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Missili e artiglieria in prima linea: così Taiwan prepara la “zona di distruzione” contro la Cina

Le forze armate di Taiwan hanno condotto una vasta esercitazione lungo la costa occidentale, quella che guarda direttamente verso la Cina continentale attraverso lo Stretto di Taiwan. L’obiettivo dichiarato delle manovre è stato quello di simulare la risposta a un possibile sbarco anfibio nemico, uno scenario che da anni rappresenta la principale preoccupazione strategica di Taipei.

Le esercitazioni di Taiwan

Come ha spiegato Reuters, le operazioni si sono svolte lungo un tratto di circa 20 chilometri nei pressi di Taichung, coinvolgendo contemporaneamente otto diverse postazioni. Le forze taiwanesi hanno impiegato sistemi lanciarazzi Thunderbolt-2000 sviluppati localmente, obici semoventi Paladin di fabbricazione statunitense, missili anticarro, mortai e artiglieria pesante per creare una sorta di “zona di distruzione” destinata a fermare un eventuale assalto dal mare.

L’aspetto più significativo dell’esercitazione non è stato tanto l’arsenale utilizzato, quanto il metodo. I comandanti hanno sottolineato che le truppe hanno avuto molto meno tempo per prepararsi rispetto al passato, con l’obiettivo di replicare condizioni il più possibile vicine a quelle di un conflitto reale. In precedenza, alcune unità disponevano di giorni o addirittura settimane per predisporre le posizioni di tiro; questa volta l’arrivo nelle aree operative è avvenuto appena 24 ore prima dell’inizio delle attività.

Secondo i vertici militari, la scelta è servita a rendere l’addestramento più imprevedibile e a migliorare la capacità di reazione immediata delle forze armate. La modernizzazione della difesa taiwanese passa infatti sì attraverso l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, ma anche da una revisione delle procedure operative.

Un messaggio alla Cina

I sistemi HIMARS forniti dagli Stati Uniti sono stati protagonisti di un’altra operazione a fuoco reale lungo la costa occidentale. La Cnn ha fatto sapere che per la prima volta i razzi sono stati lanciati verso le acque dello Stretto di Taiwan, sempre simulando una risposta rapida a un’aggressione proveniente dalla Cina.

Gli HIMARS incarnano la dottrina della cosiddetta guerra asimmetrica, sostenuta da Washington, che punta a rendere estremamente costosa e complessa qualsiasi operazione militare contro l’isola. Montati su camion altamente mobili, questi sistemi possono uscire rapidamente da posizioni nascoste, lanciare i missili e spostarsi immediatamente altrove.

Durante l’esercitazione i veicoli hanno ricevuto l’ordine di fuoco, raggiunto la posizione assegnata e lanciato i razzi in pochi minuti, dimostrando la capacità di colpire rapidamente senza esporsi a lungo alle contromisure avversarie. Taiwan considera questi sistemi un elemento fondamentale della propria deterrenza, soprattutto mentre le attività militari cinesi attorno all’isola continuano ad aumentare.

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“Un incubo per gli Usa”: ecco i super missili di Kim

La Corea del Nord ha chiesto alle sue fabbriche di aumentare massicciamente la produzione di missili balistici e da crociera nell'arco dei prossimi cinque anni. Il leader Kim Jong Un ha ordinato un'espansione di 2,5 volte della capacità produttiva delle suddette armi, con un focus specifico sul famigerato Kn-23. Si tratta di un particolare importante, visto che gli esperti del Congresso Usa hanno definito le manovre di risalita di questi ultimi missili citati come uno dei più grandi progressi realizzati da Pyongyang nel settore della Difesa. La variante più grande può trasportare una testata da 2.500 kg ed è progettata per eludere i sistemi di difesa AEGIS. La mossa di Kim ha principalmente due scopi: rafforzare il proprio Paese in vista di una futura crisi con Washington e soddisfare la domanda russa.

Kim potenzia la produzione di missili

Kim ha visitato personalmente uno stabilimento – il nome non è stato reso noto - che ha superato gli obiettivi di produzione, definendo la sua espansione una “missione fondamentale” per l'esercito del Paese che dovrà sempre più riorganizzarsi e affidarsi alle forze missilistiche.

L'ispezione del presidente nordcoreano si è concentrata sulle prestazioni produttive del sito durante la prima metà del 2026, periodo in cui l'azienda avrebbe superato in anticipo i tempi previsti per la realizzazione di armi strategiche, dimostrando che il modello di mobilitazione industriale bellica della Corea del Nord sta già operando al di là degli obiettivi di produzione di base.

Le immagini diffuse dai media statali mostrano Kim intento a osservare missili balistici a corto raggio, e suggeriscono fortemente che la famiglia Hwasong-11, comprese le varianti KN-23 e KN-24, rimanga centrale nella dottrina di attacco di Pyongyang. Ebbene, l'ordine di aumentare la capacità di produzione missilistica di 2,5 volte nel prossimo quinquennio indica che la Corea del Nord sta passando da uno sviluppo episodico di armi a una generazione di forza su scala industriale e continuativa, progettata per un confronto regionale prolungato e una competizione di deterrenza.

Le recenti dichiarazioni della potente sorella di Kim, Kim Yo Jong, secondo la quale lo status nucleare nordcoreano è "non negoziabile", rafforzano inoltre l'interpretazione secondo cui questa iniziativa di espansione missilistica dovrebbe essere intesa come una trasformazione strutturale permanente della politica di difesa nazionale di Pyongyang.

La Corea del Nord stringe i muscoli

Come ha spiegato Defence Security Asia, la serie Hwasong-11 presenta già serie difficoltà di intercettazione, visto che le traiettorie di manovra quasi balistiche, i profili di volo e la mobilità al momento del lancio complicano le soluzioni di tracciamento per i sistemi di difesa missilistica balistica Patriot PAC-3, THAAD e AEGIS. L'ampliamento della capacità industriale nazionale consentirebbe inoltre alla Corea del Nord di sostenere densità di lancio più elevate in tempo di guerra, ricostituendo rapidamente le scorte missilistiche dopo le spese di combattimento e aumentando così la resistenza operativa in più teatri militari contemporaneamente.

L'enfasi posta da Pyongyang sia sulla produzione di missili balistici che di missili da crociera indica una dottrina di attacco a più livelli. Last but not least, il crescente arsenale nordcoreano di missili balistici a corto raggio a guida di precisione aumenta anche la capacità dell'esercito nordcoreano di condurre attacchi convenzionali contro centri di comando, aeroporti, snodi logistici e batterie di difesa missilistica in Corea del Sud e in alcune zone del Giappone. Ultimo aspetto da non trascurare: l'integrazione di varianti con munizioni a grappolo, a frammentazione e a capacità di oscuramento nelle famiglie di missili esistenti complica ulteriormente la gestione dell'escalation da parte degli avversari.

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Un po' nave, un po' aereo: come funziona il nuovo "mostro cinese" WaveFly 5X

La Cina vuole cambiare le regole della mobilità sull'acqua. Il nuovo mezzo che sta sviluppando il Dragone si chiama WaveFly 5X ed è stato realizzato dall'azienda Navee, che lo presenta in giro come il primo velivolo ad effetto suolo destinato al mercato consumer. A metà strada tra una nave e un aereo, il veicolo è progettato per muoversi sopra laghi, bacini e specchi d'acqua tranquilli senza bisogno di piste di decollo. La sua particolarità? Quella di sfruttare una tecnologia conosciuta da decenni ma finora rimasta confinata soprattutto all'ambito militare e sperimentale. Ecco che cosa sappiamo.

