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Guerra in Ucraina: immagini satellitari USA riducono del 90% i tempi per colpire i russi

 

di Francesco Fustaneo per l'AntiDiplomatico

 

Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.

Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.

Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo  tassello che conferma quanto affermato sopra.

Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.

Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.

"La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.

La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.

Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.

La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.

Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.

Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti  per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.

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Due Lipa e Callum Turner: un matrimonio dal sapore coloniale

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

Parliamo anche noi del matrimonio di Due Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.

I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.

Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.

Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.

Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.

Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità.  E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?

Certamente una visibilità  che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.

Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.

E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?

Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.

E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.

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Albania svenduta al sionismo? Ecco cosa diceva Edi Rama alla Knesset a gennaio (VIDEO)


Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.

 

Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026

 

"Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.

Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.

È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.

Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."

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Bolivia: stato di emergenza imminente, proteste e accuse tra Paz e Morales

Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.

Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.

Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.

Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.

???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales

???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 5, 2026

Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.

A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.

Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.

Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.

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Guerra commerciale alla Cina: l'Europa sa cosa rischia?

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.

Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.

Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.

Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.

I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.

Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?

Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.

È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.

Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.

C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.

Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.

Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.


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Oltre 250 dollari al barile: lo scenario che potrebbe far impennare i prezzi del petrolio

I prezzi del petrolio potrebbero superare i 250 dollari al barile se le sanzioni contro il greggio russo venissero estese, ha avvertito Igor Sechin, CEO della compagnia petrolifera russa Rosneft, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Sechin ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz, causato dall'aggressione israelo-statunitense contro l'Iran, ha bloccato circa 16 milioni di barili di petrolio al giorno.

Ha aggiunto che, se venissero imposte ulteriori restrizioni alle esportazioni russe di 7 milioni di barili al giorno, il prezzo del petrolio greggio potrebbe superare i 170 dollari al barile, secondo una stima di Nobuo Tanaka, ex direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia. Agli attuali 150-160 dollari, se ne dovrebbero aggiungere altri 100, ha indicato.

Se lo Stretto di Hormuz venisse riaperto, il prezzo medio di un barile di petrolio raggiungerebbe i 95-96 dollari entro la fine dell'anno, mentre entro un anno scenderebbe a 80-85 dollari, secondo Sechin.

 

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"Questa sarà la fine dell'umanità": il monito di Lavrov sull'intelligenza artificiale

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso la sua opinione sulla diffusione dell'intelligenza artificiale (IA).

"Sarà la fine dell'umanità. Capisco che lo sviluppo della scienza e della tecnologia non possa essere fermato, ma ciò nonostante, la Terra appartiene agli esseri umani", ha dichiarato giovedì in un'intervista con lo scrittore russo Alexander Tsypkin.

Questa è stata la sua risposta a una domanda sulla teoria secondo cui sarebbe meglio affidare il controllo del pianeta all'intelligenza artificiale, poiché priva di emozioni e in grado di agire razionalmente.

Secondo Lavrov, nello sviluppo di tecnologie che coinvolgono un'ampia gamma di aspetti, inclusi quelli economici e militari, è necessario mantenere il controllo sul loro utilizzo.

Inoltre, il Ministro degli Esteri ha rivelato come le forze ucraine utilizzino l'IA nelle operazioni militari. Ha spiegato che l'Occidente fornisce al regime di Kiev tecnologie che consentono di risolvere compiti e prendere decisioni senza inviare informazioni a un centro di elaborazione dati centrale, poiché esistono mini-centri dati per ogni combattente. Pertanto, ciò ha un impatto "crescente" sulle questioni di guerra e di pace.

"Qualcuno deciderà di avere ora un mezzo per l'impunità assoluta. E nessuno mi toccherà. Ora sconfiggeremo tutti", ha esemplificato, descrivendo una possibile mentalità riguardo all'uso di tale tecnologia.

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Albania in fiamme contro Kushner e Trump: "Non saremo una nuova Palestina"

 

Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa. 

Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.

???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.

L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????

Il popolo albanese si rifiuta di diventare una nuova Palestina. ????" pic.twitter.com/lSoD7Qskf2

— Affari mediorientali (@OpsHQs) 4 giugno 2026

L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. 

Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.

Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.

Il boicottaggio parziale ha tenuto lo stadio mezzo vuoto. pic.twitter.com/OUatyG5xEC

— Clash Report (@clashreport) 5 giugno 2026

I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.

Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele

Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3

— The Cradle (@TheCradleMedia) 5 giugno 2026

Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard. 

Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi. 

Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.

Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.

Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO

— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) 3 giugno 2026

Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.

Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali. 

I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.

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L’isolamento di Israele: per due terzi del mondo l’opinione sul Paese è "sfavorevole"

 

Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi. 

La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.

Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.

"Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti. 

Il rapporto sostiene, inoltre,  che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele. 

Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.

In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".

Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.

"In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew. 

Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale. 

In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.

In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.

Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".

Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".

Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.

A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.

Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista. 

Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.

A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.

L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.

Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.

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Raid Usa e la risposta dell'Iran: pioggia di missili iraniani su Kuwait e Bahrein

 

L'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrein in risposta ai bombardamenti americani di Sirik e Qeshm, nel sud del Paese persiano.

"A seguito dell'aggressione dell'esercito statunitense, responsabile di terrorismo e sterminio di bambini, contro le isole di Sirik e Qeshm, le basi nemiche nella regione sono state colpite da missili della Forza aerospaziale", ha riferito l'Ufficio relazioni pubbliche del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC).

Secondo le Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), all'1:30 del mattino, quattro petroliere non autorizzate, istigate e dirette dall'esercito statunitense, hanno tentato di lasciare illegalmente lo Stretto di Hormuz senza coordinamento e ignorando gli avvertimenti emessi dalla Marina delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. "A seguito degli avvertimenti, una delle petroliere è stata intercettata e fermata, mentre le restanti si sono ritirate", ha aggiunto l'IRGC.

