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Perché Putin teme le telecamere IA dopo il caso Khamenei

Secondo il Financial Times, i servizi di sicurezza russi avrebbero spento temporaneamente alcune componenti del sistema speciale di sorveglianza predisposto per la protezione di Vladimir Putin e dei suoi collaboratori più stretti: un circuito separato, destinato alla sicurezza del vertice politico russo. Il sistema sarebbe stato riattivato solo dopo verifiche tecniche finalizzate a isolarlo dalla rete e ridurne l’esposizione a intrusioni esterne.

La decisione, scrive il quotidiano britannico, sarebbe arrivata dopo l’uccisione di Ali Khamenei a Teheran, il 28 febbraio 2026, in un’operazione attribuita all’asse israelo-americano. In quel caso, secondo le ricostruzioni del Financial Times, l’intelligence israeliana avrebbe sfruttato l’accesso alle telecamere del traffico della capitale iraniana, combinando l’enorme quantità di immagini disponibili con strumenti di intelligenza artificiale capaci di selezionare movimenti, abitudini e anomalie.

Oggi la sorveglianza algoritmica non coincide più con il vecchio riconoscimento facciale o con il tracciamento di un veicolo. I nuovi sistemi permettono infatti di interrogare ore e ore di video con comandi in linguaggio naturale: cercare una persona che cambia abiti più volte, un’auto passata più volte nello stesso punto, due uomini che si scambiano un oggetto, una guardia del corpo che devia da una routine consolidata.

Per un apparato come quello russo, abituato a considerare la videosorveglianza come uno strumento di controllo sociale e di prevenzione, ogni videocamera collegata, ogni database accessibile, ogni software non aggiornato o vulnerabile può trasformarsi in un punto d’ingresso. Non a caso il direttore dell’Fsb, Alexander Bortnikov, avrebbe avvertito i responsabili regionali della sicurezza russa che l’esperienza iraniana rappresenta un campanello d’allarme.

La novità non è rappresentata dalle possibilità che una telecamera o un sistema di sorveglianza possano essere hackerati da remoto, fatti noti da anni. La novità sta nella capacità di trasformare flussi video disordinati in intelligence operativa. Un conto è, infatti, entrare in una rete di telecamere e trovarsi davanti migliaia di ore di immagini quasi ingestibili. Altro è poter chiedere al sistema di cercare un comportamento preciso, una sequenza, una deviazione dalla norma, e ottenere in tempi rapidi un risultato utilizzabile.

Per questo il caso russo è rilevante anche oltre la sicurezza personale di Putin, mostrando come la competizione tra apparati di intelligence stia entrando in una fase in cui il valore si sta spostando verso la capacità di interpretare l’ingente quantità di dati a disposizione: le città intelligenti, le reti stradali, le telecamere di traffico, i sistemi di controllo degli accessi e persino i dispositivi privati connessi diventano parte di un ambiente informativo continuo. E chi riesce a leggerlo meglio può ricostruire movimenti, relazioni e vulnerabilità.

La conseguenza è che la distinzione tra sorveglianza interna e controspionaggio esterno si assottiglia. Un’infrastruttura installata per controllare una popolazione può diventare un asset per colpire una leadership. Un sistema creato per proteggere un palazzo può rivelarne le abitudini. Una rete pensata per garantire sicurezza può produrre, se compromessa, l’effetto opposto.

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Se l’IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

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Zeraati, la giustizia britannica e il nodo Teheran. L’ombra delle reti criminali al servizio dell’Iran

La giustizia britannica ha messo un primo punto fermo sull’aggressione a Pouria Zeraati, giornalista di Iran International accoltellato nel marzo 2024 davanti alla sua abitazione a Wimbledon, nel sud-ovest di Londra. Due cittadini romeni, Nandito Badea, 21 anni, e George Stana, 25, sono stati riconosciuti colpevoli dalla giuria della Woolwich Crown Court per lesioni con l’intenzione di provocare gravi danni fisici.

