visto che prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 15-16 milioni di barili al giorno. La stabilità dei prezzi resta legata a doppio filo alla riduzione dell’import cinese, all’aumento delle esportazioni americane e alla capacità dei produttori del Golfo di utilizzare oleodotti che bypassano Hormuz come il saudita East-West Pipeline che collega i giacimenti dell’est del Paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso o quello che collega Abu Dhabi al terminale di Fujairah. Il tutto in parallelo al crescente ricorso alle riserve strategiche. Una serie di tasselli che finora hanno evitato il precipitare della crisi. Ma la calma apparente non può durare a lungo: più le scorte si avvicinano ai livelli operativi minimi, sotto i quali il petrolio rimasto non è davvero disponibile perché serve a mantenere in funzione raffinerie, oleodotti, depositi e reti di distribuzione, più sale il rischio della violenta esplosione dei prezzi che distruggerebbe sufficiente domanda da compensare il crollo dell’offerta.

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L’Ue congela il tetto al prezzo del petrolio russo: “La guerra in Iran ha allentato la pressione su Mosca”. Che ha incassato miliardi

La Ue – a buoi ormai scappati – prende atto che la crisi in Medio Oriente è stato un inatteso assist per le finanze del Cremlino, che ha goduto di un sostanziale aumento degli introiti da vendita di idrocarburi nonostante le sanzioni occidentali varate dopo l’invasione dell’Ucraina. Per questo ora Bruxelles propone di sospendere fino a gennaio 2027 il meccanismo automatico di aggiornamento del tetto al prezzo del petrolio russo. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il 21esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, ha spiegato: “Il conflitto in Medio Oriente e le interruzioni delle catene di approvvigionamento energetico globali hanno allentato in parte la pressione” su Mosca. Di qui il congelamento del price cap fissato al momento a 44,1 dollari al barile, superato il quale alle compagnie occidentali è vietato fornire servizi di trasporto, assicurazione o finanziamento.

La ratio? Dopo il 18esimo pacchetto di sanzioni, l’Ue aveva introdotto un sistema automatico che aggiorna ogni sei mesi il tetto al prezzo del petrolio russo, mantenendolo del 15% sotto il prezzo medio di mercato. Con il blocco di Hormuz e il balzo delle quotazioni petrolifere, il meccanismo avrebbe però prodotto un effetto paradossale: aumentare il limite, portandolo a oltre 75 dollari. Il meccanismo di adeguamento “non è stato concepito per shock di mercato come quello causato dalla chiusura dello Stretto”, ha ammesso von der Leyen. “Quindi proponiamo di sospendere l’adeguamento fino a gennaio del prossimo anno. Ciò darà ai mercati petroliferi il tempo di stabilizzarsi, mantenendo al contempo la pressione sulle entrate della Russia”. Ma nel frattempo, secondo il centro studi CREA, la crisi mediorientale ha già garantito al Cremlino fino a oltre 730 milioni di euro al giorno come ricavi dalla vendita – anche alla Ue – di combustibili fossili, il livello più elevato degli ultimi due anni e mezzo.

Parallelamente, Bruxelles punta sulla carta a rafforzare il contrasto alla cosiddetta “flotta ombra”, la rete di petroliere utilizzata dalla Russia per aggirare le restrizioni occidentali. La Commissione propone di aggiungere altre 30 navi alla lista delle imbarcazioni sanzionate, che superano già quota 600, e per la prima volta di colpire anche le navi che forniscono servizi di supporto come bunkeraggio e assistenza logistica. Nel mirino finiscono inoltre porti, aeroporti e raffinerie coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo.

Oltre alle sanzioni nel settore dell’energia, von der Leyen fa sapere che la Ue intende estendere i divieti di transazione ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società o piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi in paesi terzi, che hanno fornito servizi a entità e individui russi sanzionati o hanno eluso le nostre misure. “Per la prima volta, introdurremo la possibilità di un divieto totale di servizi relativi alle criptovalute in paesi terzi”. Sul commercio, “stiamo introducendo nuove restrizioni all’esportazione di beni e tecnologie utilizzati dall’industria militare russa. Ad esempio, stiamo prendendo di mira un maggior numero di metalli e leghe utilizzati nei settori aerospaziale e della difesa. Per quanto riguarda i droni, proponiamo nuovi divieti di esportazione per le attrezzature di supporto a terra e i sistemi di disturbo e lancio, tra gli altri articoli. Proponiamo anche nuovi divieti di importazione per una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro. Ad esempio, ciò riguarda determinati metalli, minerali metalliferi o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”. Infine, von der Leyen annuncia che la Ue propone per la prima volta di vietare l’ingresso nell’Unione Europea agli ex combattenti russi.

