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A Valeggio sul Mincio il Tar apre le porte alla discarica di amianto bloccata da Regione e impatto ambientale

Il Tar del Veneto ha accolto il ricorso della Progeco Ambiente, riconoscendo “un vizio procedimentale accertato” nell’iter. Così torna in piasta il progetto per la realizzazione e l’esercizio di un impianto per il fabbisogno regionale di smaltimento di rifiuti contenenti amianto, nel sito di Ca Balestra che si trova a Valeggio sul Mincio, al confine con Villafranca, nel veronese. All’interno di una ex cava di ghiaia e sabbia, proprio nei pressi della frazione di Quaderni di Villafranca, nella zona della ricarica delle falde acquifere e adiacente alla discarica Cà Baldassarre, “che crea da 40 anni problemi di inquinamento”, scrive sul suo portale il Comitato Anti discarica Ca Balestra.

Il comitato nasce nel 2012 per opporsi alla realizzazione di una discarica di rifiuti speciali. E poi per contrastare il progetto di apertura della discarica di amianto nel sito di Cà Balestra. Alla quale si oppongono, oltre alle popolazioni locali, anche il Comitato Difesa Territorio Quaderni Valeggio e quello di Marmirolo, il WWF di Verona, l’Associazione Medici per l’Ambiente. Ma anche le associazioni produttive di Valeggio sul Mincio, il Consorzio di Bonifica Veronese, Coldiretti Verona e le aziende agricole dei terreni vicini. Senza contare i due comuni direttamente coinvolti, oltre a quelli di Mozzecane, nel veronese e Marmirolo, Volta Mantovana e Roverbella nel mantovano, le Province di Verona e Mantova, le Regioni Veneto e Lombardia. Tutti convinti che l’impianto progettato non debba essere realizzato.

Innanzitutto per le sue caratteristiche. Il quantitativo di rifiuti, 940mila metri cubi, corrispondenti ad una potenzialità di circa 90mila tonnellate l’anno. Con una durata prevista di gestione di 8 anni e 8 mesi, cui vanno sommati ulteriori 5 anni per ultimare il ripristino ambientale. L’area totale dell’impianto di quasi 150mila metri quadrati è inserita in una zona caratterizzata da un territorio pianeggiante e da una fitta rete di canali di irrigazione. In un’area classificata come zona di ricarica degli acquiferi, secondo il Piano di Tutela delle acque. In un contesto dichiaratamente agricolo, nel quale le coltivazioni a seminativo prevalgono su quelle a frutteto.

L’iter è ricostruito dettagliatamente nella sentenza del tribunale amministrativo. A dicembre 2023 la Progeco Ambiente deposita presso la Regione Veneto istanza di PAUR, Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale. Insieme all’elenco delle autorizzazioni necessarie, tra cui, oltre alla VIA e all’AIA, Autorizzazione Integrata Ambientale, regionali, il permesso di costruire del Comune di Valeggio sul Mincio e la concessione di derivazione di acque pubbliche sotterranee della Provincia di Verona.

Nell’iter autorizzativo emergono le contrarietà del Comune e in due differenti sedute, prima a giugno e poi ad agosto 2025, il parere non favorevole al rilascio del giudizio di compatibilità ambientale da parte del Comitato tecnico regionale VIA. Che ritiene non superate sei delle undici criticità evidenziate inizialmente. Che sono: la non conformità della modellistica atmosferica, le carenze nei ricettori ambientali, la violazione del criterio localizzativo, la mancata integrazione dello Studio di Impatto Ambientale, le criticità su una specifica viabilità e la valutazione inadeguata degli impatti cumulativi.

