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Per la moglie di Sanchez oltre tre ore in udienza preliminare

È durata oltre tre ore l'udienza preliminare davanti al gip del tribunale di Madrid, Juan Carlos Peinado, al termine dell'istruttoria durata oltre due anni, che vede indagata Begona Gomez, moglie del premier spagnolo Pedro Sanchez.

La 'primera dama', in completo nero pantaloni. è entrata poco dopo le 18.15 nel Palazzo di Giustizia direttamente dal garage, dov'era giunta in auto con la scorta, come era stato richiesto dal Dipartimento di sicurezza della presidenza del governo per il "rischio" per la sua "sicurezza", e per poter "garantire" il "normale funzionamento" dell'udienza in presenza "dell'ambiente ostile e l'evidente rifiuto sociale", con esibizione di striscioni davanti agli uffici giudiziari da parte di gruppi convocati attraverso i social. Con Gomez sono comparsi anche gli altri due indagati, la sua ex collaboratrice alla Moncloa, Cristina Alvarez, e l'imprenditore Juan Carlos Barrabés, assieme alle altre parti del procedimento - la pubblica accusa e le accuse 'popolari' rappresentate dall'associazione di estrema destra HazteOir. Ai tre indagati il magistrato ha comunicato di voler sollecitare il rinvio a giudizio davanti a una giuria popolare.

Alla consorte di Sanchez Peinado contesta quattro presunti reati: corruzione negli affari, malversazione, traffico di influenze e appropriazione indebita, legate alla gestione di una cattedra universitaria presso l'Università Complutense di Madrid e di un software per imprese sviluppato in ambito accademico.

Prima dell'udienza, il legale di HazteOir ha confermato in dichiarazioni ai media la richiesta di misure cautelari per Begona Gomez e Cristina Alvarez, fra cui il divieto di espatrio, il ritiro del passaporto e l'obbligo di firma ogni 15 giorni, sostenendo l'esistenza di un "rischio di fuga" , mentre nessuna misura cautelare è stata richiesta per Barrabes. Le difese e la Procura hanno invece nuovamente sollecitato l'archiviazione del caso, per l'insussistenza dei reati. Il magistrato, dopo aver ascoltato le parti, ha tre giorni di tempo per pronunciarsi sul rinvio a giudizio o l'archiviazione del caso e non ha previsto una decisione oggi stesso, secondo fonti giuridiche citate dai media iberici.

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G7, Trump in Francia: "Se importi il Terzo Mondo, lo diventi". Poi il bilaterale con Macron e il disgelo con Meloni. "L'Italia farà la sua parte"

"Se importi persone da Paesi del Terzo Mondo, diventi in fretta il Terzo Mondo. E non ci puoi fare niente". Lo ha scritto il presidente americano Donald Trump in un post su Truth Social, pubblicato a bordo dell'Air Force One in viaggio verso la Francia, dove parteciperà al vertice del G7 a Évian insieme a diversi leader europei, le cui politiche sull'immigrazione Trump ha spesso criticato negli scorsi mesi.

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Regno Unito, Starmer vieta i social media agli under 16

Decisione drastica del governo britannico. Durante una conferenza stampa a Downing Street il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che "sarà vietato l'accesso ai social media a tutti i minori di 16 anni". La misura scatterà entro la primavera 2027.

"Speriamo di approvare il regolamento prima di Natale - spiega il capo del governo - e quindi di far entrare in vigore il divieto all'inizio del prossimo anno, probabilmente in primavera. Non è una cosa che faccio alla leggera e non la presenterò come gratuita, come se i social media non avessero portato alcun beneficio ai giovani, perché chiaramente questo è sbagliato", ha aggiunto. "Ma governo si basa sempre sulle scelte, ed è chiaro che un divieto totale sia la scelta giusta".

Il premier britannico ha ricordato che, essendo padre di due figli, conosce bene "le paure che tutti proviamo" riguardo ai social media e di aver sempre desiderato solo che i suoi figli "fossero felici e al sicuro".

Il governo laburista britannico ha annunciato che sta anche valutando anche l'introduzione di un "coprifuoco notturno" sull'utilizzo dei social media e pause per lo scorrimento compulsivo sugli smartphone come misure per gli under 18, nell'ambito della promessa messa al bando totale delle piattaforme per i minori di 16 anni. L'esecutivo ha spiegato, dopo il discorso di questa mattina del premier Keir Starmer in cui ha seguito l'esempio dell'Australia lanciando il piano per un divieto generalizzato dei social, che ulteriori dettagli sull'introduzione del cosiddetto "coprifuoco" verranno rese pubblici il prossimo mese. Il Regno Unito in questo modo si prepara a diventare il Paese con una disciplina più rigida in materia.

La critica di Youtube

L'imminente divieto britannico dei social media per tutti i minori di 16 anni rischia di spingerli verso siti meno moderati, ha dichiarato YouTube. "I divieti generalizzati allontanano i ragazzi da esperienze curate e supervisionate - ha affermato un portavoce - indirizzandoli verso servizi anonimi e meno sicuri".