Secondo la ricostruzione della Bbc, Zeraati stava raggiungendo la sua auto quando fu avvicinato dagli aggressori. Badea, secondo l’accusa, impugnò il coltello e colpì il giornalista alla gamba; Stana avrebbe invece guidato la Mazda usata per la fuga. Un terzo uomo, David Andrei, è indicato dagli investigatori come parte del gruppo e avrebbe trattenuto la vittima durante l’attacco, ma non era imputato nel processo britannico perché non estradato dalla Romania.

Zeraati, volto noto di Iran International, emittente in lingua persiana critica verso la Repubblica islamica, riportò tre ferite da coltello alla gamba e fu ricoverato in ospedale. L’inchiesta fu assegnata fin dall’inizio all’antiterrorismo britannico, anche per il profilo della vittima e per le minacce già rivolte negli anni al network. A Teheran, secondo quanto emerso nel procedimento e riportato dai media britannici, erano apparsi manifesti con il volto di Zeraati e la scritta “wanted: dead or alive”.

Per l’accusa, l’aggressione non sarebbe scaturita da un tentativo di rapina o dalla degenerazione di una lite privata, ma da un’operazione preparata con ricognizioni precedenti e ordinata da un terzo soggetto che agiva per conto dello Stato iraniano. Il dipartimento di antiterrorismo della polizia Uk ha parlato di un attacco “mirato e violento”, precisando che questa era la tesi sostenuta durante il processo. Ad oggi, il verdetto della giuria accerta la responsabilità penale dei due imputati per l’aggressione, ma non costituisce, da solo, una pronuncia formale sulla responsabilità dello Stato iraniano. Valutazione che invece potrà rientrare nella fase della sentenza, prevista per il 3 luglio all’Old Bailey.

La pista dei proxy è il fattore caratterizzante della vicenda. Gli investigatori britannici ritengono che Badea e Stana abbiano operato come esecutori reclutati per denaro. Schema che si sta ripetendo in diversi casi collegati a interferenze straniere: criminali comuni, intermediari e reti logistiche locali utilizzati per colpire oppositori, giornalisti o comunità considerate ostili da regimi stranieri.

A conferma della pista proxy, nel processo è anche emersa una possibile traccia finanziaria. Più di 80mila sterline sarebbero passate attraverso il conto Revolut della sorella di Stana, Florina, da una società londinese di costruzioni, Hemroc Ltd. Parte del denaro sarebbe poi stata trasferita su conti collegati ai due imputati e usata anche per coprire i voli tra Bucarest e Londra. Gli investigatori hanno collegato questi flussi a Edgar Hakkopian, cittadino britannico-iraniano, che non risulta attualmente incriminato.

Dopo l’attacco, i tre uomini lasciarono rapidamente il Regno Unito. Secondo le ricostruzioni della polizia, fuggirono prima dall’area di Wimbledon, poi raggiunsero Heathrow e partirono per Ginevra. Badea e Stana furono arrestati in Romania nel dicembre 2024 ed estradati nel Regno Unito. Iran International aveva già trasferito temporaneamente le proprie attività a Washington nel 2023 dopo un’escalation di minacce, prima di tornare a operare da una nuova sede londinese. Londra rimane oggi uno dei (non pochi) teatri nei quali è maggiormente osservabile la tendenza al ricorso da parte di attori statali ostili a reti criminali e intermediari per condurre intimidazioni, sorveglianza e violenze sul territorio britannico.

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Anthropic entra nella cyber-offensiva Usa. Il caso Mythos alla Nsa

Anthropic, società simbolo dell’intelligenza artificiale responsabile, starebbe aiutando la National Security Agency americana a utilizzare Mythos, il suo modello più avanzato per la sicurezza informatica, anche in operazioni cyber offensive.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la società di San Francisco avrebbe mandato circa mezza dozzina di ingegneri dentro l’agenzia, con il ruolo di forward-deployed engineers: tecnici incaricati di accompagnare l’uso del modello, adattarlo alle esigenze dell’ente e seguirne l’impiego in ambienti operativi sensibili.