Più in particolare nel parere del Comitato tecnico di giugno 2025, si rileva che “non risulta rispettato il vincolo previsto nel Piano Regionale di gestione dei rifiuti”, dal momento che in un raggio compreso tra gli 8 e i 10 chilometri dal sito vi sono già 3 discariche, “tutte caratterizzate da differenti livelli di criticità ambientale”. Quella “per ex rifiuti urbani in località Ca Baldassare a Valeggio, in messa in sicurezza, non ancora collaudata”, quella “di rifiuti sia speciali non pericolosi che tossici e nocivi in località Caluri, in post gestione” e, quella “per rifiuti non pericolosi in località Casetta, a Sommacampagna”.

Relativamente al suolo e al sottosuolo, nel Parere si legge anche “che si deve tener conto della delicatezza dell’ambiente idrogeologico e delle possibili interazioni con le attività agricole circostanti, che necessitano di adeguate misure di protezione e monitoraggio per garantire la sostenibilità e la sicurezza a lungo termine”. Invece riguardo alle acque superficiali e sotterranee, dopo aver sottolineato la vulnerabilità della zona, si evidenzia che la realizzazione della discarica per rifiuti contenenti amianto, “non esclude possibili rischi ambientali e idrici legati sia alla qualità delle acque superficiali che sotterranee, oltre che alla gestione e messa in sicurezza dei rifiuti per evitare contaminazioni”. Per quel che riguarda l’impatto sanitario e più specificatamente il rischio da esposizione cronica a fibre di amianto, la ULSS n. 9 Scaligera afferma che “anche senza incidenti, l’emissione ordinaria prevista comporta rischi da esposizione cronica sottosoglia”.

In base a questi rilievi, la Regione ha comunicato le ragioni che ostacolavano l’accoglimento dell’istanza di Progeco. E poi, a ottobre 2025, ha formalizzato lo stop al progetto con il decreto regionale che ha recepito il provvedimento non favorevole di VIA e il conseguente diniego dell’istanza. Ma Progeco non si dà per vinta e a gennaio 2026 è ricorsa al Tar. Che ha riaperto le porte al progetto perché l’iter concluso con la mancata autorizzazione non aveva incluso la “conferenza dei servizi decisoria” che non può essere sostituita dal parere non favorevole del comitato tecnico. Il tribunale amministrativo però non va oltre il riconoscimento del vizio di forma e non ha esaminato nel merito il fascicolo. Sale dunque l’attesa per le contromosse di Regione e Comune.

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Ho visto più volte ‘Le città di pianura’ e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso

Le città di pianura di Francesco Sossai mi è sembrato da subito una specie di allegro cimitero dei perdenti. Un luogo dove le vite non riescono a stare dritte, ma trovano comunque un modo per andare avanti. Un po’ come il Cimitero Brion di San Vito, che nel film ritorna come un simbolo. Un posto che celebra l’amore e allo stesso tempo la fine. Un posto dove ci sta dentro tutto.

Ho visto il film più volte. Ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso. È un film che sembra semplice, ma non lo è. Tre uomini che girano per il Veneto, una Jaguar sgangherata, tanti bar, tantissimi bicchieri. In realtà è un viaggio dentro un modo di stare al mondo. Un modo fragile, a volte comico, a volte triste, ma sempre molto umano.

Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono sospesi in un mondo alcolico, fatto di bar e benzinai, di debiti e ricordi dei gloriosi anni Novanta. Una vita che non è andata come pensavano ma che non cercano di aggiustare. Cercano solo “l’ultima”. L’ultima bevuta. L’ultima scusa. L’ultima possibilità di non tornare a casa. È un modo per non crescere, perché crescere a cinquant’anni fa paura. Sembra tardi e sembra inutile.

Poi l’incontro casuale con Giulio, il bravissimo Filippo Scotti, un personaggio quasi celatiano. Studente di architettura. Uno che invece vuole crescere ma non sa come. I due lo trascinano con loro. Gli promettono un’ultima che non arriva mai. E da lì parte il viaggio. Un viaggio che cambia tutti e tre, anche se nessuno lo dice.

