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Medicine distribuite in farmacia, la lista si allunga: la proposta di Aifa e il rischio spesa pubblica in aumento. Emilia Romagna dice no

La partita sulla distribuzione dei farmaci si allarga ancora. Dopo le gliflozine, ora tocca alle insuline a lento rilascio e ai farmaci cardiovascolari. Lunedì scorso, durante una riunione tra AIFA e le Regioni rappresentate al tavolo tecnico, è stata presentata la proposta di trasferire verso la distribuzione territoriale, attraverso le farmacie convenzionate, nuove categorie di farmaci oggi gestite prevalentemente attraverso i canali regionali della distribuzione diretta e per conto. Tra i prodotti interessati figurano insuline come Lantus, Abasaglar e Toujeo, utilizzate da centinaia di migliaia di pazienti diabetici, e farmaci come Entresto, terapia di riferimento per lo scompenso cardiaco cronico sviluppata da Novartis.

La proposta arriva in un momento tutt’altro che neutrale. Da mesi il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista di professione e principale sostenitore politico della riforma della remunerazione delle farmacie e della “farmacia dei servizi”, porta avanti una strategia che punta a rafforzare la sua categoria all’interno del Servizio sanitario nazionale. Una linea che alcune Regioni leggono come un progressivo trasferimento di risorse pubbliche verso il canale delle farmacie private convenzionate che, come scritto dal Fatto Quotidiano, hanno incrementato il loro fatturato nel 2025 di circa 4 miliardi rispetto al biennio 2021-2022, segnato dalla fase più intensa dell’emergenza Covid.

I farmaci oggi distribuiti attraverso i canali regionali vengono acquistati direttamente dalle Regioni, spesso a condizioni economiche vantaggiose grazie alle gare pubbliche e con un onere di servizio per la distribuzione per conto che ha una percentuale variabile da regione a regione. Questi strumenti, insieme al payback sanitario, consentono alle Regioni di mantenere il controllo sulla spesa e sui consumi. Ma lo spostamento verso la distribuzione convenzionata modifica inevitabilmente questo equilibrio. Con la nuova remunerazione delle farmacie, entrata in vigore nel 2024 e sostenuta dal Governo Meloni, ogni confezione dispensata genera infatti una remunerazione specifica per la farmacia, composta da quote fisse e da una componente percentuale. Così per le Regioni più prudenti, il problema resta aperto: ogni nuovo farmaco trasferito dal canale diretto a quello convenzionato rischia di produrre un aumento della spesa. È in questo contesto che si colloca il no dell’Emilia-Romagna. Secondo quanto ci risulta, la Regione guidata dal centrosinistra è stata l’unica a esprimere una netta contrarietà alla proposta presentata da AIFA.

Diverso l’atteggiamento delle altre Regioni presenti al tavolo — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — tutte amministrate dal centrodestra e apparentemente più disponibili a valutare lo spostamento di nuovi farmaci. Sul fronte opposto dell’Emilia, Federfarma, in un proprio report, difende la riforma richiamando le valutazioni contenute nella relazione tecnica della Legge di Bilancio e riprese dalla Corte dei Conti. Nel documento si sottolinea che “sebbene sia ancora prematuro formulare valutazioni definitive, le prime applicazioni della riforma consentono già alcune considerazioni”.

Il settore sostiene che il costo effettivo della riforma sia molto più contenuto di quanto spesso viene raccontato: in pratica, non costerebbe così tanto. Il nuovo sistema determina infatti un maggior onere netto per il Servizio sanitario nazionale di circa 53 milioni di euro nel 2024 e di circa 77 milioni di euro annui a regime dal 2025. Le stesse stime governative indicano un incremento lordo della remunerazione pari a circa 227 milioni di euro, ma una parte consistente di queste risorse era già riconosciuta alla categoria attraverso la remunerazione aggiuntiva introdotta negli anni precedenti, per un valore di circa 150 milioni di euro annui. Secondo il presidente di Federfarma Marco Cossolo: “La nuova remunerazione, portata avanti da numerosi governi di diversi orientamenti politici, sostiene questi servizi allineando l’Italia ai parametri europei. Grazie alla nostra capillarità, assicuriamo l’accesso alle cure anche nelle aree più isolate. Potenziare la farmacia dei servizi non costituisce un costo aggiuntivo, ma un investimento strutturale per una sanità territoriale efficiente”

Ma quali siano, i benefici economici e clinici derivanti da questi trasferimenti non è chiaro. Per i farmaci destinati a patologie croniche come il diabete o lo scompenso cardiaco, infatti, una maggiore accessibilità della farmacia sotto casa potrebbe rappresentare un vantaggio per il paziente. Ma perché l’operazione sia davvero conveniente per il Servizio sanitario nazionale, occorrerebbe dimostrare che tale beneficio produca un miglioramento misurabile dell’aderenza terapeutica e il contenimento di altre voci di spesa sanitaria. Ma finché non arriveranno dati trasparenti e verificabili dal Governo Meloni, il dubbio continuerà ad accompagnare ogni nuovo trasferimento proposto da Aifa e sostenuto dal sottosegretario farmacista di Fratelli D’Italia Marcello Gemmato.