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Il figlio della principessa di Norvegia condannato per due stupri

Marius Borg Hoiby, figlio della principessa ereditaria norvegese Mette Marit, è stato condannato a 4 anni di carcere per una serie di reati, secondo quanto riportato dai media norvegesi. Si tratta di due casi di stupro e una serie di violenze contro la sue ex ragazza. Uno dei casi per cui è stato condannato è un rapporto avuto con una partner mentre dormiva. La corte ha visionato il video filmato da Hoiby stesso che è stato elemento chiave per determinare l'accaduto. Hoiby è stato inoltre condannato per uso di sostanze stupefacenti e per aver procurato lesioni fisiche.

Il 29enne, arrestato la scorsa estate, è figlio di una precedente relazione della principessa, ragazza madre al momento del royal wedding, per la prima volta nella storia della Norvegia. Lo scorso agosto, Marius Borg Hoiby era stato accusato di aver aggredito fisicamente, nel suo appartamento, la fidanzata e aveva passato 30 ore sotto la custodia della polizia. Secondo il quotidiano "Vedens Gang" il tribunale lo ha assolto da due delle quattro accuse di stupro a suo carico. È stato invece condannato per le altre due. Hoiby, per motivi di salute ha seguito il procedimento in videoconferenza dal carcere, doveva rispondere di circa 40 capi d'accusa. L'uomo non detiene alcun titolo e non è membro ufficiale della casa reale. "Viviamo in uno Stato di diritto e sono sicuro che il processo si svolgerà in modo ordinato, giusto e rigoroso", aggiungeva il principe precisando che "Marius non fa parte della famiglia reale", che "non si pronuncerà durante il processo su questa vicenda".

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Notte di fuoco in Ucraina. Colpita la cattedrale della Dormizione, patrimonio Unesco. Meloni: "Aggressione russa inaccettabile, sostegno a Kiev centrale al G7"

La Russia ha sferrato un pesante attacco nella notte contro l'Ucraina. L'antico monastero Pechersk Lavra di Kiev, fondato nel 1050 e patrimonio dell'Unesco, ha subìto gravi danni. L'attacco ha danneggiato le linee elettriche lasciando 140.000 residenti della capitale senza corrente. Mosca avrebbe utilizzato 70 missili e 611 droni. Intanto Mosca insiste: "Zelensky vuole vedere Putin? Venga a Mosca". Oggi il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, al Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo: si parla anche di Ucraina.

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Ecco i 14 punti dell'intesa tra Usa e Iran

Usa e Iran mettono in pausa le ostilità per una trattativa serrata di 60 giorni. L'intesa raggiunta il 15 giugno e festeggata da Trump alla Casa Bianca, riguarda un lungo piano in 14 punti su cui Washington e Teheran, grazie ai mediatori pakistani hanno trovato dopo giorni e settimane complesse. Tutti i testi in circolazione conterrebbero alcuni elementi comuni: la riapertura dello Stretto di Hormuz, un alleggerimento delle sanzioni contro Teheran e l’avvio di un negoziato più ampio sul programma nucleare iraniano. Ma le bozze divergono su punti decisivi, a cominciare dall’entità degli aiuti economici, dai tempi dello sblocco dei fondi iraniani congelati e dalle garanzie politiche richieste dalla Repubblica islamica.

Secondo quanto riportato da Bloomberg su Fortune, le versioni in circolazione sarebbero almeno tre. Una di queste prevederebbe che gli Stati Uniti e i loro “partner regionali” creino un programma per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, con finanziamenti minimi per 300 miliardi di dollari nel caso in cui venga raggiunto un accordo finale. Reuters, citando un funzionario iraniano non identificato, ha invece riferito che una bozza del memorandum includerebbe lo sblocco di 25 miliardi di dollari di asset congelati. Nella versione visionata da Bloomberg, però, questa clausola non comparirebbe.

A fornire una ricostruzione più dettagliata della bozza è stata l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr. Secondo Mehr, il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti sarebbe composto da 14 punti e prevederebbe anzitutto la “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”. Il testo includerebbe anche l’impegno di Washington a non interferire negli affari interni della Repubblica islamica e a rispettarne sovranità e integrità territoriale.

1. Cessazione del conflitto

Il primo punto della bozza stabilirebbe la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano. Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati coinvolti nel conflitto si impegnerebbero a non iniziare nuove ostilità, a non minacciarsi e a non usare la forza l’uno contro l’altro.

2. Rispetto della sovranità iraniana

Il secondo punto riguarderebbe il rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale. Washington e Teheran si impegnerebbero inoltre a non interferire negli affari interni dell’altra parte. Per l’Iran si tratterebbe di una garanzia politica centrale, soprattutto dopo mesi di guerra e pressioni militari.

3. Negoziati entro 60 giorni

Il terzo punto aprirebbe un periodo negoziale di 60 giorni per raggiungere un accordo definitivo, con la possibilità di proroga in caso di consenso reciproco. Il memorandum funzionerebbe quindi come intesa provvisoria, destinata a congelare il conflitto e a creare lo spazio politico per un’intesa più ampia.

4. Revoca del blocco navale

Il quarto punto prevederebbe che, subito dopo la firma del memorandum, gli Stati Uniti inizino a revocare il blocco navale, riportando la navigazione alla piena capacità entro un massimo di 30 giorni. Sempre secondo la bozza, Washington si impegnerebbe anche a ritirare le proprie forze dalla regione del Golfo Persico entro 30 giorni dalla conclusione dell’accordo finale.

5. Riapertura dello Stretto di Hormuz

Il quinto punto riguarderebbe l’Iran, che dovrebbe predisporre la ripresa del transito delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa. L’obiettivo sarebbe tornare ai livelli precedenti alla guerra entro 30 giorni. La tempistica terrebbe conto della necessità di rimuovere ostacoli tecnici e mine.

