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Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

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Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

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