La crisi di Stellantis ha colpito duramente la filiera dell’automotive laziale, in particolare l’indotto di Cassino, dove centinaia di piccole e medie imprese vivono nell’incertezza. Per questo la Regione ha varato un piano straordinario da 275 milioni di euro, realizzato insieme alla BEI, con l’obiettivo di evitare la deindustrializzazione del territorio. La misura più attesa riguarda i 120 milioni blindati per sostenere le aziende della filiera, con finanziamenti a tassi azzerati e garanzie pubbliche.
Le PMI dell’indotto temono un cambiamento troppo rapido
Il settore vive una fase di transizione complessa, tra elettrificazione, riduzione dei volumi e riorganizzazione globale delle produzioni. Le PMI dell’indotto rischiano di essere travolte da un cambiamento troppo rapido, senza il tempo di riconvertire impianti e competenze. Il piano regionale punta proprio a questo: dare ossigeno immediato e accompagnare la trasformazione tecnologica, sostenendo investimenti in digitalizzazione, robotica, materiali innovativi e formazione.
Il piano da 275 milioni è solo un primo passo
Cassino rappresenta un simbolo industriale per il Lazio. La sua tenuta non riguarda solo l’automotive, ma l’intero equilibrio economico del Frusinate. Il nuovo scudo finanziario vuole evitare un effetto domino che potrebbe colpire migliaia di lavoratori. Le imprese accolgono con favore il piano, ma chiedono tempi rapidi e procedure semplificate. La Regione, dal canto suo, parla di un intervento “di sistema”, pensato per proteggere la manifattura e rilanciare la competitività del territorio.
Il futuro dell’automotive nel Lazio dipenderà dalla capacità di innovare e di inserirsi nelle nuove catene globali del valore.
Il piano da 275 milioni è un primo passo, ma serviranno strategie di lungo periodo e un dialogo costante con il governo e con Stellantis. La sfida è aperta e riguarda non solo un settore, ma l’identità industriale della regione.
Arrivare a Ponza significa, prima di tutto, arrendersi a un colpo d’occhio che non ammette abitudine. Vista dal traghetto che popola le rotte da Formia o Anzio, l’isola si rivela come un enorme acquerello verticale: case color pastello addossate le une alle altre lungo l’anfiteatro naturale che va dalle colline della Madonna fino a Punta Bianca. Rosa, giallo ocra e azzurro tenue si specchiano nel blu del Tirreno, interrotti solo dal rosso carico dell’antico faro. Questa sottile lingua di terra vulcanica, che Montale definì “un microcosmo a sé, un’isola scontrosa e bellissima”, custodisce un incanto antico che la sfrenata mondanità agostana – quella che attira da sempre celebrity del calibro di Beyoncé o Leonardo di Caprio – riesce solo a scalfire. La vera anima di Ponza emerge quando i riflettori si spengono, il profumo del finocchio selvatico riconquista i sentieri e il tempo rallenta. Il nostro viaggio è iniziato proprio seguendo questo ritmo lento, dove la storia romana si intreccia a una straordinaria e modernissima vocazione alla sostenibilità. Grazie al supporto e alla guida dell‘Associazione Turistica Pro Loco di Ponza, sempre in prima linea nella valorizzazione del territorio, la prima tappa ci ha portati nelle viscere dell’isola con la visita alla Cisterna Romana della Dragonara, un’imponente opera ingegneristica millenaria che i Romani utilizzavano per convogliare l’acqua piovana, trasformando Ponza in un fondamentale “autogrill del mare”.
In questo scenario ipogeo carico di suggestione, abbiamo degustato i vini dell’Azienda Agricola Enrico Pouchain, un perfetto esempio di viticoltura eroica locale. La serata si è conclusa con una cena al ristorante Acqua Pazza, tempio della cucina gourmet sul porto borbonico, dove il pesce freschissimo sposa una ricerca formale impeccabile. Il giorno successivo ha messo in luce il futuro green dell’isola. Durante un aperitivo-degustazione, è stato presentato il progetto “Ponza Blue Taste”, un’iniziativa focalizzata su innovazione e sostenibilità per la filiera ittica locale. In seguito, l’attenzione si è spostata sulla mobilità sostenibile con “Ponza in sella”, un progetto nell’ambito di “Bici in Comune” che mira a trasformare Ponza in un’isola che pedala, promuovendo l’uso delle due ruote tra i vicoli e le strade panoramiche che salgono verso Le Forna. Dopo un pranzo all’Antica Favara, la giornata è proseguita con un giro panoramico a bordo dei tipici taxi, mezzo ideale per cogliere gli scorci più alti e spettacolari della costa, prima di concludersi al ristorante Il Melograno, all’interno del Grand Hotel S. Domitilla, dove la tradizione culinaria ponzese viene declinata con sobria eleganza. Ma Ponza, per essere compresa davvero, va vissuta dal mare. A bordo di un gozzo per un’esperienza di pescaturismo, abbiamo circumnavigato l’isola spingendoci fino alla vicina e selvaggia Palmarola. Il mare qui ha sfumature uniche (la leggenda narra che una pittrice inglese passò anni a cercare di riprodurre quel particolare “verde Palmarola”).
