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Isernia, il sindaco smonta la tenda dopo 167 giorni di protesta contro i tagli alla sanità. Ma le chiusure sono confermate: “La battaglia è appena iniziata”

Centosessantasette giorni davanti all’ospedale Veneziale di Isernia, poi la tenda è stata smontata. Nella notte tra il 10 e l’11 giugno, il sindaco Piero Castrataro ha concluso il presidio che aveva avviato il 26 dicembre 2025, annunciando in conferenza stampa che “la battaglia è appena iniziata“. Ma dopo quasi sei mesi di protesta non sono arrivati i risultati sperati: il Piano operativo sanitario 2026-2028 per la Regione Molise è stato firmato dai commissari con le temute chiusure.

Dal municipio, Castrataro ha parlato di un “risveglio delle coscienze” e di una comunità che ora “deve trovare il coraggio di istituzionalizzare quanto denunciato”. La partita si sposta altrove: nelle aule dei tribunali amministrativi, nei tavoli istituzionali e in un grande evento pubblico che il sindaco vorrebbe organizzare in autunno. Ma cosa ha ottenuto finora? Sul piano concreto quasi nulla. Il Pos conferma la chiusura di un punto nascita e di un’emodinamica, senza indicare esplicitamente quale presidio sarà colpito, ma con una rete hub-spoke che lascia pochi dubbi: il Cardarelli di Campobasso è l’hub regionale, il Veneziale di Isernia resta spoke con il ridimensionamento di alcuni reparti. Tagli pesanti anche nell’Alto Molise, dove l’ospedale di Agnone è definitivamente riconvertito in ospedale di comunità.

Eppure, qualcosa il presidio l’ha prodotto: la fiaccolata del 18 gennaio, con oltre settemila persone per le vie del capoluogo di provincia, è stata la manifestazione più partecipata nella storia recente della città. Ha costretto la politica regionale – assente in quella piazza la giunta di centrodestra- a fare i conti con una mobilitazione che non si esauriva nel gesto simbolico di un singolo. “Tutti quanti ci siamo sentiti partecipi di un destino comune”, ha dichiarato il sindaco: “Credo che sia la più grande espressione che la politica non di parte possa dare a una regione piccola come questa”.

La vicenda

Il 26 dicembre 2025, mentre la maggior parte d’Italia smaltiva il pranzo di Natale, una tenda compariva davanti all’ingresso dell’ospedale di Isernia. La protesta nasceva da una richiesta precisa: ricevere il Piano operativo 2026-2028 e avere garanzie che il punto nascita e il reparto di emodinamica non sarebbero stati soppressi. L’Asrem aveva risposto definendo il gesto “strumentale“. A marzo, a tre mesi dall’avvio del presidio, su un tabellone 6×3 affisso all’ingresso dell’ospedale era comparso un manifesto dell’Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata: cavolfiore in primo piano e la scritta “Cosa c’entra il debito degli ospedali pubblici con la sanità privata? Un cavolo!” La collocazione non era casuale: in Molise il 28,7% della spesa sanitaria regionale è destinato a rimborsare le prestazioni del privato convenzionato, seconda percentuale più alta d’Italia secondo il rapporto Gimbe. “Non si vuole cambiare perché all’interno della politica regionale c’è un conflitto pubblico-privato che non è stato mai sanato”, ha dichiarato Castrataro in conferenza.