Il quotidiano britannico ricorda che Anthropic aveva cercato di porre limiti all’impiego di Claude in scenari come la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e i droni autonomi letali, attirando una dura risposta da parte del dipartimento della Difesa, che definì Anthropic come possibile “supply-chain risk”.

Il modello Mythos e l’uso dell’IA

Il modello nasce con l’obiettivo di rafforzare la cyberdifesa: Anthropic lo presentò come uno strumento capace di individuare vulnerabilità software semplici e complesse e di aiutare le organizzazioni a correggerle prima che queste venissero sfruttate da attori ostili. Dalle stesse caratteristiche, difensive e preventive, si evince il valore dual use che ha spinto l’Nsa ad avviare una collaborazione. Un sistema capace di leggere codice, scoprire vulnerabilità, costruire catene di sfruttamento e accelerare il lavoro degli analisti può infatti anche permettere di entrare nei sistemi di un target.

Chi non usa l’IA rischia di restare indietro. La Cina, l’Iran e la Russia stanno già investendo nell’uso dell’intelligenza artificiale per attività cyber, disinformazione, intelligence e raccolta dati. Tanto che l’attenzione del dibattito strategico ha ormai dato per scontato l’utilizzo di IA, spostandosi su chi dovrà controllarla, con quali limiti e garanzie.

Dopo una prima fase riservata a un numero ristretto di organizzazioni americane e britanniche, Anthropic ha annunciato l’estensione del programma a circa 150 organizzazioni in quindici Paesi. Anche se l’obiettivo resta (ufficialmente) difensivo, con compiti di individuazione e segnalazione delle vulnerabilità, la natura dual use del sistema caratterizza l’interesse anche per un’agenzia come la Nsa.

L’impatto dell’IA

Una lettura favorevole arriva da Martijn Rasser, vicepresidente del Technology Leadership Directorate dello Special Competitive Studies Project ed ex funzionario della Cia. Secondo Rasser, la ricostruzione del Financial Times non dimostra affatto una contraddizione tra sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale e impiego nella sicurezza nazionale, semmai il contrario. Anthropic, osserva, “ha costruito Mythos con accessi ristretti e un processo coordinato di disclosure difensiva”, producendo però un modello abbastanza avanzato da interessare la Nsa anche per attività cyber offensive. Per Rasser la questione è soprattutto strategica: “Cina e altri avversari non stanno aspettando un consenso etico sull’uso dell’AI nella cyber-offesa”. Il dilemma di Washington, osserva l’analista americano, è dunque se lasciare che questo spazio venga occupato dagli altri o se plasmarlo con l’ausilio di aziende americane integrate con il governo.

L’orizzonte politico

Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che introduce un quadro volontario per la revisione di sicurezza dei modelli avanzati prima del rilascio pubblico. Lo stesso provvedimento chiede alle agenzie federali di sviluppare metodi per valutare le capacità cyber dei sistemi di intelligenza artificiale e, ancora, prevede la creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse” per condividere informazioni sulle vulnerabilità.

La collaborazione tra Anthropic-Nsa evidenzia dunque come la pressione strategica causata sia ormai talmente evidente da dettare e modificare i confini del dibattito riguardo agli utilizzi più o meno etici dell’IA e, ancora, la vicenda sottolinea nel pratico l’inevitabile convergenza delle questioni di sicurezza nazionale nelle dinamiche tra Silicon Valley e Sicurezza Nazionale.

