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‼️🇺🇸 Usa, desecretati e pubblicati documenti sui biolaboratori statunitensi in Ucraina

 

Oggi, sul sito del Direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti Tulsi Gabbard, è stato pubblicato un comunicato in cui viene riportato che dopo mesi di ricerche tra i documenti e gli archivi, sono emerse nuove prove di finanziamenti da parte del governo degli Stati Uniti, e quindi con i soldi dei contribuenti, di oltre 120 biolaboratori in più di 30 paesi. Tra questi laboratori figurano anche quelli in Ucraina, che potrebbero essere a rischio a causa della guerra in corso.

La Gabbard, che lascerà l’incarico alla fine del mese, ha pubblicato una serie di documenti declassificati riguardanti le attività di questi laboratori.

“Molti di questi biolaboratori finanziati dal governo statunitense hanno condotto ricerche su agenti patogeni pericolosi e altamente infettivi, in alcuni casi anche ricerche di potenziamento genetico, praticamente senza alcun controllo o supervisione”, ha dichiarato nel comunicato.

“Nonostante il chiaro potenziale di catastrofiche conseguenze globali che la ricerca su agenti patogeni pericolosi potrebbe avere, politici e cosiddetti professionisti della salute come il dottor Fauci, nonché elementi all’interno del team per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, hanno mentito al popolo americano sull’esistenza di laboratori biologici finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti e hanno minacciato coloro che cercavano di svelare la verità. L’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale continuerà a collaborare strettamente con i partner in tutto il governo per identificare l’ubicazione di questi laboratori, gli agenti patogeni che ospitano e per porre fine alla pericolosa ricerca sul potenziamento genetico che minaccia la salute e il benessere del popolo americano e delle persone in tutto il mondo”, riporta il comunicato.

I documenti pubblicati menzionano l’esistenza di questi laboratori a Kharkov, Dnipro, Leopoli, Vinnytsia e Chernigov, dove sono state condotte ricerche su malattie come ebola, febbre suina e peste.

Per anni i media mainstream hanno considerato la questione dei biolaboratori americani in Ucraina come un’invenzione propagandistica creata dalla Russia.

Link del comunicato: https://www.dni.gov/index.php/newsroom/press-releases/press-releases-2026/4163-pr-10-26

https://t.me/vn_rangeloni (https://t.me/vn_rangeloni/2508)

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L’Amministratore delegato di Rheinmetall mette in guardia sul rischio di fallimento del progetto franco-tedesco del carro armato MGCS.

In seguito alla cancellazione del progetto congiunto per il caccia FCAS, l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, intravede rischi anche per il progetto franco-tedesco del carro armato MGCS. Le incertezze relative al budget potrebbero ritardare ulteriormente il progetto.

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Un carro armato Leopard 2. (Immagine d’archivio)

Foto: Sven Hoppe/dpa

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Tempo di lettura 3 minuti.

L’amministratore delegato di Rheinmetall, la più grande azienda tedesca nel settore degli armamenti, Armin Papperger, non esclude la possibilità che anche la Francia si ritiri dal progetto del carro armato MGCS dopo la cancellazione del progetto franco-tedesco del caccia FCAS.
“Il pericolo è sempre presente, ma non è stato ancora deciso nulla”, ha dichiarato Papperger al quotidiano Welt am Sonntag.

Papperger mette in guardia contro i tagli

La Francia sta già pianificando di tagliare drasticamente il budget per il progetto MGCS. Si parla di una cifra “inferiore alla metà” rispetto ai piani precedenti. “Non abbiamo ancora preso alcuna decisione sul budget definitivo”, ha affermato Papperger.
La conseguenza di una riduzione del budget sarebbe quindi un taglio ai componenti basati sulle prestazioni e, di conseguenza, ulteriori ritardi al progetto. “Se si hanno meno soldi a disposizione, non si può andare più veloci, e noi siamo già molto lenti”, ha affermato l’amministratore delegato di Rheinmetall.
Finora, le quattro aziende partecipanti hanno ricevuto solo 25 milioni di euro nell’ambito del programma, attivo da quasi dieci anni. “Si tratta, ovviamente, di una somma irrisoria”, ha commentato Papperger.

aereo da combattimento e carro armato

I due progetti di difesa, FCAS e MGCS, sono stati avviati praticamente in contemporanea nel 2017. All’epoca, il presidente francese Emmanuel Macron e l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel (CDU) annunciarono i progetti.
Mentre l’FCAS, come elemento centrale, mirava a sviluppare un aereo da combattimento di sesta generazione successore dell’Eurofighter e del Rafale francese, l’MGCS (Main Ground Combat System) si concentra sullo sviluppo di un sistema di combattimento terrestre e sullo sviluppo congiunto di un carro armato successore del Leopard 2 tedesco e del Leclerc francese.
Come soluzione provvisoria, le aziende tedesche coinvolte – Rheinmetall e KNDS Germany – hanno avviato lo sviluppo di un carro armato Leopard 3 poco più di un anno fa. I primi veicoli dovrebbero entrare in servizio all’inizio degli anni 2030, mentre la piena operatività del carro armato MGCS non è prevista prima degli anni 2040.
“Sono tempi folli”, ha detto Papperger nell’intervista. “Non posso dire oggi se ci sarà ancora un MGCS.”

Critica del pensiero nazionalista eccessivo

L’amministratore delegato di Rheinmetall ravvisa anche notevoli ostacoli al consolidamento del mercato europeo degli armamenti. Il fallimento del caccia FCAS è stato probabilmente dovuto a una combinazione di disaccordi tra governo e industria.
Esiste ancora una mentalità fortemente nazionalista, incentrata sulla tutela degli interessi nazionali. “Se vogliamo raggiungere un consolidamento in Europa, avremmo naturalmente bisogno di un qualche tipo di sostegno politico. Ma al momento non vediamo che ciò accada”, ha affermato Papperger.
Il consolidamento deve avvenire attraverso le aziende. “Solo talvolta viene ostacolato dai governi, soprattutto quando sono coinvolte imprese statali”, ha affermato Papperger, aggiungendo a mo’ di spiegazione: “I governi vogliono mantenere la propria influenza sulle imprese statali e, naturalmente, non vogliono il consolidamento”. (afp/red)
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Sempre più grave ed esplicito l’appoggio militare dell’Italia all’Ucraina

 

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Vitis Vera, il Blog di Matteo D’Amico


Sempre più grave ed esplicito l’appoggio dell’Italia all’Ucraina

L’industria militare italiana sta integrandosi sempre più strettamente con quella ucraina, con tutte le conseguenze del caso

giu 12

LEGGI NELL’APP

ARIETE C2 AMV-X: L'EVOLUZIONE DELL'ACCIAIO Il futuro della difesa terrestre  prende forma in un connubio senza precedenti tra l'ingegneria italiana e  l'innovazione d'avanguardia. L'Ariete C2 AMV-X non è solo un aggiornamento,  ma

