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Tutti gli indizi sul nuovo sogno argentino di Thiel

L’imprenditore Peter Thiel è co-fondatore di Palantir Technologies, un’enorme piattaforma di raccolta di dati che opera con Intelligenza artificiale. La sua figura è diventata una delle più influenti nel mondo della tecnologia, negli Stati Uniti e non solo. Recentemente ha annunciato la decisione di trasferirsi in Argentina e aprire la sede operativa della sua società a Buenos Aires.

La reazione di molte organizzazioni di difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, e della stampa argentina è stata di profonda preoccupazione. Non solo per le conseguenze economiche, ma anche per il rischio che diritti e libertà civili possano subire limitazioni. Il fatto è che Palantir opera su database, incrociando dati di Gps, webcam, social network e altro…

 

L’impresa ha venduto servizi per circa 700 milioni di dollari alla Cia, Fbi e Nasa e un altro miliardo di dollari al Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti. Infatti, la tecnologia di Palantir probabilmente è stata dietro alle indagini che hanno portato all’arresto di Nicolas Maduro a Caracas il 3 gennaio 2026 e alla detenzione di molti migranti da parte dell’Ice negli Usa.

A Buenos Aires, Thiel ha acquistato una villa di lusso nel quartiere Palermo Chico per circa 12 milioni di dollari, mentre a Punta del Este, Uruguay, ha una proprietà con un bunker sotterraneo. La motivazione dietro la scelta dell’Argentina sarebbe in parte motivata “dalla preoccupazione per la direzione intrapresa dagli Stati Uniti, secondo fonti a conoscenza delle sue idee, in particolare quelle provenienti dalla California, dove un’iniziativa nelle elezioni di novembre potrebbe portare a una pesante tassa sui miliardari”, si legge in un articolo del quotidiano americano The New York Times. Ma anche l’interesse per uno sviluppo di Palantir in Sudamerica.

Prima del trasferimento in Argentina – e l’iscrizione di uno dei figli in una scuola di Buenos Aires -, Thiel avrebbe incontrato personalmente il presidente Javier Milei, oltre a Federico Sturzenegger, ministro della Deregolamentazione e della Trasformazione dello Stato e Luis Caputo, ministro dell’Economia.

Il politologo argentino Gustavo Marangoni ha dichiarato all’emittente tedesca Deutsche Welle che l’Argentina potrebbe diventare un laboratorio, una sorte di spazio per esperimenti di Thiel, accompagnato dal presidente dell’Argentina, Milei. “Peter Thiel ha definizioni molto polemiche sulla democrazia, e la slega dalla libertà”.

Il governo di Milei ha annunciato a maggio del 2026 la creazione di un programma “Gemello Digital Social”, che si basa su una piattaforma di intelligenza artificiale dove si incroceranno dati personali su sanità, mobilità e anche proteste, con la finalità di prevedere diversi scenari sociali e il loro impatto nella società argentina.

Ma potrebbe l’Argentina diventare uno Stato di sorveglianza come la Cina? Per Tomás Pomar, presidente dell’Osservatorio di Diritto Informatico Argentino, ci sono molte differenze tra i due Paesi ma è innegabile il rischio di un aumento della sorveglianza: “Il modello di controllo cinese non è di concessione pubblica, è in mano al Partito Comunista e la Cina non negozia con fornitori esterni”. La Cina è anche più avanti rispetto alla tecnologia che usa e ha obiettivi diversi per il concetto di sorveglianza.

Alcuni indizi su quale strada vuole prendere Thiel potrebbero essere nel libro “Mobilize: how to reboot the American Industrial Base and Stop World War III”, una pubblicazione firmata da Shyam Sankar e Madeline Hart, rispettivamente capo della tecnologia e capo di strategia di Palantir, che si vende nello store online dell’impresa. L’intensa promozione che Palantir fa del libro lascia intendere quanto sia importante per loro la visione che si presenta in quelle pagine sul rinnovamento dell’industria americana per la difesa della sicurezza nazionale, e come quella potrebbe essere la strategia per vincere la battaglia contro le imposizioni della Cina.

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Dove è finita la presidente della Banca Centrale russa?

