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L'americano vero. Leale con gli amici spietato coi critici. Orgogliosamente controverso

Quando Donald Trump pubblicò The Art of the Deal nel 1987, aveva 41 anni ed era un costruttore newyorkese ambizioso, non ancora il fenomeno politico che avrebbe ridefinito la democrazia americana. In quel libro espose con disarmante franchezza una filosofia che, quattro decenni dopo, si rivela la chiave più precisa per comprendere non solo la sua carriera, ma l'intera epoca che ha contribuito a creare.

A ottant'anni, Trump non è un'anomalia della storia americana: è una delle sue espressioni più autentiche. La sua personalità si fonda su un codice di lealtà tribale che ricorda quello di Andrew Jackson. Chi lo difende, anche a torto, viene premiato; chi lo critica, anche con ragione, viene punito in modo sproporzionato e duraturo. Non è capriccio: è un codice d'onore che risponde all'insulto non con il silenzio ma con la demolizione pubblica e prolungata del nemico. Strettamente legato a questo tratto è un secondo elemento spesso sottovalutato: l'intolleranza per l'umiliazione. Trump non dimentica chi lo ha ridicolizzato, come reso evidente dalla guerra decennale con certi giornalisti e dalla trasformazione di ogni derisione in carburante per la rivincita.

In politica interna, ha trasformato il partito Repubblicano da club delle élite finanziarie e neoconservatrici a movimento di massa fondato sulla fedeltà al programma America First. Ha costruito una coalizione che unisce cristiani evangelici, élite economiche della deregolamentazione e una nuova working class multirazziale, un'alleanza che la politica tradizionale considerava contraddittoria, ma che tiene insieme attraverso un nemico comune: l'apparato burocratico di Washington e la cultura progressista delle grandi corporation. Il suo rapporto con lo Stato profondo non è cospirativo ma sociologico: esiste davvero una "fazione permanente" di funzionari di carriera che condivide valori e interessi diversi dai suoi elettori, e che ha imparato a usare i tempi lunghi della burocrazia come arma di resistenza.

Sul fronte dell'immigrazione, tema centrale della sua retorica e della sua base, Trump ha trasformato una questione demografica ed economica in una questione di sicurezza fisica e identitaria. Il confine non è per lui un problema burocratico, ma il simbolo del patto tra lo Stato e i suoi cittadini. Paradossalmente, questo messaggio ha conquistato anche una quota crescente di elettori ispanici di prima e seconda generazione: chi è arrivato rispettando le regole non si sente solidale con chi le aggira, ma derubato da chi lo fa.

In politica estera Trump non si è dimostrato isolazionista, ma transazionale. Ogni alleanza, ogni trattato, ogni rapporto internazionale viene letto come un contratto da rinegoziare, non come un valore da preservare. La sua concezione del tempo rinforza questa logica: Trump non pianifica per legislature, pensa per cicli di notizia, giorni, al massimo settimane. Questo spiega la sua preferenza per gli ordini esecutivi rispetto alle leggi, la comunicazione per provocazioni seriali, la gestione delle crisi diplomatiche per escalation rapide seguite da risoluzioni improvvise e dichiarazioni di vittoria. Chi si aspetta da lui una strategia di lungo periodo rimane sempre sorpreso; chi impara a leggere il momento, cosa vuole ottenere oggi, da chi, a quale costo immediato, trova il suo comportamento sorprendentemente prevedibile.

In politica estera, la Cina resta il dossier prioritario, la vera sfida del XXI secolo, non solo sul piano tecnologico e geopolitico, ma anche come minaccia diretta al lavoro americano: il deficit commerciale e il furto di proprietà intellettuale sono per Trump la prova di un trasferimento sistematico di ricchezza che ha svuotato le fabbriche della Rust Belt. Con la Russia, Trump applica una distinzione netta tra il livello personale e quello strategico: rispetta Putin come leader forte che non chiede scusa per difendere l'interesse del proprio Paese, lo stesso modello di leadership che propone per sé, ma vede la Russia come una potenza in declino che l'Occidente ha inutilmente spinto tra le braccia della Cina, l'unico rivale che conta davvero. In Medioriente, la dottrina della massima pressione e della deterrenza asimmetrica ha segnato il riconoscimento di Gerusalemme e del Golan, gli accordi di Abramo che hanno separato la questione palestinese dalla normalizzazione arabo-israeliana, fino al recente confronto diretto con l'Iran, condotto a fianco di Israele senza l'ambiguità calcolata che aveva caratterizzato decenni di diplomazia tradizionale. Per Trump, Israele resta l'unico alleato regionale che condivide la sua stessa grammatica della forza e ogni sua mossa in quel teatro è anche un messaggio sulla disponibilità americana a usarla.

Sul fronte emisferico, Trump ha aggiornato la dottrina Monroe per il XXI secolo: dalla rivendicazione del Canale di Panama alle pressioni su Groenlandia e Canada, fino all'intervento in Venezuela. Il suo messaggio è che l'emisfero occidentale è una sfera di influenza americana dove Washington non negozia da pari a pari con i vicini, ma detta le condizioni. Sul piano energetico, lo slogan "drill, baby, drill" è la cifra di un approccio che considera l'energia non una questione ambientale ma di potere, sovranità e identità: contro il Green New Deal e l'Accordo di Parigi, Trump punta sull'autosufficienza fossile come strumento geopolitico. Per lui produrre energia significa essere sovrani, dipendere da altri per l'energia significa essere vulnerabili.

A ottant'anni, Trump rimane fedele soprattutto a una costante che attraversa tutta la sua vita pubblica: la convinzione che l'attenzione, comunque ottenuta, sia la vera moneta del potere. È un principio che enunciò con la consueta franchezza già in quel libro del 1987, e che resta probabilmente la frase più predittiva mai scritta su di lui: "La buona pubblicità è meglio della cattiva, ma la cattiva pubblicità è comunque meglio di nessuna pubblicità. La controversia fa vendere".

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