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“Ho distrutto la Poresche nuova”: la chat dell’imprenditore dopo lo schianto costato la vita a Matilde Baldi

“Per la cena andiamo volentieri, facciamo passare questa settimana. Tra il caos del lavoro e l’incidente di giovedì che ho distrutto la Gt3 nuova sono un po’ off”. È uno dei messaggi che l’imprenditore astigiano Franco Vacchina inviò a un amico il 13 dicembre scorso, due giorni dopo l’incidente avvenuto sulla tangenziale di Asti, che poi costò la vita a Matilde Baldi. A riportarlo è il quotidiano La Stampa, che dà conto delle chat acquisite agli atti dell’inchiesta coordinata dalla Procura. L’uomo era stato poi arrestato e posto ai domiciliari.

Quando quel messaggio viene scritto, la giovane rimasta gravemente ferita nello schianto, era ancora ricoverata in ospedale in condizioni disperate. Morirà tre giorni più tardi. Era a bordo di una utilitaria guidata dalla madre quando l’auto venne coinvolta nell’incidente che oggi è al centro dell’indagine. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Vacchina si trovava alla guida della sua Porsche e sarebbe stato impegnato in una gara di velocità con un’altra vettura dello stesso marchio. Un’ipotesi che l’imprenditore ha sempre respinto e che continua a contestare anche nelle conversazioni private finite nel fascicolo.

“Tu mi conosci, come fai a credere che stessi facendo una gara, alle 20,15, con il traffico a palla?”, scrive a uno dei suoi interlocutori. In un altro passaggio delle chat emerge il tentativo di spiegare quanto accaduto. “Sfiga. Non sono un pilota di F1 ma sono 35 anni che guido Porsche. Non mi capacito ancora adesso come sia potuto succedere“. Le conversazioni, secondo quanto riferito dal quotidiano torinese, contengono anche riferimenti alle conseguenze amministrative dell’incidente. Vacchina avrebbe infatti manifestato ad alcuni conoscenti l’intenzione di trovare una soluzione per il “problema con la patente”, valutando persino la possibilità di contattare il prefetto.

Le chat rappresentano ora uno degli elementi all’attenzione degli investigatori impegnati a ricostruire le circostanze dello schianto e il comportamento dell’imprenditore nei giorni immediatamente successivi alla tragedia. L’inchiesta dovrà chiarire se quella sera sulla tangenziale fosse effettivamente in corso una sfida ad alta velocità tra le due Porsche oppure se, come sostiene Vacchina, si sia trattato di una tragica fatalità.

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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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