Come funziona il nuovo veicolo cinese WavFly 5X

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, il WaveFly 5X ha completato il suo primo volo sul lago Taihu, nella provincia cinese dello Jiangsu. Il veicolo utilizza il cosiddetto effetto suolo, un fenomeno aerodinamico che si genera quando un'ala vola molto vicino a una superficie.

In questa condizione si crea un cuscino d'aria compressa tra il mezzo e l'acqua che riduce la resistenza e migliora l'efficienza energetica. Grazie a questo principio il WaveFly 5X riesce a "volare" mantenendosi tra i 30 e i 50 centimetri sopra la superficie, raggiungendo velocità fino a 85 chilometri orari. Può trasportare due persone per un carico massimo di 140 chilogrammi e offre un'autonomia dichiarata di circa 80 chilometri.

L'alimentazione è affidata a batterie sostituibili rapidamente, mentre la struttura è realizzata in fibra di carbonio di grado aerospaziale. Secondo l'azienda, il mezzo è stato concepito per essere utilizzato più come un'imbarcazione che come un aeromobile, evitando così la necessità di una licenza da pilota o di una formazione specialistica.

Il ritorno degli ekranoplani?

L'arrivo del WaveFly 5X richiama inevitabilmente alla memoria gli ekranoplani sovietici della Guerra Fredda, giganteschi mezzi ad effetto suolo che negli anni Sessanta e Settanta alimentarono l'interesse delle forze armate per questa tecnologia.

Per la cronaca, il più celebre fu il cosiddetto "Mostro del Mar Caspio", un bestione lungo oltre 90 metri e considerato all'epoca uno dei velivoli più grandi mai costruiti. Oggi, però, materiali più leggeri, sistemi di navigazione avanzati e propulsioni elettriche stanno rendendo nuovamente appetibile questo concetto, soprattutto per applicazioni civili.

La Cina non è l'unico Paese a investire nel settore: negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa sta sviluppando il programma Liberty Lifter, mentre l'azienda Regent sta testando il proprio Viceroy destinato al trasporto regionale. Con un prezzo di listino di circa 100 mila dollari, il WaveFly 5X punta invece a creare una nuova categoria di mezzi ricreativi e turistici, trasformando una tecnologia nata per scopi strategici in un prodotto accessibile al grande pubblico.

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"Massimo controllo": come funziona il database segreto cinese che spia gli stranieri

Nell’ultimo decennio la Cina ha costruito una delle reti di sorveglianza più estese al mondo. Questa architettura molto sofisticata si basa su centinaia di milioni di telecamere, sistemi di riconoscimento facciale e una raccolta capillare di dati personali. Ma fino a oggi era rimasto poco chiaro in che modo tutte queste informazioni venissero integrate e utilizzate per monitorare individui specifici. Un recente “ritrovamento digitale” ha offerto uno sguardo raro e dettagliato su questo singolare modus operandi. La scoperta riguarda una piattaforma di polizia lasciata accidentalmente accessibile online, che sembra essere stata progettata per seguire e analizzare in tempo reale la presenza e gli spostamenti degli stranieri in una città del nord della Cina.

La piattaforma di sorveglianza cinese

Secondo quanto riportato dal Sydney Morning Herald, il sistema è stato individuato dal giornalista tedesco specializzato in cybersicurezza Marc Hofer durante un'indagine sui siti collegati al Ministero della Pubblica Sicurezza cinese. La piattaforma, denominata “Dynamic Control Platform for Overseas Personnel”, sarebbe stata associata alla città di Zhangjiakou, nella provincia di Hebei, e si presentava come un cruscotto operativo destinato alle forze dell’ordine.

Al suo interno erano presenti dati relativi a centinaia di persone reali, tra cui circa 350 giornalisti stranieri residenti a Pechino nel 2021. Ogni profilo conteneva fotografie, dettagli del passaporto, numeri di telefono, data di nascita e informazioni professionali. Alcuni soggetti risultavano classificati come “tracciabili”, una categoria che consentiva alle autorità di accedere a dati molto più dettagliati.

In alcuni casi il sistema registrava gli spostamenti rilevati dalle telecamere di sorveglianza, le visite in alberghi e ospedali, gli acquisti di carburante e persino le informazioni sui viaggi ferroviari, inclusi numero del treno e posto assegnato. La piattaforma mostrava inoltre mappe con la distribuzione degli stranieri sul territorio e disponeva di funzioni di analisi relazionale capaci di evidenziare collegamenti e frequentazioni tra persone diverse.

EXCLUSIVE: How the track foreigners in China - We got rare access to demo system developed by the Ministry of Public Security in China for the prefecture of Zhangjiakou, to track and surveil foreigners visiting or being residents ( actually it applies to most nationals as well,… pic.twitter.com/uC9SP83nBn

— NetAskari (@NetAskari) May 19, 2026

Un mare di informazioni

L’aspetto più significativo emerso dalla scoperta non è tanto l’esistenza di singoli strumenti di monitoraggio, quanto la capacità di aggregare informazioni provenienti da fonti differenti in un’unica interfaccia operativa.

Un simile approccio rappresenta in effetti un’evoluzione dei grandi programmi di sorveglianza già attivi nel Paese, come Skynet e Sharp Eyes, sviluppati ufficialmente per finalità di sicurezza pubblica. Il database individuato da Hofer suggerisce, sempre a detta del Sydney Morning Herald, che le autorità stiano cercando di costruire sistemi in grado di seguire gli individui quasi in tempo reale, ricostruendone abitudini, reti sociali e movimenti.

Fergus Ryan, esperto di tecnologie cinesi dell’Australian Strategic Policy Institute, ha fatto notare che strumenti del genere erano stati finora associati soprattutto alla regione dello Xinjiang, ma che la loro comparsa in altre aree del Paese potrebbe indicare una diffusione più ampia di queste tecniche.

Certo, la piattaforma di Zhangjiakou appariva ancora incompleta e priva di alcune funzionalità avanzate, come il tracciamento diretto dei telefoni cellulari. Tuttavia, il livello di dettaglio già disponibile mostra fino a che punto possa spingersi il monitoraggio degli stranieri considerati di interesse. Dopo la pubblicazione delle inchieste di Hofer e di altri giornalisti coinvolti nell’analisi del sistema, l’accesso alla piattaforma è stato rapidamente chiuso.

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I tre fronti di fuoco che infiammano l'Asia

In Asia ci sono tre fronti caldissimi che ruotano attorno al Pakistan e che rischiano di minare l’equilibrio regionale. Il primo chiama in causa l’escalation con l’Afghanistan. Nelle ultime ore, infatti, l’esercito pakistano ha condotto una serie di raid aerei nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, provocando almeno tredici vittime civili. Mentre Kabul condanna il blitz, Islamabad sostiene di aver colpito basi operative del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati transfrontalieri. Gli altri due fronti di fuoco del Pakistan comprendono le tensioni nel conteso Kashmir e gli attentati nella regione separatista del Balochistan, entrambi tornati sotto i riflettori dopo settimane di apparente calma.

