Reading view

L’IA può davvero battere il petrolio? Il doppio binario che divide i mercati globali

Può l’Intelligenza artificiale superale il petrolio? È questa la domanda a cui i mercati stanno cercando di rispondere nell’ultimo periodo. Il petrolio è in rialzo, mentre si affievoliscono le speranze di un accordo duraturo tra Stati Uniti e Iran. La Bce avverte che le aspettative di inflazione potrebbero perdere il loro ancoraggio. Eppure i titoli legati all’Intelligenza artificiale continuano a salire, le azioni dei mercati emergenti stanno raggiungendo livelli record e i capitali continuano ad affluire verso chip, data center, robotica e infrastrutture fisiche per l’intelligenza artificiale.

Il mercato non sta più scegliendo tra geopolitica e tecnologia. Sta valutando entrambi contemporaneamente.

Il petrolio diventa il nuovo rischio di inflazione

L’aumento dei prezzi del greggio non è più solo una questione energetica. Sta diventando una questione di politica monetaria. Ogni dollaro in più del petrolio aumenta la pressione sull’inflazione, sui margini e sulle banche centrali.

L’Europa di fronte a un nuovo dilemma politico

La Bce potrebbe essere costretta a trovare un equilibrio tra una crescita più debole e un’inflazione più elevata. Per l’Europa, questa sta diventando una prova di resilienza, non semplicemente una prova di politica monetaria.

Il superciclo dell’IA rimane intatto

Il rally storico dei titoli del settore dei chip e lo slancio generato dal Computex confermano che gli investitori continuano a considerare le infrastrutture di IA come il motore di crescita più importante al mondo.

L’IA fisica è il prossimo settore su cui puntare

LG, Dell, la robotica, l’edge computing e SpaceX puntano tutti nella stessa direzione: l’IA si sta spostando dai data center all’economia fisica.

Il capitale sta migrando verso asset strategici

L’acquisizione nel settore immobiliare da parte di Berkshire, gli investimenti nell’IA di SoftBank e la potenziale IPO di SpaceX riflettono tutti la stessa tendenza: gli investitori stanno acquistando asset strategici e scarsi che possono generare rendimenti composti nel prossimo decennio.

Il pattern nascosto

Il mondo si sta dividendo in due economie: una è guidata dal petrolio, dall’inflazione e dalle tensioni geopolitiche; l’altra è guidata dall’Intelligenza artificiale, dalla potenza di calcolo e dall’innovazione accelerata. I vincitori saranno coloro che saranno in grado di operare contemporaneamente in entrambi i mondi.

Conclusioni

I mercati stanno inviando un messaggio chiaro: il costo dell’energia sta aumentando. Il valore dell’intelligenza sta aumentando ancora più rapidamente.

La domanda fondamentale per gli investimenti del prossimo decennio non è più se l’IA sia una bolla. È se l’IA possa crescere abbastanza rapidamente da compensare un mondo che sta diventando strutturalmente più costoso, frammentato e instabile.

  •  

Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas

L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.

Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.

La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.

La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.

Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009).

Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella Rerum novarum e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della Magnifica humanitas.

Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).

La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).

Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.

Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “Promoting advanced Artificial Innovation and Security” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (Ex. Ord. 2 giugno).

  •  

Il bivio latinoamericano: diritti o risultati? Le radici politiche dell’ascesa illiberale secondo Malamud

L’illiberalismo dell’America Latina non riguarda l’ideologia, ma la sopravvivenza. Quando le democrazie non riescono a fermare la violenza delle gang o la corruzione, gli elettori iniziano a considerare i diritti fondamentali come un lusso e le istituzioni diventano, nella migliore delle ipotesi, un peso, nel peggiore dei casi complici. Anche il Cile, da tempo considerato un modello di riforma democratica graduale, ha rifiutato prima una costituzione progressista e poi una conservatrice, con gli analisti che attribuivano la reazione a un eccesso di potere delle élite. In Paesi come Perù e Guatemala, la frammentazione politica ha permesso quello che Paolo Sosa-Villagarcia e Moisés Arce chiamano “autoritarismo legislativo” dove il legislatore, piuttosto che l’esecutivo, governa attraverso negoziati tra élite e cattura dello Stato invece di rispettare la volontà del popolo. Questi regimi mantengono una facciata liberale, non si manifesta un eccesso di potere esecutivo, ma la legittimità democratica ne soffre comunque.