Carro armato italiano Ariete C2

(Vitis Vera, blog di M. D’Amico) Come tutti sanno da sempre il governo Meloni ha scelto di schierarsi totalmente al fianco degli Stati Uniti a favore dell’Ucraina e contro la Russia nella guerra scatenata dalla N.A.T.O. contro la federazione Russa appoggiando le provocazioni e i crimini ucraini nel Dombass e, prima ancora, organizzando il colpo di stato di Maidan contro il governo ucraino legittimo, considerato troppo filo-russo. La scelta della Meloni è stata probabilmente una scelta obbligata, il prezzo da pagare per avere il sicuro appoggio dell’Ambasciata americana a Roma, il vero centro di controllo e coordinamento della politica italiana dal 1945 in poi. Questa scelta dell’Italia è sbagliata, antistorica e pericolosa. E’ sbagliata perché ha impedito all’Italia di giocare ben altro ruolo politico e diplomatico se si fosse mantenuta neutrale , evitando di sanzionare la Russia e offrendo una sponda di ragionevolezza in Europa alla diplomazia russa. Roma poteva diventare il luogo principe delle trattative di pace e mantenere fruttuosi rapporti economici con la Russia, nostro fondamentale partner storico. La guerra era l’occasione per smarcarsi dall’ombrello americano e NATO e anche per incrinare il mostruoso e tirannico controllo di Bruxelles sugli stati europei. Occorreva lungimiranza e coraggio, capire che la guerra in Ucraina in un modo o nell’altro era il detonatore di un’esplosione che avrebbe mandato in frantumi la totalitaria e soffocante egemonia americana e aperto a un mondo diverso. L’Italia sta morendo (economicamente, demograficamente, culturalmente e moralmente) e solo sganciandosi, almeno in parte, dal controllo dei poteri forti anglosionisti poteva sperare di iniziare un cammino di rinascita. Occorreva saper rischiare e combattere e unire a sé quella vasta parte di popolazione attiva che , magari oscuramente o implicitamente, sa che il paese è sempre più una landa deserta e non protetta esposta alle scorrerie della grande finanza predatoria, nemica della famiglia, della vita e della famiglia. certo occorreva avere al potere un vero patriota, ciò che la Meloni non è, avendo scelto il potere e non la verità. La scelta anti-russa è anche anti-storica perché risale ai primi anni del governo di Mussolini il riconoscimento dell’Unione Sovietica e lo stabilirsi di proficui scambi economici; allo stesso modo va notato che, nonostante l’infelice e assurda campagna di Russia italiana durante la Seconda Guerra mondiale, i buoni rapporti fra Russia e Italia si ristabilirono abbastanza presto, con notevoli scambi industriali e commerciali. L’appoggio all’Ucraina è un errore paragonabile all’appoggio alla Germania nazista durante l’operazione Barbarossa (di fatto è formalmente nazista anche l’ideologia ucraina ufficiale). La simpatia russa per l’Italia è sempre stata molto profonda e con lo scellerato appoggio all’Ucraina rischiamo di incrinarla.

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Infine la scelta, militarmente perdente, di appoggiare l’Ucraina è anche pericolosa perché rischia di impantanare l’Italietta in una nuova Operazione Barbarossa 2.0, con i nostri fantaccini lanciati per la seconda volta nelle fredde steppe orientali, verso una sicura sconfitta.

Uno studio informa con precisione del livello di impegno che, come stato, ci siamo ormai assunti a favore dell’esercito ucraino. Dubito che ciò possa continuare ancora a lungo senza pagare un prezzo molto alto.

 

(di Cyrano de Saint-Saëns, da Strategika.fr) L’Ucraina sta rapidamente diventando uno dei principali partner dell’industria della difesa italiana. I dati contenuti nell’ultimo rapporto governativo sulle
esportazioni di armi, presentato al Parlamento, rivelano una tendenza
impensabile fino a pochi anni fa: Kiev è ora il quarto maggiore
destinatario di licenze di esportazione militare italiane, con un valore complessivo
di circa 349 milioni di euro, superata solo da Kuwait, Germania e
Stati Uniti.
Questa cifra ha un significato che va ben oltre le mere considerazioni commerciali.
L’intensificarsi delle relazioni tra Roma e Kiev rappresenta uno dei
cambiamenti più significativi nell’architettura strategica europea emersa dopo l’inizio della
guerra russo-ucraina nel 2022. Se inizialmente il sostegno italiano all’Ucraina si
esprimeva principalmente attraverso l’assistenza militare e i programmi di aiuto economico,
ora il rapporto sembra evolversi verso una vera e propria integrazione industriale nel
settore della difesa.
La visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Roma e il suo incontro con
il presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno confermato questa nuova direzione. Al centro delle
discussioni non c’era solo la prosecuzione del sostegno militare, ma soprattutto la
prospettiva di una collaborazione tecnologica produttiva e a lungo termine. Particolare attenzione è stata
rivolta al cosiddetto “Drone Deal”, un quadro di cooperazione
promosso da Kiev per favorire la condivisione di competenze e l’attuazione di
programmi congiunti nel campo dei sistemi senza pilota.
L’interesse dell’Italia per questa iniziativa non è casuale. Dopo oltre tre anni di
intensa guerra, l’Ucraina è diventata uno dei laboratori più avanzati al mondo per lo
sviluppo e l’impiego di droni militari. Le forze armate ucraine hanno
acquisito una vasta esperienza operativa nell’uso di velivoli senza pilota per
la ricognizione, la guerra elettronica, gli attacchi a lungo raggio e il coordinamento tattico
sul campo di battaglia. Questa esperienza rappresenta ora un
patrimonio tecnologico che sta attirando l’interesse di molti paesi NATO.
La prospettiva di programmi di coproduzione tra aziende italiane e ucraine
potrebbe consentire a Roma di accedere a competenze acquisite direttamente
nel contesto di un conflitto moderno, caratterizzato da una crescente automazione.
operazioni militari. Allo stesso tempo, l’industria ucraina avrebbe l’opportunità di beneficiare della capacità produttiva italiana
, dell’accesso ai mercati internazionali e del know-how industriale . Il rapporto governativo non specifica nel dettaglio le tipologie di armamenti esportati, limitandosi a indicare categorie generali che includono missili, razzi, sistemi elettronici, software, veicoli terrestri e tecnologie di produzione . Tuttavia, l’ampiezza delle categorie autorizzate suggerisce una cooperazione.
Questo sviluppo, che coinvolge molteplici segmenti della catena di approvvigionamento militare e non si limita alla fornitura
di equipaggiamenti per le emergenze belliche, si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento della base industriale e tecnologica europea della difesa. Negli ultimi anni, l’ Unione Europea ha progressivamente incrementato i propri investimenti nel settore militare, promuovendo programmi congiunti di ricerca, sviluppo e produzione. In questo contesto, l’Ucraina è sempre più vista non solo come beneficiaria di aiuti, ma anche come potenziale attore integrato nella futura architettura industriale europea della difesa. Per l’Italia, questa strategia offre chiari vantaggi economici. Il settore della difesa nazionale è uno dei più avanzati del Paese, con una forte propensione all’export e una significativa capacità di innovazione. L’opportunità di partecipare alla ricostruzione e alla modernizzazione delle capacità militari ucraine potrebbe aprire nuove prospettive per le aziende italiane, sia sul mercato interno ucraino sia nell’ambito di programmi multinazionali sviluppati nell’area euro-atlantica . Tuttavia, anche le implicazioni politiche e geopolitiche sono significative. L’intensificarsi delle relazioni militari tra Roma e Kiev consolida ulteriormente la posizione dell’Italia all’interno della NATO e sul fronte occidentale a sostegno dell’Ucraina. Al contempo, contribuisce a una trasformazione strutturale del sistema di sicurezza europeo, in cui la produzione di equipaggiamento militare e l’innovazione tecnologica rivestono un ruolo sempre più centrale. L’Italia ha già stanziato circa 2,8 miliardi di euro in aiuti diretti all’Ucraina, oltre agli oltre 11 miliardi di euro erogati attraverso i programmi dell’Unione Europea . Queste cifre dimostrano come il sostegno a Kiev sia diventato una componente chiave della politica estera e di sicurezza europea. Forse l’aspetto più importante, tuttavia, riguarda il futuro. Qualora i progetti di coproduzione annunciati si concretizzassero, il rapporto tra Italia e Ucraina potrebbe trascendere la logica dell’aiuto temporaneo ed evolversi in una partnership industriale permanente. In questo caso, la guerra avrebbe prodotto non solo nuove alleanze politiche , ma anche una profonda ristrutturazione delle filiere produttive militari europee .

Fonte: https://strategika.fr/2026/06/12/lukraine-devient-un-client-strategique-de-lindustrie-de-larmement-italienne/

Data: 12 giugno 2026

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Anche le vite dei bianchi contano !

