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“Non avrei mai dovuto incontrarlo". Bill Gates rompe il silenzio su Epstein. Ma il caso continua a perseguitarlo

L'ombra di Jeffrey Epstein continua ad allungarsi su alcune delle figure più potenti degli Stati Uniti. L'ultimo a tornare sotto i riflettori è Bill Gates. Il cofondatore di Microsoft, per anni considerato il volto più riconoscibile della filantropia globale, ha ammesso davanti ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti che aver frequentato il finanziere morto nel 2019 è stato un "grave errore di giudizio". Allo stesso tempo ha ribadito di non essere mai stato sull'isola privata di Epstein e di non aver mai assistito ad attività illegali.

Dopo la pubblicazione di nuovi documenti legati all'inchiesta Epstein e le audizioni parlamentari che coinvolgono personaggi influenti, il Congresso prova a ricostruire la rete di relazioni costruita dal finanziere condannato nel 2008 per reati sessuali e arrestato nuovamente nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Gates non è accusato di alcun illecito, ma la sua vicinanza a Epstein dopo la prima condanna di quest'ultimo continua ad alimentare interrogativi politici e reputazionali.

Il mea culpa di Gates davanti al Congresso

Comparendo volontariamente davanti all’House Oversight Committee, Gates ha scelto una linea di piena collaborazione. "Non avrei mai dovuto incontrarlo", ha dichiarato. Ha inoltre sottolineato di non aver mai avuto conoscenza dei crimini commessi dal finanziere né di aver partecipato ad attività inappropriate.

Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso tycoon, gli incontri avvenuti tra il 2011 e il 2014 sarebbero stati motivati dall'idea che Epstein potesse facilitare raccolte fondi per iniziative filantropiche legate alla Gates Foundation, in particolare nel settore della salute globale. Gates ha però sostenuto che da quei contatti non nacque alcuna collaborazione concreta e che nessun finanziamento transitò attraverso Epstein. Quando si rese conto che le promesse non si sarebbero tradotte in risultati, interruppe i rapporti.

La smentita sull'isola e il tema del ricatto

Uno degli aspetti più delicati affrontati durante l'audizione riguarda le numerose teorie e indiscrezioni circolate negli anni. Gates ha negato categoricamente di essere mai stato a Little Saint James, l'isola privata nelle Isole Vergini divenuta simbolo degli abusi attribuiti a Epstein.

L'imprenditore ha inoltre raccontato che Epstein avrebbe cercato di sfruttare informazioni relative alle sue relazioni extraconiugali per riallacciare i contatti. Secondo quanto riferito durante la deposizione, il finanziere era venuto a conoscenza di alcune infedeltà matrimoniali e avrebbe tentato di utilizzarle come strumento di pressione. Gates ha però precisato che tali vicende personali "non avevano nulla a che fare con Epstein" e che non cedette a quei tentativi.

Ha anche spiegato ai parlamentari di non aver mai trascorso del tempo con le vittime di Epstein e di non aver assistito a comportamenti riconducibili alle attività criminali per cui il finanziere è stato condannato e successivamente indagato.

Una ferita aperta nell'immagine del filantropo

Per Gates, il caso Epstein rappresenta soprattutto una crisi reputazionale destinata a ridefinire il modo in cui l'opinione pubblica guarda alla sua figura. Negli ultimi anni il fondatore di Microsoft ha cercato di costruire la propria eredità attorno alla filantropia, alla lotta contro le malattie infettive e agli investimenti nell'innovazione sanitaria. Tuttavia, la domanda che continua a emergere negli Stati Uniti è perché uno degli uomini più potenti del mondo abbia scelto di frequentare Epstein dopo che quest'ultimo era già stato condannato per reati sessuali.

La stampa americana sottolinea come non vi siano accuse penali nei confronti di Gates e come nessuna prova lo colleghi ai crimini di Epstein. Ma evidenzia anche come le continue rivelazioni abbiano incrinato l'immagine pubblica costruita in decenni di attività filantropica.

Gates, intanto, è ricorso a Jake Greenberg, l'ex capo consulente investigativo della commissione, per una consulenza a seguito della pubblicazione dei file di affidarsi a Greenberg, sebbene non rara, ha sorpreso gli esperti di etica governativa, poiché potrebbe creare un'apparenza discutibile ai fini della deposizione.

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Donne “scafiste” dei barconi di migranti: la nuova strategia dei trafficanti

Il mondo del business legato ai traffici irregolari di esseri umani è mutevole, fluido, si adatta ai tempi e alle usanze, per continuare a esistere ma anche per continuare ad avere appeal. Perché è innegabile che ne abbia ed è innegabile che eradicarlo è molto complesso. La struttura di queste organizzazioni di migranti è nota, è un triangolo in cui al vertice si trova la vera “testa” rappresentata il più delle volte dalla criminalità organizzata locale, che muove i fili e gestisce i traffici attraverso i suoi galoppini. Questi sono gli “agenti di zona” che a loro volta gestiscono la manodopera che organizza i migranti da imbarcare, sceglie le zone di partenza delle barche, trova le barche e anche le case in cui i migranti vengono raccolti prima della partenza. Sono loro a individuare, tra i migranti, i soggetti adibiti alla conduzione della barca e alla rotta, i bussolieri.

Finora è stato dato quasi per scontato che le barche venissero messe in mano a uomini, perché è sempre stato così ma, soprattutto, perché nelle inchieste condotte da questo quotidiano sono sempre stati individuati “scafisti” uomini. Sono loro a proporsi, anche se non hanno esperienza: viene loro spiegato qualche rudimento base e vengono messi al timone. È un ruolo ambito dai migranti, perché a fronte della responsabilità garantisce il trasporto gratuito. Tuttavia, dal monitoraggio dei traffici, sta cambiando qualcosa e ci sono sempre più “convogli” che vedono al timone una donna. Sono informazioni, queste, che emergono grazie ai video promozionali che i trafficanti condividono sui social per promuovere le proprie tratte e i propri viaggi e dietro questa scelta, che sicuramente non può essere annoverata tra quelle imposte dal pensiero occidentale per la parità dei sessi, potrebbero esserci due scopi, il primo di marketing e il secondo di scopo.