Il raid del Pakistan in Afghanistan

Sul versante afghano-pakistano, la situazione è tornata a deteriorarsi. In merito all’ultimo attacco di Islamabad, i talebani hanno spiegato che questo avrebbe provocato almeno 13 vittime civili. Tra i morti figurerebbero numerosi bambini, oltre a una donna e un anziano, mentre diversi altri civili sarebbero rimasti feriti.

Le autorità talebane hanno condannato duramente l’operazione, definendola una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad non ha rilasciato commenti immediati, ma in passato ha giustificato interventi analoghi sostenendo di voler colpire basi e combattenti del TTP

Pakistan Airforce has carried out Cross-Border Airstrikes, Targeting 4x Terrorist Hideouts in Paktika, Kunar and Khost, Afghanistan.

These Airstrikes were conducted in Response to a Recent Terrorist attack at FC Post in Peshawar, Martyring 6x Soldiers.

As usual, Afghan Taliban… pic.twitter.com/Em6IvSTyx7

— Armed Forces Update (@ArmedUpdat1947) June 10, 2026

L’escalation non è casuale. Al contrario, è arrivata dopo l’assalto a un posto di sicurezza nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove miliziani sospettati del TTP hanno ucciso diversi membri delle forze paramilitari. Il fragile cessate il fuoco raggiunto tra i due Paesi nei mesi scorsi appare ormai compromesso. Le Nazioni Unite hanno già segnalato centinaia di vittime civili causate dagli scontri transfrontalieri nei primi mesi del 2026, confermando come il confine tra Afghanistan e Pakistan sia tornato a essere uno dei punti più critici dell’intera regione.

Kashmir e Balochistan: le altre due situazioni esplosive

Non c’è solo l’Afghanistan a turbare i problemi del Pakistan. Il Kashmir amministrato dal Pakistan è stato teatro di violenti disordini che hanno provocato almeno sette morti, tra cui quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, gli scontri sono scoppiati dopo una storica sentenza della Corte Suprema locale che ha confermato la legittimità costituzionale di dodici seggi parlamentari riservati ai rifugiati provenienti dal Kashmir controllato dall’India.

La decisione ha riacceso le proteste del Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento dichiarato illegale dalle autorità regionali e favorevole all’abolizione di tali seggi, considerati espressione di un’influenza politica sproporzionata. Le manifestazioni sono rapidamente degenerate in episodi di violenza armata, con accuse reciproche tra dimostranti e forze dell’ordine.

Il terzo focolaio di instabilità interessa infine il Balochistan, la vasta provincia sud-occidentale del Pakistan dove gruppi separatisti intensificano da mesi attacchi contro obiettivi governativi, infrastrutture e forze di sicurezza. Il risultato? La combinazione tra ribellione baloch, tensioni nel Kashmir e conflitto lungo il confine afghano sta creando una pressione senza precedenti sulle autorità pakistane, costrette a fronteggiare contemporaneamente tre crisi interne ed esterne.

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L'ultima frontiera di Xi: una fortezza nella Cina occidentale

La Cina di Xi Jinping guarda sempre più a ovest. Xinjiang e Tibet, due province vastissime che occupano quasi un terzo della superficie del Paese, sono infatti al centro di un ambizioso piano di trasformazione economica e infrastrutturale promosso dal governo centrale. Pechino intende ridurre il divario con le aree costiere più sviluppate, sfruttare le immense risorse energetiche e minerarie della regione e rafforzare i collegamenti commerciali verso l’Asia centrale e l’Europa. Nella parte occidentale della gigantesca nazione asiatica, inoltre, ci sono diverse aree strategiche adibite a zone militari al centro dei piani di rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese.

La strategia di Xi

Come ha spiegato nel dettaglio il Financial Times, il progetto portato avanti da Xi rappresenta una delle più grandi campagne di investimento interno avviate dalla leadership cinese negli ultimi anni. Strade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti, dighe, impianti solari e parchi eolici stanno ridisegnando il volto dell’estremo ovest del Paese.

Nello Xinjiang, per esempio, il turismo è diventato uno dei pilastri della locale strategia di crescita. Da queste parti, località montane un tempo isolate attirano milioni di visitatori cinesi, mentre grandi catene alberghiere internazionali continuano ad ampliare la propria presenza. Di pari passo, Pechino punta a trasformare la regione in un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, sfruttando energia a basso costo, materie prime e incentivi per le imprese trasferite dalle province costiere.

Anche il Tibet è coinvolto in questa spinta. Qui il simbolo della nuova stagione è il colossale progetto idroelettrico sul fiume Yarlung Tsangpo, destinato a diventare uno dei più grandi impianti del mondo e a fornire energia alle aree industriali della Cina meridionale. La versione ufficiale delle autorità? Queste opere porteranno prosperità e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a modernizzare territori rimasti a lungo ai margini dello sviluppo nazionale.

A cosa punta la Cina

La trasformazione economica, ha sottolineato ancora lo stesso FT, procede però parallelamente con il rafforzamento dell’apparato di sicurezza e con politiche che continuano a suscitare critiche internazionali. Organizzazioni per i diritti umani denunciano che la sorveglianza capillare in Xinjiang resta operativa, mentre in Tibet cresce la preoccupazione per le misure che favoriscono l’assimilazione culturale e linguistica delle minoranze locali.

Troviamo poi un lato militare. Nel remoto deserto della Cina nord-occidentale sta prendendo forma una delle più imponenti infrastrutture militari costruite da Pechino negli ultimi anni. Attorno ai campi di silos nucleari dello Xinjiang, destinati a ospitare alcuni dei missili balistici intercontinentali più avanzati dell'arsenale del Dragone, sono infatti comparsi decine di nuovi siti operativi, collegamenti stradali, bunker e strutture di supporto.

Le nuove infrastrutture che sorgeranno, dunque, avranno il compito di migliorare non solo i collegamenti commerciali, ma anche la capacità di mobilitazione militare lungo confini delicati come quelli con India, Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Il progetto di Xi Jinping è insomma sempre più chiaro: trasformare l’estremo ovest della Cina in una fortezza economica, energetica e strategica capace di sostenere le ambizioni globali del Paese.

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La nave russa, il porto indiano e il traffico di armi: la strana triangolazione che porta in Corea del Nord

Una nave russa sanzionata da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per il suo presunto coinvolgimento nel trasferimento di armamenti nordcoreani (destinati alla guerra in Ucraina) è approdata nei giorni scorsi in India. Il riferimento è alla Maia-1, mercantile già finito sotto la lente delle autorità occidentali per i suoi collegamenti con la rete logistica che avrebbe consentito a Mosca di ricevere materiale militare da Pyongyang. Il suo arrivo nel porto di Kochi, uno dei più importanti snodi navali indiani, aggiunge un nuovo tassello a una vicenda che intreccia Russia, Corea del Nord e India in una triangolazione dai contorni ancora poco chiari. Ecco che cosa sappiamo.