6. Piano da 300 miliardi per l’Iran

Il sesto punto prevederebbe un programma di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran, finanziato dagli Stati Uniti e dai loro partner regionali con almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo del piano verrebbe definito nell’accordo finale.

7. Rimozione delle sanzioni

Il settimo punto sarebbe dedicato alla cancellazione delle sanzioni contro Teheran. La bozza farebbe riferimento a tutte le misure subite dall’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, quelle del Consiglio dei governatori dell’Aiea e le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie. La loro rimozione avverrebbe secondo una tempistica da concordare come parte dell’accordo definitivo.

8. Impegno iraniano sul nucleare

L’ottavo punto toccherebbe il dossier nucleare. L’Iran ribadirebbe l’impegno a non produrre mai armi atomiche, in linea con il Trattato di non proliferazione nucleare. Iran e Stati Uniti discuterebbero poi del futuro dell’arricchimento, delle scorte di materiale arricchito e degli altri aspetti legati al programma nucleare della Repubblica islamica, comprese le esigenze dichiarate da Teheran.

9. Status quo durante i colloqui

Il nono punto fisserebbe il mantenimento dello status quo fino alla conclusione dell’intesa definitiva. L’Iran manterrebbe invariato lo stato attuale del proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnerebbero a non imporre nuove sanzioni e a non rafforzare la propria presenza militare nella regione.

10. Deroghe Usa su petrolio e petrolchimica

Il decimo punto prevederebbe deroghe immediate del Dipartimento del Tesoro americano per consentire l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e derivati. Le deroghe includerebbero anche i servizi collegati, come transazioni bancarie, assicurazioni e trasporti, e resterebbero in vigore fino alla cessazione definitiva delle sanzioni.

11. Sblocco dei fondi iraniani congelati

L’undicesimo punto riguarderebbe lo sblocco dei fondi e degli asset iraniani congelati o sottoposti a restrizioni. Secondo la ricostruzione di Bloomberg, la versione da essa visionata non conterrebbe una cifra precisa. Reuters ha parlato invece di 25 miliardi di dollari, mentre Mehr riferisce di 24 miliardi di dollari da sbloccare durante il periodo finale di negoziazione di 60 giorni, con metà della somma da mettere a disposizione dell’Iran prima dell’avvio dei colloqui conclusivi. I fondi dovrebbero essere pienamente utilizzabili per pagamenti verso beneficiari finali designati dalla Banca centrale iraniana.

12. Meccanismo di monitoraggio

Il dodicesimo punto prevederebbe la creazione di un meccanismo di monitoraggio per verificare l’attuazione dell’accordo finale. Si tratterebbe di uno strumento pensato per controllare il rispetto degli impegni assunti dalle parti e ridurre il rischio di nuove contestazioni sull’applicazione dell’intesa.

13. Condizioni per i negoziati finali

Il tredicesimo punto stabilirebbe che, dopo la firma del memorandum e dopo l’avvio dell’attuazione delle clausole su blocco navale, riapertura di Hormuz, deroghe petrolifere e sblocco dei fondi, Iran e Stati Uniti inizino i negoziati sull’accordo definitivo. Secondo Mehr, i colloqui finali non partirebbero finché non saranno stati sbloccati metà dei fondi iraniani congelati, sospese le sanzioni petrolifere e revocato il blocco navale.

14. Ratifica del Consiglio di sicurezza Onu

Il quattordicesimo punto stabilirebbe infine che l’accordo definitivo venga confermato da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratterebbe di una garanzia politica e giuridica importante per Teheran, che punta a impedire una nuova rottura unilaterale dell’intesa in futuro.

Resta però un nodo centrale: il perimetro dei negoziati. Secondo Mehr, le questioni relative al programma missilistico iraniano e al sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali sarebbero escluse dal tavolo. È un punto politicamente sensibile, destinato ad alimentare le critiche dei falchi anti-Iran negli Stati Uniti, contrari a concessioni troppo ampie su sanzioni, fondi congelati e garanzie di non aggressione.

La Casa Bianca, finora, ha evitato di fornire dettagli sul contenuto dell’intesa, limitandosi a indicare come obiettivi principali la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di negoziati più ampi sul programma nucleare iraniano. Un alto funzionario statunitense ha spiegato che l’accordo prevederebbe una sequenza di passaggi in cui l’Iran riceverebbe benefici man mano che soddisfa determinate richieste americane.

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Ginevra, scontri tra black bloc e polizia in vista del G7

Scontri a Ginevra alla vigilia del vertice del G7 in programma da oggi al 17 giugno a Evian. La polizia antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni e utilizzato idranti contro alcuni giovani che lanciavano pietre. Le violenze, scoppiate vicino alla sede delle Nazioni Unite, sono andate avanti fino alla sera dopo una serie di incidenti lungo il percorso del corteo che ha attirato circa 20.000 persone, tra cui circa 600 Black Bloc.

Alcuni manifestanti a volto coperto hanno lanciato razzi di segnalazione verso gli agenti e hanno spaccato dei pezzi di cemento per scagliarli contro la polizia in tenuta antisommossa.