Il primo risponde a una logica ormai ben rodata nei circuiti illegali: differenziarsi per attrarre nuovi “clienti”. L’immagine di una donna al timone rompe uno schema consolidato e diventa uno strumento di propaganda. Serve a trasmettere un’idea di maggiore affidabilità, quasi di normalità, attenuando la percezione del rischio. Nei video diffusi sui social dai trafficanti, la figura femminile viene spesso utilizzata per costruire una narrazione più rassicurante del viaggio, come se questo potesse trasformare una traversata illegale e pericolosa in qualcosa di più accettabile, che trasmette quasi serenità. Il secondo, al contrario, è invece molto più concreto e, per certi versi, più spregiudicato. L’impiego di donne alla guida delle imbarcazioni può rappresentare un tentativo di sfruttare falle operative e approcci meno rigidi nei controlli. In alcuni casi, la presenza femminile può ridurre il livello di sospetto o ritardare interventi più incisivi da parte delle autorità. Non si tratta di una garanzia, ma di un margine che le organizzazioni criminali cercano di utilizzare fino in fondo, deresponsabilizzando, creando varchi. È un fatto che non ci sia nella storia recente una condanna nei confronti di una donna “scafista”. L’identikit dello scafista non è più quello tradizionale e questo rende più difficile individuare le responsabilità.

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Europa nel mirino di Teheran: la guerra-ombra degli ayatollah

Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.

L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.

Dalla diplomazia alla sfiducia: perché l'Europa cambia approccio

L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.

A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.

La strategia della guerra ibrida: intermediari, criminalità e obiettivi simbolici

Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.

Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.

Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.

Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.

In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.

L'Occidente si compatta, ma resta il dilemma della risposta

La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.

Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.

Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.

Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.

Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente. Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.

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“Collegato ai terroristi”. Le accuse all’arbitro somalo espulso dagli Stati Uniti

Chiarezza è stata fatta. Se per quasi due giorni non si erano capiti i reali motivi per l’espulsione dagli Stati Uniti dell’arbitro somalo, Omar Artan, che avrebbe dovuto prendere parte ai Mondiali di Calcio, nelle ultime ore si è saputa la verità: un funzionario americano ha dichiarato che il suo ingresso è stato rifiutato a causa della sua "associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche". Il funzionario ha parlato a condizione di anonimato per discutere di una questione tutelata dalle leggi sulla privacy relative ai visti.

“Ingresso negato per ottimi motivi”

Nelle ultime ore ha parlato all’emittente americana Espn anche Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force della Casa Bianca sulla Fifa, affermando che ad Artan è stato negato l'ingresso per "ottimi motivi", ma rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli. Nelle prime ore era infuriata la polemica visto che ad Artan è stato negato l’ingresso all’aeroporto di Miami ufficialmente per "problemi di verifica", scatenando l’indignazione per i metodi di trattamento riservati ad Artan fermato e interrogato per 11 ore.

Le dichiarazioni dell’arbitro

Secondo l'ambasciata somala in Kenya, che ha gestito la pratica, il visto per gli Stati Uniti gli era stato rilasciato la settimana scorsa. Artan ha raccontato al New York Times di essere stato interrogato dagli agenti di frontiera che gli hanno chiesto il motivo del suo viaggio negli Stati Uniti. Da lì, altre domande sulla politica somala e sul gruppo militante al-Shabab, impegnato in una guerriglia contro il governo. Dal canto suo, il fischietto ha spiegato agli inquirenti di essere arbitro della Fifa mostrando foto e documenti della sua carriera arbitrale.

Dopo l'interrogatorio, è stato messo in una cella di detenzione per alcune ore per poi essere espulso dagli Stati Uniti. "Credo che abbiano un problema con il mio Paese", ha dichiarato al quotidiano americano, sottolineando di avere i documenti e il visto in regola. Secondo il Times, Artan non avrebbe ricevuto alcuna spiegazione sul motivo del rifiuto d'ingresso.

“Rivedere politiche d’ingresso”

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie politiche di controllo dell'immigrazione in vista dei Mondiali 2026 dopo che tifosi, un arbitro di alto livello e dirigenti delle squadre si sono visti impedire l'accesso al torneo. "Spero davvero che ci sia una profonda revisione di come le politiche di controllo dell'immigrazione stiano influenzando i diritti umani e la dignità umana, e che soprattutto in vista dei Mondiali si ripensino le politiche che purtroppo abbiamo visto prevalere, specialmente negli Stati Uniti", ha spiegato ai giornalisti.

L’accoglienza di Artan in Somalia

Al suo rientro a Mogadiscio, Artan è stato accolto come un eroe promettendo alla folla che lo aspettava in aeroporto di essere sicuro e deciso nel partecipare al prossimo torneo nel 2030. Oltre 100 tifosi si sono radunati fuori dalla zona Vip dell'aeroporto principale di Mogadiscio, sventolando bandiere nazionali mentre Artan scendeva da un volo della Turkish Airlines tra gli applausi. "Sarò ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia. Nonostante quello che mi è successo, non mi scoraggio", ha dichiarato Artan ai giornalisti.

Il rifiuto di Artan ha scatenato indignazione in patria. "Gli hanno fatto un torto che ferisce chiunque abbia a cuore l'umanità", ha dichiarato Mohamed Said, un funzionario del governo di Mogadiscio, all'aeroporto. Nominato arbitro dell'anno dalla Confederazione Africana di Calcio (Caf) nel 2025, avrebbe dovuto essere il primo arbitro somalo ai Mondiali di Calcio dopo essere stato inserito nella lista definitiva della Fifa due mesi fa.

Dal canto suo, il massimo organo calcistico mondiale ha dichiarato di non essere stato coinvolto nella procedura di immigrazione e di essere stato informato dalle autorità statunitensi che lo status di Artan "non subirà modifiche al momento".


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Iran, com'è il drone marino usato per salvare i piloti dell'elicottero Apache abbattuto

È stato un drone navale a recuperare l’equipaggio dell'elicottero d'attacco AH-64 Apache americano, precipitato lunedì notte nelle vicinanze dello stretto di Hormuz.

L’informazione è stata diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha confermato l’impiego di un drone Corsair Saronic, un’imbarcazione di superficie autonoma (ASV), che ha soccorso l’equipaggio, composto da pilota e copilota/mitragliere, recuperandolo dalle acque potenzialmente ostili, dove i due sono rimasti per quasi due ore, e trasportandolo in acque più sicure, dove sono stati poi issati su un elicottero.