"Alle 02:00, a seguito di questo incidente, droni statunitensi hanno attaccato con due proiettili una torre di telecomunicazioni a Qeshm e un'altra a Sirik", ha affermato.

Secondo le Guardie Rivoluzionarie, in risposta all'aggressione statunitense, la base aerea americana di Al-Salem in Kuwait, così come le restanti strutture della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein, furono immediatamente colpite da missili balistici.

"Si avverte il nemico aggressivo e assassino di bambini che, qualora tali azioni si ripetessero, la risposta non si limiterà a misure restrittive. Sarà ritenuto responsabile delle conseguenze di una possibile chiusura totale dello Stretto di Hormuz al transito del suo petrolio e del suo gas", ha avvertito.

Secondo i media locali, in Kuwait sono scattate le sirene d'allarme. Alcune fonti hanno riferito di aver udito delle esplosioni nel Paese, mentre l'esercito kuwaitiano ha annunciato un attacco missilistico sul proprio territorio. Anche in Bahrein sono risuonate le sirene d'allarme.

Alcune fonti segnalano la sospensione dei voli negli aeroporti del Kuwait e del Bahrain.

Da parte sua, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato l'attacco missilistico lanciato dall'Iran contro le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, riferendo che Teheran ha lanciato sette missili contro obiettivi situati in entrambi i paesi.

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Israele bombarda un'ambulanza e una scuola in Libano: è strage di civili

 

Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi nel Libano meridionale, colpendo aree civili, distruggendo un'ambulanza, danneggiando una scuola e provocando la morte di sei civili libanesi.

Secondo quanto riportato dalla rete locale Al-Mayadeen, aerei da guerra e artiglieria israeliani hanno preso di mira nella giornata di sabato numerose località, tra cui Kfra, Aadchit, Kunine, Bablie, Toul, Arabsalim, Shahabie, Mahmudie, Marwanie, Majdal Zoun, Aba, Mayfadun, Arnaba, la periferia di Maghdoucheh, Kfar Tebnit, Qatrani e la strada che collega Maarake a Teir Debba. Sotto i bombardamenti sono finite anche le città di Nabatieh e Sohmor, nella Valle della Bekaa occidentale, oltre alla foresta e alle alture di Rayhan e alla valle di Barqaz.

Uno degli episodi più drammatici si è verificato nella città di Zebdine, dove un raid israeliano ha centrato in pieno un'ambulanza che stava trasportando generi alimentari a una famiglia del posto: l'impatto ha causato cinque vittime civili. Nel distretto di Hasbaya, invece, i colpi d'artiglieria hanno centrato una scuola nella città di Barqaz, provocando un incendio e gravi danni strutturali all'edificio. All'inizio della stessa giornata, un altro attacco mirato contro una motocicletta a Deir al-Zahrani, nel distretto di Nabatieh, aveva già causato un morto.

Questi attacchi si consumano in un momento di estrema fragilità politica. Nonostante il recente annuncio del rinnovo del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, le forze israeliane continuano le operazioni aeree e di terra su diverse aree del Paese.

Dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i governi di Israele e Libano hanno ribadito di non nutrire intenzioni ostili reciproche, impegnandosi a proseguire i negoziati diretti a Washington per ristabilire la fiducia e lavorare a un accordo globale. Tuttavia, questa intesa diplomatica si scontra con una realtà di continue violenze sul campo – inclusi i raid israeliani che nei giorni scorsi hanno provocato altre nove vittime nel sud del Libano – e con le operazioni transfrontaliere. Ad aggravare lo scenario c'è il fronte interno: la Resistenza libanese (Hezbollah) non ha preso parte ai colloqui di Washington e ha già respinto l'accordo, definendolo una capitolazione e ribadendo che non accetterà alcuna intesa che mini la sovranità del Libano a vantaggio di Israele.

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Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

 

Sono trascorsi quasi tre anni da uno dei più recenti rapporti sull’apprendistato, un’analisi che fotografa la profonda crisi in cui versa questa tipologia contrattuale.

Nel 2021 (anno di riferimento del monitoraggio), gli apprendisti erano circa 544.366: un dato in lieve ripresa, ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente al Covid. La crescita della platea si è concentrata prevalentemente nel Mezzogiorno, mentre si è registrata una flessione in quella che un tempo era la regione industriale per eccellenza, la Lombardia. Al contempo, si assiste a un progressivo innalzamento dell'età media dei lavoratori coinvolti.

Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico. Il contratto di apprendistato, pur essendo conveniente per le imprese, viene utilizzato pochissimo. Spesso, infatti, i datori di lavoro non cercano giovani da formare, ma solo manodopera da sfruttare, evitando poi la stabilizzazione a tempo indeterminato. Senza voler generalizzare, è ormai acclarato che i processi formativi richiedono tempo e risorse, hanno un costo elevato e sono soggetti a regole ferree. Di conseguenza, molte aziende preferiscono affidarsi a lavoratori interinali, partite IVA e contratti a tempo determinato, azzerando così ogni obbligo in materia di formazione.

Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei propri mali al Reddito di Cittadinanza, alla presunta scarsa propensione dei giovani al sacrificio o ad altre motivazioni intrise di insopportabili luoghi comuni, primo tra tutti l'inefficienza del sistema scolastico pubblico.

La crisi dell'apprendistato riguarda sia la tipologia professionalizzante, sia quella per la qualifica, il diploma professionale e l'alta formazione e ricerca (che cubano tra l'87% e il 98% del totale dei contratti in essere). Manca, in sostanza, il ricorso a questo strumento in settori chiave come il commercio e la ristorazione. Tralasciando l'apprendistato di alta formazione e ricerca, che conta poche decine di casi, viene da chiedersi per quale ragione nella ristorazione si registri una simile crisi di vocazione. Forse basterebbe farsi un giro tra i locali per comprenderlo: si troverebbe una massiccia presenza di lavoro nero, contratti irregolari e retribuzioni da fame.