Non abbiamo dimenticato il caso di George Floyd, l’americano di colore ucciso nel 2020 da un poliziotto bianco.

L’episodio scatenò un’ondata di proteste in sessanta paesi, tra cui il nostro, contro il cosiddetto razzismo sistemico.

Innescò, altresì, il movimento internazionale Black Lives Matter, BLM, le vite dei neri contano, con la servile abitudine, in eventi pubblici, di inginocchiarsi a testa china in segno di lutto e indignazione.

Floyd, benché pluripregiudicato, non meritava quella fine, mentre la condotta della polizia dimostrò la violenza diffusa nella società americana, immersa nel micidiale cocktail di libertà competitiva, individualismo indifferente all’Altro, multiculturalismo tossico.

Nei giorni scorsi un episodio analogo, più grave nel merito e nelle modalità, è accaduto in Inghilterra, l’omicidio di un ragazzo diciottenne, Henry Nowak, per mano di un indiano sikh, con la sconcertante complicità della polizia.

Varie manifestazioni di collera hanno incendiato il Regno Unito, ma nessuna ondata di sdegno si leva da chi manipola l’opinione pubblica occidentale; nessuno si inginocchia per l’incolpevole Henry e le reazioni sono come sempre derubricate a razzismo.

La realtà, purtroppo, è più forte della mistificazione dominante e tende a ripetersi. Un trentenne scozzese è stato quasi decapitato da un africano, sedicente rifugiato. Il poveretto è in coma, ma l’episodio- documentato da drammatiche immagini- sta suscitando violenti disordini a Belfast, la città del fatto, nel resto d’Irlanda e in decine di località del Regno che si definisce Unito.

Sta diventando realtà la guerra etnica in Gran Bretagna, mentre segnali sempre più preoccupanti riguardano Francia e Belgio, sede della sedicente Unione Europea. Mezzo secolo fa un deputato inglese, Enoch Powell, pronunciò il famoso discorso “dei fiumi di sangue” che avrebbero inondato il Paese se fosse continuata l’ondata migratoria allora agli inizi. Dovette abbandonare la politica.

Ma al sangue stiamo arrivando e solo il popolo reagisce contro le oligarchie, schierate per l’invasione, apertamente nemiche degli europei.

Diciamolo una buona volta: anche le vite dei bianchi contano e non possiamo tollerare ciò che accade. Ne va della nostra sopravvivenza.

Agli europei importa, non ai loro nemici che stanno al governo, che controllano il sistema culturale, economico, finanziario, politico e religioso. Sono schierati contro di noi: prendiamone atto. Non è questione di destra e sinistra; la lotta è alto contro basso, gente comune contro élite.

Se il caso di Belfast desta orrore per la sua brutalità animale, quello del povero Nowak – di cui il Parlamento Europeo ha rifiutato di occuparsi – è la spia di una realtà insostenibile, non solo britannica.

Il ragazzo era appena stato accoltellato più volte quando la polizia intervenuta lo ha ammanettato dietro la schiena. Ha ripetuto nove volte di non riuscire più a respirare.

L’aggressore, un asiatico sikh, ha detto alla polizia di essere lui la vittima. Gli agenti gli hanno creduto: sono stati addestrati a credere al razzismo sistemico e a comportarsi di conseguenza.

Henry sarebbe forse ancora vivo se gli agenti che lo hanno arrestato non avessero agito con sprezzante, criminale, beffarda negligenza. Le mani dietro la schiena di un ragazzo con un polmone perforato dal coltello tradizionale dei sikh! Lo sventurato aveva la colpa di essere bianco.

Il suo non è un episodio isolato, bensì l’ennesima prova di uno schema sinistro che continua, nonostante l’aumento degli attacchi violenti da parte della popolazione immigrata.

Dilaga una disgustosa malafede: c’è che nega addirittura che il coltello sikh, il kirpan portato “per difendere i deboli, contrastare l’ingiustizia e simboleggiare il proprio impegno spirituale”, sia pericoloso.

Uno dei giornaloni del progressismo europeo, El País, ha titolato così: “L’estrema destra di Farage fomenta l’odio nel Regno Unito dopo che un giovane è stato accoltellato a morte da un uomo sikh”.

Ciò che l’aggressore e la polizia hanno fatto a Nowak non è una notizia; lo è l’indignazione popolare e la legittima reazione di un esponente politico. Non conta il fatto, ma la possibilità che fornisca argomenti alla famigerata estrema destra, peraltro estranea alla storia liberalconservatrice di Nigel Farage.

Suona familiare; è una reazione consueta, il riflesso pavloviano dei progressisti, nemici del popolo quando non si comporta secondo i loro dettami e insegnamenti. È la linea delle autorità politiche, dei media, della chiesa ufficiale, più preoccupate di gestire le conseguenze dei propri atti che di metterli in discussione.

Nel Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così per abitudine – tutto iniziò con il rapporto del 2014 sui fatti di Rotherham.

Per oltre un decennio millequattrocento minorenni bianche di famiglie povere sono state vittime di sfruttamento sessuale sistematico da parte di bande pakistane: ragazzine di tredici, quattordici anni, drogate, violentate e trasferite da una città all’altra per essere sfruttate. Alcune minacciate di essere bruciate vive, moltissime brutalmente picchiate.

Il fatto agghiacciante è che le autorità sapevano tutto, polizia, assistenti sociali, amministratori comunali. Rapporti di altre città hanno tutti individuato lo stesso problema: la paura delle ripercussioni politiche.

Millequattrocento ragazzine abusate per decenni sotto gli occhi vigili delle autorità, dell’affabile poliziotto britannico. Era scandaloso continuare con l’insabbiamento, la discriminazione nei confronti della popolazione locale e la censura. Eppure i governi non fecero nulla.

Poi vennero i casi di Rochdale, Oxford, Telford, Newcastle, con lo stesso schema: ragazzine vulnerabili, autorità indifferenti o complici, indagini ostacolate, insabbiamento.

Le vittime, giovani vite bianche, non contavano nulla. White lives don’t matter. Gli scandali si accumulavano, ma il Regno, anziché agire, sviluppava sistemi sofisticati per monitorare il discorso pubblico.

Nacque il concetto di “episodi di odio non criminali” per permettere la registrazione ufficiale di parole o comportamenti che non costituiscono reato. L’energia mancata per proteggere le ragazze è impiegata per sorvegliare le opinioni dei britannici.

Non incitano all’odio o alla violenza, ma commettono il peccato capitale di essere dissenzienti. Non si tratta neppure di infrazioni amministrative, ma di un cumulo di registrazioni di polizia relative a condotte perfettamente legali, ritenute politicamente scorrette.

Da anni migliaia di sudditi di Sua Graziosa Maestà sono sorvegliati, registrati, inseriti in vasti database senza aver commesso alcun reato. Basta il semplice atto di esprimere un’opinione “eretica”. Harry Miller, ex poliziotto, fu fermato dopo aver pubblicato dei commenti sull’identità di genere. Non c’era alcun reato, lo riconobbero gli stessi agenti.

Ciononostante, ritennero necessario avvertirlo delle gravi conseguenze delle sue opinioni. Il caso finì in tribunale, divenendo il simbolo di una nuova mentalità: la polizia non si limitava più a perseguire i reati; aveva iniziato a monitorare i pensieri.

La giornalista Allison Pearson ebbe un’esperienza simile: fu informata di essere indagata per un post. Anche nel suo caso, non c’era alcun reato chiaramente identificabile. L’indagine venne archiviata, ma il sinistro messaggio di sorveglianza ideologica era passato, nel paese che afferma di avere istituito la moderna democrazia.

In Inghilterra la polizia ha eseguito oltre dodicimila arresti in un anno in base alla legislazione sulle comunicazioni elettroniche. Trenta persone incarcerate ogni giorno per messaggi ritenuti offensivi. Una lezione per il KGB sovietico, se esistesse ancora.