Stando a quanto affermato separatamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’elicottero statunitense, che era impegnato in una missione di pattugliamento e sorveglianza dello stretto di Hormuz, è stato abbattuto da forze iraniane al largo delle coste dell’Oman.

Un drone per salvare i piloti dell’Apache

Il Centcom ha comunicato che: "Il drone di superficie che ha assistito al salvataggio dell'equipaggio dell'Apache al largo delle coste dell'Oman la scorsa notte era un drone Corsair della Marina statunitense, operato dalla Task Force 59 della 5ª Flotta statunitense". Si tratta di un'imbarcazione dronizzata lunga circa 7,3 metri con un design simile a quello di un motoscafo, che può essere configurata per diversi tipi di missione, può raggiungere una velocità di 35 nodi, ha un'autonomia di circa 1.600 km e una capacità di carico utile di circa 450 kg.

Si tratta del primo caso noto in cui un drone viene utilizzato per il recupero di personale nell'ambito di una missione di ricerca e soccorso; ciò denota importanti implicazioni per queste operazioni in futuro, dato il rischio corso dai mezzi con equipaggio che vengono abitualmente impiegati nelle operazioni di ricerca e soccorso, che presentano complessità e rischi intrinseci quando vengono condotte in territorio ostile. Il recente esempio di recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto dall'Iran ha messo nuovamente in luce i rischi che si assumono le forze di ricerca e soccorso in combattimento (CSAR). Un aereo d’attacco A-10 impiegato come “Sandy” era stato abbattuto e un elicottero di soccorso danneggiato proprio nelle prime fasi del soccorso. Lo stesso vale per operazioni di recupero in acque ostili o in alto mare, dato che esiste sempre la possibilità di perdere ulteriori mezzi e uomini nel corso della missione di salvataggio.

L’abbattimento confermato e la risposta di Trump

Questo è il primo elicottero AH-64 Apache perso in Medio Oriente dall'inizio delle ostilità con l'Iran. In particolare, l'incidente è avvenuto appena un giorno dopo che Israele e l'Iran hanno fermato una nuova ondata di attacchi a seguito di una nuova escalation.

La scorsa settimana, il presidente Trump aveva detto ai giornalisti che avrebbe preso in considerazione la ripresa della guerra se l'Iran avesse causato la morte di truppe statunitensi. Ciò minerebbe le basi del cessate il fuoco accordato ad aprile e riporterebbe il Medio Oriente in guerra. Va ricordato come l’ammaraggio di un elicottero che compie un atterraggio d'emergenza controllato in autorotazione e l’abbandono dell’abitacolo mentre l’elicottero non è una passeggiata priva di tale rischio.

Un funzionario degli Stati Uniti ha detto ad Axios che un'indagine “ha determinato che un drone iraniano ha colpito l'elicottero, causandone lo schianto”. Un funzionario degli Stati Uniti ha detto che l'indagine non ha potuto determinare se l’abbattimento fosse intenzionale. Ma è noto che le piccole imbarcazioni iraniane della Mosquito Fleet armate con sistemi di difesa aerea portatili e i droni impiegati come munizioni circuitanti rappresentano una minaccia consistente per elicotteri americani schierati a sorveglianza dello stretto.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato il completamento degli attacchi di autodifesa contro l'Iran, eseguiti su ordine del Comandante in Capo, il presidente Donald Trump, in risposta all’abbattimento dell’elicottero Apache. I raid aerei americani hanno colpito il porto di Sirik, Bandar Abbas e l'isola di Qeshm. Funzionari statunitensi affermano che gli attacchi americani sono diretti contro "difese aeree" e "stazioni radar" intorno allo Stretto di Hormuz.

Non si è fatta attendere la risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e della loro componente navale, che hanno dichiarato di aver condotto una rappresaglia contro 21 obiettivi situati in basi aeree e navali americane in tutto il Medio Oriente, tra cui il quartier generale della 5ª Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrain e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Il timore che l’escalation possa compromettere gran parte dei progressi fatti sul piano negoziale si sta diffondendo rapidamente.

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Zelensky: "Nostro missile Flamingo contro impianto russo a 1.000 km dal confine". Mosca: "Risponderemo in modo deciso alle nuove sanzioni Ue"

Prosegue senza esclusione di colpi la guerra tra Russia e Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 dopo l'invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky in un post sui social fa sapere che "la scorsa notte i missili FP-5 Flamingo ucraini hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary che rifornisce l’esercito dell’occupante di componenti per droni e missili. Anche la raffineria di petrolio di Kuibyshev, nella regione di Samara, è stata colpita la scorsa notte", aggiunge, "la distanza dalla linea del fronte è di oltre 900 chilometri".

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I tre fronti di fuoco che infiammano l'Asia

In Asia ci sono tre fronti caldissimi che ruotano attorno al Pakistan e che rischiano di minare l’equilibrio regionale. Il primo chiama in causa l’escalation con l’Afghanistan. Nelle ultime ore, infatti, l’esercito pakistano ha condotto una serie di raid aerei nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, provocando almeno tredici vittime civili. Mentre Kabul condanna il blitz, Islamabad sostiene di aver colpito basi operative del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati transfrontalieri. Gli altri due fronti di fuoco del Pakistan comprendono le tensioni nel conteso Kashmir e gli attentati nella regione separatista del Balochistan, entrambi tornati sotto i riflettori dopo settimane di apparente calma.

Il raid del Pakistan in Afghanistan

Sul versante afghano-pakistano, la situazione è tornata a deteriorarsi. In merito all’ultimo attacco di Islamabad, i talebani hanno spiegato che questo avrebbe provocato almeno 13 vittime civili. Tra i morti figurerebbero numerosi bambini, oltre a una donna e un anziano, mentre diversi altri civili sarebbero rimasti feriti.

Le autorità talebane hanno condannato duramente l’operazione, definendola una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad non ha rilasciato commenti immediati, ma in passato ha giustificato interventi analoghi sostenendo di voler colpire basi e combattenti del TTP

Pakistan Airforce has carried out Cross-Border Airstrikes, Targeting 4x Terrorist Hideouts in Paktika, Kunar and Khost, Afghanistan.

These Airstrikes were conducted in Response to a Recent Terrorist attack at FC Post in Peshawar, Martyring 6x Soldiers.