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Il forum anti-Monaco di Mosca e la rete d’influenza russa tra Chiesa, intelligence e diplomazia

Il Cremlino prova a costruire una piattaforma alternativa ai circuiti occidentali della sicurezza dimostrando che l’isolamento diplomatico dovuto all’invasione in Ucraina, almeno fuori dal perimetro euro-atlantico, non esiste davvero. Questa è la funzione del nuovo International Security Forum, raccontano Irina Borogan e Andrei Soldatov sul Center for European Policy Analysis, che mostra come Mosca continui a usare apparati statali, intelligence, canali religiosi e vecchie reti sovietiche per accreditarsi presso il cosiddetto “Sud globale”.

Il forum, presentato come l’alternativa russa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco,  nasce dall’allargamento di incontri che il Consiglio di sicurezza russo organizza da anni, ma con un evento più grande e più visibile.

L’intento, secondo l’analisi del Cepa, sarebbe individuabile nelle parole di Sergej Shoigu, oggi segretario del Consiglio di sicurezza, che riprendono il lessico ormai abituale del Cremlino sulla fine dell’ordine unipolare. Al suo fianco, il direttore dell’Svr Sergej Naryshkin ha scelto un registro ancora più esplicito, tornando su uno dei bersagli preferiti della propaganda russa: il Regno Unito, indicato come fattore storico di divisione e diffidenza in Europa. Nulla di nuovo nella sostanza, tranne che nella cornice in cui questo discorso è stato messo in scena.

Secondo la ricostruzione di Borogan e Soldatov, a Mosca sono arrivati circa 4.500 invitati, tra cui anche rappresentanti di servizi di intelligence e apparati di sicurezza, da 120 Paesi. Molti di questi provenivano dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e dal Medio Oriente. Numeri sui quali il Cremlino costruisce la formula della “maggioranza globale”, espressione utile a sostenere che i Paesi non occidentali, o comunque una parte consistente di essi, condividano una postura alternativa rispetto a Washington e alle capitali europee.

Certo, partecipare a un forum non significa necessariamente aderire alla linea russa. Ma, come sottolineato dal Cepa, per Mosca conta anche solo la fotografia, per mostrare delegazioni straniere sedute in sala, interlocutori istituzionali, funzionari di sicurezza, diplomatici. È comunque una forma di legittimazione a basso costo politico per molti partecipanti e ad alto rendimento propagandistico per il Cremlino.

Il lavoro necessario per ottenere quel risultato, ricostruito dal Cepa, mostra come la Russia abbia attivato canali diversi: il Consiglio di sicurezza, l’intelligence, le ambasciate, ma anche reti religiose e relazioni costruite in epoca sovietica. Con tracce che portano fino in Medio Oriente, in Egitto e Libano.

I legami col Medioriente

Se l’Egitto è stato per decenni un Paese chiave per leggere e influenzare gli equilibri del mondo arabo, il Libano ha avuto funzione di terreno di contatto, osservazione e reclutamento, anche nei confronti di americani legati alla comunità d’intelligence. Non stupisce dunque che ufficiali del Kgb specializzati nelle operazioni contro gli Stati Uniti abbiano avuto una fase libanese nella loro carriera. Gli autori ricordano Rem Krassilnikov, Viktor Cherkashin, Victor Budanov. E ricordano anche Kim Philby, l’ex ufficiale britannico al servizio dei sovietici, evacuato da Beirut nel 1963.

L’analisi del think tank europeo ricostruisce poi la rete di influenza sovietica nell’area mediorientale durante la guerra fredda. Una rete fatta (anche) di corrispondenti delle agenzie di stampa, compresa la Tass, spesso presenti sul territorio per anni e utili anche come copertura o punto di contatto. Era fortemente presente anche la Chiesa ortodossa russa, strumento meno appariscente ma non meno importante nella politica d’influenza di Mosca.