Nel tempo, le segnalazioni di reti organizzate di sfruttamento sessuale di minorenni bianche si accumulavano. A Oxford le condanne emesse dai tribunali con colpevole ritardo hanno rivelato una realtà che le autorità avevano evitato di affrontare per anni.

Quando occorreva perseguire crimini di soggetti immigrati, le istituzioni erano paralizzate da un’infinita cautela. Quando si trattava di sorvegliare e punire parole o commenti dei sudditi britannici, l’energia diventava inesauribile.

Nel resto d’Europa vigono gli stessi comportamenti. La volontà di non affrontare apertamente alcuni aspetti delle ondate migratorie alimenta la sfiducia nei confronti dei media e delle autorità.

In Francia, il processo a Marine Le Pen per la diffusione di immagini di atrocità islamiste è il simbolo dell’inversione delle priorità. Le vittime delle fotografie erano state davvero assassinate, ma a finire in tribunale fu chi mostrò le immagini, non i colpevoli delle efferatezze.

Il paradosso si ripete. Ogni nuovo scandalo rafforza il controllo su chi solleva il problema, non su chi lo ha causato. Ogni crisi porta nuovi strumenti per soffocare il dibattito pubblico. Il potere ha paura del giudizio della cittadinanza, quindi ne reprime le espressioni.

Gli eventi di Capodanno del 2015 a Colonia, in Germania, provocarono sconcerto. Centinaia di donne denunciarono aggressioni sessuali e rapine. La notizia si diffuse più rapidamente attraverso le reti sociali che attraverso gli organi di informazione tradizionali.

Il silenzio del femminismo non fu il segno di un imbarazzo – che pure ci fu – ma dell’ordine di soffocare la giusta indignazione, bloccare il dibattito e impedire ogni reazione popolare e legale. Troncare e sopire, il sistema del manzoniano Conte Zio, epitome del potere.

Il discorso pubblico si concentra su chi denuncia determinati fenomeni, non sui fenomeni stessi. Un’odiosa censura che ha prodotto la vergogna di Stephen Ogilvie quasi decapitato a Belfast e del povero Henry Nowak, ammanettato dalla polizia dopo essere stato accoltellato, che muore a diciotto anni tra le beffe e i commenti indifferenti degli agenti.

Il caso, con l’aggressore che lancia accuse di razzismo e la vittima ammanettata che muore dissanguata, sarebbe sembrato fino a poco tempo fa una macabra parodia, una fantasia allucinatoria. Invece, è il segno di politiche di odio contro la nostra gente.

Forse comincia la ribellione o, almeno, la consapevolezza. Tardiva, osteggiata da tutte le centrali di potere. Ma se il popolo si alza in piedi, c’è ancora speranza.

Tutte le vite hanno pari dignità, tutte vanno difese. Anche le nostre, bianchi impazziti odiatori di noi stessi, malati di inclusione, buonismo, ingenuità, pecore che abbracciano i lupi.

White lives matter, le nostre vite contano. Difendiamole dai lupi, che almeno si presentano come tali, ma soprattutto dai loro complici nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella politica, nella chiesa.

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L’AfD a Merz: «Stai preparando la guerra!»

“Parli sempre di guerra con la Russia. Solo guerra! Vuoi trascinare la Germania in essa,” attacca la leader dell’AfD Weidel Merz al Bundestag.

“Stai inviando miliardi su miliardi all’Ucraina, finanziando così la prosecuzione di una guerra che avrebbe dovuto essere conclusa da tempo. Non hai ancora richiesto a Kyiv un rendiconto riguardo al bombardamento dei gasdotti Nord Stream.

Al contrario, stai deliberatamente cercando lo scontro con la Russia, una potenza nucleare, per distogliere l’attenzione dai tuoi stessi fallimenti. Parli di guerra, non parli d’altro che di guerra, parli di guerra, e vuoi sostenere questa guerra trascinando la Germania al suo interno.

Nel frattempo, la pace è esattamente ciò di cui ha bisogno questo continente, e anche l’Ucraina.

Parliamo finalmente di pace, non di guerra. E la verità è che l’Ucraina non dovrebbe mai diventare membro dell’Unione Europea o della NATO. Punto.”

e lo AfD sarebbe il partito di estrema destra, dipinto come nazista….

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Putin ha respinto con forza i falchi che vogliono che attacchi la NATO

Scritto da Andrew Korybko,

Secondo le sue parole, parlare di un attacco russo alla NATO “non è semplicemente una sciocchezza; è una provocazione”.

Diversi importanti influencer “Non-Russi Pro-Russi” (NRPR) hanno lanciato l’allarme il mese scorso sui presunti piani della Russia di attaccare la NATO, ispirati dal falco Sergey Karaganov e dall’allora ambasciatore russo presso l’OSCE Dmitry Polyanskiy, che ne riprendeva in modo inquietante la retorica. I lettori possono consultare esempi dei loro avvertimenti qui, qui, qui, qui e qui. I non esperti di politica estera si preparavano quindi a quello che, in quello scenario, se si fosse concretizzato, sarebbe stato quasi certamente l’inizio della Terza Guerra Mondiale.

Ovviamente non è successo e probabilmente non succederà mai, a giudicare dalla risposta di Putin quando, durante un recente incontro con giornalisti stranieri, gli è stato chiesto di questi presunti piani. Nelle sue parole: “Perché la Russia dovrebbe attaccare l’Europa o entrare in guerra con la NATO? Quale sarebbe lo scopo? Come ho già detto, queste affermazioni non sono semplici sciocchezze. A mio avviso, sono una provocazione deliberata, volta a creare l’impressione di una minaccia che in realtà non esiste”.

Putin ha poi precisato: “L’obiettivo è persuadere le loro popolazioni ad aumentare le spese per la difesa e, come primo passo, a finanziare il regime che ha preso il potere a Kiev. Questa, credo, sia la vera spiegazione. Non si tratta di una semplice assurdità; è una provocazione. Ciò che mi sorprende, tuttavia, è che alcune persone nei paesi europei sembrino crederci. Lo trovo sconcertante. L’intera idea è semplicemente assurda. Sarebbe divertente se non fosse così triste”.

Non sono solo “alcune persone nei paesi europei” a “sembrare crederci”, ma il suo stesso falco di punta sta promuovendo questa politica, che è stata recentemente amplificata al massimo da importanti influencer non repubblicani, molti dei quali possono essere definiti “vicini allo Stato” in quanto godono di visibilità sui media finanziati con fondi pubblici, partecipano a conferenze organizzate dal governo e/o effettuano viaggi nel Donbass con il supporto dello Stato.

I non repubblicani occasionali si chiedono quindi se Putin stia dicendo la verità o se stia “manipolando psicologicamente l’Occidente”.

In casi come questo, quando sorgono dubbi, è sempre meglio attenersi a quanto affermato dallo stesso Putin, poiché la confusione è dovuta al fatto che i principali opinionisti del NRPR praticano quello che è stato definito “potemkinismo”, ovvero la creazione di “realtà alternative” sugli interessi e la politica russa per “scopi strategici” (qualunque essi siano). L’esempio più noto è quello di Putin come antisionista segretamente alleato con l’Iran contro Israele, nonostante sia un fiero filosemita da sempre, come dimostrano le sue numerose citazioni in tal senso tratte dal sito ufficiale del Cremlino.

Pertanto, sebbene sarebbe inesatto definire il fedelissimo Karaganov un “provocatore” nello spirito con cui Putin ha condannato coloro che sostengono un attacco russo alla NATO, egli ha comunque respinto con forza falchi come lui, così come gli opinionisti del NRPR che ne amplificavano la retorica. Detto questo, i servizi segreti esteri russi hanno effettivamente avvertito il mese scorso che il loro paese potrebbe effettuare attacchi di rappresaglia contro la Lettonia se l’Ucraina lanciasse droni da lì, un avvertimento che va preso sul serio.