Gli scontri sono continuati anche dopo che la polizia ha ordinato ai manifestanti di disperdersi. Diversi gli edifici presi di mira, tra cui gli uffici di PricewaterhouseCoopers, la Banque du Leman e la sede dell'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). Bruciata un'auto Tesla.

Per evitare altre possibili contestazioni le autorità hanno mobilitato 13mila agenti nella zona di Evian. Venti barche pattuglieranno il lago.

Chi c'era al corteo

La coalizione "No G7" che si è mobilitata a Ginevra riunisce una sessantina di associazioni, sindacati e gruppi della sinistra per protestare al vertice dei leader delle principali economie occidentali. "Riposte anti-fasciste, anti-imperialiste, no G7", recitava ieri uno striscione in testa al corteo. Hanno sfilato gruppi femministi, sindacali, pro-palestinesi e curdi, con molti partecipanti vestiti di viola in coincidenza con la giornata dello "sciopero femminista". Poco prima dell'inizio del corteo la polizia ginevrina ha annunciato il sequestro preventivo di coltelli, asce, manganelli telescopici, materiale pirotecnico e altri oggetti ritenuti potenzialmente pericolosi. Gli organizzatori hanno invece denunciato controlli e misure di sicurezza giudicati "sproporzionati".

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Accordo Usa-Iran firmato digitalmente. Tajani: "Italia pronta a fare la sua parte per sminare Hormuz". Netanyahu: "Lo scontro non è finito"

Dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, la diplomazia internazionale si concentra sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sul futuro del programma nucleare di Teheran. Trump assicura che il passaggio resterà libero, ma l’Iran rivendica il diritto a tariffe per i servizi di navigazione. Europa e G7 chiedono un’attuazione rapida dell’intesa, mentre Francia e Regno Unito si dicono pronte a guidare una missione marittima con il sostegno anche dell’Italia.

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Venezuela, ucciso il boss Nino Guerrero. Trump pubblica il video

Il trafficante di droga Héctor Rusthenford Guerrero Flores, noto come Niño Guerrero, leader della gang transnazionale Tren de Aragua, è stato ucciso in un'operazione congiunta degli Stati Uniti e del Venezuela. L'annuncio è stato dato da Donald Trump con un post nella notte su Truth Social: "Su mio diretto ordine, il Comando meridionale degli Stati Uniti ha condotto un rapido e letale raid per l'esecuzione di Nino Guerrero" si legge nel post in cui il presidente spiega che l'operazione "è stata coordinata a stretto contatto con i nostri amici in Venezuela con cui noi stiamo lavorando molto bene", riferendosi al governo di Delcy Rodriguez, diventata presidente ad interim lo scorso gennaio dopo la cattura da parte delle forze speciali Usa di Nicolas Maduro.

"Come risultato, i terroristi del Tren de Aragua non hanno più un rifugio in Venezuela o da qualsiasi altra parte", ha aggiunto Trump riferendosi alla gang criminale, fondata in Venezuela ma attiva anche in Colombia, Perù e Cile, che la sua amministrazione ha designato come organizzazione terroristica. In seguito, è arrivata la conferma da Caracas dell'operazione che, in un comunicato del ministero della Comunicazione venezuelano, viene descritta come "scontri con i membri di questra struttura criminale durante i quali Hector Rusthenford Guerrero Flores, alias Nino Guerrero, è stato neutralizzato". L'operazione congiunta è avvenuta, rende noto ancora il governo venezuelano, nello stato sud orientale di Bolivar, con l'utilizzo di "un supporto tecnologico specializzato" e lo scambio di intelligence tra Washington e Caracas. Trump ha anche pubblicato su Truth un video di 10 secondi con le immagini dell'esplosione di un edificio nella foresta.

Anche il segretario alla Difesa, Pete Hegseth ha riferito che il raid è avvenuto questa settimana "in piena collaborazione con le forze di sicurezza venezuelane". Fonti informate hanno rivelato al Washington Post che l'operazione è stata condotta dalle forze Comando congiunto per le operazioni speciali, con un raid in cui è stato utilizzato un missile, e la Cia ha lavorato con le forze venezuelane sul terreno. Una fonte dell'amministrazione ha aggiunto che la Cia ha fornito le informazioni di intelligence che hanno permesso il raid.

"Guerrero era un ricercato incriminato dal dipartimento di Giustizia per aver ordinato, diretto e facilitato atti di terrorismo e violenza negli Stati Uniti", ha dichiarato il capo del Comando meridionale Usa, il generale Francis Donovan riferendosi al fatto che lo scorso dicembre i procuratori federali di New York avevano in criminato il leader del Tren de Aragua accusato di aver commesso "innumerevoli atti di violenza, estorsione e traffico di droga in Nord America, Sud America e Europa".

Il raid conferma la cooperazione tra Washington e l'attuale leadership venezuelana, dopo che Trump lo scorso anno aveva accusato Maduro di controllare e proteggere i membri del Tren de Aragua ed inviarli negli Usa, potendo così invocare l'Alien Enemies Act per deportare sommariamente in El Salvador 200 venezuelani accusati di essere membri della gang. "La repubblica bolivariana del Venezuela riafferma il suo impegno a combattere il crimine organizzato e continuerà ad adottare le misure necessarie per garantire pace, tranquillità e protezione ai nostri cittadini", ha affermato ancora il governo in Venezuela, dove già nei giorni scorsi erano circolate notizie di operazioni militari nello stato di Bolivar, dove si trovano miniere d'oro.