In teoria, l'apprendistato dovrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende con esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine. Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere proprio la prospettiva di trasformare l'apprendista in un lavoratore contrattualizzato a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati siedono il sistema formativo, le modalità di gestione dei fondi stanziati e l'assenza di un piano nazionale; ma pesa soprattutto la scarsa propensione datoriale verso la stabilità, che ha reso il tempo determinato e le varie forme di precariato i veri modelli contrattuali di riferimento.

In questo scenario tutt'altro che entusiasmante si inserisce la riforma degli istituti tecnici, pensata per orientare la formazione scolastica verso le sole esigenze del sistema produttivo. In questo modo si sottrae spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di affrontare i mutamenti del mercato del lavoro senza subirli.

La contrazione delle ore di insegnamento — sia per le materie scientifiche che per quelle letterarie — e la riduzione della durata del ciclo di studi da 5 a 4 anni rappresentano un autentico colpo inferto alla scuola tecnica, piegata a logiche che fino a ieri erano riservate esclusivamente ai percorsi professionali.

Questo stravolgimento risponde alle richieste padronali e interviene pesantemente su indirizzi, articolazioni e quadri orari, pregiudicando gli stessi risultati dell'apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è che il sistema produttivo è cambiato e la scuola è rimasta troppo distante. Quello che emerge, invece, è il tentativo spasmodico di ridurre ai minimi termini il ruolo e la funzione degli istituti scolastici e dei processi di istruzione. È il trionfo delle "competenze" sulle "conoscenze": un intervento che serve a garantire alle imprese una forza lavoro per la cui formazione non hanno mosso un dito, ottenendo come effetto collaterale lo smantellamento di un sistema educativo giudicato troppo lungo e, in fondo, inutile.

Inutili e intollerabili sono invece le retoriche padronali e le scuse accampate per sfuggire a una realtà scomoda, in cui le scuole devono essere "normalizzate" e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui si andrebbe fuori tema. Limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più e la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le imprese stesse, se solo queste volessero davvero investire in formazione anziché stravolgere il sistema educativo pubblico, riducendo l'istruzione tecnica a un mero addestramento professionale.

La colpa, insomma, viene sempre attribuita al settore pubblico, mentre il privato non si assume mai le proprie responsabilità.

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Drone navale ucraino esplode in Romania

 

di Francesco Fustaneo

 

Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.

 

Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.

L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi  a causa di droni volanti, aveva  sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.

A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".

L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.

Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.

Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.

Nel frattempo Kiev  di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza  che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.

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Dal "Piano Cóndor giudiziario" al ricatto del litio: le voci di Evo Morales e Wilma Colque nella Bolivia in lotta

 

di Geraldina Colotti

 

Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.

La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.

In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.

Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).

Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.

La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.

La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".

L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.

La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.

L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.

Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.

Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.

Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.

L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.

L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.

Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.

 

Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria

Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.

Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.

Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.

Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.

Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.

Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.

La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.

Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.

"Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.

A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.

L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.

La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.

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Pino Arlacchi a l'AD : "L'Occidente è una nave che affonda"

 

"Una storia in diretta", 6 giugno 2026

Loretta Napoleoni intervista Pino Arlacchi

 

"L'Occidente è minoritario, sulla difensiva, finanziarizzato e bellicista. Dall'altra parte c'è il Grande Sud: nuova maggioranza globale, centro di gravità dell'economia mondiale". Così Pino Arlacchi, intervistato da Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico, ridisegna la geografia del potere nel mondo di oggi. Niente a che vedere con la Guerra Fredda, spiega Arlacchi.

Allora i due blocchi erano separati. Oggi il sistema è unico, ma con due teste: una guarda all'economia finanziaria occidentale, l'altra - quella che sta vincendo - all'economia reale. E il rapporto di forza è già cambiato. "Dal punto di vista demografico siamo 6 a 1, dal punto di vista economico 60 a 40 a favore del Grande Sud". E mentre l'Occidente spinge sul riarmo: "Una balla enorme", la Cina guida un sistema di paesi - dall'Indonesia alla Corea del Sud - che hanno scelto il modello dello "stato per lo sviluppo".

Un blocco che commercia sempre più al proprio interno (Sud-Sud ha superato Nord-Sud) e che attende solo due traguardi naturali: la riforma dell'ONU e una valuta alternativa al dollaro. Ma la crisi, per chi vive in Occidente, è una tragedia incombente. "Una recessione europea e americana ci sarà - avverte Arlacchi - ma non sarà mondiale. Il corpaccione dell'economia mondiale sta dall'altra parte. L'Occidente può anche incendiarsi, ma non brucerà più il mondo intero". Sul fronte geopolitico, l'ex vicesegretario ONU non usa giri di parole: Israele soffre di "una sindrome distruttiva e autodistruttiva. La vittima che diventa carnefice". E l'Iran? Ne esce vincente su tutti i piani, più compatto e nazionalista, pronto a farsi la bomba atomica in piena legalità, uscendo dal Trattato di non proliferazione come fece la Corea del Nord. Con conseguenze a catena su tutto il Medio Oriente. Quanto all'Europa, Arlacchi vede un continente che arranca, i cui governi atlantisti stanno perdendo consensi. "La gente teme prima di tutto l'inflazione, non crede al riarmo. I nodi verranno al pettine». E l'Italia? "Prima a sfilarsi dal piano riarmo, all'italiana, con contabilità creativa e vigili del fuoco messi come forze armate. Siamo andati nel ridicolo".

Un'intervista che restituisce un quadro netto: il baricentro del mondo si è spostato...