Questo è completamente diverso da ciò che Karaganov ha auspicato, ovvero un primo attacco contro la NATO che potrebbe facilmente degenerare in una Terza Guerra Mondiale, ed è importante che chi non conosce i rapporti tra Stati e Paesi non russi lo capisca. Come ha affermato lo stesso Putin, tali discorsi “non sono semplicemente sciocchezze; sono una provocazione”. Quando chi sta dalla parte della Russia lo fa, a prescindere dalle proprie intenzioni, inavvertitamente “persuade [gli occidentali] ad aumentare le spese per la difesa e, come primo passo, a finanziare il regime che ha preso il potere a Kiev”.

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I giorni del sistema finanziario sono contati

 

La consapevolezza che i giorni del sistema finanziario occidentale siano contati si è rafforzata notevolmente nelle ultime settimane, soprattutto tra la “Maggioranza Globale” emergente (nota anche come Sud del Mondo) — che sta abbandonando sempre più il dollaro statunitense come valuta di riserva e di scambio — ma anche tra gli ambienti finanziari occidentali, che assistono al precoce fallimento delle ricette magiche delle teste d’uovo dell’amministrazione Trump.

Mentre Vladimir Putin, nel discorso alla plenaria del Forum economico di San Pietroburgo, ha invocato una “architettura finanziaria moderna, flessibile e responsabile, senza rischi, divieti o barriere, ma con incentivi allo sviluppo sovrano”, il CEO di Rosneft Igor Sechin ha sottolineato la pericolosa instabilità del sistema finanziario attuale.

“L’economia globale è entrata in un periodo non solo di volatilità, ma di rischi strategici”, ha detto Sechin. “I problemi stanno crescendo a macchia d’olio. L’abbandono dei principi fondamentali del sistema di Bretton Woods legati al sostegno dell’oro ha portato a un’emissione di moneta non garantita su larga scala. Dal 2008, l’offerta di moneta globale è aumentata di oltre 30.000 miliardi di dollari, con gli Stati Uniti e l’eurozona a rappresentare quasi la metà di tale importo”.

Sechin ha poi sottolineato che la crescita esplosiva della capitalizzazione delle aziende tecnologiche sta portando a un’enorme bolla finanziaria e che gli speculatori statunitensi come Black Rock, State Street e Vanguard si aspettano di trarre vantaggio dalla crisi imminente:

“È ovvio che il mondo si trova sull’orlo della più grande bolla dei mercati finanziari della storia dai tempi del boom ferroviario negli Stati Uniti nel XIX secolo”, ha concluso.

Sul versante occidentale, il Financial Times teme che l’amministrazione Trump stia alimentando la bolla attraverso la sua “abitudine, acquisita dagli Stati Uniti in questo secolo, di prendere in prestito dal domani per pagare le guerre di oggi”. In un articolo pubblicato il 4 giugno, l’organo di stampa della City di Londra insiste sul fatto che la bolla del debito non può essere ripagata.

“Le banche centrali hanno recentemente ridotto i propri bilanci, diminuendo la componente in dollari delle riserve e cercando alternative quali oro, materie prime e le valute più liquide dei paesi avanzati più piccoli”. Sono state sostituite dagli hedge fund, che hanno utilizzato le obbligazioni statunitensi come garanzia per le operazioni sui derivati. Tuttavia, ciò funziona fintanto che tali hedge fund possono prendere in prestito denaro a breve termine sul mercato dei pronti contro termine. “Se qualche perturbazione dovesse interrompere tale accesso… potrebbe facilmente seguire un’intensa spirale di deleveraging”, ha affermato William White, ex capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, citato dal Financial Times (vedi).

Infine, ma non meno importante, l’altro portavoce della City di Londra, The Economist, teme che né la ricetta magica di Scott Bessent di una domanda di titoli del Tesoro trainata dalle stablecoin, né il recente allentamento delle regole bancarie, possano salvare il debito USA.

L’Economist, in uno “Special Report” non firmato, ha scritto che anche se il mercato delle stablecoin raggiungesse le stime più ottimistiche di 2.000 miliardi di dollari (stime più sobrie, basate sulla mancata crescita del mercato negli ultimi mesi, fissano il valore a 500-750 miliardi entro il 2027), ciò non sarebbe sufficiente.

Per quanto riguarda le banche, “alla fine del 2008, le grandi banche commerciali americane vantavano un patrimonio totale di 8.000 miliardi di dollari, a fronte di un debito federale di circa 6.000 miliardi. Alla fine del 2025, il patrimonio delle banche era cresciuto di circa l’80%, raggiungendo poco meno di 15.000 miliardi di dollari, mentre il debito federale era lievitato del 380%, superando di poco i 30.000 miliardi. Con una montagna di debiti del genere, non ci sono nuovi acquirenti o intermediari, nemmeno le banche, in grado di tenere ragionevolmente il passo” (vedi).

La nuova legge sulla difesa USA prevede l’integrazione delle forze armate statunitensi e israeliane

Il 4 giugno, la Commissione Difesa della Camera dei Rappresentanti USA ha approvato, con 44 voti a favore e 12 contrari, il National Defense Authorization Act (NDAA) per l’anno fiscale 2027. Ora, questo imponente provvedimento legislativo, che comporta una spesa di quasi 1115 miliardi di dollari, sarà sottoposto al voto dell’Aula. Una delle disposizioni più pericolose e controverse dell’NDAA è la Sezione 244, che prevede l’integrazione permanente delle forze armate statunitensi e israeliane. I complessi militare-industriali dei due paesi verrebbero sostanzialmente fusi in un’unica macchina di preparazione alla guerra, che comprenderebbe la pianificazione industriale, la spesa, i collaudi, il finanziamento di start-up militari e le tecnologie informatiche e degli armamenti.

Il deputato democratico Ro Khanna aveva presentato un emendamento per stralciare la Sezione 244 dal disegno di legge, ma la Commissione l’ha respinto. Nel motivare la sua proposta, Khanna ha affermato che “tutti in America, che siano repubblicani, democratici o indipendenti… vogliono meno cooperazione e meno — non più — assegni in bianco a Israele”. Il deputato democratico ha inoltre sottolineato che il primo ministro israeliano Netanyahu aveva proposto personalmente la nuova strategia in una lettera al deputato sionista Marlin Stutzman.

Il deputato repubblicano Thomas Massie, ex fedele sostenitore di Trump, con il quale ha rotto a causa della guerra e del rifiuto di rendere pubblici i fascicoli su Epstein, ha scritto sui social media: “Mentre gli americani si oppongono a ulteriori aiuti militari a Israele, il Congresso sta inserendo nel bilancio militare (NDAA) qualcosa di ancora più grave e insidioso: l’integrazione delle forze armate statunitensi con quelle israeliane!”

L’opinione pubblica americana è per la prima volta sfavorevole a Israele. L’ultimo sondaggio del Pew Research ha rilevato che il 60% degli intervistati disapprova le azioni di Israele nel sud-ovest asiatico (e ancora di più a Gaza), mentre solo il 37% le approva. Persino il presidente Trump sarebbe “arrabbiato” (o deve far finta di esserlo) con Netanyahu.

Dopo che le forze israeliane hanno ripreso gli attacchi su Beirut nonostante il cessate il fuoco negoziato dalla Casa Bianca, Trump ha ammonito il leader israeliano: “Che c***o stai facendo? Ti odiano tutti!”

L’opposizione a una maggiore cooperazione con l’Israele di Netanyahu è probabilmente la ragione per cui informazioni riservate su una nuova perizia della Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono sono trapelate alla NBC News e al New York Times lo scorso fine settimana. La DIA classifica la minaccia rappresentata dallo spionaggio israeliano nei confronti di membri del governo americano e personale militare al massimo livello possibile. Secondo il Times, tra i bersagli dello spionaggio ci sarebbero l’inviato speciale presidenziale Steve Witkoff e il massimo responsabile delle politiche del Pentagono, Elbridge Colby, oltre a uno dei principali vice di quest’ultimo.