As usual, Afghan Taliban… pic.twitter.com/Em6IvSTyx7

— Armed Forces Update (@ArmedUpdat1947) June 10, 2026

L’escalation non è casuale. Al contrario, è arrivata dopo l’assalto a un posto di sicurezza nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove miliziani sospettati del TTP hanno ucciso diversi membri delle forze paramilitari. Il fragile cessate il fuoco raggiunto tra i due Paesi nei mesi scorsi appare ormai compromesso. Le Nazioni Unite hanno già segnalato centinaia di vittime civili causate dagli scontri transfrontalieri nei primi mesi del 2026, confermando come il confine tra Afghanistan e Pakistan sia tornato a essere uno dei punti più critici dell’intera regione.

Kashmir e Balochistan: le altre due situazioni esplosive

Non c’è solo l’Afghanistan a turbare i problemi del Pakistan. Il Kashmir amministrato dal Pakistan è stato teatro di violenti disordini che hanno provocato almeno sette morti, tra cui quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, gli scontri sono scoppiati dopo una storica sentenza della Corte Suprema locale che ha confermato la legittimità costituzionale di dodici seggi parlamentari riservati ai rifugiati provenienti dal Kashmir controllato dall’India.

La decisione ha riacceso le proteste del Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento dichiarato illegale dalle autorità regionali e favorevole all’abolizione di tali seggi, considerati espressione di un’influenza politica sproporzionata. Le manifestazioni sono rapidamente degenerate in episodi di violenza armata, con accuse reciproche tra dimostranti e forze dell’ordine.

Il terzo focolaio di instabilità interessa infine il Balochistan, la vasta provincia sud-occidentale del Pakistan dove gruppi separatisti intensificano da mesi attacchi contro obiettivi governativi, infrastrutture e forze di sicurezza. Il risultato? La combinazione tra ribellione baloch, tensioni nel Kashmir e conflitto lungo il confine afghano sta creando una pressione senza precedenti sulle autorità pakistane, costrette a fronteggiare contemporaneamente tre crisi interne ed esterne.

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Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati

Manifestazioni di protesta anti immigrati, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme, fra cui anche un autobus. Belfast ha reagito così, ieri, dopo l'episodio di violenza avvenuto nella capitale dell'Irlanda del Nord, con protagonista un sudanese. L'uomo, che aveva il permesso di soggiorno nel Regno Unito, lunedì sera ha aggredito in modo violentissimo una persona attorno ai quarant'anni della quale non sono state rese note le generalità. L'assalto, brutale, è stato ripreso da un video amatoriale che ha fatto il giro del web, suscitando orrore e indignazione. Nelle immagini si vede il sudanese, dell'apparente età di una trentina di anni, a cavalcioni sopra la sua vittima che ferisce ripetutamente con un coltello. «Sta tentando di tagliargli la testa», si sente dire da un testimone inorridito nel video. «Lascialo», invoca un altro. Nel video si vede anche un terzo uomo, che il web ha eletto ad eroe, affrontare l'aggressore con una racchetta di hurling, uno sport gaelico. Poi intervengono anche altri uomini che sembrano riuscire nell'intento di fermare l'africano. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito la polizia, che è intervenuta poco dopo arrestando l'aggressore. L'uomo è sotto custodia con l'accusa di tentato omicidio. La polizia nordirlandese (Psni) ha escluso il movente terroristico dietro il gesto e ha precisato che l'aggressore sarebbe arrivato a Belfast nel febbraio 2023 dal Sudan passando per Parigi e Dublino. Una volta arrivato in Irlanda del Nord avrebbe presentato domanda di asilo e, nel settembre del 2023, avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno nel Regno Unito. La vittima avrebbe riportato «significative ferite agli occhi, al collo e alla schiena», ma non sarebbe in pericolo di vita.

L'episodio ha scioccato l'isola e l'intero Regno Unito. Ieri in serata le strade di Belfast sono state invase dalle proteste. I manifestanti, molti dei quali a volto coperto, hanno bloccato importanti arterie stradali della città e alcuni di loro hanno dato fuoco a diversi veicoli. Del fumo si è alzato da più punti della città. Ma anche sulle sponde dell'Inghilterra, a Southampton, ci sono stati raduni di protesta: la città è ancora scossa dal caso di Henry Nowak, il 18enne bianco accoltellato il 3 dicembre scorso in strada da un giovane britannico di origini sikh e che, invece di essere soccorso, venne ammanettato dagli agenti intervenuti, convinti dall'aggressore che lui avesse reagito a un attacco a sfondo razzista.

La nuova aggressione a Belfast ha anche provocato le prevedibili reazioni delle varie forze politiche. A cavalcare in particolare la «decapitazione di Belfast» è stato Nigel Farage, leader di Reform Uk, che non ha nemmeno atteso gli esiti delle prime indagini per accusare le autorità britanniche di concedere permessi di soggiorno con eccessiva facilità e chiedere alle autorità di «rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore» tagliando corto: «Il pubblico deve conoscere la verità». Il ministro per l'Irlanda del Nord Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha minacciato la comunità di Belfast di dure ritorsioni in caso di manifestazioni violente mentre lo stesso premier Keis Starmer ha parlato di aggressione «ripugnante», invocando la tolleranza zero. Perfino il miliardario Elon Musk su X ha commentato «enough». Ovvero: abbastanza.

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Musk brinda alla scalata a Montepaschi. "Intesa e Unipol sono le migliori d'Italia"

Alla vigilia dell'Ipo di SpaceX prevista per questo venerdì, Elon Musk (in foto) brinda all'offerta lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps al fianco di Unipol. Andrea Stroppa, il referente di Elon Musk in Italia, ieri ha postato un messaggio su X: "Intesa Sanpaolo e Unipol sono le migliori in Italia. Entrambe hanno investito in X e SpaceX che si quota in Borsa venerdì e faranno molti soldi. Antitesi il pubblico, come Cassa Depositi e Prestiti, incapace di investire nel futuro come stanno facendo i migliori fondi sovrani".