Buona visione:

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CNN rivela una rete segreta israeliana attorno all’Iran

Nuovi dettagli emersi da un'inchiesta della CNN gettano luce sull'estensione delle operazioni israeliane condotte durante la guerra contro l'Iran. Secondo l’inchiesta, Tel Aviv avrebbe schierato personale militare, unità speciali e agenti dell'intelligence in diversi Paesi confinanti o vicini alla Repubblica Islamica, creando una rete di basi clandestine destinate a missioni di sorveglianza, supporto logistico, operazioni con droni ed eventuali attività di recupero. Il fulcro di questa infrastruttura è stato l'Azerbaigian, dove forze speciali israeliane e membri del Mossad avrebbero operato da diverse postazioni situate nei pressi del confine settentrionale iraniano. Alcuni siti sarebbero stati collocati non lontano da Tabriz, una delle città iraniane colpite durante il conflitto.

Secondo le fonti citate dall'emittente statunitense, tali installazioni avrebbero consentito a Israele di monitorare i movimenti militari iraniani e di sostenere operazioni offensive lungo il fronte settentrionale. La rete, tuttavia, non si sarebbe limitata al Caucaso. Strutture analoghe sarebbero state predisposte anche in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, configurando una presenza distribuita attorno all'Iran capace di garantire capacità operative multidirezionali. Azerbaigian e Iraq hanno ufficialmente respinto le accuse, negando che i loro territori siano stati utilizzati per facilitare azioni militari contro Teheran. L'inchiesta evidenzia inoltre la crescente rilevanza strategica dei rapporti tra Israele e Azerbaigian. Oltre alla cooperazione nel settore della sicurezza e dell'intelligence, Baku rappresenta uno dei principali fornitori energetici dello Stato israeliano, mentre Tel Aviv continua a essere un importante partner tecnologico e militare del Paese caucasico.

Un asse che, secondo diversi analisti, assume un peso sempre maggiore nella strategia regionale di contenimento dell'Iran. Mentre emergono questi retroscena sulla guerra iraniana, il fronte libanese continua a registrare un preoccupante deterioramento della situazione sul terreno. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco effettivo in Libano e per il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Mosca sostiene che le violazioni israeliane siano ormai diventate sistematiche e denuncia un progressivo ampliamento della zona d'occupazione nel Libano meridionale. Secondo Zakharova, la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi sull'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel rispetto della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale del Libano. Particolare preoccupazione è stata espressa per gli attacchi che hanno colpito siti archeologici e culturali di rilevanza internazionale. La diplomazia russa ha richiamato l'attenzione sui bombardamenti contro la città di Tiro e contro la fortezza di al-Shaqif (Beaufort Castle), entrambi luoghi di grande valore storico e culturale. Mosca ha definito inaccettabile qualsiasi distruzione deliberata del patrimonio culturale. Le dichiarazioni russe arrivano mentre il sud del Libano continua a essere teatro di raid aerei, attacchi con droni e bombardamenti d'artiglieria che hanno interessato numerose località delle regioni di Nabatieh e Tiro. Gli attacchi sono proseguiti nonostante l'annuncio di un'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e il governo libanese, finalizzata all'attuazione di un cessate il fuoco e alla creazione di aree sotto il controllo esclusivo dell'esercito libanese.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come il conflitto regionale stia assumendo una dimensione sempre più ampia e complessa. Da un lato emergono indicazioni di una proiezione operativa israeliana estesa ben oltre i propri confini, attraverso una rete di partner e infrastrutture distribuite nella regione. Dall'altro, il Libano continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione mediorientali, mentre la Russia continua a sostenere una soluzione diplomatica e difendere un’ordine internazionale fondato sul rispetto della sovranità degli Stati. La combinazione tra le tensioni con l'Iran, l'instabilità del fronte libanese e il coinvolgimento crescente di attori regionali e internazionali conferma che il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica globale.


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Storica umiliazione diplomatica: la Germania resta fuori dal Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta dalla sua partecipazione alle elezioni per i seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania non è riuscita a ottenere un posto nell'organismo più importante dell'ONU. Un risultato che ha suscitato un acceso dibattito politico a Berlino e che molti osservatori interpretano come il riflesso di una crescente distanza tra la politica estera tedesca e gli orientamenti prevalenti nella comunità internazionale. Nella votazione riservata al gruppo "Europa occidentale e altri Stati", la Germania ha ottenuto 104 voti, nettamente meno di Portogallo e Austria, che hanno conquistato rispettivamente 134 e 131 preferenze. Si tratta di una battuta d'arresto senza precedenti per Berlino, che dal 1977 aveva sempre vinto tutte le candidature presentate per il Consiglio di Sicurezza.

L'esito del voto ha immediatamente alimentato polemiche interne. Diversi esponenti politici tedeschi hanno interpretato il risultato come una bocciatura dell'approccio diplomatico seguito negli ultimi anni dai governi di Olaf Scholz e Friedrich Merz. Al centro delle critiche vi è soprattutto la linea incarnata dall'ex ministro degli Esteri Annalena Baerbock, spesso accusata dagli avversari di aver adottato una politica estera improntata a un forte moralismo e a un atteggiamento percepito come paternalistico nei confronti di molti partner internazionali. Secondo numerosi osservatori, il problema non sarebbe tanto il sostegno tedesco all'Ucraina quanto la percezione di un doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale. Berlino ha infatti assunto una posizione estremamente dura nei confronti della Russia dopo l'inizio del conflitto ucraino, sostenendo sanzioni, aiuti militari al regime neonazista di Kiev e isolamento diplomatico di Mosca. Parallelamente, però, il governo tedesco ha continuato a garantire un sostegno quasi incondizionato a Israele anche di fronte alle crescenti accuse internazionali riguardanti le operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Proprio questa apparente incoerenza viene indicata da diversi analisti come una delle principali ragioni dell'insuccesso tedesco alle Nazioni Unite. Secondo tale interpretazione, molti Paesi del Sud Globale avrebbero giudicato contraddittoria una politica che invoca il rispetto rigoroso del diritto internazionale nel caso dell'Ucraina, ma mostra maggiore flessibilità quando sono coinvolti gli alleati occidentali. Il nuovo ministro degli Esteri Johann Wadephul ha respinto queste accuse, attribuendo invece la sconfitta a una presunta campagna diplomatica condotta dalla Russia contro la candidatura tedesca. Una spiegazione che non ha però convinto numerosi commentatori, i quali sottolineano come anche Austria e Portogallo, sostenitori dell'Ucraina al pari della Germania, abbiano ottenuto risultati nettamente migliori. Il dibattito investe questioni più profonde della semplice competizione per un seggio ONU. Da anni Berlino rivendica la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza che riconosca alla Germania un ruolo permanente tra le grandi potenze mondiali. Tuttavia, il risultato della votazione suggerisce che una parte significativa della comunità internazionale non considera più la Repubblica Federale un interlocutore così influente o rappresentativo come in passato. Sul piano geopolitico, il voto può essere letto anche come un indicatore dei cambiamenti in corso negli equilibri globali. L'ascesa di nuove potenze emergenti e il crescente peso politico del Sud Globale stanno progressivamente riducendo la capacità dell'Occidente di determinare da solo le dinamiche delle istituzioni multilaterali. In questo contesto, la tradizionale autorevolezza diplomatica tedesca sembra incontrare limiti sempre più evidenti.