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Wonderful view of Chiaia di Luna beach in the Ponza island
Wonderful view of Chiaia di Luna beach in the Ponza island, Lazio, Italy
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Ponza scenic view at sunset.
Ponza town captured at blue hour.
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Pilato cave in the Ponza island, Lazio, Italy
Pilato cave in the Ponza island, Lazio, Italy, Europe
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Navigando lungo la costa ponzese, si incontrano le Grotte di Pilato – straordinarie piscine-ninfei scavate nel tufo bianco a pelo d’acqua dove i Romani allevavano le murene – e i faraglioni di Lucia Rosa, legati alla triste storia ottocentesca di una giovane che si gettò nel vuoto per un amore proibito. Poco più avanti, si apre l’anfiteatro di Chiaia di Luna. Proprio qui sorge l’incantevole Hotel Chiaia di Luna, perfetto rifugio per un magico soggiorno sull’isola. Una maestosa parete di tufo bianco e giallo a strapiombo sul mare. Oggi la spiaggia è inaccessibile da terra per ragioni di sicurezza, ma l’emozione di gettare l’ancora nella sua baia turchese, dove i fondali sono così limpidi da essere stati scelti da Wes Anderson per girare alcune scene de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, rimane impareggiabile. Dopo una sosta alle piscine naturali, il rientro al porto è stato scandito da un aperitivo al tramonto presso il Relais Solis, seguito da una memorabile cena d’addio al ristorante Punta Bianca, dove i sapori iodati e l’accento dei marinai, a metà tra Anzio e l’eredità partenopea dei Borboni, ricordano che qui la cucina è identità. Lasciare Piazza Carlo Pisacane, con la sua passeggiata sopraelevata, la torre borbonica e i profumi dei forni storici, porta con sé una sottile malinconia. Ponza è un miracolo di roccia, mito e mare che chiede di essere conquistato con rispetto. Che si tratti di esplorare i sentieri di trekking verso Punta Incenso tra mirto e ginestre, o di immergersi nei suoi fondali ricchi di reperti archeologici, l’isola della Maga Circe continua a esercitare il suo magnetismo. Un microcosmo fragile e fiero che, oggi più che mai grazie ai nuovi progetti di tutela della filiera ittica e della mobilità pulita, scommette sul proprio futuro senza perdere un briciolo della sua intramontabile e stralunata bellezza.
Quando si parla di economia del Lazio, il pensiero corre quasi sempre al turismo, alla pubblica amministrazione o ai servizi. Eppure esiste un comparto che negli ultimi anni è diventato uno dei principali motori industriali della regione e che oggi rappresenta una delle eccellenze italiane nel mondo: quello della farmaceutica e delle biotecnologie.
Poco conosciuto al grande pubblico, il settore biotech-farmaceutico laziale sta vivendo una fase di crescita che lo colloca tra i più dinamici d’Europa. Tra Roma, Latina, Frosinone e Pomezia si concentra infatti uno dei più importanti poli italiani della ricerca, della produzione farmaceutica e delle scienze della vita, con la presenza di grandi gruppi multinazionali e di un numero crescente di imprese innovative.
La farmaceutica attrae investimenti nazionali e internazionali
I numeri raccontano una realtà spesso sottovalutata. La farmaceutica rappresenta una delle principali voci dell’export regionale e continua ad attrarre investimenti nazionali e internazionali. Stabilimenti produttivi ad alta tecnologia, laboratori di ricerca e centri di sviluppo impiegano migliaia di lavoratori altamente qualificati, tra ricercatori, biologi, chimici, farmacisti, ingegneri e tecnici specializzati.
A fare la differenza è soprattutto l’ecosistema che si è sviluppato negli anni attorno alle università e ai centri di ricerca del territorio. Roma ospita alcune delle principali istituzioni scientifiche italiane, dalla Sapienza a Tor Vergata fino ai numerosi istituti pubblici e privati impegnati nella ricerca medica e biotecnologica. Un patrimonio di competenze che alimenta un flusso continuo di innovazione e trasferimento tecnologico.
Il Lazio parte da una posizione di vantaggio
Le prospettive di crescita appaiono particolarmente interessanti in un momento storico in cui la domanda globale di farmaci innovativi, terapie avanzate, medicina personalizzata e applicazioni dell’intelligenza artificiale alla salute è in costante aumento. Le biotecnologie stanno rivoluzionando il modo di prevenire, diagnosticare e curare le malattie, aprendo nuovi mercati e creando opportunità economiche sempre più rilevanti.