Elvira Nabiullina, presidente della Banca Centrale russa, è in congedo di malattia. Una prassi comune, che però si presta a speculazioni e tensioni politiche in un ambiente carico di accuse e cambiamenti. La governatrice della principale entità economica e finanziaria della Russia ha annunciato di dover annullare due apparizioni pubbliche nell’ultima settimana, incluso l’importante appuntamento del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo.

Nabiullina avrebbe dovuto intervenire nel panel principale insieme a Maxim Oreshkin, consigliere economico della presidenza; Anton Siluanov, ministro delle Finanze e Maxim Reshetnikov, ministro dell’Economia.

L’assenza per malattia di Nabiullina ha assunto connotazioni politiche giacché era stata oggetto di critiche da parte degli imprenditori russi per la decisione di aumentare i tassi al 21% nel 2024. Una misura che aveva come obiettivo frenare l’inflazione e ha purtroppo avuto come conseguenza il rallentamento della crescita economica dal 4,9% del 2023 all’1% nel 2025.

Il presidente Vladimir Putin ci ha tenuto ad assicurare che “la situazione (economica) è sotto controllo; è assolutamente evidente. E le misure adottate hanno prodotto i risultati sperati. “L’inflazione sta calando, è poco sopra il 5%. Pertanto, ritengo che abbiamo tutto il diritto di aspettarci sia una riduzione del tasso di riferimento sia il raggiungimento di altri parametri necessari”.

I giorni di Nabiullina alla guida della Banca centrale russa sono comunque contati. A giugno del 2027 il suo mandato dovrebbe scadere. Ma il fatto che non sia stata più vista in pubblico, e che l’ultima pubblicazione sui social network sia del 28 maggio, comincia a preoccupare la popolazione. Tuttavia, si spera si presenti alla conferenza stampa sui tagli dei tassi il 19 giugno, come sostiene l’agenzia Reuters.

Nabiullina è nata a Ufa nel 1963, e appartiene all’etnia tatara, il gruppo minoritario più grande della Russia. Secondo l’emittente britannica Bbc, è riconosciuta nei circoli di potere per recitare poesia francesi a memoria, essere amante dell’opera e per restare rigida nella gestione delle crisi. È la prima donna presidente della Banca Centrale della Russia, incarico che ha assunto dal 2013.

Ma la sua vicinanza al presidente Putin risale al 2000, quando il leader del Cremlino l’ha nominata ministra dello Sviluppo economico. Da quel momento Nabiullina fa parte dei consiglieri più fidati del presidente.

In questi anni l’economista ha superato momento di grande difficoltà – in primis l’imposizione delle sanzioni internazionali -, ma nessuno come la sfida attuale di recuperare l’economia di un Paese in guerra.

Donna di poche parole, la sua influenza nelle politiche economiche e monetaria della Russia è decisiva ma anche un mistero. Analisti, esperti e imprenditori cercano nel suo abbigliamento indizi sulle future linee e indicazioni dell’entità finanziaria. “Ho indossato un simbolo, ma non penso spiegarlo”, ha dichiarato in un’intervista tv. Piccole case, nuvole con pioggia, bicchieri, falchi… le sue spille catturano l’attenzione perché la scelta non è casuale. Anche il colore dei vestiti è una rappresentazione di cosa verrà. Prima dell’inizio della guerra in Ucraina, per esempio, si è presentata vestita completamente di nero, come in lutto.

Nel 2015 la rivista Euromoney l’ha nominata la migliore banchiere centrale del mondo, mentre la pubblicazione The Banker l’ha considerata la banchiera dell’anno in Europa nel 2017. Certo è che sotto la sua direzione la Banca Centrale della Russia ha accumulato la più grande riserva di valuta straniera della storia e questo permette ancora al Paese – e al governo di Putin – di restare in piedi.

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Guantanamo e la strategia degli Usa contro il regime cubano

Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, è stato ripreso dalle telecamere mentre eseguiva 44 ripetizioni su una panca alla base navale di Guantánamo Bay a Cuba accompagnato dai militari americani. L’immagine è stata diffusa dall’account ufficiale del Dipartimento della Guerra.

La visita del rappresentante del governo americano arriva in un momento di grande pressione contro il regime cubano per favorire un cambiamento politico ed economico nell’isola.