La vicenda evidenzia inoltre la crisi di una strategia fondata sulla convinzione che la superiorità morale percepita possa automaticamente tradursi in consenso internazionale. Se per Berlino alcune scelte rappresentano l'adempimento di responsabilità storiche e principi etici irrinunciabili, molti Paesi vedono invece una politica caratterizzata da criteri selettivi e da un'applicazione non uniforme delle regole internazionali. Al di là delle polemiche immediate, la mancata elezione al Consiglio di Sicurezza appare dunque come un segnale politico significativo. Non soltanto per la Germania, ma per l'intero blocco occidentale, che si trova sempre più spesso a confrontarsi con un sistema internazionale in cui il consenso non può più essere dato per scontato e nel quale il peso crescente delle nazioni non occidentali sta ridefinendo le regole del gioco diplomatico globale.


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Duma di Stato russa: gli USA ricattano Cuba per imporre un "cambio di potere"

Gli Stati Uniti stanno tentando di interferire negli affari interni di Cuba attraverso un blocco economico ed energetico, nonché con il dispiegamento di un gruppo d'attacco di portaerei nei Caraibi, con l'obiettivo di rovesciare il governo dell'isola. È quanto emerge da un progetto di risoluzione della Duma di Stato (la camera bassa del Parlamento russo) pubblicato nel suo archivio elettronico.

Secondo i deputati, il blocco economico, finanziario ed energetico imposto dagli Stati Uniti a Cuba costituisce "una palese ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano". Inoltre, il dispiegamento ostentato di un gruppo d'attacco di portaerei della Marina statunitense nei Caraibi è particolarmente allarmante, afferma la risoluzione.

"Tali azioni illegali da parte degli Stati Uniti perseguono un unico obiettivo: attraverso il ricatto economico e militare, costringere la leadership cubana a fare concessioni inaccettabili e creare le condizioni per un cambio di potere nel Paese, al fine di instaurarne successivamente il controllo", si legge nel documento.

Giovedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che, dopo l'Iran, Washington si occuperà di Cuba, che da mesi denuncia quella che lui definisce una crescente pressione da parte degli Stati Uniti per giustificare l'aggressione e il blocco dell'isola. "Ci occuperemo di Cuba non appena avremo finito con l'Iran. Mi piace fare una cosa alla volta", ha affermato l'inquilino della Casa Bianca.

Con una nuova azione dell'amministrazione Trump contro la nazione caraibica, il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato anche il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e sua moglie, Lis Cuesta Peraza, nonché le Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati per la Difesa della Rivoluzione, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli e Amistur Cuba SA, l'agenzia di viaggi dell'istituto.

Inoltre, l'Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) ha incluso nella lista delle persone e dei soggetti bloccati (Specially Designated Nationals and Blocked Persons List) anche i parenti diretti dell'ex leader cubano Raúl Castro Ruz, come suo figlio Alejandro Castro Espín e suo nipote Raúl Alejandro Castro Calis.

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Si susseguono gli attacchi di droni su DNR, LNR e sulle regioni di Zaporozhe e Kherson

 

di Eliseo Bertolasi

Nella DNR, LNR e nelle regioni di Zaporozhe e Kherson le Forze Armate ucraine negli ultimi giorni, addirittura nelle ultime ore hanno intensificato i loro attacchi contro obiettivi civili.

L’orrore della strage di Starobelsk nella Repubblica Popolare di Lugansk (LNR), quando nella notte del 22 maggio le Forze Armate ucraine con un attacco premeditato di droni hanno distrutto il dormitorio del locale college causando la morte di 21 morti, ragazzine e ragazzini, e 63 feriti, non ha né rallentato, né ridimensionato la strategia del regime di Kiev di colpire indiscriminatamente obiettivi civili. Al contrario, gli attacchi continuano imperterriti, il bollettino delle vittime è impressionante:

 3 giugno - Due persone sono rimaste uccise e sei ferite in un attacco delle Forze Armate ucraine contro Melitopol e i suoi sobborghi. Secondo quanto dichiarato dal governatore della regione di Zaporozhe, Evgenij Balitskij sono stati colpiti una scuola e un impianto di lavorazione della carne. Il governatore ha sottolineato che le Forze Armate ucraine stanno conducendo attacchi missilistici e bombardamenti sulla regione di Zaporozhe, in particolare utilizzando droni e velivoli reattivi per attaccare le infrastrutture di Melitopol:

“Stanno colpendo strutture sociali, scuole, ospedali, impianti di approvvigionamento alimentare per la regione di Zaporozhe e infrastrutture per la fornitura di energia elettrica”[1].