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Ancora un’aggressione al Parco delle Foreste Casentinesi. E la politica plaude

di Enza Plotino

Un Pichetto Fratin al giorno leva il Parco di torno. Una boutade? Macché! Una desolante constatazione quando si entra nel merito di decisioni che stanno smantellando il sistema delle aree protette, anziché migliorarlo. Ogni giorno una spina. Oggi è il turno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, già aggredito pesantemente e snaturato progressivamente da una destra negazionista ambientale assetata di poltrone, che è al centro di proposte di interventi radicali, in contrasto con il Piano del Parco, che modificherebbero profondamente un’area naturale già gravemente compromessa dagli appetiti locali.

C’è già una diga, dagli anni 70, quella di Ridracoli, nella parte romagnola del Parco di cui si ignorano le criticità, mentre si insiste sul beneficio economico dell’opera. Ma oggi, a causa della crisi idrica che sta preoccupando tante amministrazioni, arriva, da parte di Romagna Acque – l’ente che fornisce il 60% dell’acqua per soddisfare il fabbisogno idropotabile della Romagna – una nuova richiesta di intervento straordinario che coinvolgerebbe un’altra parte del territorio protetto del Parco. “Opere di grande derivazione” per realizzare nuovi attingimenti di acqua dai corsi d’acqua del Parco e condotte di grande derivazione per alimentare il fabbisogno dei Comuni che non siano territorialmente interessati dai vari Parchi. Opere idrogeologiche gigantesche che deformerebbero irrimediabilmente l’ecosistema dei fiumi interessati.

La richiesta è stata messa nero su bianco nel Regolamento che in base alla legge 394 dovrebbe disciplinare in dettaglio le attività consentite nel territorio del Parco, ma che fino ad oggi non era mai stato approvato. Fino ad oggi però. Perché l’Ente parco, aggirando il divieto di modifica del regime delle acque all’interno dei Parchi nazionali, ha presentato una nuova bozza di Regolamento che contiene proprio la realizzazione di opere di grande derivazione di un fiume, sottraendo allo stesso un quantitativo d’acqua oltre i 100 litri al minuto, per trasferirla direttamente in un grande acquedotto o in un invaso. Il ministro, attraverso i suoi nominati, approva. Gli ambientalisti, Legambiente in testa, denunciano la gravità del progetto che ricadrebbe in un contesto di progressivo abbandono a sé stessa dell’area protetta, minacciata, come la maggior parte dei Parchi italiani, dall’inedia, dalla burocrazia e da un misto di indifferenza e di controllo da parte del potere politico.

In generale tutto il sistema dei Parchi nazionali, ma anche delle aree marine vive una condizione drammatica. Le risorse pubbliche si assottigliano implacabilmente tanto che sta diventando difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. I Parchi stanno vivendo, ormai da molti anni, una crisi di sopravvivenza. E, l’elemento più grave di tutti e che sta causando il fallimento di molte gestioni, la progressiva ingerenza sempre più sfacciata della politica locale e nazionale, un controllo sempre più arrogante attraverso nomine ai vertici degli Enti, di discutibili personaggi espressione diretta della politica, quella di un governo di destra e di un Ministero dell’Ambiente, che anziché fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema, appare completamente assente salvo per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.

Si vuole inficiare ogni organismo di controllo e di tutela con trombati politici, fidati personaggi di partito e ogni sorta di improbabili figure che devastano e portano sull’orlo del dissesto vecchi e nuovi presidi ambientali ormai snaturati e inutili. Anche la revisione della legge 394 è diventata preda delle incursioni di chi vuole stravolgere le garanzie democratiche ovunque si annidano. I danni stanno diventando ferite profonde nel sistema protetto che si assottiglia e impoverisce sempre di più.

Ritorniamo ai fondamentali: proteggiamo il nostro territorio per non rimanere seppelliti dalle future catastrofi naturali.

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