Cosa succede adesso

Il 9 maggio il consiglio comunale di Isernia ha votato all’unanimità il mandato al sindaco di impugnare il Piano davanti al Tar. Castrataro ha annunciato anche la costituzione di un comitato per il Veneziale, una raccolta firme per il punto nascita e gli Stati Generali della Sanità Pubblica in Molise, da tenersi in autunno. Sul fronte politico, ha chiesto apertamente che il presidente della Regione Francesco Roberti e i parlamentari molisani portino in Consiglio dei ministri la raccomandazione di un tavolo tecnico ministeriale congiunto che avrebbe già certificato la necessità di rimuovere i commissari. “Un conto è approvare in consiglio regionale una sfiducia al commissario, un conto è chiedere che quei commissari che hanno fallito vengano rimossi”, ha fatto notare il sindaco. Constatando infine una cosa: “Questo piano operativo dimostra che la provincia di Isernia conta meno (di Campobasso, ndr) e che quei politici che ci rappresentano in regione e in Parlamento non sanno difendere i diritti alla cura di questa provincia”, che rischia di diventare l’unica in Italia a non avere un punto nascita. La tenda è stata smontata, ma la partita – viene assicurato – è tutt’altro che chiusa.

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Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici

Sono 2 i miliardi, dei 15 stanziati dal Pnrr per la Missione 6 salute, spesi per il restyling e la costruzione delle 1038 Case di Comunità, aumentate a 1717 dal DM 77, sparse su tutto il territorio nazionale. Di queste, al 20 dicembre 2024 (dati Agenas), solo 485 erano attive con almeno un’attività funzionante e solo 66 pienamente operative con tutti i servizi obbligatori.

Ma a cosa servono, o sarebbero dovute servire, almeno sulla carta, le Case di Comunità? Dovrebbero servire a dare una risposta integrata e multiprofessionale a malati cronici, affetti da disabilità, disagio mentale e povertà. Volendo semplificare – me le immaginavo come un luogo fisico – strutture di secondo livello, intermedie tra ospedale e territorio, dove poter inviare pazienti complessi, su mia segnalazione, che non necessitassero di un ricovero ospedaliero ma di una valutazione specialistica piuttosto che di una prestazione infermieristica o di una presa in carico sociale per tutte quelle condizioni di povertà, disabilità o solitudine, senza che gli stessi fossero rimpallati da un servizio all’altro in peregrinazioni infinite, con prestazioni diagnostiche o specialistiche che è ormai diventato impossibile ottenere.

Un esempio per tutti: nel Lazio riesci a fare una TAC del cuore solo se la paghi di tasca tua. Se hai soldi, bene, altrimenti ti arrangi. E così in tutta Italia.

Nella volontà del decisore politico, invece, nella Casa di Comunità è previsto l’autoaccesso. E cosa ci trova il cittadino in questa Casa di Comunità? Gli specialisti? No, perché non ce ne sono. Tant’è che stanno pensando di spostarli dagli ospedali al territorio, cosa che ha sollevato le proteste dei sindacati di categoria, considerato che già i medici ospedalieri sono sotto organico e sottoposti a carichi di lavoro improponibili.

Se non ci sono specialisti nelle Case di Comunità, ci saranno almeno gli infermieri? Neanche più di tanti, perché ne mancano all’appello circa 22.000. Allora mettiamoci i medici di famiglia, che tanto lavorano solo tre ore al giorno e guadagnano tanto, così non tocca nemmeno pagarli, soprattutto se diciamo che sono soggetti a un debito orario piuttosto che a prestazioni aggiuntive.

E cosa dovrebbero fare questi medici di famiglia nelle Case di Comunità? In pratica una guardia medica h24: certificazioni mediche per turnisti, prescrizioni farmaceutiche urgenti, invio in ospedale per situazioni di emergenza. Quindi nulla di utile, nulla che aiuterà all’abbattimento delle liste d’attesa, nulla che limiterà l’accesso ai pronto soccorso che, per inciso, sono affollati per riduzione di posti letto e personale, per le condizioni di lavoro impossibili e non perché i medici di famiglia non fanno da filtro.

E sulle tre ore di lavoro, interrogando il mio gestionale, ma questo vale per qualsiasi collega con 1.500 pazienti, in un anno ho registrato circa 16.000 accessi a studio, che sono mediamente circa 70 accessi giornalieri, con tutto il carico clinico e amministrativo che ciò comporta, senza tener conto dei contatti telefonici e della messaggistica varia. Sono circa 750 milioni di visite annue effettuate dai MMG che, al contrario di quello che si dice, evitano il collasso dei pronto soccorso.