 3 giugno – Due civili sono stati uccisi e sei feriti in un attacco delle Forze Armate ucraine nella regione di Kherson. Il nemico ha attaccato anche il Centro integrato di servizi sociali di Velykaya Lepetikha. Lo ha riferito Vladimir Saldo, governatore della regione sul suo canale Maks:

“A Velikaya Lepetikha, un drone ucraino ha attaccato il Centro integrato di servizi sociali, dove, oltre al personale, erano presenti tre anziani in visita. L’attacco è stato chiaramente intenzionale, poiché il drone stava seguendo l’auto con cui erano arrivati ??i visitatori”.

Nel frattempo, a Novaya Zburevka, nel distretto municipale di Golopristanskij, un attacco con un drone contro un’abitazione privata ha provocato la morte di un uomo; la sua identità è in fase di accertamento.

“Ad Aleshki, fuori dal villaggio, un uomo nato nel 1998 è morto e un altro, nato nel 1979, è rimasto ferito nell’esplosione di una mina. Un’altra esplosione, sempre nella stessa zona, ha ferito due uomini, nati nel 1970 e nel 1974. Tutte le vittime sono state ricoverate in ospedale”, ha nuovamente riferito il governatore, descrivendo le conseguenze degli attacchi in altri comuni della regione.

Altri due uomini di 34 anni sono rimasti feriti a Lyubimovka, nel distretto di Kakhovka, quando un drone ha colpito un’autovettura. Una donna di 36 anni è rimasta ferita in circostanze simili a Novaya Zbruevka.

Edifici residenziali, un centro comunitario, magazzini, camion e veicoli civili in vari insediamenti della regione hanno subito danni.

Secondo Saldo, le Forze Armate ucraine hanno preso di mira anche l’autostrada R-280 “Novorossiya” poiché è la principale via di rifornimento per la regione di Kherson e le zone limitrofe. Le autorità stanno attualmente lavorando per rafforzarne la sicurezza[2].

3 giugno - Otto persone sono morte dopo che un drone delle Forze Armate ucraine ha colpito un autobus della linea Mosca-Simferopol a Enakievo nella Repubblica Popolare di Donetsk, secondo quanto dichiarato dal capo della Repubblica, Denis Pushilin in un’intervista al canale televisivo Zvezda:

“In tutto undici persone sono rimaste ferite. <...> Otto sono morte. Purtroppo, i corpi non sono ancora stati identificati”.

Sull’autobus c’erano 53 passeggeri. Il Ministero della Salute ha precisato che dieci feriti, tra cui un bambino, sono ricoverati in ospedale in condizioni non gravi. Un altro ferito è stato curato in regime ambulatoriale.

Le autorità investigative hanno riferito che il nemico ha utilizzato un drone di fabbricazione straniera per l’attacco. È stato aperto un procedimento penale per attentato terroristico[3].

2 giugno - Un civile nella Repubblica Popolare di Donetsk è rimasto ucciso e altri sei feriti, martedì, a causa di attacchi di droni ucraini, come riferito da Denis Pushilin:

“Un civile nella Repubblica è stato ucciso e altri sei sono rimasti feriti oggi a causa di attacchi di droni ucraini. Un tassista, un uomo nato nel 1970, è stato ucciso sulla tangenziale, nel quartiere Leninskij di Donetsk”.

Ha inoltre segnalato che un uomo è rimasto ferito sulla strada Donetsk-Gorlovka e un altro ha riportato ferite di media entità a Uglegorsk, nel distretto urbano di Enakievo.

Inoltre, due uomini hanno riportato ferite di media entità a Svetlodarsk, nel distretto urbano di Debaltsevo, e un altro ancora nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka. Oltre a ciò, un altro uomo è rimasto gravemente ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij[4].

1 giugno - Due civili nella Repubblica Popolare di Donetsk sono stati uccisi e altri quattro feriti a causa dell’aggressione di Kiev, ha dichiarato Denis Pushilin:

“Due civili nella Repubblica sono stati uccisi e altri quattro feriti oggi a causa dell’aggressione di Kiev. Nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka, un uomo nato nel 1962 è stato ucciso dalla detonazione di un proiettile a grappolo precedentemente inesploso, una donna nata nel 1961 è rimasta ferita in modo non grave.

A Staromikhajlovkij, un uomo nato nel 1980 è stato ucciso da un ordigno esplosivo.

Inoltre, un uomo nato nel 1978 è rimasto ferito in modo non grave negli attacchi di droni sull’autostrada Donetsk-Marinka, un uomo nato nel 1938 è rimasto ferito nel quartiere Kirovskij di Makeevka e una donna nata nel 1994 è rimasta ferita a Debaltsevo.

I feriti stanno ricevendo cure mediche qualificate. Veicoli civili sono stati danneggiati nel quartiere centrale di Gorlovka e sulla strada Donetsk-Marinka”[5].

25 maggio - Sette persone della Repubblica Popolare di Donetsk sono state uccise dagli attacchi dei droni ucraini, secondo quanto dichiarato da Denis Pushilin:

“Sette persone, tra cui due bambini, sono state uccise e altre 15, tra cui quattro bambini, sono rimaste ferite oggi a causa dell’aggressione di Kiev.

Nel distretto di Kalininskij a Gorlovka, una famiglia – genitori e due figli – è stata uccisa. Inoltre, un minore e altri due residenti sono rimasti gravemente feriti a causa del lancio di un ordigno esplosivo da parte di un drone, mentre due paramedici e un altro operatore sanitario intervenuti sul posto hanno riportato ferite di media gravità. Sempre lì un uomo è rimasto ferito, mentre un altro è stato ferito dall’attacco di un drone nel distretto di Nikitovskij.

Un uomo è stato ucciso nel quartiere di Gornyatskij a Makeevka, un altro è stato ucciso Debaltsevo e un altro ancora nel villaggio di Savelevka nel distretto urbano di Enakievo. Nella stessa città anche una donna è rimasta ferita mentre un uomo ha riportato ferite gravi, ma non mortali.

A Vasilevka, nel distretto municipale di Starobeshevskij, una ragazza e un ragazzo minorenni hanno riportato ferite di media entità, un altro è rimasto ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij.