La benedizione dell'operazione messa in piedi da Carlo Messina e Carlo Cimbri non è casuale. Nell'autunno del 2023 Intesa Sanpaolo aveva puntato sulla space economy investendo - senza rivelare quanto - in SpaceX, un player recitava il comunicato dell'epoca "che ha dimostrato una visione d'avanguardia del prossimo futuro". Unipol aveva invece puntato una fiche a ottobre 2022 su Twitter, oggi chiamato X, partecipando, quale unico soggetto italiano, al club di investitori internazionali che hanno affiancato Musk nell'acquisizione del social network. Non solo. Nel maggio del 2023 la stessa compagnia bolognese era inoltre intervenuta a sostegno delle comunità coinvolte nelle alluvioni che avevano colpito l'Emilia Romagna e con la collaborazione di Musk, aveva reso disponibili i terminali Starlink per consentire ai soccorritori, ai servizi essenziali e strategici (ad esempio gli ospedali) e alla popolazione di avere accesso alla rete Internet. SpaceX aveva orientato i suoi satelliti, concentrandoli in modo da dare priorità alla regione emiliana.

A marzo 2025, alla presentazione del nuovo piano industriale del gruppo assicurativo bolognese, aveva detto che l'investimento non era "né aumentato né diminuito, è quello che abbiamo fatto in sede di acquisizione di Twitter" scommettendo sulla frontiera tecnologica. Ora X è stata incorporata in xAI, che a sua volta condivide parte dell'ecosistema imprenditoriale di Musk. E lunedì, durante la conferenza stampa di presentazione dell'operazione con Intesa Sanpaolo su Mps, Cimbri ha dichiarato che l'investimento, in virtù della prossima Ipo del colosso spaziale del miliardario sudafricano, potrebbe valere oggi 280 milioni: in pratica, una plusvalenza teorica di 180 milioni.

L'azienda basata in Texas offre circa 555,6 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna e potrebbe essere valutata oltre 2.000 miliardi di dollari perché molti investitori non la considerano solo una società di esplorazione spaziale, ma piuttosto un fornitore di infrastrutture potenzialmente indispensabile per la futura espansione dell'intelligenza artificiale, attraverso le comunicazioni satellitari, la connettività globale e la capacità di trasferimento dati. L'inserimento di SpaceX nel Nasdaq è atteso per il 7 luglio, circa 15 sedute di mercato dopo l'Ipo. Nel frattempo, proprio ieri, OpenAI ha presentato in via riservata la documentazione per la quotazione in Borsa alla Sec (la Consob americana), unendosi al gruppo delle aziende, come Anthropic, che si apprestano a quotarsi.

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Da Almasri agli abusi. La parabola di Khan, il giudice anti-potenti

Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale, è stato sospeso in attesa che una sessione speciale degli Stati membri del Tribunale valuti eventuali provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. L'organo è competente a pronunciarsi in via definitiva. La vicenda ha gettato l'istituzione nello scompiglio negli ultimi due anni. L'accusa a carico di Khan, 56 anni, avvocato britannico (di padre pakistano), è di abusi sessuali.

Il procuratore è noto, tra l'altro, per aver spiccato i mandati d'arresto internazionale per crimini di guerra nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 per indagare e perseguire le persone accusate dei crimini più gravi al mondo, come il genocidio e i crimini di guerra. Il comitato, composto da 21 Stati membri della Corte, ha votato a maggioranza qualificata per stabilire che Khan si è reso responsabile di gravi illeciti. La decisione è stata presa sulla base di un rapporto di un organo di controllo delle Nazioni Unite e del parere di un gruppo di esperti giuridici, nonché di memorie scritte, presentate da Khan e dalla presunta vittima. Khan si era già dimesso nel maggio 2025, prendendosi un periodo di congedo per difendersi dalle accuse, che egli nega. La decisione rappresenta un passo importante nel processo, ma resta da vedere se Khan verrà rimosso dal suo incarico.

Le accuse di molestie sessuali sono emerse per la prima volta nel maggio 2024. Un team delle Nazioni Unite ha indagato su richiesta della Corte e i risultati sono stati poi esaminati da un collegio di giudici, che ha valutato le prove. Gli investigatori hanno affermato di aver trovato prove che Khan avesse avuto "contatti sessuali non consensuali" con una dipendente di grado inferiore e che si fosse vendicato contro altre due che avevano denunciato le sue accuse al tribunale dopo che lei si era confidata con loro. La donna protagonista della vicenda lavorava come assistente speciale all'epoca dei fatti e Khan era il suo superiore. Le avances iniziali si sono trasformate in rapporti sessuali, nel suo ufficio e in seguito durante i viaggi di lavoro. "La dinamica di potere tra loro faceva sì che lei non potesse dire di no al signor Khan", afferma il rapporto. Le presunte condotte illecite si sarebbero verificate in camere d'albergo durante viaggi di lavoro, nell'ufficio di Khan e nella sua abitazione.

Khan nel 2023 ha spiccato mandati d'arresto internazionali per Putin e nel 2024 contro Netanyahu e il suo allora ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per i principali leader di Hamas. Aveva chiesto anche alle autorità libiche di consegnare il generale Almasri ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. L'ultima indagine ha sollevato dubbi sulla sua capacità di svolgere efficacemente il suo incarico qualora tornasse a ricoprire la posizione. "Un procuratore capo deve essere noto per la sua onestà", ha affermato Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch. "Se l'ufficio ha respinto le smentite di Khan, la sua credibilità ne risente gravemente e sorgono importanti interrogativi sull'opportunità che continui a contestare le accuse, anziché dimettersi per il bene della corte".

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Un colpo a Mosca, sanzioni e dialogo. Zelensky spera: la lettera funziona

L'Europa stringe il cappio delle sanzioni, Mosca intensifica i bombardamenti, Kiev rilancia sul terreno diplomatico e su quello militare. La guerra prosegue su due piani paralleli: sul campo con attacchi e sfollamenti, nelle capitali occidentali attraverso pressioni economiche e alleanze, nel tentativo di creare le condizioni per una possibile via negoziale. In questo scenario Bruxelles ha annunciato il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. "La nostra costanza sta pagando", sostiene la presidente von der Leyen, rivendicando l'efficacia di una strategia che punta a erodere la capacità del Cremlino di sostenere lo sforzo bellico. Nel mirino finiscono energia, finanza, settore ittico e persino i veterani di guerra, ai quali viene vietato l'ingresso nell'Ue. Secondo von der Leyen, Mosca sta pagando un prezzo crescente, tra inflazione e un drastico calo delle entrate energetiche, diminuite del 40% nel 2026. L'Ue ha adottato una linea pragmatica, sospendendo fino a gennaio l'adeguamento del tetto al prezzo del petrolio russo, per evitare instabilità nei mercati energetici dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Sul piano diplomatico, il Cremlino continua a respingere la mediazione europea, mentre dal vertice di Tallinn, alla presenza di Zelensky, i Paesi nordici e baltici hanno ribadito un forte sostegno all'Ucraina, definendo Mosca la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati per la pace.