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Accordo fatto tra Usa e Teheran, attesa per la firma. Ma nella notte sono stati abbattuti diversi droni iraniani a Hormuz

Il presidente Usa Donald Trump esulta: "Finita la guerra all'Iran". Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Araghchi, in un tweet scrive che "il memorandum d'intesa di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione". A Ginevra è tutto pronto per la firma. Hormuz, nucleare e beni congelati: la tenuta dell'intesa si gioca sui dettagli. Intanto l'ottimismo contagia i mercati: frena l'energia. Nella notte, però, si è continuato a combattere. L'Iran ha lanciato diversi droni d'attacco per colpire navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz, le forze statunitensi fanno sapere di averli abbattuti.

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“8647” a due passi dalla Casa Bianca: è allarme a Washington prima del compleanno di Trump

Un gigantesco “8647” apparso sui prati del National Mall di Washington ha fatto scattare l’allarme delle autorità federali a pochi giorni dagli attesi festeggiamenti alla Casa Bianca per l’80esimo compleanno di Donald Trump, previsti domenica e accompagnati anche da un evento Ufc. La sequenza numerica, visibile dalle immagini live della webcam posta sul Washington Monument, è comparsa come una vasta area di erba scolorita nella zona del Mall a est del memoriale della Seconda guerra mondiale.

Non è ancora chiaro quando i numeri siano stati tracciati. Secondo la Cnn, nelle fotografie del National Mall scattate il 5 giugno da Getty Images la scritta non risultava visibile. Le immagini di EarthCam mostrano invece i numeri emergere progressivamente nel corso di alcuni giorni. Da terra, giovedì pomeriggio, i segni non erano facilmente distinguibili, ma diversi testimoni hanno riferito la presenza di mezzi di emergenza che hanno bloccato l’area intorno alle 13, mentre la squadra di paracadutisti dell’esercito, i Golden Knights, atterrava sul Mall.

Il significato del numero “8647” e l’allarme delle autorità

La sequenza “8647” viene generalmente usata come simbolo di opposizione a Trump, 47esimo presidente degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione la interpreta anche come possibile allusione minacciosa: nello slang americano il numero “86”, nato nel settore della ristorazione per indicare la necessità di eliminare o rimuovere un ordine o un cliente, può essere usato anche nel senso di “fare fuori” qualcosa o qualcuno.

“Ogni minaccia contro il presidente viene presa molto seriamente dal dipartimento, e la nostra U.S. Park Police indagherà su questo episodio e assicurerà i responsabili alla giustizia”, ha dichiarato un portavoce del dipartimento dell’Interno, da cui dipende la gestione del National Mall. Lo stesso portavoce ha definito le scritte un “folle atto di vandalismo” che “non sarà tollerato”.

La U.S. Park Police ha precisato che la causa dello scolorimento dell’erba non è stata ancora determinata. Sono stati raccolti campioni per effettuare analisi. Secret Service e Fbi hanno rimandato ogni commento alla polizia dei parchi federali, che sta conducendo l’inchiesta. Una fonte delle forze dell’ordine citata dalla Cnn ha spiegato che il Secret Service collaborerà con la Park Police nel momento in cui sarà individuato un sospetto.

Dura la reazione della Casa Bianca. “Chiunque compia o sostenga violenza politica o cultura dell’assassinio deve essere condannato nei termini più duri possibili”, ha dichiarato il portavoce del presidente, Davis Ingle. “Devono ricevere immediatamente sostegno psichiatrico per curare il grave caso di sindrome da follia anti-Trump che ha minato i loro cervelli”, ha aggiunto.

Il precedente Comey e il clima politico attorno al simbolo

La vicenda si inserisce in un clima già teso attorno all’uso politico della sequenza “8647”. Nei mesi scorsi l’ex direttore dell’Fbi James Comey era finito al centro di una bufera per aver pubblicato sui social una fotografia che mostrava alcune conchiglie disposte su una spiaggia in modo da formare proprio quei numeri. Dopo le proteste dei commentatori conservatori, Comey aveva cancellato il post, negando qualsiasi intenzione violenta.

Il dipartimento di Giustizia lo ha poi incriminato con l’accusa di aver diffuso una “grave espressione dell’intento di danneggiare il presidente degli Stati Uniti”. L’ex capo dell’Fbi, storico avversario di Trump dai tempi del licenziamento seguito all’avvio dell’inchiesta sul Russiagate, dovrebbe andare a processo in ottobre. La difesa si prepara a chiedere l’archiviazione, sostenendo che il caso sia un nuovo esempio di giustizia politicizzata e usata per appagare lo spirito vendicativo del presidente. Comey, nei mesi scorsi, era già riuscito a far archiviare precedenti accuse di falsa testimonianza mosse contro di lui dal dipartimento di Giustizia.

A complicare il quadro c’è anche una recente decisione di un giudice federale, che il mese scorso ha stabilito che il numero “8647” non può essere automaticamente considerato una minaccia. In quel caso, il tribunale aveva deciso che una bandiera con quei numeri esposta davanti al palazzo di giustizia di Washington non dovesse essere rimossa, richiamando la tutela della libertà di espressione garantita dal Primo emendamento.