La più recente visita di Hegseth alla base di Guantanamo c’è stata a febbraio del 2025. La missione in quell’occasione è stata organizzare il piano del presidente Trump per accogliere nella base i detenuti della nuova campagna migratoria.

Secondo il quotidiano americano The New York Times, il piano non si è mai sviluppato e l’ondata di migranti illegali in stato di arresto non è mai arrivata. “È un momento di tranquillità per la base, che conta con 4500 residenti – si legge sul NYT -. La scuola per i figli dei funzionari della marina è chiusa per l’estate e alcune famiglie sono tornate negli Stati Uniti per le ferie. Camp Justice, dove il Pentagono svolge le udienze per alcuni dei 15 detenuti di guerra reclusi lì, sarà chiuso fino agli inizi di agosto”.

Per il Pentagono, la nuova presenza di Hegseth a Guantanamo aveva come principale obiettivo l’interazione con i soldati. Successivamente è arrivato al quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, in Florida. L’importanza di Cuba per l’attuale amministrazione americano si evidenza anche dalla visita di John Ratcliffe, direttore della Cia, anche lui presente a Cuba lo scorso mese.

Due settimane fa, invece, c’è stato il generale Francis Donovan, comandante di operazioni militari in America latina e i Caraibi, che ha incontrato un alto rappresentante del vertice militare cubano nel muro che divide la zona controllata dagli Usa nell’isola. Questo è stato il primo incontro tra le forze americane e cubane nella base in più di un anno.

Questa settimana, il governo di Trump ha stretto ancora il cerchio delle sanzioni contro Cuba, aggiungendo la compagnia petrolifera statale Cupet alla lista delle organizzazioni sanzionate. L’accusa è quella di dirottare le risorse energetiche del Paese per “arricchirsi”. Ad annunciarlo Marco Rubio, segretario di Stato americano: “La compagnia petrolifera e del gas statale cubana Union Cuba-Petroleo (Cupet), ha illecitamente espropriato i propri beni a proprietari americani anni fa”.

 

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Ecco la campagna di influenza di Pechino sulle midterm che sfrutta ChatGPT

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Costosi e politicizzati. Come saranno i Mondiali di calcio 2026

Da oggi, fino al 19 luglio, si terranno i Mondiali di calcio 2026. Le partite avranno diversi scenari: due città in Canada, tre in Messico e undici negli Stati Uniti. Quarantotto squadre (esclusa l’Italia) nella competizione. “Semplicemente, il più grande evento che l’umanità abbia mai visto”, ha assicurato Gianni Infantino, presidente della Fifa. Il dirigente considera che questa edizione è la più inclusiva e accogliente di tutte. Ma, secondo molti analisti, è anche la più costosa e più politicizzata.

Indipendentemente dalla prospettiva, è certo che si tratta dell’evento più controverso della storia, oltre allo spettacolo sportivo, secondo l’emittente britannica Bbc: “Dalla polemica sui costi per i tifosi e l’impatto della geopolitica e le politiche migratorie fino alla sicurezza, le condizioni meteorologiche estreme, la sostenibilità e il ruolo del presidente americano, Donald Trump, i Mondiali generano tanta inquietudine quanto entusiasmo”.

Oltre all’enormità dell’organizzazione (con tre Paesi coinvolti), questa è la prima volta che un Paese ospite è in guerra con un altro Paese partecipante. La Fifa ha confermato lo scorso mese la decisione dell’Iran di trasferire il centro di operazioni della squadra dagli Stati Uniti in Messico, a causa del conflitto militare iniziato a febbraio. La partecipazione degli iraniani era incerta e lo stesso presidente Trump ha dichiarato che considerava la loro presenza “non appropriata” per motivi di sicurezza.

Ma la squadra dell’Iran ha deciso comunque di fare parte dell’evento, nonostante le difficoltà imposte dalle autorità statunitensi per ottenere visti e trasferimenti. Intanto, sarà vietata l’esibizione della bandiera iraniana e le prime due partite a Los Angeles saranno carichi di tensioni giacché la città ospita una gran quantità di residenti iraniani.