Il Libano, dal punto di vista ecclesiastico, non rientrava nella giurisdizione di Mosca, ma in quella del Patriarcato di Antiochia. Questo non impedì all’Unione Sovietica di investire su quel canale. Dopo la restaurazione del Patriarcato russo voluta da Stalin nel 1943, la Chiesa tornò a essere anche uno strumento della proiezione esterna sovietica. Nel 1945 furono organizzate visite tra il Patriarca russo, Siria e Libano, e il Patriarca di Antiochia a Mosca. E l’anno successivo venne aperta una parrocchia della Chiesa ortodossa russa in Libano. Solamente dopo arrivò una rappresentanza del Patriarca di Mosca presso il Patriarcato di Antiochia, in Siria.

Secondo Borogan e Soldatov, le reti costruite negli anni sarebbero state riattivate e adattate al nuovo contesto. Nel 2024, quando la comunità russa in Libano ha ricevuto una nuova chiesa donata dal metropolita antiocheno, alla cerimonia erano presenti l’ambasciatore russo e il responsabile del compound ortodosso russo nel Paese. Quest’ultimo, scrivono gli autori, è anche il capo dell’ufficio libanese della Tass e lavora tra Siria e Libano dall’inizio degli anni Ottanta.

E la preparazione del forum sembra essersi mossa dentro lo stesso schema. A marzo, il vice segretario del Consiglio di sicurezza Alexander Venediktov avrebbe incontrato i capi di diverse missioni diplomatiche mediorientali e nordafricane, tra cui gli ambasciatori di Egitto e Libano, per discutere proprio dell’International Security Forum.  Poche settimane prima anche Naryshkin era stato al Cairo. Secondo il Cepa, è plausibile che il capo dell’Svr abbia usato anche quel viaggio (anche) per promuovere l’iniziativa.

Per quanto concerne Beirut, alla fine dello scorso anno, il nuovo ambasciatore del Libano a Mosca, prima ancora di assumere formalmente l’incarico a gennaio, avrebbe incontrato il metropolita Antony di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il comunicato ufficiale parlava dei rapporti tra la Chiesa antiochena e quella russa. Ma la collocazione temporale, osservano Borogan e Soldatov, suggerisce che la dimensione religiosa resti parte della cassetta degli attrezzi diplomatica del Cremlino.

Ora, non è detto che il forum di Mosca diventi davvero una piattaforma contraria a quella di Monaco. Per ora resta, soprattutto, una piattaforma costruita dal potere russo per promuovere il proprio discorso e rappresentare la Russia come ancora centrale, ascoltata, riconosciuta. Indicando al contempo finalità e metodologie di Mosca, che lavorando per accumulo utilizza gli apparati di sicurezza, le relazioni diplomatiche, le memorie sovietiche, le comunità religiose, le agenzie di stampa e i contatti personali rimasti attivi per decenni. Ogni canale può servire a portare un interlocutore in sala, a ottenere una foto e a costruire una narrativa di normalità.

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Addio a Sir Alex Younger, una vita a servizio dell’intelligence britannica

La morte di Sir Alex Younger, a 62 anni, chiude una delle carriere più significative dell’intelligence britannica recente. La notizia, arrivata da Londra dopo una malattia, è stata accompagnata da tributi istituzionali sobri, in linea con il profilo di un uomo che aveva trascorso gran parte della vita professionale lontano dai riflettori. Keir Starmer lo ha ricordato come un servitore dello Stato; Yvette Cooper ne ha sottolineato la dedizione alla sicurezza nazionale; Blaise Metreweli, oggi alla guida dell’MI6, ha parlato di un contributo che ha superato i confini britannici, toccando la sicurezza degli alleati e delle democrazie occidentali.

Chi era Sir Alex Younger

Younger era stato il sedicesimo “C”, il nome in codice con cui viene indicato il capo del Secret Intelligence Service, l’agenzia nota al pubblico come MI6. Aveva guidato il servizio dal 2014 al 2020, diventando il direttore più longevo dell’intelligence estera britannica nell’arco di mezzo secolo. Il suo mandato ha coinciso con una fase di transizione profonda, dal terrorismo jihadista dopo l’ascesa dello Stato islamico, alla guerra in Siria e Iraq, la pressione russa sull’Europa, l’attacco con Novichok a Salisbury, la crescita del dossier Cina e il progressivo intreccio tra intelligence umana, dati, cyber e tecnologia.

