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Tajani e le tasse: delle panzane portentose da smontare in dettaglio

Qualche giorno fa Antonio Tajani, il vicepremier e ministro degli Esteri che gli italiani si meritano, ha riproposto in un’intervista a Libero le ricette economiche liberiste che dai tempi di Reagan arricchiscono i ricchi, impoveriscono il ceto medio e distruggono il welfare, tanto il popolo bue applaude qualunque cosa.

Nell’ottica padronale di Tajani la patrimoniale, la tassa di successione, la revisione catastale e le imposte sugli extraprofitti sono modi per “mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Una panzana portentosa che lascia di princisbecco i non cretini e che è il caso di smontare in dettaglio, non fosse altro che per dargli un dispiacere.

Per Tajani, “la patrimoniale tassa beni su cui si è già pagata una tassa”. Ma reddito e patrimonio sono basi imponibili diverse: il primo viene tassato quando è prodotto, il secondo quando è posseduto. Il fatto che un reddito sia già stato tassato non esclude che il patrimonio accumulato possa esserlo a sua volta.

Tajani: “Ci sono già 13 patrimoniali in Italia”. Ma definire imposte come il bollo auto o il bollo sui conti correnti come “patrimoniali” allarga il concetto in modo improprio. La patrimoniale di cui si discute è una tassa sui grandi patrimoni.

Tajani: “No all’aumento dell’imposta di successione”. Ma questo strumento serve a limitare la concentrazione ereditaria della ricchezza e a favorire l’uguaglianza delle opportunità. Fra l’altro, in Italia aliquote e franchigie sono tra le più favorevoli ai grandi patrimoni rispetto a molti altri Paesi sviluppati.

Tajani: “La revisione del catasto è una patrimoniale occulta”. Ma aggiornare i valori catastali non implica necessariamente un aumento delle tasse. Il catasto fotografa il valore degli immobili: oggi abitazioni di grande valore pagano imposte basate su rendite catastali molto basse, mentre immobili meno pregiati risultano, in proporzione, più tassati. Una revisione renderà il sistema più equo.

Tajani: “Tassare gli extraprofitti significa mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Ma profitti straordinari generati da eventi eccezionali che alterano il mercato (crisi energetiche, guerre) possono essere tassati senza compromettere l’attività economica.

Tajani: “Il salario minimo è una scorciatoia ideologica”. Ma il salario minimo è presente nella maggior parte delle economie avanzate ed è stato adottato da governi di orientamento politico vario. L’idea che ogni nuova imposta sia una sottrazione indebita e che il cittadino debba essere difeso dallo Stato come da un nemico è una concezione così truffaldina della democrazia che ha del vandalico.

Le tasse finanziano diritti come scuola, sanità, giustizia e tutela sociale. Senza un contributo commisurato alle possibilità di ciascuno, quei diritti diventano privilegi per chi può permetterseli. La domanda giusta, quindi, non è “Come pagare meno tasse?”, ma “Come ripartire equamente il costo della vita collettiva affinché il privilegio di alcuni non si traduca nella subordinazione di altri?” Questa è la funzione politica e morale del fisco in una democrazia.

Se quelle di Tajani vi sembrano balle, insomma, è perché lo sono. Potrebbero appartenere a qualunque scorreggione di oggi. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

198) Non è vero che nell’inverno del 1956 Gino Bartali cadde in letargo dopo essersi rimpinzato di lardo, cotiche affumicate e birra.

199) Non è vero che quando Tajani va a cena da Marina Berlusconi il cane di casa lo fiuta sospettoso.

200) E’ vero che Brunello Cucinelli è pieno di sé, ma non è vero che si è fatto ricamare le sue iniziali sul pisello a punto raso imbottito, con contorno a cordoncino, in filo di seta.

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Tajani: “Non ci sono passi avanti sul Board of Peace per Gaza perché concentrati sull’Iran”

“Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ho chiesto all’Alto rappresentante Kallas di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir, responsabile politico di quel grave atto. Non ho parole per commentare ciò che lui ha detto nei confronti dell’Italia ieri, dopo aver saputo che era indagato dalla Procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”. Così il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, in audizione in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera.