Il Lazio parte da una posizione di vantaggio. La presenza di grandi aziende farmaceutiche internazionali ha contribuito a costruire una filiera industriale che oggi comprende ricerca, produzione, logistica, servizi specialistici e formazione. Un sistema che genera occupazione qualificata e produce valore aggiunto ben superiore alla media di molti altri comparti produttivi.
Non è un caso che numerose startup innovative abbiano scelto proprio Roma e il Lazio per sviluppare progetti legati alla salute digitale, all’intelligenza artificiale applicata alla medicina, alla genomica e alle nuove tecnologie terapeutiche. Un fenomeno che sta attirando l’attenzione degli investitori e dei fondi di venture capital, sempre più interessati alle prospettive offerte dalle scienze della vita.
Rimane aperta la questione della formazione
Le sfide, naturalmente, non mancano. Le imprese chiedono procedure autorizzative più rapide, maggiori investimenti in ricerca e una strategia nazionale capace di sostenere la competitività internazionale del settore. Rimane inoltre aperta la questione della formazione, con una crescente richiesta di figure professionali altamente specializzate che il mercato fatica spesso a reperire.
Eppure il potenziale resta enorme. In un’economia globale sempre più fondata sulla conoscenza, la capacità di produrre innovazione scientifica rappresenta uno dei principali fattori di competitività. Per questo il biotech e la farmaceutica potrebbero diventare uno dei pilastri dello sviluppo economico regionale nel prossimo decennio.
Il Lazio tra le aree più avanzate dell’industria della salute in Europa
Se il turismo continua a rappresentare il volto più visibile dell’economia laziale, laboratori, centri di ricerca e stabilimenti farmaceutici ne stanno diventando sempre più il motore nascosto. Un motore che produce occupazione qualificata, attrae capitali e contribuisce a posizionare il Lazio tra le aree più avanzate dell’industria della salute in Europa.
La sfida ora è trasformare questa eccellenza in un vero brand territoriale, capace di attrarre nuovi investimenti e consolidare il ruolo della regione come una delle capitali italiane delle scienze della vita. Perché il futuro dell’economia non passa soltanto dalle infrastrutture e dal turismo, ma anche dai laboratori dove si studiano le cure e le tecnologie che cambieranno il mondo.
Giornata decisamente speciale e ad alto tasso emotivo per lo storico volto della televisione italiana Michele Cucuzza. Cucuzza, infatti, ha svestito per un giorno i panni del giornalista per indossare quelli di padre della sposa. L’occasione è stata il matrimonio della figlia Matilde, convolata a nozze con il compagno Tommaso.
La cornice scelta per il “sì” è stata Santa Marinella, suggestiva località sul litorale laziale che ha fatto da sfondo a una cerimonia elegante ma sobria, con parenti e amici intimi. Nonostante la consueta riservatezza della famiglia, è stato lo stesso Cucuzza a rompere il protocollo social, condividendo con i propri follower alcuni scatti rubati alla giornata. Nelle immagini si vede il giornalista percorrere la navata stringendo il braccio della figlia, radiosa nel suo abito a sirena in pizzo, arricchito da un lungo velo ricamato e uno chignon basso.
Lo sposo, Tommaso, come si vede dalle immagini, ha optato per un classico ed elegante completo a tre pezzi con gilet grigio madreperla. Ma gli occhi dei curiosi erano tutti per il papà della sposa: Cucuzza, per l’occasione in smoking nero spezzato da una cravatta color carta da zucchero, non ha nascosto la commozione e non ha trattenuto il sorriso davanti ai fotografi e ai presenti, mentre sui social sono arrivati a stretto giro tantissimi messaggi di auguri da parte di fan e colleghi della televisione.
Chi è Matilde Cucuzza
Ma chi è la sposa? Secondogenita del giornalista, nata dalla relazione con la collega francese Maria Teresa Cascella dopo la primogenita Carlotta, ha sempre rifiutato con decisione le sirene del mondo dello spettacolo. Cresciuta a Milano, Matilde ha scelto di tracciare una strada professionale totalmente autonoma e lontana dai riflettori, grazie a una laurea in Economia che l’ha portata a costruire una carriera nel settore finanziario, dove oggi lavora stabilmente come analista.
Le sue apparizioni pubbliche accanto al celebre padre si contano di fatto sulle dita di una mano, si ricorda solo una breve ospitata a Vieni da me da Caterina Balivo qualche anno fa, a testimonianza di una volontà ferrea di proteggere la propria privacy. Anche il matrimonio di Santa Marinella ha rispecchiato fedelmente questa filosofia: un evento vissuto per quello che era, una festa di famiglia, senza concessioni al gossip più sfrenato.