In un'intervista al Guardian, Zelensky afferma che la Russia non sta perdendo la guerra, ma progressivamente l'iniziativa. Kiev sostiene che Mosca subisca oltre 30mila perdite al mese, dati non verificabili in modo indipendente. Il presidente ucraino ha inoltre ribadito l'importanza dell'unità occidentale e auspicato una maggiore autonomia europea nella difesa, anche attraverso la creazione di un sistema antimissilistico continentale. Zelensky ha indicato un possibile spiraglio diplomatico dopo l'incontro a Chisinau con Steve Witkoff e Jared Kushner, definito "molto positivo" e finalizzato a rilanciare il dialogo con Washington. Il presidente ucraino ha però ribadito che la pace resta distante: il primo passo dovrebbe essere un cessate il fuoco totale e incondizionato, seguito da un vertice tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. Da Tallin ha anche rivelato che la lettera inviata a Putin ha prodotto risultati: "Non posso condividere i dettagli, ma l'obiettivo che avevo in mente è andato a buon fine". Il commissario europeo alla Difesa Kubilius, preme nel frattempo per trasformare il gruppo E5, di cui fa parte l'Italia, in un Consiglio informale di sicurezza europea.

Il conflitto continua a provocare vittime: raid russi hanno causato 4 morti nel Kharkiv, 2 nel Kherson, oltre a feriti a Zaporizhzhia. Secondo l'Onu dall'inizio dell'invasione sono stati uccisi 15.850 civili e oltre 44.800 feriti. Nel Donbass proseguono le evacuazioni a Sloviansk e Kramatorsk, Kiev accelera il rafforzamento missilistico, ma non avrà più il sostegno bulgaro sulle armi (anche Varsavia tentenna). A Balashikha, vicino a Mosca, un'autobomba ha ucciso il colonnello Damir Davydov. Ci sarebbe lo zampino degli 007 di Kiev.

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Il nuovo idolo dei radical chic d'Oltralpe

C'era una volta la gauche di Jean Jaurès, Léon Blum, Georges Marchais e François Mitterrand. Dimenticateveli. Oggi la nuova speranza della sinistra gallica (o almeno di una parte) si chiama Karim Bouamrane, sindaco socialista di Saint-Ouen-sur Seine, un comunello di circa 50mila abitanti alle porte di Parigi.

Da ieri questo musulmano figlio di immigrati marocchini approdato nel 2014, dopo una lunga militanza nel Pcf, nelle file dei socialisti, si è ufficialmente auto candidato alle presidenziali del 2027. Un annuncio previsto poiché da tempo Bouamrane, vero campione di presenzialismo mediatico, sgomita alacremente per ricavarsi un posto al sole. Già all'indomani delle elezioni del 2024, grazie al sostegno dei media amici tra tutti Le Monde, che lo definì il "Barack Obama della Senna", e il New York Times , il suo nome circolò come possibile primo ministro ma Macron preferì scaricarlo. Troppo ingombrante, troppo divisivo.

Già, perché il pirotecnico Karim, benché sia l'idolo dei circoli radical chic, di nemici a sinistra ne ha molti. In primis, gli ultrà gauchisti de la France Insoumise con cui ha ingaggiato un feroce duello culminato nella buffa disfida di "Master Poulet", ovvero l'opposizione all'apertura nel suo comune di un fast food specializzato in polli halal. Per i seguaci di Jean-Luc Mèlechon, il tribuno di Lfi, un simbolo della nuova Francia multietnica, per il sindaco un luogo mefitico di certo sgradito all'elettorato borghese (progressista ma sempre snob) a cui si rivolge apertamente. Sorvolando sui suoi trascorsi giovanili, Bouamrane rifiuta infatti qualsiasi alleanza con l'estrema sinistra e si propone come l'unica alternativa alla deriva massimalista del suo stesso partito. Da qui le furibonde liti con il segretario Olivier Faure e l'aperto disprezzo verso Raphaël Glucksmann, il probabile candidato del Ps. "Lui si scalda ma non esiste. Sono io la candidatura che unisce, l'unica ancorata nel reale, e lo dimostrerò sconfiggendo sia Mèlechon che i lepenisti". Vaste programme, avrebbe commento Charles De Gaulle...

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Trump, i fischi le trattative e la promessa: "Vendetta"

Donald Trump vuole uscire al più presto dallo stallo dei negoziati con l'Iran, e torna a manifestare ottimismo per una conclusione a stretto giro di un'intesa che ponga fine alla guerra. "Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo davvero ottimo", sottolinea il presidente Usa di ritorno da New York, dove ha assistito alla Gara 3 delle Finals Nba tra la squadra di casa dei Knicks e i San Antonio Spurs. E sbilanciandosi, parla di un risultato che potrebbe essere raggiunto entro "due o tre giorni". Con la Cnn che ricorda tuttavia come il presidente americano abbia detto almeno 38 volte che l'intesa è vicina.

Il Comandante in Capo è stato sonoramente fischiato dal pubblico del Madison Square Garden, ma lui interpreta la reazione in senso positivo. Mentre veniva eseguito l'inno nazionale, l'immagine di Trump, in piedi e intento a fare il saluto militare nel box del proprietario dei Knicks James Dolan, è apparsa sul maxischermo dell'arena, scatenando una reazione immediata da parte di molti spettatori. "Mi è sembrato che fossero soprattutto applausi: forti ed entusiasti", commenta The Donald quando gli viene chiesto dell'atteggiamento del pubblico. E a chi sostiene che la sua presenza abbia rovinato la festa ai newyorkesi, tra chiusure delle strade, caos, misure di sicurezza rafforzate e cancellazione del "watch party" all'esterno della struttura, risponde il commissario dell'Nba Adam Silver, ricordando che l'inquilino della Casa Bianca è "un vero tifoso dei Knicks". "C'è stato un periodo in cui aveva i posti a bordo campo ed era presente costantemente. Qui è il benvenuto - continua - Ciò che rende questo sport così eccezionale è la sua capacità di unirci".