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Perché il petrolio non è salito oltre i 200 dollari al barile nonostante la chiusura di Hormuz? Il ruolo della Cina e quanto può durare

Dura ormai da oltre tre mesi, per il mercato petrolifero mondiale, quello che per l’Agenzia internazionale dell’energia è il più grave choc di approvvigionamento dell’epoca moderna. La chiusura dello Stretto di Hormuz seguita agli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran ha sottratto ai normali flussi commerciali oltre 10 milioni di barili al giorno, circa un quinto del petrolio trasportato via mare. Perché, allora, lo scenario da incubo di quotazioni a 200 o addirittura 300 dollari al barile non si è materializzato? Come si spiega che il Brent sia rimasto sotto quota 100 dollari per gran parte della crisi? Analisti e diverse banche d’affari lo spiegano con una combinazione di fattori straordinari: il ricorso alle riserve strategiche occidentali, l’aumento delle esportazioni statunitensi, la capacità dei produttori del Golfo di aggirare parzialmente Hormuz attraverso gli oleodotti. Ma, soprattutto, il drastico calo degli acquisti di greggio da parte della Cina.

In aprile le importazioni totali cinesi sono scese a circa 9,3-9,4 milioni di barili al giorno di cui 8 via mare, il minimo da quasi quattro anni. A maggio, secondo le società specializzate nel monitoraggio delle petroliere Vortexa e Kpler, gli arrivi via mare sono ulteriormente crollati a 6,5-7,5 milioni di barili al giorno, i livelli più bassi da circa un decennio. Si tratta di una riduzione enorme rispetto ai volumi osservati all’inizio dell’anno: secondo JP Morgan, vale circa tre quarti dell’aggiustamento complessivo registrato sul mercato mondiale durante la crisi. Dopo che per oltre vent’anni il Paese è stato il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio, ora quella che l’esperto di materie prime di Bloomberg Javier Blas ha definito “la mano invisibile della Cina” sta insomma contribuendo a stabilizzare i prezzi mentre il mondo affronta una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni.

Le stime, va chiarito, derivano dal monitoraggio dei flussi via nave, non dai dati doganali definitivi. E una riduzione delle importazioni non coincide necessariamente con un crollo dei consumi. Vale a dire che la Repubblica popolare non sta necessariamente usando molto meno greggio: ne compra molto meno sul mercato internazionale perché sta attingendo alle sue enormi scorte. Nei primi quattro mesi dell’anno, infatti, raffinerie e trader cinesi avevano approfittato degli acquisti di greggio russo e iraniano a prezzi scontati per mettere da parte riserve record che si sono aggiunte a quelle accumulate in passato. Reuters, sempre in base a dati di Vortexa e Kpler, stima che a inizio maggio le scorte commerciali avessero raggiunto un picco di almeno 1,25 miliardi di barili. Nelle settimane successive, con le importazioni in forte calo, le raffinerie hanno iniziato ad attingere a quei magazzini a un ritmo stimato intorno a un milione di barili al giorno.

Per la Cina c’è anche una convenienza economica immediata. Con il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, attingere alle scorte accumulate nei mesi precedenti consente di evitare acquisti a prezzi gonfiati dalla guerra e di limitare le perdite delle raffinerie. Molti impianti cinesi stanno operando con margini negativi perché il governo continua a contenere i prezzi dei carburanti per proteggere consumatori e imprese dall’impennata delle quotazioni internazionali. In queste condizioni, comprare meno greggio sul mercato e utilizzare le riserve diventa una scelta razionale.

Ma dietro la svolta potrebbero però esserci anche fattori strutturali. Rory Green, responsabile della ricerca macro sui mercati emergenti di TS Lombard, commentando i dati con Cnbc ha ipotizzato che la rapida elettrificazione del Paese abbia ridotto la dipendenza dal petrolio molto più velocemente di quanto previsto. La diffusione delle auto elettriche, l’espansione delle energie rinnovabili, il potenziamento del trasporto pubblico e l’aumento della produzione domestica di energia starebbero insomma modificando il rapporto tra crescita e consumi di greggio. Consentendo a Pechino di ridurre gli acquisti senza effetti immediati sull’economia.

Resta però da capire quanto questa strategia possa durare. Secondo Bloomberg e Société Générale, il mercato regge perché sta consumando rapidamente tutti i cuscinetti disponibili. Gli Stati Uniti hanno già attinto alle riserve strategiche per 172 milioni di barili su un totale di circa 357 milioni (se si considera la sola riserva federale) e la Cina dovrà presto o tardi tornare sul mercato per ricostituire le scorte. Se quel momento arriverà prima della normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, il balzo delle quotazioni rischia di essere repentino e violento. Cosa dicono i dati? Emma Li, analista di Vortexa, ha detto a Reuters che anche nell’ipotesi di un’accelerazione dei prelievi fino a 2 milioni di barili al giorno le riserve potrebbero sostenere il mercato cinese almeno fino a metà settembre. Più complicato ipotizzare che Pechino da sola possa continuare a lungo ad attutire gli squilibri globali creati dal conflitto scatenato da Washington con l’alleato israeliano.

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