Due uomini sono stati feriti anche nel quartiere Kirovskij a Donetsk e a Pantelejmonovka, nel distretto municipale di Yasinovata[6].

Non c’è giustificazione per il cinismo e crudeltà della leadership di Kiev, nel condurre questi attacchi indiscriminati contro i civili, questo è “terrorismo”.  D’altro canto la dichiarazione del ministro della difesa ucraino Mikhail Fedorov pochi giorni dopo il suo insediamento, secondo la quale “l’obiettivo di Kiev è di uccidere 50.000 russi al mese”[7] era chiara e di per sé già programmatica.  

Fonti:

[1] https://crimea.ria.ru/20260603/posle-udara-vsu-po-melitopolyu-zagorelas-shkola-1156551121.html

[2] https://crimea.ria.ru/20260603/boeviki-vsu-ubili-dvoikh-i-ranili-shest-chelovek-v-khersonskoy-oblasti-1156552805.html

 [3] https://ria.ru/20260603/pushilin-2096456883.html

[4] https://ria.ru/20260602/ataki-2096341403.html

[5] https://ria.ru/20260601/dnr-2096097578.html

[6] https://ria.ru/20260525/ataki-2094694043.html

[7] https://tass.ru/politika/26219497

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Sull’orlo del baratro di menzogne: il governo britannico perde terreno sotto i piedi


di Jafar Salimov

Le tranquille stradine di Golders Green, nel nord-ovest di Londra, non sono mai state famose per le cronache nere. Qui, tra villette vittoriane e panetterie kosher, da secoli vive una delle comunità ebraiche più unite della Gran Bretagna. Ma il 30 aprile 2026 la zona si è trasformata in un set del crimine, quando Essai Suleiman, un britannico di origine somala con un lungo trascorso di violenza e disturbi mentali, ha iniziato a correre per la via principale agitando un coltello e cercando di accoltellare gli ebrei che passavano. Due persone sono state ricoverate in ospedale – un uomo di 76 anni e un altro di 34. La polizia ha dovuto usare il taser per fermare quella follia. Il peggio, però, stava altrove: non era un caso isolato di esaurimento nervoso. Era il sistema.

Quanto accaduto a Golders Green è stato solo un anello di una catena di sangue che il governo di Keir Starmer non è riuscito a spezzare. Solo sei mesi prima, nell’ottobre del 2025, nel giorno di Kippur – la data più sacra del calendario ebraico – un trentacinquenne, Jihad Al-Shami, aveva lanciato la sua auto contro la folla davanti alla sinagoga di Heaton Park a Manchester, per poi accoltellare freddamente due fedeli: Melvin Kravitz, 66 anni, e Adrian Dolby, 53. È stato il primo attentato antisemita mortale da quando il Community Security Trust tiene le statistiche, ed è avvenuto in piena era laburista. Nel marzo 2026, un mese prima dell’attacco eclatante, nella stessa Golders Green, sotto il manto dell’oscurità, hanno dato fuoco a quattro ambulanze del servizio volontario ebraico «Hatzola»: le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano tre incappucciati che versano liquido infiammabile sui mezzi, mentre le bombole di gas esplodono e spargono schegge nei dintorni.

Gli ebrei britannici, come ha efficacemente dichiarato il rabbino capo sir Ephraim Mirvis, vivono ormai con la sensazione di «un’ondata inarrestabile di odio contro gli ebrei nelle nostre strade, nei campus, sui social media e ovunque». Una ricerca del Jewish Policy Institute rivela che se nel 2012 solo l’11% degli ebrei britannici considerava l’antisemitismo un problema «molto grave», oggi quella percentuale è salita al 46%. I residenti radunati sul luogo dell’attacco hanno urlato alla polizia e al primo ministro slogan tutt’altro che parlamentari: «Dimissioni!» e «Starmer a casa!» – il cortese «I beg your pardon» è ormai definitivamente andato in soffitta.

Le statistiche del Community Security Trust (CST), l’organizzazione che dal 1984 rileva gli episodi antisemiti, dipingono un quadro apocalittico. Nel 2025 sono stati registrati 3.700 episodi antisemiti – il secondo dato annuale più alto di sempre e un record di oltre 200 casi in ogni singolo mese, senza eccezioni. Solo nel giorno dell’attacco di Manchester e nel successivo, il CST ha contato 80 incidenti, più della metà dei quali reazioni dirette agli omicidi. Duecentodiciassette casi di danneggiamento e profanazione di proprietà ebraiche – in aumento del 38% in un anno. Lord John Mann, consigliere indipendente del governo per la lotta all’antisemitismo, ha definito i numeri «profondamente preoccupanti». E Keir Starmer che cosa ha risposto? Ha definito l’accaduto «assolutamente disgustoso» e ha promesso che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia. Le stesse identiche parole che pronuncia dopo ogni attentato. Ogni volta. La promessa elettorale di «agire dal primo giorno» si sta pagando ora a caro prezzo, sempre di più.

Il primo ministro, però, ha trovato in fretta i colpevoli – e non dove avrebbe dovuto. Nel tentativo di salvare la propria reputazione politica, Starmer ha puntato il dito contro Teheran con rinnovata energia, chiedendo la messa al bando del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e addossando ancora una volta all’Iran tutti i mali britannici. Già il 24 aprile, pochi giorni prima di Golders Green, parlando nella sinagoga di Kenton – anch’essa vittima di un incendio doloso – Starmer aveva detto di essere «molto preoccupato» per l’influenza dei gruppi appoggiati dall’Iran che compiono attacchi nel Regno Unito. Ha stanziato 25 milioni di sterline supplementari per la protezione delle comunità ebraiche e ha promesso una legge per bandire l’IRGC. Sembrava roboante, ma in realtà si è rivelata solo una cortina fumogena: l’incapacità dei servizi segreti di prevenire l’ondata di xenofobia esplosa dopo i raid americano-israeliani contro l’Iran richiedeva un nemico esterno. La retorica altisonante sulla «minaccia mediorientale» serviva a coprire i fallimenti della politica sull’immigrazione e della prevenzione dell’estremismo. Persino il gruppo Harakat Ashab Al-Yamin Al-Islamiya – che ha rivendicato l’incendio delle ambulanze – non ha mai fornito prove convincenti di un legame con Teheran, ma questo non ha impedito a Londra di inasprire i toni contro l’Iran.