Intanto, l’episodio del National Mall arriva mentre Washington si prepara a un fine settimana di grande attenzione per la sicurezza, legato alle celebrazioni per il compleanno di Trump e alla presenza di grandi folle nella capitale. La Casa Bianca, già più volte teatro di trasformazioni legate alle passioni personali dei presidenti, si appresta così a vivere un nuovo appuntamento pubblico sotto la sorveglianza rafforzata delle autorità federali.

Non sarebbe la prima volta che gli spazi della residenza presidenziale vengono adattati alle abitudini dei suoi inquilini. Barack Obama fece trasformare uno dei campi da tennis in un campo da basket per potersi allenare anche alla Casa Bianca. Già nel 1991 George H. W. Bush, presidente sportivo appassionato di corsa, tennis e nuoto, aveva fatto realizzare un mezzo campo da basket. La sua vera passione, però, era l’horseshoe, il gioco del lancio dei ferri di cavallo: nel 1989 fece costruire un campo apposito e nel 1991 vi si esibì davanti alla regina Elisabetta, che durante una visita alla Casa Bianca gli regalò quattro ferri di cavallo d’argento.

All’interno della residenza resta invece celebre la piccola sala da bowling realizzata, a spese dello Stato del Missouri, per il 63esimo compleanno del presidente Harry Truman. Fu poi ampliata da Richard Nixon, grande appassionato di bowling.

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Trump:"Alleati europei non sono stati d'aiuto, ma possono esserlo in futuro, dopo l'intesa". Axios: "Firma dell'accordo forse a Ginevra, partiti gli aerei con materiale per Vance"

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la fine della guerra in Iran, con un accordo che prevederebbe anche la riapertura dello Stretto di Hormuz. La ratifica dovrebbe avvenire in Europa nei prossimi giorni e, secondo quanto dichiarato, la Repubblica islamica avrebbe deciso di non dotarsi dell'arma nucleare. Poche ore dopo, è arrivata la smentita di Teheran, secondo cui non vi è ancora una conclusione definitiva sull'accordo con gli Usa.

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Dall’uccisione di Khamenei alla chiusura di Hormuz: le tappe della terza guerra Usa-Iran

Il 28 febbraio 2026, dopo il fallimento dei colloqui di Ginevra sul nucleare iraniano fra Washington e Teheran, Usa e Israele lanciano un massiccio attacco sugli obiettivi strategici della Repubblica Islamica. È l'innesco della “terza guerra del Golfo”.

L'operazione mira a eliminare i vertici degli ayatollah, provocando un “regime change” che, però, non si materializza. Ucciso Ali Khamenei, i nuovi vertici iraniani, guidati dal figlio Mojtaba, mai apparso in pubblico dall'inizio del conflitto, si riorganizzano e contrattaccano, colpendo Israele, le basi Usa nella regione e le petromonarchie del Golfo.

Ecco le principali tappe della guerra.

L'inizio del conflitto, 28 febbraio

Alle 08:15, ora di Teheran, del 28 febbraio scatta l'operazione “Ruggito del Leone” o “Epic Fury”, nomi in codice dell'offensiva di Israele e Stati Uniti contro l'Iran.

I raid colpiscono centri di comando dei pasdaran, bunker sotterranei e basi missilistiche. Viene confermata l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di figure chiave del regime.

L'escalation nella regione, 1 marzo

L'Iran risponde a quella che definisce “un'aggressione illegale” dando avvio all'operazione di rappresaglia “Vera Promessa 4”.

Teheran lancia centinaia di droni e missili su Israele, sulle basi Usa in Medio Oriente e su alcuni Paesi del Golfo. Hezbollah intensifica gli attacchi nel Libano meridionale contro lo Stato ebraico.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, 4 marzo

A tre giorni dall'escalation regionale, Teheran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz. La mossa innesca uno shock economico globale.

Cessate il fuoco e colloqui di Islamabad, 8 e 11 aprile

Nonostante la minaccia agitata da Trump di “riportare l'Iran all'età della Pietra”, Washington e Teheran siglano l'8 aprile una tregua destinata inizialmente a durare due settimane.

Il Pakistan, principale mediatore, organizza a Islamabad i primi colloqui di pace diretti Usa-Iran dal 1979, a cui partecipa anche il vicepresidente Vance. Ma le trattative si arenano quasi subito sul nucleare iraniano e su Hormuz.

Il blocco navale americano, 12 aprile

All'indomani del fallimento dei colloqui, il Centcom dichiara di aver “completato il blocco navale nello Stretto di Hormuz” e il traffico via mare da e per l'Iran.

Trump cancella l'attacco su Teheran, 18 maggio

Dopo un mese di stallo e continue schermaglie nello Stretto, Trump cancella un nuovo massiccio raid sull'Iran dopo l'intervento di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, che avrebbero spinto Washington a evitare una nuova escalation.

Trump annuncia: “Accordo pronto”, 23 maggio

Dopo una “ottima telefonata” nello Studio Ovale con i leader del Golfo e con Netanyahu, il presidente Usa parla di “un accordo ampiamente negoziato, in attesa di finalizzazione”. Ma le sue parole restano disattese.

Si torna a rivedere l'accordo, 31 maggio

Trump chiede “modifiche significative” alla bozza di memorandum d'intesa. È il terzo ciclo di correzioni.

Sale la tensione tra Usa e Israele dopo i continui raid dell'Idf in Libano.

Trump striglia Netanyahu, 2 giugno

Telefonata durissima di Trump al premier israeliano: “Sei un pazzo”.