Già nel 2017, durante il primo mandato di Trump, la Fifa aveva sottolineato come il blocco di ingresso nel territorio americano per cittadini di sei Paesi (quasi tutti musulmani) sarebbe stato incompatibile con il regolamento dell’evento. Tuttavia, la candidatura degli Usa per ospitare i Mondiali è andata a buon fine e attualmente i cittadini di quattro Paesi partecipanti (Iran, Haiti, Senegal e Costa d’Avorio) dovranno affrontare divieti e limitazioni per questioni di sicurezza.

Per la Bbc, le difficoltà di ingresso riguardano i tifosi di un quarto dei 48 Paesi partecipanti. Alcuni dovranno dare una cauzione di 15.000 dollari per un visto americano. Molti giornalisti si trovano nella stessa condizione. Anche Omar Artan, il primo arbitro somalo della storia dei Mondiali, è stato escluso perché non ha ottenuto il visto per entrare negli Stati Uniti.

Quello finanziario è un altro tema che rende storici questi Mondiali di calcio. Saranno i più redditizi di sempre, generando la cifra record di nove miliardi di dollari per la Fifa, solo quest’anno. Tra accordi per le trasmissioni televisive e sponsor. Circa 2,7 miliardi di dollari andranno distribuiti nei prossimi quattro anni alle squadre nazionali, il che permetterà uno sviluppo di crescita significativo per il calcio a livello mondiale. I prezzi dei biglietti delle partite sono stati motivo di polemica. La più costosa ha un valore di 8680 dollari.

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L’uranio arricchito del Venezuela è in mano agli Usa

L’uranio arricchito è una forma modificata dell’elemento chimico radioattivo nella quale è stata aumentata la sua concentrazione naturale per favorire una reazione a catena. L’obiettivo è, principalmente, l’uso energetico o militare. Infatti, il termine è usato nei negoziati tra Stati Uniti e Iran perché quest’ultimo ne possiede una quantità significativa.

Ma non solo gli iraniani contano con un magazzino di uranio arricchito. Anche il regime venezuelano custodiva un bottino. Almeno fino al mese di aprile. Una notte di fine aprile le autorità del Paese sudamericano hanno impacchettato e preparato per il trasporto circa 13 chili uranio altamente arricchito (HEU) proveniente dal reattore di ricerca RV-1, che era stato avviato durante lo storico programma “Atomi per la pace” degli Stati Uniti, promosso dal presidente americano Dwight Einsenhower negli anni ’50. Questo è stato il primo reattore nucleare dell’America Latina, inaugurato alla fine degli anni ’60 all’interno dell’Istituto Venezuelano di Ricerca Scientifica.

Durante un discorso all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1953, Eisenhower aveva avvertito sulla minaccia della tecnologia nucleare con finalità bellica e sui rischi della proliferazione della produzione di bombe atomiche. “Non è sufficiente togliere questa arma ai soldati – ha aggiunto il presidente statunitense. Bisogna dargliela a chi può togliere questa patina militare e adeguarla all’arte della pace”.

Così, decenni dopo, il materiale radioattivo che era in mano del Venezuela è stato trasportato dagli Stati Uniti ed è arrivato in salvo in una struttura di Savannah River a Aiken (Carolina del Sud), i primi giorni di maggio. Gli Usa procederanno all’eliminazione.

In una dichiarazione, il governo degli Usa e l’International Atomic Energy Agency hanno spiegato che si tratta di una “missione congiunta attentamente pianificata, portata a buon fine sotto rigorose misure di sicurezza”, giacché questo tipo di materiale nucleare può rappresentare un rischio di proliferazione o una minaccia se finisce nelle mani sbagliate”. Al governo americano hanno sempre preoccupato i legami del regime chavista venezuelano con Iran, Russia, Cuba e Corea del Nord.

Jack Crawford, ricercatore del Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, ha spiegato alla Bbc che i 13 chili di uranio arricchito che sono stati ritirati dal Venezuela “sono, teoricamente, abbastanza per essere raffinati successivamente e produrre un’arma nucleare piccola, anche se ha poco più del 20% di uranio-235, e l’HEU si considera generalmente di grado di arma dal 90%”.

Ha contribuito con una nave di carico Pacific Egret per il trasporto dell’uranio arricchito fuori dal Venezuela la Nuclear Transport Solutions, una divisione delle Autorità di Smantellamento Nucleare del Regno Unito.

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