La nave russa e le armi di Kim

Secondo quanto riportato da NK News, la Maia-1 è giunta a Kochi dopo aver percorso quasi 10mila chilometri dal lontano Estremo Oriente russo. La nave faceva parte di un convoglio composto anche dai cargo Angara e Lady R, anch'essi sottoposti a sanzioni internazionali per il loro presunto ruolo nelle spedizioni di armi nordcoreane verso la Russia. Ad accompagnare il gruppo, stando alle informazioni disponibili, vi sarebbero state anche due corvette della Marina russa, la Sovershennyy e la Rezkiy.

La Maia-1 non è una nave qualunque. Negli ultimi anni il suo nome è emerso più volte nelle indagini sui collegamenti marittimi tra la Russia e il porto nordcoreano di Rason, uno dei principali punti di uscita delle forniture militari provenienti dalla Corea del Nord. L'ultima visita nota dell'imbarcazione in quell'area risalirebbe al 2024, prima della sua ricomparsa nei porti dell'Estremo Oriente russo all'inizio di maggio.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è il luogo scelto per l'attracco. Kochi non è soltanto un porto commerciale ma ospita uno dei più importanti comandi navali dell'India e rappresenta un centro strategico per l'addestramento della Marina di Nuova Delhi.

Che cosa sta succedendo

Katsu Furukawa, ex membro del panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare le sanzioni contro la Corea del Nord, ha sostenuto che l'ingresso della Maia-1 potrebbe configurare una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Secondo l'esperto, le norme attualmente in vigore vietano infatti l'accesso ai porti delle imbarcazioni coinvolte nella violazione del regime sanzionatorio imposto a Pyongyang.

Ricordiamo che Russia e India hanno rafforzato negli ultimi anni la cooperazione militare e logistica, anche attraverso l'accordo RELOS, entrato in vigore nel gennaio 2026. Questo quadro potrebbe aver facilitato l'approdo della nave russa, sebbene le autorità indiane non abbiano fornito spiegazioni ufficiali sullo scopo della visita.

Resta da capire qual è la destinazione finale del convoglio. Mentre la Maia-1 continua a trasmettere la propria posizione da Kochi, le altre navi del gruppo hanno spento i transponder o navigano lungo la costa occidentale dell'India senza una meta dichiarata. Si tratta di un dettaglio non da poco che alimenta interrogativi e sospetti su una rete marittima che, partendo dalla Russia e passando per l'India, continua a riportare l'attenzione internazionale sulla Corea del Nord e sui suoi traffici militari.

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"Allarme Ghost Kitchens": cos'è lo scandalo che scuote la Cina

In Cina è esploso lo scandalo delle “Ghost Kitchens”. I riflettori sono puntati sul settore delle consegne di cibo, diventato negli ultimi anni uno dei più competitivi e opachi del mercato digitale. Con il termine sopra citato, infatti, vengono indicati i ristoranti che esistono solo sulle app, privi di una reale presenza fisica verificabile, ma in grado di generare migliaia di ordini grazie a reti di subfornitura e cucine terze. Il sistema consente di abbattere i costi, moltiplicare le inserzioni online e spingere la concorrenza su prezzi sempre più bassi, spesso a scapito della trasparenza verso i consumatori e delle condizioni di sicurezza alimentare.

La stretta delle autorità cinesi

Tutto ciò ha fatto arrabbiare le autorità cinesi. Il dossier è letteralmente esploso dopo una serie di indagini avviate in seguito a segnalazioni dei consumatori e controlli incrociati sulle piattaforme di delivery. Un episodio chiave riguarda un cliente di Pechino che aveva ordinato una torta decorata con fiori non commestibili, scoprendo poi che il venditore dichiarava centinaia di punti vendita senza possederne alcuno.

Secondo quanto riportato dalla BBC, molte di queste attività operavano attraverso licenze falsificate e una catena di subappalti che trasferisce gli ordini al miglior offerente, senza alcun controllo reale sulla qualità.

Le autorità hanno poi ampliato le verifiche, individuando migliaia di ristoranti fantasma e milioni di ordini gestiti da piattaforme intermediarie, mentre le app di consegna, spinte dalla concorrenza, avrebbero allentato i controlli per non perdere esercenti.

Le conseguenze dello scandalo hanno spinto la Cina a rafforzare in modo significativo la regolamentazione del settore, imponendo alle principali piattaforme di delivery nuovi obblighi di verifica delle licenze, degli indirizzi e dell’effettiva esistenza dei ristoranti registrati sulle app.

Un problema non da poco

Le autorità hanno introdotto ispezioni a campione e controlli incrociati, oltre a sanzioni miliardarie per le società che non rispettano le regole. In parallelo, alcune città hanno avviato sistemi di “cucine trasparenti”, con telecamere e dirette streaming per consentire ai consumatori di osservare in tempo reale la preparazione dei cibi, mentre si sperimenta l’uso dell’intelligenza artificiale per individuare anomalie nei profili dei venditori.

Anche i fattorini sono ormai coinvolti nel sistema di vigilanza, con incentivi economici per chi segnala attività sospette. Il settore, tuttavia, resta estremamente competitivo, alimentato da una domanda elevata e da una guerra dei prezzi che continua a mettere sotto pressione piattaforme, ristoratori e lavoratori. Secondo i dati ufficiali, il numero di utenti dei servizi di consegna ha superato quota 600 milioni, rendendo il controllo del fenomeno ancora più complesso per i regolatori.

Lo scorso aprile le autorità hanno inflitto multe complessive per oltre 3,6 miliardi di yuan a diverse piattaforme tra cui Meituan, JD.com e Pinduoduo, segnando una delle sanzioni più pesanti degli ultimi anni nel settore del commercio online, mentre le aziende hanno promesso di rafforzare i sistemi di verifica e collaborazione con le autorità per ridurre il fenomeno dei ristoranti fantasma e ripristinare la fiducia dei consumatori nel mercato delle consegne digitali.

Le nuove misure prevedono inoltre l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per incrociare dati tra ordini, licenze e indirizzi, nel tentativo di ridurre le frodi e migliorare la tracciabilità dell’intera filiera alimentare urbana con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e trasparenza per i consumatori nelle principali città d’oltre Muraglia.

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L’incidente dell’Apache Usa e il salvataggio col drone marino: “Operazione mai vista prima”

Nelle scorse ore un elicottero d'attacco Apache dell'esercito statunitense è precipitato al largo delle coste dell'Oman, nei pressi dello Stretto di Hormuz, durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo, come ha confermato il Comando Centrale delle forze armate (CENTCOM) che non ha fin qui specificato le cause dell'incidente. Il velivolo è stato abbattuto dal fuoco iraniano oppure ha riscontrato un guasto meccanico? Le indagini sono in corso, mentre emergono i particolari dell'operazione che ha tratto in salvo l'equipaggio del mezzo. Decisivo il ruolo giocato da un drone particolare: un'imbarcazione di superficie senza equipaggio tra l'altro per la prima volta usata in simili circostanze.

Il salvataggio dell'equipaggio dell'Apache

Secondo quanto riportato da The War Zone, nella delicata operazione di salvataggio le forze Usa hanno impiegato un USV (Unmanned Surface Vessel, ossia un veicolo di superficie senza equipaggio) della Marina Militare. Mancano i dettagli su quale drone sia stato usato. La Task Force 59, la principale forza droni dell'esercito americano in Medio Oriente, impiega diversi USV, inclusi modelli simili a motoscafi e nuove tecnologie navali senza equipaggio.