“L’Italia – ha aggiunto Tajani – è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà, la democrazia, è protagonista della pace e rispediamo al mittente qualsiasi offesa, qualsiasi tentativo di denigrare. Ma le parole pronunciate da Ben Gvir dimostrano qual è il livello politico e morale di questo signore. Molti Paesi hanno accolto con favore la nostra proposta di sanzionarlo, a partire dalla Francia e ad esempio il ministro degli Esteri olandese che ho incontrato ieri a Roma. Vedremo nei prossimi giorni se sarà possibile raggiungere un consenso in Europa ma desidero rassicurare quest’Aula sul fatto che continueremo ad insistere per raggiungere questo obiettivo”.

Poi ad una domanda del senatore 5 Stelle Bruno Marton, Tajani spiega che “sul Board of Peace non sono stati fatti passi in avanti, tutti sono più impegnati sul fronte iraniano”.

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Tajani: “Ben-Gvir e il Paese delle Ciabatte? Parole inaccettabili, incommentabile”

“Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Flotilla, ho chiesto all’Alto Rappresentante Borrell di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben-Gvir, responsabile politico di quel grave atto. Non ho parole per commentare ciò che lui ha detto nei confronti dell’Italia ieri, dopo aver saputo che era indagato dalla Procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili”, così il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervenuto alla Commissione Difesa al Senato.

“Non mi lascio scoraggiare da nessuna inchiesta”, aveva detto il ministro israealiano su X attaccando l’Italia: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. “Israele – aggiunge – non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”. Gvir è il primo indagato nel procedimento dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla Marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta e a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

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Attivisti della Flotilla in carcere in Libia, Tajani: “Situazione complicata, non c’è ancora un’accusa formalizzata”

Quella degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ancora detenuti nelle carceri libiche dal 24 maggio scorso, è “una situazione complicata“. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrando i giornalisti alla Farnesina al margine del Forum Italia-Norvegia, sottolineando che “stiamo seguendo minuto per minuto l’evolversi della situazione con il nostro console a Bengasi e anche da Roma, lavoriamo perché possano essere liberati il prima possibile”.

Tajani ha aggiunto che “è una situazione delicata perché non ci sono soltanto italiani, ma anche altre persone di altre nazionalità arrestate e questo rende un po’ più complicata la situazione”. Il titolare della Farnesina ha rassicurato che la situazione viene seguita minuto per minuto, sottolineando però che “ancora non c’è un’accusa formalizzata” nei confronti degli attivisti italiani.

Tra gli attivisti ancora bloccati ci sono gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone,

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L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo”

“Ho avuto alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare. E questo è un motivo di scontro con il ministro degli Esteri, e motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano”. Conversando con i giornalisti sulla situazione in Libano, l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled lancia un’accusa durissima nei confronti di Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha condannato Tel Aviv per la nuova offensiva contro il Paese confinante. “Il governo italiano non può risolvere da solo la pace nel mondo. Sono soprattutto gli Stati Uniti che devono fermare Israele, noi continuiamo a fare la nostra”, ha detto da ultimo il vicepremier e leader di Forza Italia, a margine delle celebrazioni del 2 giugno.

Già dalla settimana scorsa, però, Tajani aveva stigmatizzato i raid dello Stato ebraico, pur stando sempre attento a condannare allo stesso tempo anche le offensive dei miliziani sciiti libanesi di Hezbollah: “Bisogna disarmare Hezbollah e costruire uno stato libanese libero dai diktat fondamentalisti. Ma nello stesso tempo Israele deve comprendere che non si può andare a bombardare dove ci sono popolazioni civili“, aveva detto. E ancora: “Io credo che in Libano si debba evitare un’escalation. Hezbollah non può continuare a bombardare il nord di Israele e Israele deve affidarsi di più alle Nazioni Unite all’Unifil per cercare di disarmare Hezbollah. Noi chiediamo che si fermi questa escalation, lo chiediamo a Israele e naturalmente condanniamo tutte le azioni di Hezbollah contro Israele”. Un cerchiobottismo che evidentemente non ha soddisfatto la diplomazia di Tel Aviv.

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