Intanto è diventato virale online il video del presidente che sembra addormentarsi per qualche secondo durante la partita, scatenando l'ironia della rete (non è la prima volta che Trump viene accusato di appisolarsi durante apparizioni pubbliche, al punto che i democratici lo hanno soprannominato "Commander-in-Sleep"). The Donald, da parte sua, torna a parlare pure del rapporto con il premier israeliano, e alla domanda se Benjamin Netanyahu lo ha sfidato lanciando missili contro l'Iran domenica, risponde: no, perché i missili erano "già in viaggio" quando si sono parlati. "Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa", precisa. Riguardo l'elicottero Apache dell'esercito americano precipitato vicino allo Stretto di Hormuz, invece, prima spiega che i piloti "stanno bene" e "nessuno è rimasto ferito". Poi, torna sull'argomento dicendo di essere "stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliava lo Stretto". "A bordo c'erano due piloti: entrambi sono al sicuro e illesi", assicura: "Ciononostante, gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco". Il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che l'AH-64 Apache è precipitato "vicino alla costa dell'Oman" lunedì sera, ma non attribuisce a Teheran la responsabilità dell'abbattimento, limitandosi ad affermare in una nota che l'incidente è oggetto di indagine. E che i due militari coinvolti sono stati recuperati nel giro di circa due ore dalle forze navali del Centcom e dall'82esima Divisione Aviotrasportata.

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L'Idf bombarda il Libano: 30 morti. Teheran abbatte un elicottero Usa

Un continuo stop-and-go. Una estenuante alternanza fra il rischio di escalation e le speranze di pace. Un Apache abbattuto dagli iraniani e nuovi attacchi israeliani sul Libano tornano a minacciare la fragile tregua fra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto la pace di lungo termine che Washington e Teheran cercano ancora, a fatica. A distanza di meno ventiquattr'ore di fuoco, in cui il Medioriente ha rischiato nuovamente la guerra regionale, e dopo l'intervento decisivo del presidente americano per fermare l'escalation fra Teheran e Tel Aviv, Donald Trump promette una risposta, "necessaria" all'attacco che nella notte fra lunedì e martedì ha abbattuto un elicottero Apache dell'esercito statunitense, colpito da un drone Shahed iraniano mentre era alle prese con il pattugliamento dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo dopo circa due ore, grazie a un drone navale. Ma l'episodio e la risposta promessa da Trump lasciano presagire nuovi scontri. Tutto ciò mentre Israele non rinuncia alla sua offensiva sul sud del Libano, che prosegue con ostinazione.

Come garantito al presidente americano e agli israeliani, Benjamin Netanyahu frena infatti "per ora" sulla risposta ai missili iraniani e sull'attacco a Beirut, ma tira dritto con l'offensiva nel Libano meridionale. Bibi desiste al momento da nuovi attacchi sull'Iran e sulla capitale libanese, ma continua a martellare l'area del Libano a sud del fiume Litani. In sole ventiquattrore sono state circa 30 le vittime e oltre 133 i feriti, di cui almeno 9 nella città di Tiro, dopo l'ordine di evacuazione lanciato già dal mattino dalle Idf, le Forze armate israeliane. Per la prima volta, l'annuncio ai civili diffuso dall'esercito israeliano ha riguardato anche il quartiere cristiano dell'antica città, scatenando il panico perché inatteso. Israele ritiene che Hezbollah operi o si nasconda in zona. Il messaggio è chiaro: colpiremo ovunque si trovino gli estremisti filo-Iran e i cristiani devono scegliere se allontanarli o subire l'offensiva.

Appena un giorno dopo che le ostilità tra Iran e Israele hanno minacciato di far saltare la tregua, anche le operazioni israeliane in Libano tornano dunque a minacciare il fragile cessate il fuoco in vigore da due mesi. L'Iran considera infatti lo stop alle armi nell'intera regione la condizione necessaria e indispensabile per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma il capo di stato maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, avverte che "l'attacco condotto in Iran è stato una preparazione per un colpo molto più significativo e potente". L'offensiva non si ferma: "Il tentativo iraniano di imporre le proprie condizioni e cambiare la realtà fallirà", spiega Zamir, che rimarca l'intenzione di colpire Hezbollah, oltre che la "prontezza e preparazione immediate per un ritorno ai combattimenti in Iran".

Eppure l'accordo Usa-Iran potrebbe arrivare entro due-tre giorni, insiste ottimista Trump. Ma è la 38esima volta che lo ripete, denuncia Cnn, mentre i rischi di un'escalation restano e la popolarità dei leader si erode: secondo un recente sondaggio il 61% degli israeliani non vuole che Netanyahu si ricandidi. Nel mirino, intanto, finisce anche l'estremismo israeliano. La Francia vieta l'ingresso al ministro Bezalel Smotrich, e con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia impone nuove sanzioni contro individui e organizzazioni legati alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Per Israele si tratta di misure "vergognose".

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Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

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Chi è il migrante che voleva decapitare un irlandese

È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”

Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.

L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".

La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.

A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.

La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.

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Raid Usa in Iran, Trump: "Sì all'intesa o bombarderemo senza pietà". Teheran risponde attaccando basi americane in Bahrain e Kuwait e promette di chiudere Hormuz

Notte di guerra in Iran. Le forze Usa hanno colpito la zona dello Stretto di Hormuz come rappresaglia a seguito dell'abbattimento di un elicottero Apache americano. Tre ondate di bombardamenti divise su una ventina di obiettivi, tra basi navali e difese aeree. Secondo l'Iran sarebbero stati colpiti anche obiettivi civili, come i serbatoi d'acqua potabile. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Cinque missili sono stati lanciati contro un'area della Giordania che ospita una base aerea delle forze statunitensi. Presi di mira anche obiettivi in Bahrein e Kuwait. Poi arriva la minaccia: "Se l'aggressione degli Usa continuerà, l'Iran risponderà con attacchi più gravi e diffusi contro obiettivi designati nella regione". Accanto a questo violento scambio di colpi proseguono, intanto, gli sforzi diplomatici.