Notte di fuoco nel Golfo Persico, 3 giugno

Nuova escalation con l'Iran che colpisce in Kuwait e gli Usa che sferrano raid difensivi sull'isola di Qeshm.

Nuovo scambio di attacchi, 6 giugno

Nonostante il cessate il fuoco, il Comando centrale americano annuncia di aver colpito postazioni radar iraniane di sorveglianza costiera a Goruk e sull'isola di Qeshm.

Nelle stesse ore Teheran colpisce in Kuwait e Bahrein.

Elicottero Apache abbattuto, 9 giugno

Tensione alle stelle dopo l'abbattimento da parte di Teheran di un elicottero americano Apache.

Trump annuncia una dura rappresaglia degli Stati Uniti e, nella notte tra il 9 e il 10 giugno, lancia tre ondate di attacchi contro radar e contraerea iraniana. Teheran risponde con droni e missili sul Golfo.

Nuovi raid, 10 giugno

Il commander in chief, in pressing su Teheran per la chiusura dell'accordo, parla di un Iran che “perde tempo”, annunciando nuovi attacchi che mette a segno nella notte tra il 10 e l'11 giugno.

La minaccia finale, poi l'annuncio di un'intesa, 11 giugno

Trump minaccia una terza notte di attacchi, mettendo nel mirino nel prossimo futuro anche l'isola di Kharg e le infrastrutture petrolifere.

Poi però, nel tardo pomeriggio, a sorpresa, posta su Truth l'annuncio di fermarsi, lasciando intendere che c'è l'intesa per l'accordo.

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Il panico per l’incidente con materiale pericoloso, il lockdown poi la smentita: falso allarme al Pentagono

L’emergenza che ha innescato lo stato di lockdown al Pentagono e l’evacuazione di alcuni piani della struttura era frutto di un falso allarme. Lo riferiscono fonti della Cnn. Le operazioni di controllo dureranno comunque per un paio d’ore.

Inizialmente, l’incidente era stato indicato come legato a “materiali pericolosi”. Diversi piani e corridoi erano stati isolati e altri evacuati dopo che i sistemi interni dell’edificio avevano rilevato un problema legato alla qualità dell’aria.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. “Il dipartimento sta applicando i protocolli standard di protezione”, aveva aggiunto Parnell, spiegando che i team di risposta erano stati dispiegati e pronti a fornire supporto ai dipendenti.

Sul posto era intervenuto anche il team per i materiali pericolosi della Pentagon Force Protection Agency, con il sostegno dei vigili del fuoco della contea di Arlington. Secondo una fonte citata dalla Cnn, alcuni agenti entrati nell’edificio indossavano maschere antigas e tute di protezione da agenti chimici.

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Trump: "Attacchi annullati. Presto firma dell'accordo con l'Iran, forse nel weekend in Europa". Il tycoon: "Khamenei ha approvato"

Dopo una giornata di minacce, raid e tensioni nello Stretto di Hormuz, Donald Trump annuncia lo stop agli attacchi contro l’Iran e parla di accordo vicino. Secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero trovato un testo accettato anche dagli Stati Uniti, ma l’intesa resta appesa al via libera finale della Guida Suprema iraniana. Nel frattempo il blocco navale resta in vigore e l’Europa, con Meloni e Merz, chiede una soluzione diplomatica senza allargare il conflitto.

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Zelensky: "Nostro missile Flamingo contro impianto russo a 1.000 km dal confine". Mosca: "Risponderemo in modo deciso alle nuove sanzioni Ue"

Prosegue senza esclusione di colpi la guerra tra Russia e Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 dopo l'invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky in un post sui social fa sapere che "la scorsa notte i missili FP-5 Flamingo ucraini hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary che rifornisce l’esercito dell’occupante di componenti per droni e missili. Anche la raffineria di petrolio di Kuibyshev, nella regione di Samara, è stata colpita la scorsa notte", aggiunge, "la distanza dalla linea del fronte è di oltre 900 chilometri".

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Raid Usa in Iran, Trump: "Sì all'intesa o bombarderemo senza pietà". Teheran risponde attaccando basi americane in Bahrain e Kuwait e promette di chiudere Hormuz

Notte di guerra in Iran. Le forze Usa hanno colpito la zona dello Stretto di Hormuz come rappresaglia a seguito dell'abbattimento di un elicottero Apache americano. Tre ondate di bombardamenti divise su una ventina di obiettivi, tra basi navali e difese aeree. Secondo l'Iran sarebbero stati colpiti anche obiettivi civili, come i serbatoi d'acqua potabile. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Cinque missili sono stati lanciati contro un'area della Giordania che ospita una base aerea delle forze statunitensi. Presi di mira anche obiettivi in Bahrein e Kuwait. Poi arriva la minaccia: "Se l'aggressione degli Usa continuerà, l'Iran risponderà con attacchi più gravi e diffusi contro obiettivi designati nella regione". Accanto a questo violento scambio di colpi proseguono, intanto, gli sforzi diplomatici.

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Belfast, esplode la rivolta anti-immigrati: bus in fiamme dopo l’aggressione choc

Alta tensione a Belfast, in Irlanda del Nord, dove in serata sono scoppiati disordini anti-migranti dopo il brutale accoltellamento di un uomo di 40 anni, rimasto gravemente ferito nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord della città. L’aggressione, ripresa in un video choc circolato sui media e sui social, è stata attribuita a un uomo trentenne di origine sudanese, arrestato e incriminato per tentato omicidio.