Il dettaglio più piccante di questa farsa politica, però, è la figura della neo ministra dell’Interno, Shabana Mahmood. Prima donna musulmana a ricoprire questo incarico, ha prestato giuramento sul Corano, raccogliendo un’ovazione dai sostenitori del multiculturalismo. Ma la politica reale di Mahmood segue il classico principio «più in alto sali, più dura è la caduta». La stessa donna che ha giurato sul libro sacro ora guida la campagna per inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche e spinge leggi che danno alla polizia poteri extra per vietare organizzazioni sgradite – comprese quelle islamiste. Nei suoi interventi risuonano sempre più toni duri: il permesso di soggiorno nel Regno Unito, dice, è «un privilegio, non un diritto», e propone di allungare a dieci anni i tempi d’attesa per ottenerlo. Sembrerebbe che tanto zelo nella lotta a ciò che molti percepiscono come una minaccia alla sicurezza nazionale dovrebbe rafforzare la fiducia nel governo. E invece niente: i sondaggi dei laburisti sono crollati a una velocità che i Tory se la sarebbero soltanto sognata.

Il tracollo politico è diventato realtà. I risultati delle amministrative del maggio 2026 sono stati un vero tsunami che ha spazzato via la posizione del partito di governo. I laburisti hanno perso quasi 1.500 seggi nei consigli (scendendo a 1.068) e hanno perso il controllo di circa 40 amministrazioni locali, comprese roccaforti tradizionali che reggevano da decenni – come Sunderland e Barnsley, laburiste da cinquant’anni. Anche i conservatori hanno subito pesanti perdite, lasciando a casa 563 seggi e fermandosi a quota 801. Ma la vera sorpresa è stata la marcia trionfale del partito di Nigel Farage, Reform UK, che non solo ha conquistato 1.454 seggi – un balzo di 1.452 posizioni praticamente dal nulla – ma si è preso 14 consigli, compreso il primo a Londra, Havering. Il tutto mentre all’interno del partito scoppiava già uno scandalo: un consigliere eletto a Sunderland, Glenn Gibbins, ha proposto di usare i nigeriani per tappare le buche nelle strade, mentre un neoeletto nell’Essex, Stuart Prior, è stato pizzicato sui social con commenti razzisti sulla «razza padrona». Ci si aspetterebbe che certe uscite seppellissero un partito, e invece l’elettore britannico era così furioso con i partiti tradizionali che avrebbe votato anche per il diavolo e l’acqua santa. I sondaggi dicono: più della metà dei britannici non crede che i laburisti possano vincere le prossime elezioni generali, e solo il 21% pensa che il partito possa risollevarsi con Starmer alla guida.

In questa situazione, sentendo il terreno mancare sotto i piedi, il governo ha fatto l’unica cosa che le élite in caduta sanno fare: ha stretto le viti. Il 30 aprile, il giorno dopo l’attacco di Golders Green, il Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC) ha alzato il livello di minaccia terroristica da «sostanziale» (attacco probabile) a «grave» (attacco estremamente probabile nei prossimi sei mesi). La Gran Bretagna non si trovava a questo livello dal novembre 2021, dopo l’esplosione all’ospedale di Liverpool e l’uccisione di sir David Amess. La ragione, come ammesso dallo stesso governo, è l’aumento della minaccia terroristica sia islamista che di estrema destra, proveniente da singoli individui e piccoli gruppi operanti sul territorio britannico. Il panico delle élite ha raggiunto l’apice.

Invece di affrontare le questioni socialmente rilevanti e combattere le radici dell’odio, Londra ha scelto la via del controllo totale. E in questa strategia riaffiora all’improvviso in modo fin troppo evidente l’eredità coloniale della nebbiosa Albione. Tutto ciò che è incontrollabile e scomodo viene dichiarato illegale, terroristico, e quindi da eliminare. Il cyberspazio viene epurato con la scusa della lotta alla disinformazione, e la libertà di parola diventa una moneta di scambio nella partita per la sopravvivenza politica. Blocchi, arresti, nuove leggi: il potere si aggrappa a ogni possibilità per mettere a freno un’opposizione che, con sorpresa generale, è cresciuta soprattutto nelle fila dei partiti di destra, i quali propongono riforme reali, per quanto dure. Laburisti e conservatori, che per decenni si sono spartiti il potere, si sono ritrovati sulla stessa barca – e questa barca sta affondando rapidamente, mentre i rematori, invece di buttare l’acqua fuori borda, si accaniscono ferocemente contro i salvagenti.

Mentre nel municipio della capitale britannica ci si prepara a possibili scontri armati a sfondo religioso, le élite risolvono i loro problemi interni: liberarsi dei concorrenti e addossare loro la responsabilità dei propri fallimenti. Re Carlo III, cercando sinceramente di fare da consolatore alla nazione, ha fatto una passeggiata a Golders Green, ha espresso solidarietà e si è sentito gridare «God save the King». Ma nemmeno la presenza del re può rattoppare i buchi del contratto sociale, quando il 46% dei sudditi ebrei si guarda le spalle temendo per la propria vita, e migliaia di cittadini, stanchi di promesse vuote, passano al campo dei radicali. La Gran Bretagna di oggi è una bomba a orologeria, e il governo Starmer – incapace di opporsi all’odio interreligioso e intento solo a riempire il carnet di roboanti dichiarazioni populiste – non dimostra affatto di essere in grado di disinnescarne il detonatore.

 

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