"Alle 19:33 ET dell'8 giugno, due membri dell'equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell'esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell'Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali", si legge nella dichiarazione del CENTCOM. Sappiamo soltanto che "i soldati sono stati tratti in salvo in circa due ore e sono in condizioni stabili"e che "le cause dell'incidente sono oggetto di indagine".

Gli Apache hanno più volte condotto missioni contro obiettivi navali iraniani nello Stretto di Hormuz e nelle aree limitrofe. In generale, le operazioni di ricerca e soccorso presentano complessità e rischi intrinseci, soprattutto quando condotte in territorio ostile o nelle sue vicinanze.L'impiego di droni navali nelle operazioni di salvataggio notturne ha evidenziato una nuova dimensione per le attività di ricerca e soccorso marittimo (CSAR).

L'importanza dei droni

Gli USV offrono vantaggi significativi in determinati scenari. Quali? Per esempio, possono raggiungere aree inaccessibili ai mezzi tradizionali e senza il rischio di impiegare ulteriore personale. Non è un caso che le forze armate statunitensi stiano lentamente prendendo coscienza della vulnerabilità dei propri mezzi CSAR e delle distanze necessarie per raggiungere aree altamente difese, in particolare durante un conflitto di pari livello.

Da questo punto di vista, l'utilizzo di droni per il recupero del personale diventerà centrale nella strategia militare Usa. Nell'episodio che ha riguardato l'Apache, ancora scarno di dettaglio, un funzionario statunitense anonimo ha dichiarato ad ABC News che un drone con un "design simile a quello di un motoscafo" ha recuperato i piloti dell'elicottero dall'acqua e li ha riportati sani e salvi a terra.

A proposito: gli stessi Usv possono essere preposizionati e distribuiti in anticipo lungo determinate rotte di volo, rivelandosi particolarmente utili per le future operazioni di ricerca e soccorso nel Pacifico, dove le forze armate Usa si stanno preparando a potenziali scontri con la Marina e l'aviazione cinesi.

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Attacchi e aggressioni agli umani: cosa c'è dietro la "guerra degli orsi" in Giappone

Il Giappone sta vivendo una vera e propria emergenza legata agli orsi, con un numero sempre più alto di aggressioni e incursioni nelle aree urbane. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi episodi che hanno riportato il tema al centro del dibattito pubblico, alimentando la preoccupazione di residenti e amministrazioni locali. L’ultimo caso? Arriva dalla prefettura di Fukushima, dove un orso nero ha ferito quattro persone attraversando fabbriche e quartieri residenziali prima di far perdere le proprie tracce. Questo fenomeno dura in realtà da anni e sta trasformando il rapporto tra uomini e fauna selvatica in una delle questioni più delicate per il governo nipponico.

Allarme orsi in Giappone

Come ha spiegato nel dettaglio il Telegraph, l’attacco di Fukushima ha avuto contorni insoliti e spettacolari. Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano l’animale mentre corre in un parcheggio e si avventa su un uomo, per poi dirigersi verso l’ingresso di un edificio e colpire un secondo lavoratore. Altre due persone sono rimaste ferite, tra cui un’anziana che ha riportato lesioni gravi.

Il bilancio complessivo conferma una situazione ormai fuori dall’ordinario: nel corso dell’ultimo anno fiscale in Giappone si sono registrati oltre 230 attacchi di orsi, con 13 vittime, mentre dall’inizio della primavera di quest’anno si contano già diversi morti e più di 20 feriti. Non solo: gli avvistamenti non riguardano più soltanto le zone montane del nord.

Gli animali sono stati segnalati vicino ad aeroporti, supermercati, stabilimenti industriali e quartieri residenziali. In alcune prefetture, come Akita, l’aumento delle presenze ha spinto il governo a mobilitare perfino l’esercito per supportare le operazioni di contenimento, attraverso trappole e attività logistiche a sostegno dei cacciatori. Le autorità giapponesi hanno inoltre rafforzato le campagne informative rivolte alla popolazione, invitando escursionisti e residenti a prestare la massima attenzione.

Le ragioni dell’emergenza

Che cosa sta succedendo, dunque, in Giappone? Dietro questa escalation si nasconde una combinazione di fattori ambientali e demografici. Innanzitutto, la popolazione di orsi è cresciuta negli ultimi anni mentre molte aree rurali si sono progressivamente spopolate. La diminuzione degli abitanti, soprattutto giovani, ha reso numerosi villaggi più silenziosi e meno frequentati, favorendo l’avvicinamento degli animali ai centri abitati.

A ciò si aggiungono le oscillazioni nella disponibilità di cibo naturale, come ghiande e altri frutti di cui gli orsi si nutrono abitualmente. Quando queste risorse scarseggiano, gli animali sono spinti a cercare nutrimento vicino alle case e alle attività umane.

Il governo giapponese sta quindi valutando misure strutturali per la gestione della popolazione di orsi, compreso l’aumento del personale dedicato al controllo della fauna e il potenziamento delle reti di monitoraggio. La situazione resta tuttavia delicatissima.

A bear injured four people after wandering into a residential area of Fukushima, Japan today.

The bear first attacked two workers at a steel plant before moving into a nearby neighbourhood and injuring two more people, including an 80 year old woman.

Schools were temporarily…

— Volcaholic (@volcaholic1) June 2, 2026

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“Amicizia eterna”: Xi incontra Kim a Pyongyang e rilancia i rapporti Cina-Corea del Nord

Xi Jinping è atterrato in Corea del Nord nel suo primo viaggio nel Paese dal 2019. Erano sette anni che il leader cinese non metteva piede a Pyongyang. Da quell'ultima volta sono cambiate tantissime cose, a partire dal nuovo aplomb internazionale di Kim Jong Un rilanciato dalla partnership con la Russia di Vladimir Putin, e dalla maggiore vicinanza nordcoreana a Mosca che non a Pechino. Eppure, come ha scritto Xi in un messaggio pubblicato dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori nordcoreano, l'amicizia tra Cina e Corea del Nord è e rimarrà "invincibile". I dossier affrontati dai due presidenti, sullo sfondo di un'accoglienza solenne, riguardano la cooperazione economica e politica, nonché il ruolo del Dragone nella penisola coreana.

Xi vola da Kim

Ad accogliere Xi e la consorte, Peng Liyuan, all’aeroporto internazionale di Pyongyang erano presenti Kim e sua moglie, Ri Sol Ju. Dallo scalo, la delegazione si è diretta verso Piazza Kim Il Sung, nel cuore della capitale nordcoreana, dove si è svolta la cerimonia ufficiale di benvenuto. Successivamente, Xi e Peng sono stati accompagnati alla residenza di Stato di Kumsusan, che li ospita durante la visita. Al seguito del presidente cinese figuravano anche il suo più stretto collaboratore, Cai Qi, e il ministro degli Esteri Wang Yi.

Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un tappeto rosso steso sulla pista dell'aeroporto, affiancato da una guardia d'onore schierata per l'occasione. Ad attendere la delegazione di Xi c'erano anche dei bambini nordcoreani con dei fiori, pronti a consegnare i tradizionali mazzi di benvenuto. Le strade di Pyongyang sono state addobbate con le bandiere nazionali dei due Paesi e con striscioni recanti slogan come “Lunga vita all'indissolubile amicizia tra la Rpdc (Corea del Nord ndr) e la Cina”.