D’altra parte i leader riformisti ambiziosi hanno adottato tattiche populiste, utilizzando la legittimità popolare per aggirare i controlli istituzionali. La riforma della magistratura in Messico, ad esempio, è stata controversa perché rischiava di ridurre l’indipendenza giudiziaria, ma è stata presentata come democratizzazione. Sebbene retoricamente progressiste, queste mosse rischiano di svuotare le garanzie liberali in nome dell’urgenza democratica. Questi modelli evidenziano la lotta perenne della regione per allineare la governance liberale alla legittimità democratica. Le democrazie che si sono dimostrate abbastanza resilienti da resistere alle crisi, come Argentina e Brasile, lo hanno fatto attraverso barriere istituzionali che salvaguardano i processi elettorali e ristabiliscono l’equilibrio politico. Questi contrappesi, specialmente nei periodi di polarizzazione, sono fondamentali. Dimostrano che la resilienza istituzionale, pur essendo fragile, non è inutile.

Gli elettori sostengono i leader illiberali per quattro motivi. Innanzitutto, scelgono i risultati invece dei diritti. Quando la democrazia liberale non riesce a mantenere le promesse, gli elettori puniscono i governanti e favoriscono soluzioni che funzionano, indipendentemente dai costi. In secondo luogo, le persone tendono a preferire narrazioni semplificate. I populisti indicano nemici concreti piuttosto che cause astratte e promettono soluzioni nette invece che compromessi. In terzo luogo, il divario tra il popolo e le élite si è ampliato. Alcune élite liberali hanno sviluppato un atteggiamento moralista che l’elettore medio considera paternalista o minaccioso. In quarto luogo è emerso un contraccolpo culturale. Alla presunzione morale delle élite si è accompagnata l’imposizione di valori progressisti che molte persone comuni percepiscono come estranei alla tradizione. Questa non è una storia unicamente americana o latino-americana. È globale. E a meno che le democrazie liberali non diventino più empatiche e reattive – cioè meno oligarchiche – i candidati illiberali continueranno a vincere le elezioni, a volte con maggioranze schiaccianti. Questo rende la ricostruzione della legittimità democratica non solo un imperativo morale, ma una necessità strategica.

Per sopravvivere la democrazia liberale deve produrre risultati, non solo predicare. Le lezioni dell’America Latina sembrano chiare: la stabilità del Costa Rica si basa su tribunali anticorruzione che funzionano; gli strumenti digitali dell’Uruguay e i referendum attivati da parte popolare permettono ai cittadini di influenzare le politiche, non solo di protestare. Ancora più importante, le élite di entrambi i Paesi – come l’emblematico José “Pepe” Mujica – condividono lo stile di vita delle masse. Empatia e prossimità non sono concetti demagogici, ma costruttori di fiducia. Le riforme della regione devono affrontare sia i bisogni materiali sia simbolici, combinando giustizia e ripresa economica invece di limitarsi a compromessi legalistici. Quando la democrazia diventa una prerogativa delle élite, tradisce la sua natura primordiale: essere un governo del popolo. E quando diventa un rituale di elezioni senza consegna, vanifica il suo scopo ultimo: un governo per il popolo. Diritti e risultati non sono opposti, ma prerequisiti reciproci. Senza di essi, gli elettori continueranno a scegliere caudillos che promettono sicurezza rispetto alle tutele e che scambiano pesi ed equilibri con l’“efficienza da uomo forte”. La lezione è chiara: la democrazia senza liberalismo è pericolosa, ma il liberalismo senza democrazia è insostenibile. Per preservare entrambi, bisogna ricostruire il ponte che un tempo li teneva uniti: la fiducia con gli elettori al centro.

L’equilibrio richiesto non è solo istituzionale, ma simbolico e materiale. I cittadini devono credere sia nei propri diritti individuali sia nel loro potere collettivo di plasmare la governance. A loro volta, i leader devono servire i cittadini migliorando le loro condizioni di vita, attraverso una prosperità condivisa e la dignità sociale . Il rispetto è il primo mandato della comunità e la condizione che legittima l’autorità. Il secondo mandato è il pane quotidiano. Il liberalismo deve dimostrare di poter ridurre criminalità e corruzione e riaccendere la crescita economica, non solo proteggere le procedure. Altrimenti, gli elettori continueranno a scambiare diritti per risultati, e l’esperimento della democrazia dell’umanità continuerà a essere in bilico.

Formiche 225

  •  
❌