L’UE e il governo tedesco inaspriscono lo scontro con la Russia

In risposta a un’interrogazione ufficiale del deputato del Bundestag Soeren Pellmann (Die Linke) sul sostegno tedesco all’utilizzo delle armi a lungo raggio da parte dell’Ucraina contro la Russia, il Ministero degli Esteri ha dichiarato che, in linea di principio, il governo ritiene gli attacchi ucraini all’entroterra russo giustificati dal “diritto all’autodifesa dell’Ucraina ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”.

Di conseguenza, l’Ucraina non sarebbe tenuta a limitare entro le proprie frontiere le operazioni militari contro la Russia. Ciò che il ministero non ha sottolineato è che la Russia ha il diritto di reagire, e i contrattacchi potrebbero essere diretti contro siti di produzione militare congiunti tedesco-ucraini, o contro bersagli situati direttamente in Germania (come la Rheinmetall) Come abbiamo riferito, i russi hanno ripetutamente avvertito che i siti di produzione militare congiunti, compresi quelli negli Stati membri europei della NATO, potrebbero diventare bersagli in caso di escalation.

I tentativi dei membri del governo tedesco e dei media mainstream di minimizzare la minaccia dei missili russi, rafforzando al contempo la cooperazione militare con il Regno Unito e la Francia contro Mosca, vengono seguiti da vicino al Cremlino. Lo stesso Vladimir Putin ha affermato ripetutamente che i principali politici in Europa e in Germania stanno alimentando la guerra con la Russia.

In un dialogo con i media internazionali il 4 giugno al Forum economico di San Pietroburgo, Putin ha sottolineato che i paesi dell’UE sono inaccettabili come mediatori del conflitto, poiché “sostengono direttamente gli sforzi del Paese con cui siamo in conflitto armato”. Non sono neutrali e “parlano da anni della necessità di infliggere una sconfitta strategica alla Russia”: http://en.kremlin.ru/events/president/news/79953.

Nel suo intervento al Forum, il Presidente russo ha osservato che l’Europa continua a “perdere posizioni nell’economia globale, minando al contempo la sicurezza regionale e globale. In realtà, le élite europee stanno incitando al caos e stanno cercando di coinvolgervi sempre più paesi” (vedi).

Ciononostante, Putin ha espresso la disponibilità a collaborare con l’Europa e la Germania, qualora queste cambiassero le loro politiche e mettessero fine alla loro ostilità. Ha ribadito, ad esempio, che le forniture di gas attraverso il gasdotto Nord Stream 2 potrebbero riprendere nel prossimo futuro — a condizione che il governo tedesco lo voglia — poiché uno dei 4 tubi è rimasto intatto. Se Berlino raggiungesse un accordo per revocare le sanzioni, ha detto, “premeremmo il pulsante e il gas scorrerebbe, già da domani”. Potrebbero essere forniti fino a 28 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno.

Ha quindi posto una chiara alternativa ai leader tedeschi: lo scontro diretto con la Russia e i missili, oppure la cooperazione con la ripresa del flusso di gas russo.

Helga Zepp-LaRouche ha osservato che, dato il crollo accelerato dell’economia germanica, è semplicemente criminale che il governo tedesco respinga l’offerta di Vladimir Putin e spinga al contempo il regime di Zelensky a intensificare i propri attacchi.

La sconfitta della Germania all’ONU offre un’opportunità di cambiamento

Il 3 giugno, in occasione di una votazione dell’Assemblea Generale, la Germania non è riuscita ad assicurarsi un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per i due seggi temporanei destinati all’Europa occidentale, il Portogallo ha ottenuto 134 voti, l’Austria 131 e la Germania solo 104. Anche se il voto era segreto, è noto che molti paesi del Sud del mondo e della Maggioranza Globale si sono opposti alla candidatura tedesca. Il ministro degli Esteri Wadepuhl ha definito la sconfitta una “vera delusione” e se l’è presa con Mosca, accusando la Russia di aver influenzato il voto. Ma persino alcuni media mainstream hanno riconosciuto che la maggior parte dei paesi del mondo non appoggia la posizione bellica di Berlino contro la Russia e il sostegno a Israele.

Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, ha scritto una dichiarazione in risposta all’esito del voto. “Da una prospettiva storica più ampia”, ha scritto, “il fallimento della Germania nell’ottenere un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU offre un’opportunità urgentemente necessaria per riorientare la politica tedesca”. L’autrice sostiene da tempo che, alla luce del radicato scontro geopolitico tra la NATO, da un lato, e la Russia e la Cina dall’altro, il Sud del mondo deve far sentire la propria voce in modo più forte e deciso nel dibattito internazionale — ed è proprio ciò che questi Stati hanno fatto, respingendo la candidatura della Germania.

Le istituzioni tedesche dovrebbero utilizzare questo risultato per condurre un’analisi onesta di una politica estera che si è chiaramente rivelata un completo fallimento e per definirne una che corrisponda al vero interesse della Germania.

La reputazione della Germania a livello internazionale è stata gravemente compromessa, sottolinea la signora LaRouche, dal “sostegno di fatto incondizionato alle azioni di Israele a Gaza, dal voto a favore della cessazione dell’attività dell’UNRWA a Gaza e dalla repressione brutale delle proteste filopalestinesi sul territorio nazionale”. Allo stesso tempo, “Berlino sostiene costantemente di essere la paladina del diritto internazionale, ma il cancelliere Merz non ha ancora condannato il rapimento del capo di Stato eletto in Venezuela” e non si è pronunciato sulla “guerra di aggressione non provocata di Stati Uniti e Israele contro l’Iran”. Inoltre, praticamente “nessuno nei paesi del Sud del mondo è d’accordo con il mantra ripetuto all’infinito secondo cui la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina in una guerra non provocata”. Berlino, tuttavia, non ha compreso il “cambiamento epocale e tettonico che sta avvenendo in tutto il mondo”, in allontanamento dall’Occidente collettivo.

Helga Zepp-LaRouche conclude che “la sconfitta al voto delle Nazioni Unite è il campanello d’allarme atteso da tempo affinché la Germania si liberi finalmente dal suo deplorevole status di colonia dell’Anglosfera (il mondo intero deride la nostra mancanza di reazione al sabotaggio annunciato da Biden dei gasdotti Nord Stream) e si schieri dalla parte giusta della storia. Questo può significare solo la cooperazione con i paesi della Maggioranza Globale, cioè con l’85% dell’umanità, su un piano di parità, come partner alla pari. Invece di diffondere chimere razziste, come la favola di Josep Borrell di un giardino europeo circondato dalla giungla, dovremmo aiutare l’Africa, l’Asia e l’America Latina a costruire dei bellissimi giardini propri. Inoltre, potremmo anche garantire che i nostri ponti vengano riparati tempestivamente, che la nostra industria si riprenda e che i nostri studenti tornino a imparare qualcosa.”

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GICA | “Dai laboratori in Ucraina al caso Covid, il dossier che inquieta Trump”

Dario Chiesa

Pubblicato 9 Giugno 2026

Tulsi Gabbard, ex direttrice dell’intelligence USA (ANSA/EPA/LUKE JOHNSON)

Tulsi Gabbard non è più direttrice dell’intelligence americana. Seguiva un piano di Trump contro le ricerche sui virus all’estero con soldi USA

Il prossimo 30 giugno diventeranno effettive le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla direzione dell’ODNI (Office of the Director of National Intelligence), l’ufficio che supervisiona le 18 agenzie di intelligence degli Stati Uniti. La Gabbard ha motivato la sua decisione con problemi familiari, ma diversi commentatori hanno avanzato l’ipotesi di una sua rimozione da parte di Donald Trump. A suo tempo, la Gabbard aveva negato che l’Iran avesse armi nucleari, prendendo le distanze dalla posizione di Trump. Una rimozione che si affianca a quella, all’inizio di aprile, di Pam Bondi, Attorney General degli Stati Uniti, che tra i suoi compiti ha anche la supervisione dell’FBI.

