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Da Garlasco a Netflix, come il true crime è diventato un’industria. I dati di Giordano

È da diversi anni che l’interesse digitale per il true crime ha frantumato la nicchia nella quale per molto tempo è stato relegato – in parte, anche volontariamente per non pagare pegno a quel pregiudizio moralizzante, oggi molto meno diffuso di una volta, che censurava ogni forma di monetizzazione e di spettacolarizzazione della tragedia umana – diventando così molto più di una tendenza passeggera, di una curiosità episodica. Il true crime, in particolare quello italiano, è in una fase di definitiva maturazione, parliamo di un genere che si è strutturato come un vero e proprio mercato. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbero neanche l’attenzione crescente da parte dei talk televisivi, alcuni dei quali devono la loro programmazione e fortuna proprio alla notiziabilità del tema, o quella che ha spinto diverse media company a investire nella produzione e distribuzione sulle principali piattaforme di streaming, ma non solo, di mini-serie dedicate ai delitti e ai misteri che hanno catalizzato per intere settimane e mesi ogni secondo della nostra attenzione.

Su Netflix è ancora possibile on demand seguire la docu-serie Vatican girl, che ricostruisce per filo e per segno e in modo avvincente la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983. Mentre, qualche anno fa, era il 2023, Sky crime ha raccontato la storia dell’omicidio di Meredith Kercher, la giovanissima studentessa inglese trovata morta nella sua casa di Perugia, dove studiava all’Università per stranieri, la mattina del primo novembre 2007 e il travagliato percorso processuale che portò prima alla condanna e poi all’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Poi non sono mancate le serie sugli omicidi di Sarah Scazzi, di Elisa Claps e Yara Gambirasio, ma ciò che ha contribuito a sdoganare definitivamente il genere e trasformarlo in un prodotto commerciale è stato il lavoro di alcuni podcaster e youtuber. In particolare, tra i primi ci sono Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che hanno realizzato Veleno, podcast che ha raggiunto un’audience straordinaria, nel quale i due ricostruivano una vicenda che non tutti ricordavano, quella dei cosiddetti diavoli della bassa modenese.

Mentre, passando a YouTube, a dare il là al successo del genere ci hanno pensato Luca Zanella con il suo canale DarkSide, che conta oggi 123 mila iscritti, Francesca Bugamelli, in arte Bugalalla, nota per il suo canale YouTube Bugalalla crime, che ha una fanbase di 307 mila iscritti. Entrambi hanno pubblicato decine di video sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, in particolare dall’anno scorso con la riapertura delle indagini della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio. Entrambi, nei video che hanno incassato migliaia di visualizzazioni, hanno diffuso gli atti processuali, a volte anche inediti, stralci di intercettazioni e persino presunte registrazioni audio che hanno riacceso il dibattito su uno dei misteri italiani più discussi. YouTuber e podcaster che grazie alla vicenda Garlasco hanno aumentato notevolmente i loro fandom social, sono diventati delle celebrity e grazie a questa popolarità hanno pubblicato libri e vengono invitati nei salotti televisivi o partecipano a convegni e rassegne varie.

Sempre su YouTube, per restare sull’omicidio Poggi è nato, sempre l’anno scorso quando la curiosità e l’interesse degli utenti si è improvvisamente riacceso, un profilo che conta già 18 mila iscritti e che si chiama Garlasco channel, dove è possibile trovare analisi dettagliate, ricostruzioni, interviste, e approfondimenti per comprendere ogni sfumatura di questa vicenda che ha segnato la storia della giustizia italiana. In questi ultimi 14 mesi, cioè da quando a marzo del 2025 il procuratore capo della Repubblica di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di indagare nuovamente sull’omicidio per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione l’ex fidanzato Alberto Stasi, il termine Garlasco, toponimo della cittadina pavese in questi anni è diventato suo malgrado anche l’etichetta mediatica che sintetizza tutto ciò che riguarda la vicenda, è stata utilizzato in Rete da oltre 29 mila autori unici con un milione e mezzo di menzioni. Ma, qui il dato diventa ancora più straordinario e ci aiuta a comprendere l’esplosione di questo genere, le menzioni su Garlasco hanno generato un volume totale di 26,7 milioni di interazioni. Numeri di per sé già notevoli, ma che crescono ancora di più se alla prima keyword – la parola-chiave del monitoraggio di listening – aggiungiamo un secondo termine di ascolto del parlato digitale, questa volta però nominativo. Infatti aggiungendo il nome Andrea Sempio nell’ultimo mese, da quando si è avuta la conferma di un suo coinvolgimento nell’indagine, le interazioni totali sono arrivate a ben 31 milioni. C’è da scommettere che cresceranno ancor di più con i possibili sviluppi investigativi.

A conti fatti, il driver Garlasco ha avuto questa audience digitale dirompente non tanto perché metteva in discussione una verità processuale acquisita che ha portato, dopo due assoluzioni, alla condanna di Stasi, ma perché la riapertura dell’azione investigativa si è innestata in una bolla già matura, in una community uscita dall’auto-isolamento e che da anni produce contenuti che hanno incassato attenzione e milioni di visualizzazioni e interazioni.