Prima dell’intelligence, c’era stata la carriera militare. Younger aveva studiato a St Andrews e poi servito come ufficiale di fanteria nell’esercito britannico. Da qui, l’ingresso nell’MI6 nel 1991. Le sue prime esperienze operative lo portarono in Europa e in Medio Oriente, poi in Afghanistan, dove fu il senior officer del servizio durante una delle stagioni più delicate per la sicurezza occidentale dopo l’11 settembre. In seguito assunse la direzione del controterrorismo nel 2009, negli anni che precedettero le Olimpiadi di Londra del 2012.

La sua figura pubblica è rimasta insolita per gli standard dell’MI6. Younger apparteneva infatti a una generazione di capi dell’intelligence costretti a muoversi in un equilibrio nuovo, che consentisse di mantenere il segreto operativo e, al contempo, di spiegare almeno in parte alla società perché i servizi segreti continuassero a essere necessari in democrazie sempre più esposte a minacce ibride. Nel discorso pronunciato a St Andrews nel 2018, uno dei suoi interventi pubblici più importanti, parlò di “fourth generation espionage”, uno spionaggio di quarta generazione capace di fondere capacità umane, innovazione tecnologica, nuove partnership e profili più diversi dentro il servizio.

La sua visione

In quel discorso c’era molto della sua impostazione. Younger sosteneva che anche nell’era dell’intelligenza artificiale l’intelligence umana sarebbe rimasta essenziale, anzi più importante in un mondo più complesso, consapevole che la tecnologia aumenta la massa di dati ma non eliminerà mai il bisogno di capire intenzioni, motivazioni, reti personali, paure e ambizioni degli avversari.

Il caso Salisbury segnò uno dei momenti centrali del suo mandato. Nel 2018 l’ex ufficiale del Gru russo Sergei Skripal e sua figlia Yulia furono avvelenati nel Regno Unito con un agente nervino. Younger presentò la risposta britannica come un esempio di come usare alleanze, diritto e intelligence per attribuire responsabilità e imporre costi politici. Come? Londra coordinò con Paesi Nato e partner una vasta espulsione di ufficiali dell’intelligence russa, che Younger stesso descrisse come una riduzione significativa della capacità operativa di Mosca.

Il suo linguaggio sulla Russia era schietto, parlava di avversari impegnati in una condizione di “perpetual confrontation”, una competizione permanente sotto la soglia della guerra dichiarata, fatta di cyberattacchi, disinformazione, uso mascherato della forza militare e negazione plausibile. Era una diagnosi che oggi suona quasi ordinaria, ma che nel 2018 serviva a tradurre per il pubblico una trasformazione già evidente agli apparati di sicurezza occidentali.

Oltre alla Russia, l’MI6 di Younger dovette affrontare l’evoluzione della minaccia jihadista esterna, delle reti transnazionali, della sicurezza europea post-Brexit e del crescente rapporto con le agenzie sorelle, MI5 e Gchq. Nel suo discorso del 2018 a St Andrews rivendicò il lavoro svolto con gli alleati europei contro piani d’attacco legati a Daesh e insistette sul valore delle relazioni di intelligence con l’Europa, gli Stati Uniti e la rete Five Eyes.

Dopo l’uscita dall’incarico, nel 2020, Younger era rimasto una voce ascoltata sui temi di sicurezza internazionale. Interveniva su Russia, Cina, tecnologia, alleanze occidentali, Ucraina e crisi dell’ordine liberale. Il suo approccio pacato, schietto, senza troppi giri di parole e profondamente competente rifletteva quello che è stato il suo servizio alla nazione: aver guidato l’MI6 fuori dall’immagine novecentesca dello spionaggio, senza però liquidarne il nucleo umano.

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