C’è un principio mutuato dall’economia che attraversa il film. Quello di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi lo spiega a tavola utilizzando una fetta di salame. Dice che quando hai raggiunto la sazietà, il resto non serve più. Vale per tutto. Ma non vale per l’ultima, precisa Doriano riempiendosi il bicchiere. L’ultima sfugge sempre, perché non è sete, non è bisogno. È un tentativo, un modo per dare un senso alle cose quando il senso non c’è.

Il Veneto del film è un Veneto che riconosco da emiliano di pianura che ha fatto il militare a Vicenza al Dal Molin. Paesini, capannoni, bar aperti dal mattino, “ombrette”, grappe, gente che beve presto e gente che lavora troppo. Uno “spleen veneto” che ricorda Volponi. E quando penso a Volponi mi viene in mente anche Pasolini. Non per citazione diretta, ma per atmosfera. Per quella idea che la periferia non è un luogo minore, ma un posto dove il mondo si vede meglio.

In questo paesaggio i due cinquantenni diventano una specie di poeti del bere. Non poeti romantici, piuttosto lunatici. Poeti della resa consapevole e della luna nel pozzo. Gente che parla poco, sbaglia spesso, vive di slanci e cadute. E però ha una cosa che li salva: l’amicizia.

Giulio entra in questo duo come un figlio. O un fratello. O un ospite. Porta i due al Cimitero Brion, un monumento all’amore coniugale. I cerchi che si intersecano diventano un’immagine chiara. Due vite che si toccano. Due bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa. È la stessa figura. Il caos della vita che a volte si organizza da solo.

C’è poi il tema del “segreto del mondo”. I due dicono di averlo scoperto qualche sera prima, ma erano ubriachi “tronchi” e non lo ricordano più. Passano il film a cercare di ricostruirlo. Tutti abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di aver capito tutto. Poi lo abbiamo perso. E passiamo il resto del tempo a inseguirlo.

Il finale è semplice. Giulio parte in treno per raggiungere il suo travagliato amore a Verona. Un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto. Una macchina lo schiaccia. Lui improvvisamente dice di aver ricordato il segreto del mondo. Forse è questo. Le cose belle cadono, si rompono o si sporcano. Semplicemente finiscono. Ma se accanto hai un amico come Carlobianchi, un indimenticabile Sergio Romano. Se hai qualcuno con cui condividere un’ultima. Se hai un ragazzo che hai aiutato un po’ a crescere. Allora la vita vale comunque. Anche se non ti resta molto.

Vorrei dire una cosa su Pierpaolo Capovilla. Per me è la rivelazione gigantesca del film. Ha una voce e una intonazione che non si dimentica. Un volto che racconta tutto senza parlare. Sa che non troverà un senso alle cose e nonostante tutto appare sereno. È un interprete raro. Un marziano nel cinema italiano, nel senso migliore.

Le musiche sono di Krano e sono nate per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi, con i movimenti dei tre. Sembrano scritte per ogni scena, per quel viaggio e per quella Jaguar un po’ sfocata. È raro trovare un film in cui le musiche sembrano precedere le scene, come se le avessero chiamate.

C’è un altro momento che resta. Un cameo di Spigariol che in un bar canta una canzone sull’America accompagnato dalla chitarra. Il trio lo ascolta rapito. Lui si commuove. È un attimo che non spiega nulla e dice tutto.

Le città di pianura è un film che Francesco Sossai ha scritto con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Un film che parla di amicizia, di amore, di fallimento. Racconta di incontri che cambiano la vita, anche quando non sembrano niente. E anche di cattivi maestri che sono sempre i migliori.

Come i film più importanti è un film che resta anche quando finisce. Anche quando spegni lo schermo e torni alla tua vita e ti accorgi che i cerchi che si intersecano ci sono anche lì. In un bar, su una tovaglia. In un gesto o in un ricordo. Un film che ti accompagna quasi in silenzio e senza spiegare troppo. Con la stessa delicatezza con cui si beve l’ultima. Anche quando non è l’ultima per davvero.

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