Reading view

“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

L'articolo “L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perché Amnesty International e altre Ong hanno denunciato FedEx Belgio per il transito illegale di armi dirette a Israele

Amnesty International, Azione per la pace, Lega dei diritti umani e Coordinamento nazionale d’azione per la pace e la democrazia hanno presentato alla procura di Liegi una denuncia contro FedEx Belgio, sussidiaria del gigante statunitense delle spedizioni, riguardante l’asserito transito illegale di armi dirette a Israele, comprese parti degli aerei da combattimento F-35 ampiamente usati dall’aviazione di Tel Aviv durante il genocidio tuttora in corso contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata.

Secondo le leggi in vigore nella Vallonia, regione federale dotata di poteri legislativi, FedEx Belgio era tenuta a ottenere una licenza di transito dalle autorità locali, cosa che non è avvenuta. Per la legge belga, il trasferimento senza licenza di armi come quelle oggetto della spedizione è un reato.

Gli F-35 sono i più avanzati aerei da combattimento in dotazione all’aviazione israeliana. Hanno causato morti e distruzioni massicce, spazzato via intere generazioni di famiglie palestinesi e ridotto la maggior parte della Striscia di Gaza in macerie. Il genocidio israeliano tuttora in corso ha bisogno di costanti nuove forniture di armi.

Secondo informazioni disponibili sul sito di FedEx, nell’ottobre 2024 una spedizione soggetta al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi è stata trasferita dalla Hill Air Force Base, situata nello stato dell’Utah, alla Base dell’aeronautica israeliana di Nevatim.

Nel giugno 2025 FedEx ha dichiarato che “alcune rotte di volo sono state riconfigurate all’ultimo momento per ragioni operative” a causa della chiusura dello spazio aereo israeliano durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele. Conseguentemente, “alcuni prodotti soggetti al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi possono essere passati involontariamente per Liegi”.

Ciò che era a bordo del velivolo di FedEx è stato scaricato a Liegi, trasportato su strada all’aeroporto di Colonia in Germania e poi fatto proseguire verso Israele.

Fonti giornalistiche hanno riferito di successivi transiti illegali di spedizioni attraverso l’aeroporto di Liegi, evidenziando la mancata applicazione delle leggi locali. Potrebbe emergere, dunque, uno schema secondo il quale le autorità federali belghe e quella della Vallonia non stanno applicando provvedimenti per regolare efficacemente il transito di armi. “Con questa denuncia, speriamo che ulteriori transiti illegali di armi destinate a Israele attraverso il Belgio verranno fermati e che si risponda sul piano giudiziario di quanto avvenuto. Non è accettabile che multinazionali come FedEx possano ignorare le regole quando fa loro comodo. Non sono al di sopra della legge”, ha dichiarato Carine Thibaut, direttrice della sezione francofona di Amnesty International Belgio.

Il diritto internazionale vieta a tutti gli stati di trasferire armi a tutte le parti coinvolte in un conflitto armato, laddove vi sia il chiaro rischio che tali trasferimenti potranno contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Nel suo parere consultivo del 2024, la Corte internazionale di giustizia ha concluso che gli stati hanno l’obbligo di non assistere Israele nel mantenimento della sua occupazione illegale del territorio palestinese. Dunque, gli stati che continuano a trasferire armi a Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e, per quelli che lo hanno ratificato come il Belgio, anche del Trattato sul commercio di armi.

Anche le aziende che producono ed esportano armi hanno la responsabilità di rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, attraverso procedimenti rafforzati di due diligence sui diritti umani lungo tutta la catena di valore, per assicurare che le armi esportate non vengano usate per compiere possibili crimini di diritto internazionale. Amnesty International ha contattato FedEx Belgio per commenti e ha ricevuto la seguente risposta da un portavoce dell’azienda: “FedEx è impegnata a rispettare le leggi e i regolamenti in materia. Non effettuiamo spedizioni internazionali di armi o munizioni e abbiamo in vigore procedure di verifica per impedire tali spedizioni”.

L'articolo Perché Amnesty International e altre Ong hanno denunciato FedEx Belgio per il transito illegale di armi dirette a Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Studente di Gaza lascia la Striscia per andare a studiare a Tor Vergata: arrestato da Idf. “È di Hamas”

Martedì stava per lasciare Gaza insieme con un gruppo di altri 17 giovani diretti a Roma, perché era riuscito ad entrare nella lista degli studenti palestinesi ammessi a percorsi di studio universitari in Italia. Ma al Valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar è stato arrestato dall’Idf con l’accusa di essere un operativo della brigata nord di Hamas e di aver preso parte al massacro del 7 ottobre 2023. A rivelarlo su X la nuova portavoce dell’esercito israeliano, Ariella Mazor, in risposta ad un post del sito di notizie della Striscia Drop Site.

Secondo il racconto del giornalista Muthanna al-Najjar al media di Gaza, “Mahmoud, originario di Jabaliya, è stato arrestato martedì dopo aver finalmente ottenuto il permesso di lasciare la Striscia e recarsi all’Università di Tor Vergata a Roma, dopo mesi di sforzi per ottenere un permesso di uscita”. Drop Site riferisce pure che “Mahmoud ha pubblicato tre articoli di ricerca accademica” e che dopo l’arresto “è stato portato in un luogo sconosciuto e la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione”. Inoltre, nel racconto del giornalista Muthanna, il presunto studente “é l’unico sopravvissuto della sua famiglia”, che sarebbe stata uccisa in un raid israeliano.

Se Mahmoud è riuscito davvero ad entrare nella lista di studenti in partenza per l’Italia, la presentazione deve essere stata preparata con molta efficacia. E a tradirlo al Valico di Kerem Shalom potrebbe essere stata la tecnologia israeliana che consente anche il riconoscimento facciale: pur essendo sfuggito per quasi tre anni alle ricerche dell’Idf, potrebbe essere stato tradito proprio dai tanti video che Hamas postò online dai kibbutz del sud di Israele durante il massacro. Ora le facce di quei 7mila che assaltarono Israele sono nella lista dell’unità speciale che dà la caccia ai miliziani del 7 ottobre. Intanto è arrivato a Roma il gruppo di studenti tra cui si sarebbe infiltrato Mahmoud e che hanno potuto lasciare Gaza nell’ambito dell’iniziativa promossa da Roma a sostegno degli studenti palestinesi. Dallo scorso autunno sono già arrivati in Italia da Gaza 229 universitari.

L'articolo Studente di Gaza lascia la Striscia per andare a studiare a Tor Vergata: arrestato da Idf. “È di Hamas” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