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Cina o Stati Uniti? Vi spiego il valore geopolitico delle elezioni peruviane. L’analisi di Roy (Cfr)

Dopo un primo turno di votazioni segnato da errori logistici e accuse di brogli, i peruviani tornano alle urne il 7 giugno per eleggere il nono presidente del Paese negli ultimi dieci anni. Il ballottaggio vede contrapposti il progressista Roberto Sánchez, considerato ampiamente anti-establishment, e la conservatrice Keiko Fujimori, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Perù. I due candidati divergono profondamente nelle loro posizioni politiche.

Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto Fujimori, è un’ex deputata e leader del partito di destra Fuerza popular. La sua campagna politica è fortemente incentrata sul ripristino dell’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità – una delle principali preoccupazioni dei peruviani a causa del recente aumento della criminalità organizzata – sull’espulsione dei migranti irregolari e sulla promozione di politiche pro-mercato, anche attraverso maggiori investimenti stranieri. Al contrario, Sánchez è un attuale deputato candidato per il partito progressista Juntos por el Perú. Ex ministro del Commercio estero e del Turismo sotto la presidenza di Pedro Castillo, Sánchez trae gran parte del suo sostegno dal “Perù profondo”: comunità rurali, indigene e della classe lavoratrice. Propone di legalizzare l’attività mineraria informale, ampliare il controllo statale sulle risorse naturali del Paese e, soprattutto, promuovere modifiche costituzionali per creare uno Stato plurinazionale che rafforzi le popolazioni storicamente emarginate del Perù. Ma la vera questione che incombe sulle elezioni peruviane non riguarda semplicemente chi governerà Lima e in che modo, bensì se il risultato contribuirà all’orientamento sempre più conservatore della politica latino-americana.

Negli ultimi anni la regione ha assistito in gran parte a un’inversione della cosiddetta “marea rosa” dei primi anni Duemila, caratterizzata da una serie di vittorie elettorali della sinistra. Questo spostamento conservatore è alimentato dal diffuso malcontento pubblico per l’aumento della criminalità, dell’inflazione, della stagnazione economica e della corruzione sistemica, tutti problemi che i governi di sinistra avevano promesso di risolvere. Se Sánchez dovesse vincere, il Perù si unirebbe al blocco di governi progressisti della regione che comprende Brasile, Colombia e Messico, tutti sottoposti a diversi livelli di pressione economica e politica da parte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Una vittoria di Fujimori, invece, collocherebbe il Perù nel rinnovato campo conservatore della regione. Con altre importanti elezioni presidenziali ancora in programma in Colombia (dopo le elezioni del 31 maggio e il ballottaggio del 21 giugno) e in Brasile (4 ottobre), il risultato in Perù potrebbe approfondire oppure interrompere la divisione ideologica che sta ridefinendo la politica regionale.

Le elezioni di febbraio in Costa Rica hanno già visto la vittoria della populista conservatrice Laura Fernández. Le elezioni peruviane hanno anche implicazioni geopolitiche più ampie. Negli ultimi due decenni la Cina ha ampliato drasticamente la propria presenza in America Latina, passando da attore economico marginale a importante partner commerciale e investitore. In Perù, la costruzione cinese del porto di Chancay, un mega-porto in acque profonde da 3,5 miliardi di dollari progettato per collegare Asia e Sud America, rappresenta un esempio della portata di questo coinvolgimento. Mentre Sánchez sostiene un rafforzamento dei rapporti con la Cina, Fujimori ha apertamente allineato la propria piattaforma agli Stati Uniti. Il risultato delle elezioni potrebbe quindi determinare un Perù che mantiene forti legami con la Cina oppure uno che cerca un allineamento più stretto con Washington. Il Perù è inoltre uno dei maggiori produttori mondiali di rame – responsabile di circa il 12% della produzione globale nel 2025 – oltre che di altri minerali strategici come argento e zinco, sempre più centrali nelle strategie industriali ed economiche di Stati Uniti e Cina. Il possesso di queste risorse conferisce al Perù un peso geopolitico in un mondo affamato dei materiali necessari alla transizione energetica verde e alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un’amministrazione Sánchez, con il suo piano di riforma del settore minerario e di espansione del controllo statale sulle risorse naturali, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri necessari ad aumentare la produzione. Al contrario, un governo guidato da Fujimori probabilmente accoglierebbe con favore la possibilità di rafforzare i legami economici e di sicurezza con gli Stati Uniti, impegnati a costruire catene di approvvigionamento andine per i minerali strategici così da ridurre la dipendenza dalla Cina. Infine, il Perù è una delle principali destinazioni per migranti e rifugiati nell’emisfero occidentale: a febbraio ospitava oltre 1,6 milioni di venezuelani. Fujimori, tuttavia, ha promesso di reprimere l’immigrazione irregolare, puntando a utilizzare le forze armate per riaffermare il controllo alle frontiere. Questo approccio securitario riecheggerebbe quello adottato da altri Paesi guidati da governi conservatori, tra cui Argentina e Cile, ma rischierebbe di mettere sotto pressione le relazioni bilaterali con gli Stati vicini – in particolare la Colombia, che sostiene un approccio più aperto e basato sui diritti e condivide il peso dello sfollamento venezuelano. In definitiva, qualunque candidato ottenga più voti a giugno erediterà un Perù politicamente e socialmente diviso. Ma, soprattutto, contribuirà all’evoluzione delle dinamiche politiche regionali: una presidenza Fujimori probabilmente accelererebbe la svolta a destra già in corso, mentre una vittoria di Sánchez potrebbe interromperla. In ogni caso, la direzione ideologica del futuro del Perù avrà ripercussioni a Bogotá, Brasília, Washington e oltre.

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