Credo che neanche Mandrake, con i suoi superpoteri, riesca ad evadere questa mole di lavoro in sole tre ore.

Stanno chiedendo, anzi imponendo, ai medici di famiglia di lavorare nei loro studi e contemporaneamente nelle Case di Comunità, come Arlecchino servo di due padroni.

Spostare i medici da un punto all’altro non moltiplica le forze disponibili. Certo, sarebbe impopolare, soprattutto in prossimità della prossima tornata elettorale, dire alla cittadinanza che, se vuole il medico di famiglia, non lo trova più nel proprio quartiere o nel proprio paese ma in una struttura dalle caratteristiche ospedalocentriche. Altrettanto impopolare sarebbe ammettere con l’Europa che gli obiettivi del Pnrr non sono stati per niente centrati e che i fondi sono stati spesi solo ed esclusivamente in edilizia sanitaria e non investiti sulla valorizzazione del personale, i cui stipendi sono fermi a trent’anni fa e i cui carichi di lavoro sono triplicati.

Se gli obiettivi del Pnrr non verranno centrati, la colpa non è dei medici e la politica si assuma le proprie responsabilità. Non credo che i medici reggeranno a questo nuovo e incombente debito orario nelle Case di Comunità, soprattutto quando sono a credito di infinite ore di lavoro di back office che non solo non sono valorizzate, ma ritenute invisibili o non influenti.

La riorganizzazione dell’assistenza territoriale si intreccia con il dibattito sullo status giuridico del medico di famiglia, oggi libero professionista ma soggetto a una subordinazione progressiva, senza che della subordinazione o della dipendenza abbia le tutele, come maternità, ferie, malattia, infortunio e possibilità di part-time. E questi, per una professione che sta virando al femminile, sono temi fondamentali per la conciliazione vita-lavoro. Già oggi, l’introduzione del ruolo unico per i giovani medici (obbligo di lavorare 38 ore nelle strutture e aprire propri studi per ricevere i pazienti) sta producendo la desertificazione della medicina generale. Un esempio per tutti: a Bergamo e provincia, su 511 zone carenti messe a bando, hanno risposto in 13 e in 8 hanno accettato. E così dappertutto.

Se si introdurrà anche per i medici già in servizio l’obbligo del doppio lavoro, ci sarà un pensionamento di massa e la situazione, ben lungi dal risolversi, si aggraverà. Saranno ben più di 6 milioni gli italiani senza medico.

Una riforma che si rispetti deve valorizzare le cure primarie territoriali attraverso l’istituzione di una scuola di specializzazione in medicina generale, con l’assunzione dei medici come dipendenti o specialisti a convenzione all’interno delle Case di Comunità, e molti giovani risponderebbero entusiasti. Certo è che non si può ipotizzare una riforma a isorisorse. Chi, invece, ha deciso di lavorare con un’autonoma organizzazione che nel tempo, tramite capillarità e accessibilità, ha prodotto risultati positivi sulla salute dei cittadini di questo Paese, dovrebbe essere lasciato in pace nel proprio studio.

Se siamo i più longevi, secondi solo ai giapponesi, non è un caso, ma il frutto del lavoro di generazioni di medici sul territorio nel corso dei decenni.

La riforma è stata stoppata perché è convenienza di tutti che i medici di medicina generale rimangano in un limbo: liberi professionisti senza tutele, dipendenti di fatto senza diritti, perché con il loro lavoro e i loro contributi devono mantenere in vita, a tutti i costi, la loro cassa previdenziale, ENPAM, ente giuridico privato con finalità pubblica che, per bocca del suo presidente, annuncia il suo sostegno al Paese con investimenti nazionali che ammontano al 53% del patrimonio previdenziale, stimato attualmente in 31 miliardi.

Siamo contenti che la cassa previdenziale goda di buona salute e che aiuti l’Italia, ma a rimetterci le penne saranno i medici e, con essi, i cittadini.

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