Xi ha fatto sapere che l'amicizia nata in battaglia, "forgiata nel sangue", e il legame fraterno di fiducia reciproca tra le due nazioni hanno resistito alla prova del tempo e al mutare del panorama internazionale. Il leader cinese si è dunque impegnato ad approfondire la comunicazione strategica e a interagire frequentemente "come tra parenti", anche tra partiti, governi ed eserciti. "Partendo da un nuovo punto di svolta storico, la Cina è disposta a collaborare con la Rpdc per portare le relazioni bilaterali a un livello strategico e promuoverne un maggiore sviluppo, in linea con i tempi", ha sottolineato Xi.

Xi Jinping touched down in Pyongyang, North Korea, today for a 2-day state visit.

Kim rolled out every flag he had for this one.

Writer: Juliepic.twitter.com/FCWd0XrwT9 https://t.co/ODLU7CLdON

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 8, 2026

“Sostegno incrollabile”

Xi ha effettuato il suo primo viaggio all'estero del 2026 promettendo che la "tradizionale amicizia" tra Cina e Corea del Nord non cambierà. "Il sostegno incrollabile alla causa socialista della Rpdc guidata dal compagno Segretario Generale Kim Jong-un non cambierà; e la ferma determinazione a salvaguardare gli interessi comuni e il contesto strategico favorevole sia della Cina che della Rpdc non cambierà", ha affermato ancora Xi in un lessico istituzionale, auspicando scambi più intensi a tutti i livelli in settori quali la politica estera, le forze dell'ordine e le forze armate.

"Un leader cinese non visita la Corea del Nord solo perché è una visita di dovere. Il viaggio di Xi avrà implicazioni concrete per le relazioni tra Cina e Rpdc", ha spiegato Leif-Eric Easley, professore all'Università femminile Ewha di Seoul, al Washington Post.

La sensazione è che Xi cercherà di dimostrare al mondo intero (Usa in primis) la presa della Cina sulla penisola coreana e il suo ruolo di leadership in tutta l'Asia nord-orientale nell'era della competizione strategica con gli Stati Uniti. Un eventuale ripristino di un'influenza cinese esclusiva sulla Corea del Nord darebbe a Xi un vantaggio nei rapporti con Donald Trump, il quale ha ripetutamente espresso il desiderio di riavviare i negoziati diplomatici con il leader nordcoreano.

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Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

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"I missili Usa possono colpirci": perché i Typhon spaventano la Cina

La decisione degli Stati Uniti di schierare il sistema missilistico Typhon nel sud del Giappone sta provocando una dura reazione da parte della Cina. A preoccupare Pechino troviamo sia la presenza di nuove capacità militari americane nell'area dell'Indo-Pacifico, sia (forse soprattutto) la posizione scelta per il dispiegamento. Secondo le autorità cinesi, infatti, il sistema potrebbe essere utilizzato per colpire obiettivi sul loro territorio, ma anche per ostacolare i movimenti della propria Marina verso l'oceano Pacifico. Ecco che cosa sta succedendo.

I missili della discordia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i lanciatori Typhon dovrebbero essere schierati il prossimo mese presso la base aerea di Kanoya, nella prefettura giapponese di Kagoshima, nell'ambito di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone.

La posizione è considerata particolarmente sensibile perché si affaccia sul Mar Cinese Orientale e si trova relativamente vicina alla costa cinese. L'analista militare Fu Qianshao, intervistato dal quotidiano di Hong Kong, ha spiegato che i missili da crociera Tomahawk impiegabili dal sistema Typhon hanno una gittata stimata di circa 1.600 chilometri, sufficiente a raggiungere importanti aree urbane e infrastrutturali della Cina orientale, comprese zone vicine a Shanghai e alle province di Fujian e Zhejiang.

Per l'esperto, il rischio non riguarda soltanto eventuali attacchi contro obiettivi terrestri. Il sistema potrebbe infatti essere utilizzato anche contro unità navali, contribuendo a limitare la libertà di movimento della marina cinese in uno dei quadranti strategicamente più importanti della regione.

Le preoccupazioni della Cina

L'altro elemento che alimenta le preoccupazioni di Pechino riguarda lo Stretto di Miyako, il passaggio marittimo tra Okinawa e l'isola di Miyako utilizzato regolarmente dalle navi cinesi per raggiungere il Pacifico occidentale.

Ebbene, secondo Fu, il posizionamento dei Typhon a Kagoshima consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di rafforzare un eventuale blocco di questa rotta cruciale in caso di crisi o conflitto. "Potrebbero usare questo approccio per colpire i nostri obiettivi terrestri da una parte e bloccare i passaggi marittimi vitali dall'altra", ha affermato l'analista.

Non a caso il ministero degli Esteri cinese ha accusato Washington di minacciare la sicurezza strategica regionale, invitando Stati Uniti e Giappone a correggere quella che considera una scelta destabilizzante.

Ricordiamo che il Typhon era già stato dispiegato nelle Filippine nel 2024, suscitando proteste analoghe da parte della Cina. Washington, dal canto suo, continua a rafforzare la propria presenza lungo la cosiddetta "prima catena di isole", l'arco strategico che collega Giappone, Taiwan e Filippine, e che rappresenta uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra le due superpotenze.

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“Queste non sono le vostre acque”: la Cina lancia un’operazione speciale verso Taiwan

La Cina ha annunciato una “operazione speciale di controllo del traffico marittimo” nelle acque a est di Taiwan. L’iniziativa non è affatto casuale. Al contrario, è arrivata in un momento di crescente tensione regionale e rappresenta una risposta diretta all’avvicinamento tra Giappone e Filippine sul dossier delle delimitazioni marittime. Secondo Pechino, l’operazione serve a esercitare la propria “giurisdizione amministrativa marittima” e a tutelare gli interessi nazionali.

L’operazione speciale della Cina

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la decisione di Pechino segue l’annuncio con cui Giappone e Filippine hanno concordato l’avvio di negoziati per definire i confini marittimi nelle acque a est di Taiwan e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Per Pechino si tratta di una mossa inaccettabile, perché coinvolge una zona che la Repubblica Popolare considera parte della propria sfera di interesse e che si sovrappone alle sue rivendicazioni sulle zone economiche esclusive.

L’agenzia cinese Xinhua ha definito i colloqui tra Tokyo e Manila una violazione della sovranità e dei diritti marittimi cinesi. La risposta non si è fatta attendere: già il primo giugno la Guardia Costiera cinese aveva avviato pattugliamenti sempre a est di Taiwan, mentre l’operazione annunciata nelle ultime ore coinvolge diverse autorità marittime provenienti dalle province del Fujian, del Guangdong e dall’area del Mar Cinese Orientale.

In tutto questo Pechino osserva con preoccupazione il consolidamento dei rapporti tra i suoi vicini e gli alleati degli Stati Uniti. La premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. hanno recentemente ribadito l’impegno comune per rafforzare la sicurezza marittima, alimentando i timori di Pechino di un contenimento coordinato della propria influenza nella regione.

NEW | China has announced a "maritime law enforcement operation" east of Taiwan.

For anyone tracking it, the real question is whether it shows up on AIS at all, and with these units the honest answer is usually not much.