Secondo quanto riferito, il sospettato aveva ottenuto l’asilo sotto il precedente governo conservatore dopo essere arrivato a Belfast via Dublino nel febbraio 2023. La vittima è stata trasportata in ospedale con gravi lesioni al volto, al collo e alla schiena. Sul luogo dell’aggressione è stato rinvenuto un coltello da cucina. La polizia dell’Irlanda del Nord ha precisato che, al momento, non vi sono elementi che facciano pensare a un attacco terroristico, mentre tra le ipotesi investigative sarebbe emersa quella di un raptus.

Bus e cassonetti in fiamme a Belfast

Dopo la diffusione delle immagini dell’accoltellamento, decine di manifestanti sono scesi in strada bloccando alcune vie della città. Nel corso delle proteste sono stati dati alle fiamme bidoni della spazzatura, automobili e un autobus. Nella zona est di Belfast, manifestanti con felpe nere con cappuccio, alcuni dei quali con il volto coperto da maschere, hanno incendiato un mezzo pubblico, mentre in altre aree della città si sono registrati roghi e blocchi stradali.

La Polizia dell’Irlanda del Nord è intervenuta in forze per contenere le violenze, alimentate anche dagli appelli diffusi online da gruppi di cosiddetti “patrioti” legati all’ultradestra. A far crescere ulteriormente la tensione è stato anche un post di Tommy Robinson, rilanciato su X da Elon Musk, con un messaggio che invitava a protestare “ripetutamente e a gran voce” per ottenere un cambiamento.

Si sono rivelati inutili gli appelli alla calma lanciati dal governo laburista di Keir Starmer e dalle autorità locali. Il premier britannico ha definito l’aggressione “ripugnante” e ha invocato la tolleranza zero per episodi di violenza nelle strade del Regno Unito. Il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha chiesto di evitare proteste violente per scongiurare ulteriori ripercussioni sulle comunità locali.

Il capo della polizia locale, Jon Boutcher, aveva già invitato i cittadini a “stare attenti a quello che vedete e condividete sui social”, avvertendo che la diffusione di immagini crude e informazioni non verificate rischia di provocare “un ulteriore trauma alla famiglia della vittima” e di ostacolare le indagini. Anche il vice capo della polizia nordirlandese, Ryan Henderson, ha ribadito che non risultano altri ricercati e che gli investigatori stanno ancora lavorando per chiarire il movente.

Lo scontro politico e le tensioni nel Regno Unito

Il caso ha subito acceso lo scontro politico. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha chiesto che vengano rese pubbliche l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, sostenendo che “il pubblico deve conoscere la verità”. Il suo partito è arrivato a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi, senza distinzioni.

Le tensioni di Belfast arrivano a un anno da altri disordini anti-migranti scoppiati in Irlanda del Nord, quando l’arresto di due adolescenti di origine straniera accusati del tentato stupro di una ragazza aveva innescato violenze, scontri con la polizia e una sorta di caccia ai cittadini romeni.

Il clima resta teso anche nel resto del Regno Unito. Manifestanti sono scesi in strada anche a Southampton, città già teatro la scorsa settimana di proteste legate al caso di Henry Nowak, 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre scorso da Vickrum Digwa, un giovane britannico di radici indiane sikh.

La vicenda Nowak è tornata al centro del dibattito pubblico dopo la diffusione delle immagini riprese dalla bodycam di uno degli agenti intervenuti sul posto. Il giovane, già agonizzante, fu inizialmente ammanettato dai primi due poliziotti arrivati, che si erano lasciati convincere dall’assassino che la vittima fosse un aggressore razzista. Digwa è stato poi condannato per omicidio all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni.

Il senso di insicurezza nel Paese è stato alimentato anche da altri episodi di violenza, tra cui l’uccisione a coltellate di Talay Riley, cantautore 35enne vincitore di un Grammy e autore di brani per star come Dua Lipa e Britney Spears, trovato morto nei giorni scorsi in un giardino di Londra.

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"Stupro e pedofilia su 28 studentesse minorenni". Insegnante di Corano condannato a 20 anni

Vent'anni di carcere per stupro e pedofilia ai danni di 28 studentesse minorenni. Questa la condanna inflitta dal tribunale senegalese a Serigne Khadim Mbacké insegnante di Corano a Touba, città religiosa nel centro del Paese africano.

Stando a quanto riportato dai media locali e dall'Agenzia di stampa senegalese (Aps), il processo si è svolto presso l'Alta corte di Diourbel (Senegal centrale) che ha giurisdizione amministrativa su Touba.

Le vittime erano studentesse della scuola coranica

Le accuse derivano da crimini risalenti a maggio 2023. Tutte le 28 vittime erano studentesse della scuola coranica in cui insegnava Serigne Khadim Mbacké. "Diciotto di loro hanno perso la verginità, come attestato da certificati medici rilasciati da medici giurati", riferisce l'Aps.

Mbacké si è consegnato alla polizia di Touba a giugno 2023, dopo diverse settimane di latitanza. Il caso è venuto alla luce quando una delle ragazze si è rifiutata di tornare a scuola perché l'insegnante "aveva avuto rapporti sessuali con lei e con tutte le altre ragazze", come riportato dalla stampa all'epoca della vicenda.

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