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L'ultima frontiera di Xi: una fortezza nella Cina occidentale

La Cina di Xi Jinping guarda sempre più a ovest. Xinjiang e Tibet, due province vastissime che occupano quasi un terzo della superficie del Paese, sono infatti al centro di un ambizioso piano di trasformazione economica e infrastrutturale promosso dal governo centrale. Pechino intende ridurre il divario con le aree costiere più sviluppate, sfruttare le immense risorse energetiche e minerarie della regione e rafforzare i collegamenti commerciali verso l’Asia centrale e l’Europa. Nella parte occidentale della gigantesca nazione asiatica, inoltre, ci sono diverse aree strategiche adibite a zone militari al centro dei piani di rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese.

La strategia di Xi

Come ha spiegato nel dettaglio il Financial Times, il progetto portato avanti da Xi rappresenta una delle più grandi campagne di investimento interno avviate dalla leadership cinese negli ultimi anni. Strade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti, dighe, impianti solari e parchi eolici stanno ridisegnando il volto dell’estremo ovest del Paese.

Nello Xinjiang, per esempio, il turismo è diventato uno dei pilastri della locale strategia di crescita. Da queste parti, località montane un tempo isolate attirano milioni di visitatori cinesi, mentre grandi catene alberghiere internazionali continuano ad ampliare la propria presenza. Di pari passo, Pechino punta a trasformare la regione in un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, sfruttando energia a basso costo, materie prime e incentivi per le imprese trasferite dalle province costiere.

Anche il Tibet è coinvolto in questa spinta. Qui il simbolo della nuova stagione è il colossale progetto idroelettrico sul fiume Yarlung Tsangpo, destinato a diventare uno dei più grandi impianti del mondo e a fornire energia alle aree industriali della Cina meridionale. La versione ufficiale delle autorità? Queste opere porteranno prosperità e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a modernizzare territori rimasti a lungo ai margini dello sviluppo nazionale.

A cosa punta la Cina

La trasformazione economica, ha sottolineato ancora lo stesso FT, procede però parallelamente con il rafforzamento dell’apparato di sicurezza e con politiche che continuano a suscitare critiche internazionali. Organizzazioni per i diritti umani denunciano che la sorveglianza capillare in Xinjiang resta operativa, mentre in Tibet cresce la preoccupazione per le misure che favoriscono l’assimilazione culturale e linguistica delle minoranze locali.

Troviamo poi un lato militare. Nel remoto deserto della Cina nord-occidentale sta prendendo forma una delle più imponenti infrastrutture militari costruite da Pechino negli ultimi anni. Attorno ai campi di silos nucleari dello Xinjiang, destinati a ospitare alcuni dei missili balistici intercontinentali più avanzati dell'arsenale del Dragone, sono infatti comparsi decine di nuovi siti operativi, collegamenti stradali, bunker e strutture di supporto.

Le nuove infrastrutture che sorgeranno, dunque, avranno il compito di migliorare non solo i collegamenti commerciali, ma anche la capacità di mobilitazione militare lungo confini delicati come quelli con India, Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Il progetto di Xi Jinping è insomma sempre più chiaro: trasformare l’estremo ovest della Cina in una fortezza economica, energetica e strategica capace di sostenere le ambizioni globali del Paese.

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La nave russa, il porto indiano e il traffico di armi: la strana triangolazione che porta in Corea del Nord

Una nave russa sanzionata da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per il suo presunto coinvolgimento nel trasferimento di armamenti nordcoreani (destinati alla guerra in Ucraina) è approdata nei giorni scorsi in India. Il riferimento è alla Maia-1, mercantile già finito sotto la lente delle autorità occidentali per i suoi collegamenti con la rete logistica che avrebbe consentito a Mosca di ricevere materiale militare da Pyongyang. Il suo arrivo nel porto di Kochi, uno dei più importanti snodi navali indiani, aggiunge un nuovo tassello a una vicenda che intreccia Russia, Corea del Nord e India in una triangolazione dai contorni ancora poco chiari. Ecco che cosa sappiamo.

La nave russa e le armi di Kim

Secondo quanto riportato da NK News, la Maia-1 è giunta a Kochi dopo aver percorso quasi 10mila chilometri dal lontano Estremo Oriente russo. La nave faceva parte di un convoglio composto anche dai cargo Angara e Lady R, anch'essi sottoposti a sanzioni internazionali per il loro presunto ruolo nelle spedizioni di armi nordcoreane verso la Russia. Ad accompagnare il gruppo, stando alle informazioni disponibili, vi sarebbero state anche due corvette della Marina russa, la Sovershennyy e la Rezkiy.

La Maia-1 non è una nave qualunque. Negli ultimi anni il suo nome è emerso più volte nelle indagini sui collegamenti marittimi tra la Russia e il porto nordcoreano di Rason, uno dei principali punti di uscita delle forniture militari provenienti dalla Corea del Nord. L'ultima visita nota dell'imbarcazione in quell'area risalirebbe al 2024, prima della sua ricomparsa nei porti dell'Estremo Oriente russo all'inizio di maggio.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è il luogo scelto per l'attracco. Kochi non è soltanto un porto commerciale ma ospita uno dei più importanti comandi navali dell'India e rappresenta un centro strategico per l'addestramento della Marina di Nuova Delhi.

Che cosa sta succedendo

Katsu Furukawa, ex membro del panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare le sanzioni contro la Corea del Nord, ha sostenuto che l'ingresso della Maia-1 potrebbe configurare una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Secondo l'esperto, le norme attualmente in vigore vietano infatti l'accesso ai porti delle imbarcazioni coinvolte nella violazione del regime sanzionatorio imposto a Pyongyang.

Ricordiamo che Russia e India hanno rafforzato negli ultimi anni la cooperazione militare e logistica, anche attraverso l'accordo RELOS, entrato in vigore nel gennaio 2026. Questo quadro potrebbe aver facilitato l'approdo della nave russa, sebbene le autorità indiane non abbiano fornito spiegazioni ufficiali sullo scopo della visita.

Resta da capire qual è la destinazione finale del convoglio. Mentre la Maia-1 continua a trasmettere la propria posizione da Kochi, le altre navi del gruppo hanno spento i transponder o navigano lungo la costa occidentale dell'India senza una meta dichiarata. Si tratta di un dettaglio non da poco che alimenta interrogativi e sospetti su una rete marittima che, partendo dalla Russia e passando per l'India, continua a riportare l'attenzione internazionale sulla Corea del Nord e sui suoi traffici militari.

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