That gap is the point. PRC coast guard and… pic.twitter.com/4difUH6klY

— GeoInsider (@InsiderGeo) June 6, 2026

La risposta di Taiwan

La reazione di Taiwan non si è fatta attendere. Come ha scritto Deutsche Welle, la Guardia Costiera taiwanese ha schierato diverse unità navali dopo aver rilevato la partenza di quattro navi governative cinesi dal porto di Xiamen.

Taipei sostiene che le imbarcazioni abbiano operato fuori dalle proprie acque ristrette, ma considera l’iniziativa una provocazione volta a creare l’impressione di una giurisdizione cinese sulle aree orientali dell’isola. In un messaggio pubblicato sui social, il segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale taiwanese, Joseph Wu, ha mostrato le comunicazioni radio rivolte alle navi cinesi: “Queste non sono le vostre acque”.

La nuova operazione del Dragone si inserisce insomma in una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare sul campo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali, aumentandola pressione su Taiwan e inviando un segnale politico a Giappone e Filippine.

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“Compra atolli disabitati”: il mistero della mossa cinese sulle 13mila isole del Pacifico

I riflettori sono puntati su decine di migliaia di isole disabitate situate nel Pacifico. In Giappone il governo ha annunciato una vasta indagine sulla proprietà di oltre 13 mila isole senza residenti, molte delle quali si trovano in aree considerate sensibili per la sicurezza nazionale. La decisione è arrivata dopo anni di discussioni sugli acquisti di terreni da parte di cittadini stranieri e sulla necessità di conoscere con precisione chi controlla porzioni di territorio che, pur essendo spesso minuscole e isolate, possono avere un peso rilevante nella definizione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive.

L’ombra cinese sulle isole giapponesi disabitate

Per Tokyo non si tratta soltanto di una questione amministrativa: la gestione di queste isole è sempre più legata agli equilibri strategici dell'Asia-Pacifico. Lo ha spiegato nel dettaglio RFI, secondo cui le autorità giapponesi ritengono necessario rafforzare il controllo su questi territori remoti anche alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza regionale.

Negli ultimi anni hanno attirato attenzione diversi casi di acquisto di terreni insulari da parte di cittadini cinesi, amplificati da social network e media locali. Alcune vicende hanno riguardato aree di Okinawa e altre zone costiere considerate particolarmente delicate. Il governo intende ora verificare la situazione proprietaria di oltre 13.400 isole disabitate, molte delle quali risultano scarsamente monitorate.

Il censimento servirà a individuare eventuali terreni con proprietari sconosciuti, irreperibili o difficili da identificare, aprendo anche alla possibilità di trasferire allo Stato alcune proprietà prive di una titolarità chiara. Il tema assume una rilevanza particolare anche perché molte di queste isole contribuiscono a definire il perimetro delle acque territoriali e dell'area economica esclusiva del Giappone. In passato Tokyo aveva già proceduto alla nazionalizzazione di alcune isole considerate strategiche per la tutela dei confini marittimi, ma mai aveva avviato una verifica così estesa dell'intero patrimonio insulare.

La mossa di Tokyo

L'attenzione verso gli investimenti cinesi non significa necessariamente che esista un piano coordinato per acquisire sistematicamente le isole del Pacifico. Tuttavia, numerosi osservatori internazionali sottolineano come il controllo di piccoli territori possa offrire vantaggi significativi.

Un'isola remota, infatti, può rappresentare un punto di osservazione privilegiato, facilitare attività logistiche, influenzare lo sfruttamento delle risorse marine o rafforzare la presenza di un Paese in aree contese. E, in un contesto segnato dalla crescente competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti, anche territori apparentemente marginali assumono quindi un valore strategico.

Per questa ragione, dunque, Tokyo sta valutando strumenti più rigorosi per monitorare gli investimenti stranieri nelle aree sensibili e per evitare che zone scarsamente abitate possano diventare vulnerabili a interessi esterni. Le tensioni tra Giappone e Cina continuano a crescere. E adesso coinvolgono anche le isole disabitate.

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"Non si vendono più preservativi": che cosa sta succedendo in Cina

In Cina si è registrato un calo nelle vendite di preservativi. Potrebbe sembrare una notizia di poco conto, una semplice tendenza di mercato. Al contrario si tratta di una tendenza legata a doppia mandata con il futuro demografico del gigante asiatico. Da anni Pechino è infatti alle prese con il crollo delle nascite e con l'invecchiamento della popolazione, due fenomeni che minacciano la crescita economica e la stabilità sociale del Paese. La “crisi dei condom” è dunque un indicatore utile per comprendere le trasformazioni in atto oltre la Muraglia.

Il calo delle vendite dei preservativi in Cina

Secondo quanto riportato dal Financial Times, le vendite di Durex, il principale marchio di preservativi presente nel mercato cinese e controllato dal gruppo britannico Reckitt, hanno registrato una brusca frenata nel primo trimestre del 2026. Dopo una crescita superiore al 40% nel corso del 2025, le vendite sono diminuite del 5%.

Il motivo? Alla base del calo ci sarebbero diverse misure adottate dalle autorità cinesi nell'ambito della più ampia strategia volta a rilanciare la natalità. Lo scorso gennaio è stata eliminata l'esenzione dall'Iva di cui i preservativi beneficiavano dal 1993, con l'introduzione di un'aliquota del 13%.

Allo stesso tempo, sono state inasprite le regole che disciplinano la pubblicità dei contraccettivi online. In particolare, Douyin, la versione cinese di TikTok, ha vietato le dirette commerciali dedicate alla vendita di preservativi, un canale che negli ultimi anni era diventato fondamentale per il commercio elettronico. Le nuove norme limitano fortemente le possibilità promozionali: niente dimostrazioni, niente primi piani del prodotto, niente interazioni esplicite con gli utenti. Pur continuando a essere venduti su altre piattaforme social, i preservativi sono finiti sotto una sorveglianza molto più stretta rispetto al passato.

Il Dragone contro l’inverno demografico

Il governo cinese intende favorire un ambiente culturale più orientato alla formazione di famiglie e alla nascita di figli, dopo anni in cui la Cina ha sperimentato il risultato opposto.

Il motivo di questa svolta è legato a una crisi demografica sempre più evidente. Nel 2025 la Cina ha registrato appena 7,92 milioni di nascite, meno della metà rispetto al 2015. Negli ultimi anni il governo ha progressivamente smantellato le restrizioni che per decenni avevano limitato le dimensioni delle famiglie, passando dall'abolizione della politica del figlio unico all'autorizzazione per avere fino a tre figli. Sono stati inoltre introdotti sussidi economici destinati ai genitori con bambini piccoli.

Eppure i risultati tardano ad arrivare. Lo dimostrano i numeri. Per la prima volta in oltre settant'anni, per esempio, il numero di cittadini cinesi con almeno 65 anni ha superato quello dei minori di 15 anni. Gli over 65 rappresentano ormai quasi il 16% della popolazione, una quota superiore a quella dei bambini e degli adolescenti.

A pesare sono fattori strutturali come l'elevato costo della vita, le spese per l'istruzione, l'urbanizzazione e il cambiamento delle abitudini sociali delle nuove generazioni. Si tratta di problematiche che le autorità stanno da tempo cercando di risolvere.