Lo scorso mese, una decina di giorni prima che la Gabbard dichiarasse ufficialmente le sue dimissioni, è apparso un interessante articolo sul New York Post sul ruolo della Gabbard nel programma, voluto da Trump, per interrompere le ricerche sui virus che potrebbero rivelarsi pericolose. Si tratta di quelle ricerche di potenziamento delle capacità di un virus (in inglese gain-of-function), dirette a comprendere meglio le possibili conseguenze di un’epidemia e, quindi, a preparare adeguati vaccini e antivirali.

La questione è emersa pesantemente con l’epidemia di Covid-19 e l’ipotesi che il virus fosse uscito, accidentalmente, si dice, dal laboratorio cinese di Wuhan; quindi, non naturale, ma esito di ricerche del tipo descritto. Nelle ricerche del laboratorio cinese erano coinvolte, anche finanziariamente, istituzioni pubbliche statunitensi.

La Gabbard stava investigando su più di 120 laboratori di biologia situati all’estero, sovvenzionati in qualche misura da contributi statunitensi, con lo scopo di evitare possibili danni alla salute dei cittadini degli Stati Uniti e di tutto il mondo. In questa intervista, Gabbard attacca l’immunologo Anthony Fauci e i collaboratori del presidente Biden per aver negato l’esistenza dei finanziamenti statunitensi.

Un mese dopo l’invasione russa, l’Amministrazione Biden aveva negato, in particolare, la partecipazione a laboratori in Ucraina, affermando che si trattava di propaganda russa e cinese. Invece, in un documento del Dipartimento della Difesa del marzo 2022 si afferma che gli Stati Uniti hanno da parecchi anni finanziato laboratori di ricerca in quel Paese. Nel documento, però, si accusa la Russia di spargere notizie menzognere sull’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi laboratori per sviluppare armi biologiche.

Ammonterebbero a 46 i laboratori ucraini sotto la supervisione statunitense e il documento del Dipartimento sottolinea ripetutamente come uno degli scopi principali dell’intervento americano sia proprio la prevenzione di fughe di virus e, tanto più, di un loro utilizzo non corretto. La guerra in corso aumenta questi rischi, soprattutto nel caso in cui la Russia si impossessasse di qualcuno di questi laboratori. Su questa linea si pone il decreto emanato da Trump lo scorso maggio per proibire finanziamenti federali a laboratori che svolgano ricerche di potenziamento dei virus situati in Cina, Iran o altri Stati che non esercitino un’adeguata sorveglianza.

A quanto pare, dietro le quinte era ed è in corso una sorta di guerra biologica, per il momento in fase preventiva, ma il caso Covid dimostra quanto labile sia il confine con una sua effettiva attuazione. In questo contesto, l’incarico della Gabbard era di rilevante importanza ed è naturale che le sue dimissioni destino discussioni. E preoccupazioni, vista l’ormai conclamata abitudine di Trump di disporre dei suoi ministri a proprio piacimento e convenienza.

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Il mese della Madonna e quello del gay pride

Non c’è che dire, il progresso avanza a grandi passi nella postmodernità terminale. Prima avevamo maggio, il mese delle rose e della Madonna, ora ci tocca giugno, il mese del gay pride, l’orgoglio omobitransessuale e più ne ha più ne metta.

Gli orientamenti sessuali, guai a chiamarli diversamente, sono decine; di qui il segno + in coda alla litania LGBTQI.

L’epicentro è quest’anno Torino e – al di là della guerra sui numeri dei partecipanti al baccanale – l’evento non delude le aspettative.

Soliti eccessi, ostentazione di ogni perversione (pardon gioiosa modalità di esprimere le pulsioni libidinali), oscenità assortite, provocazioni, bizzarrie, insulti, blasfemia.

L’happening situazionista della società dello spettacolo, ormai stucchevole e ripetitivo, ha tuttavia modificato il copione con l’inserimento dei bambini.

I primi effetti dell’educazione affettiva omo che ha raggiunto le scuole o la malsana follia di qualche genitore 1, 2, 3, gestante o non gestante, naturale (mi correggo, biologico) o in affitto.

Un maschietto di circa otto anni brandiva un cartello con la scritta arcobaleno “più froci, meno fasci”. Insigne programma politico che dovrebbe inquietare persino l’ANPI. Lì accanto, altri bimbetti osservavano apparentemente divertiti le discutibili performance, gli eccessi e le mise imbarazzanti di alcuni/e appartenenti alla parrocchia LGBT.

Possibile che solo il vecchio scrivano si indigni dinanzi a un indottrinamento infantile così sfacciato? Nessuno protegge i bambini?

Se qualcuno usa la parola frocio – o finocchio – si aprono le cateratte del cielo, ma loro possono tutto, orgogliosi araldi della postmodernità rovesciata.

Un gruppetto di LGBT cattolici è riuscito a imbarazzare il vescovo di Padova – loro amico – organizzando una “frocessione”. Dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive.

Chi scrive compulsa il calendario delle manifestazioni del gay pride (adesso sbrigativamente solo pride, l’orgoglio per antonomasia, il solo ammesso) tutte con il patrocinio comunale, allo scopo di non imbattersi nella confraternita.

L’orgoglio genovese è disporre di una consulente per le tematiche LGBT con budget di 156 mila euro annui. Costei si è segnalata per dichiarazioni violente e volgari contro gli orrendi “omofobi” e ha accusato la chiesa cattolica di assassinio. Silenzio assordante della curia. Meglio tacere che dire sciocchezze.

Al tempo del primo provvedimento del sindaco Silvia Salis, la registrazione anagrafica di una bimba con due madri, l’arcivescovo affermò come un Don Abbondio qualsiasi che si trattava di decisioni insindacabili dell’autorità civile.

A Torino, i teorici del pride hanno lamentato l’assenza di alcuni “diritti”. Quali, di grazia? Forse gli omosessuali, i transessuali e il resto della galassia queer non possono lavorare, parlare, diffondere il loro verbo? Qualcuno li caccia dal territorio nazionale?

Occorre svolgere alcune considerazioni, pacate ma non troppo. Chi scrive, prima dell’esplosione omosessualista degli ultimi vent’anni, non aveva nulla contro di loro. Disapprovava ma prendeva atto della libertà di comportarsi come aggrada tra adulti. Ma il troppo stroppia.

La condizione omosessuale è diventata un vanto, una medaglia al valore; nulla di strano nella civilizzazione che muore di progresso, diritti e false libertà. Resta il dovere morale di dissentire. A partire dall’uso delle parole.

Non rimpiango definizioni volgari o offensive, ma rifiuto la parola gay. Diventata globale – come tutto ciò che è detestabile – significa gaio, felice. Per quale arcano motivo è felice la condizione dell’omosessuale e non quella del soggetto sessualmente normale (straight, nell’inglese pre-globish) o, se avete accettato la neolingua nemica, dell’etero o cisgender? La maggioranza degli uomini e delle donne sono forse tristi o corrucciate perché hanno inclinazioni intime “normali”?

Perché dev’essere ostentata come orgoglio una condotta fino a pochi decenni fa considerata ufficialmente un disturbo o una patologia?

Forse non lo è, ma una società non regge, si estingue e muore meritatamente tra dubbi piaceri rovesciati, divenuti scopo dell’esistenza ed elemento centrale di identità, se santifica modelli e stili di vita opposti a ciò che ha stabilito la natura. Può, forse deve tollerarli per amore di libertà, ma non può proporli come modelli, tanto meno chiamarli orgoglio.