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Spunta un sottomarino cinese misterioso: cosa sappiamo del nuovo jolly di Xi

La Cina continua a rafforzare la propria flotta subacquea a ritmi serrati. L’ultima novità arriva da Shanghai, dove le immagini satellitari hanno mostrato un sottomarino finora rimasto sconosciuto e caratterizzato da una configurazione particolarmente innovativa e da linee che si discostano nettamente dai modelli tradizionali. L’assenza di comunicazioni ufficiali da parte delle autorità del Dragone ha contribuito ad alimentare il mistero attorno a quello che potrebbe rappresentare un nuovo tassello nella strategia navale del presidente Xi Jinping.

Il nuovo sottomarino cinese

Secondo quanto riportato da Naval News, il nuovo mezzo è stato osservato nei giorni scorsi presso un bacino di allestimento collegato ai cantieri JN di Shanghai. Le immagini mostrano un’unità lunga circa 120 metri e larga tra i 10 e gli 11 metri, dimensioni che la collocano tra i più grandi sottomarini cinesi di nuova generazione.

A colpire gli analisti è soprattutto il design: la prua appare particolarmente affusolata, i timoni di coda adottano una configurazione a X e la tradizionale vela, la struttura che emerge sopra lo scafo, è stata ridotta al minimo. Si tratta di una scelta che potrebbe essere stata adottata per diminuire la resistenza idrodinamica e migliorare le prestazioni in immersione.

Non è la prima volta che la Cina sperimenta soluzioni di questo tipo, ma mai prima d’ora erano state osservate su un’unità di queste dimensioni. Nello stesso periodo, inoltre, un altro sottomarino sarebbe stato varato presso il cantiere di Huludao, sul Mare di Bohai, in una struttura nota per la costruzione di unità a propulsione nucleare. C’è chi non esclude che possa trattarsi della stessa classe di sottomarini, un’eventualità che, se confermata, indicherebbe un programma di sviluppo già in fase avanzata e sostenuto da una capacità industriale notevole.

First look at 120m sailless Submarine, the one at Huludao apparently there is one at Jiangnan also. Should have ~ 9000T submerged displacement

So far China has launched 3 SSN/GN this year incl 1x 09V and three shipyards can now make nuclear subs https://t.co/5xmKvrvitm pic.twitter.com/cvlbH3gl7I

— Hûrin (@Hurin92) June 3, 2026

La mossa del Dragone

Restano ovviamente numerosi interrogativi sulla reale natura del nuovo mezzo. Gli analisti ritengono improbabile che si tratti di un sottomarino lanciamissili balistici, categoria che richiederebbe dimensioni ancora maggiori per ospitare gli ultimi missili strategici cinesi JL-3.

Più plausibile l’ipotesi che sia un sottomarino d’attacco di nuova generazione, forse collegato al programma Type-095, considerato da tempo uno dei progetti più attesi della marina cinese. Anche il sistema di propulsione resta oggetto di discussione. Le dimensioni del battello suggeriscono una propulsione nucleare convenzionale, ma non si esclude completamente l’impiego di soluzioni ibride basate sulle quali la Cina starebbe investendo per garantire una maggiore autonomia operativa.

In assenza di annunci ufficiali, la Marina cinese continua a mantenere il massimo riserbo sui propri programmi più avanzati. Una strategia, quella del gigante asiatico, che costringe osservatori e servizi di intelligence a fare affidamento su immagini satellitari e analisi tecniche per decifrare l’evoluzione di una forza subacquea sempre più moderna e temibile. Soprattutto nelle acque dell’Indo-Pacifico.

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Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

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Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

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Droni, missili e robot: così prende forma l'arsenale anti Cina di Taiwan

Taiwan sta rafforzando il proprio arsenale militare seguendo una strategia fondata su tre pilastri. Il primo riguarda un potenziamento dei missili antinave, con l'obiettivo dichiarato di averne a disposizione oltre 1.800 entro l'inizio del 2029. Il secondo chiama in causa i droni. Taipei ha infatti intenzione di acquistare circa 200.000 Uav e 1.320 imbarcazioni di superficie senza pilota tra il 2026 e il 2032, insieme a sistemi collaborativi basati sull'intelligenza artificiale e ad altre tecnologie correlate. L'ultimo pilastro ruota invece attorno all'implementazione di speciali cani robot da impiegare nelle operazioni di pattugliamento nelle isole contese situate nel Mar Cinese Meridionale.

La strategia militare di Taiwan

Secondo quanto riportato da Reuters, Taiwan aumenterà drasticamente il numero dei suoi potenti missili antinave nel tentativo di contenere la crescente minaccia di blocco (o invasione) da parte della Cina. Parliamo del resto di armi che possono essere lanciate da aerei, navi e postazioni terrestri rientranti nella strategia asimmetrica taiwanese volta a compensare l'enorme vantaggio della Cina in termini di potenza di fuoco con un gran numero di armi economiche ma letali.

Citando il caso dell'Ucraina, che proprio così è riuscita a resistere all'offensiva della Russia, Taipei punta a costruire una forza resiliente, progettata per sopravvivere a un bombardamento aereo e missilistico cinese iniziale, e in grado di colpire una fantomatica flotta navale nemica che dovesse bloccare l'isola. Sono inoltre in programma ulteriori missili di precisione con una gittata sufficiente ad attaccare navi cinesi nello Stretto di Taiwan o nei porti di imbarco sulla costa cinese.

La punta di diamante dell'arsenale antinave di Taiwan è costituita dai missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti e dai missili Hsiung Feng di produzione nazionale. Un ingente quantitativo di queste armi permetterebbe all'isola di creare una "zona di fuoco" nello Stretto di Taiwan, un'area in cui una potenza di fuoco concentrata infliggerebbe gravi perdite all'invasore. Il ministero della Difesa di Taiwan ha sottolineato in un comunicato che i missili antinave "possono creare una potente capacità di attacco marittimo e ridurre l'efficacia bellica del nemico. I dettagli relativi al loro dispiegamento riguardano la sicurezza militare e non vengono divulgati".

Droni e robot oltre ai missili antinave

Nel frattempo, il principale istituto di sviluppo di armamenti dell'esercito taiwanese, il National Chung Shan Institute of Science and Technology, ha presentato tre diverse versioni di un cane robot. Si tratta di un dispositivo che un giorno potrebbe essere utilizzato per pattugliare le isole di Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L'attuale inventario di droni da combattimento di Taiwan, invece, si attesta a meno di 10.000 unità: il governo guidato da William Lai vorrebbe espanderlo ulteriormente da qui ai prossimi mesi.

Taiwan sta infine anche cercando di trasformare il proprio sistema di difesa aerea in una rete integrata, intelligente e multilivello. Cosa significa? Che satelliti, radar terrestri, aerei senza pilota e sistemi navali dovrebbero arrivare ad alimentare un'unica rete di comando e controllo. Una rete, supportata dall'intelligenza artificiale, che avrebbe il compito di analizzare enormi quantità di dati, distinguere le minacce reali dai falsi allarmi e assegnare automaticamente il miglior sistema di intercettazione disponibile. Una specie di grande "ombrello intelligente", dunque, in grado di reagire in modo rapido e coordinato contro missili balistici, cruise, droni, razzi e caccia.

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