Io non avverto fierezza nel provare attrazione per l’altro sesso; ritengo semplicemente di corrispondere al progetto della natura, dell’evoluzione o di Dio sul creato. Che ci è stato trasmesso in quanto le generazioni si sono succedute attraverso la nascita di nuovi membri per mezzo dell’incontro affettivo e sessuale tra maschio e femmina. Forse sono troppo ignorante per considerare normale (la parola proibita…) l’orgoglio dell’inversione.

Fuorviante, oltreché ideologicamente orientata, è l’espressione omofobia. Significa – o dovrebbe significare, in termini linguistici – parola dell’uguale. Un imbroglio. Da qualche anno la parola – di cui va sottolineato l’insistito approccio patologico, giacché le fobie sono malattie nervose – è unita alla trans fobia, l’avversione o il timore dei transessuali e persino alla bi-fobia contraria ai bisessuali.

Chi scrive ammette un’avversione invincibile per il tentativo di diffondere la transessualità nei minorenni e perfino nei bambini, per mezzo della disforia di genere, l’asserita non corrispondenza tra il sesso reale e l’autopercezione sessuale, un altro groviglio dell’esausta postmodernità.

Non resta che augurarsi che agli eventi del mese “al contrario” ci si abitui sino all’indifferenza, come successe al marziano a Roma di Ennio Flaiano, ma non capiterà.

Alzeranno costantemente l’asticella e continueranno a fare male alle generazioni più giovani, sino ai bambini portati in corteo, esibiti con cartelli, abbigliamento e talora atteggiamento incompatibile con l’età e la retta educazione alla vita.

Non gli omosessuali in quanto tali – molti dei quali estranei alle ostentazioni – ma certi teorici e militanti sono personaggi insopportabili, se si può ancora dire senza incorrere nel delitto di odio.

Facciano ciò che vogliono tra adulti nelle loro camere, ma lascino stare minori e bambini, né chiamino orgoglio ciò che prediligono.

In una civiltà non ancora marcita, le adunate arcobaleno verrebbero travolte non dal moralismo ma dal ridicolo.

Nella postmodernità progredita, liberata, libertaria e libertina, possiamo solo cercare di tenercene alla larga. Il gaio, orgoglioso suicidio della civilizzazione che fu la nostra civiltà, avanza tutto l’anno e raggiunge la sua acme a giugno.

Era meglio maggio, tra rose profumate, nozze tra uomini e donne, devozione a Maria. Oggi giugno significa gay pride, ma domani andranno a La Mecca. La pena del contrappasso.

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Kushner non si prende solo l’Albania

Ciò che sta avvenendo in Albania, con la cessione dell’isola di Sazan a Kushner e soci, è solo un’anticipazione di quanto avverrà su scala più ampia nell’intero sistema di isole del Mediterraneo. Il pensatore e geopolitico belga Jean Thiriart, tempo fa, fece notare come, dallo stretto di Gibilterra fino a Cipro, il fu Mare Nostrum fosse (ed è) centrale per il controllo nordamericano dell’Europa attraverso le diverse installazioni NATO sul sistema di isole che dalla Sardegna e la Sicilia (vero e proprio feudo USA in Italia) arriva proprio a Cipro passando per Malta e Creta. Bene, oggi Israele si sta progressivamente sostituendo alla NATO.

Cipro è piuttosto compromessa; come Creta dopotutto, entrambe inserite nello schema infrastrutturale gasifero dell’EastMed a trazione israeliana. A Cipro, ormai, parte del territorio acquisito dalle società israeliane è ormai inaccessibile ai ciprioti (da non dimenticare che la stessa Cipro è stata utilizzata da tanti cari oligarchi ucraini con doppio passaporto per il loro schemi di riciclaggio di denaro sporco).

Creta, così come la vicina penisola greca del Peloponneso, è ormai una base operativa per l’addestramento dei piloti israeliani (Grecia e Israele sono ormai alleati su più livelli). Enclavi sionisti sono già presenti in Albania, dove c’è pure la base del movimento terroristico MeK; una vera e propria setta pseudo-religiosa di oppositori alla Repubblica Islamica dell’Iran che viene spesso elogiata pure dalle nostre istituzioni.

Il MeK ha spesso operato in Iran in cooperazione con il Mossad per assassinare scienziati e personalità politiche e militari iraniane, e pure semplici civili, come avvenne nel corso dell’operazione “Luce Eterna” alla fine del conflitto tra Iran e Iraq. Sull’altro lato del Mare Adriatico, Israele è presente nel Salento con enclavi simili a quelle costruite a Cipro. In Sardegna, invece, sono stati inviati in congedo (a riposare) tanti uomini dell’IDF evidentemente stanchi di sparare su bambini a Gaza.

Non dimentichiamoci, inoltre, che l’Italia, nel 2023, ha letteralmente ceduto la sua cybersicurezza a compagnie israeliane, con tutto ciò che questo può comportare in termini di furto dati e così via. In altre parole, il fu Mare Nostrum sta diventando un mare israeliano. Da capire come reagirà la Turchia, già indicata come nuova minaccia esistenziale da politici e uomini dell’intelligence di Tel Aviv.

In conclusione, vorrei dire due parole sul genero di Trump, Jared Kushner. Questi è l’erede

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Il Congresso si muove per istituzionalizzare la relazione tra Stati Uniti e Israele

Israele ne trarrà enormi benefici e gli americani ne sopporteranno il peso

Philip Giraldi

È quasi certo che la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2027 passerà alla Camera dei Rappresentanti e diventerà legge la prossima settimana, dopo il tentativo fallito giovedì scorso in seno alla Commissione per i Servizi Armati della Camera di approvare un emendamento per abrogarla, promosso dal deputato democratico Ro Khanna e dal repubblicano Thomas Massie. L’NDAA attenderà ora solo la tanto attesa firma del presidente Donald Trump, servitore di Israele, per entrare a far parte del pacchetto legislativo nazionale che stabilirà le regole e i regolamenti che disciplineranno la difesa del Paese. Purtroppo, la Sezione 224 istituirà anche una “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa” che integrerà “ricerca e sviluppo militare tra Stati Uniti e Israele, coproduzione di sistemi d’arma, accordi di licenza, intelligenza artificiale, energia diretta, integrazione dei dati e difesa missilistica”. Creerà inoltre il quadro per “ricerca e sviluppo bilaterale, coproduzione di armi, joint venture, accordi di licenza e, apparentemente, ogni forma di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano”. Il direttore dell'”Iniziativa” sarà responsabile del coordinamento dei lavori e si ipotizza già che sarà un israeliano. I finanziamenti proverranno al 100% dal Tesoro statunitense, attraverso lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari richiesto per le forze armate statunitensi nel 2027.

Il risultato sarà la completa integrazione delle funzionalità delle forze armate statunitensi con quelle israeliane, in quella che è stata descritta come una partnership paritaria che includerà il governo di Israele e le sue Forze di Difesa israeliane come partecipanti a pieno titolo. Ci sarà una completa condivisione di informazioni e un processo di pianificazione che determinerà molti aspetti di come il Dipartimento della Guerra americano (sic) si procurerà armi e attrezzature e stabilirà i suoi obiettivi strategici. Questa è plausibilmente la storia nascosta dietro il perché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia astutamente suggerito che Israele potrebbe in futuro rinunciare ai 3,8 miliardi di dollari di “aiuti” automatici annuali (che alcuni definiscono “tributi”) del Tesoro statunitense, un processo avviato dal Presidente Barack Obama. Netanyahu, agendo tramite i suoi complici alla Casa Bianca e al Congresso degli Stati Uniti, sapeva chiaramente in anticipo che una fetta ben più consistente della torta sarebbe arrivata tramite la Sezione 224.

Quei politici che hanno sponsorizzato e promosso la Sezione 224 citano inevitabilmente come lo Stato ebraico sia un importante “alleato e migliore amico”, sebbene non sia né l’uno né l’altro, ma ignorano il lato oscuro, ovvero che si tratta anche di uno Stato genocida i cui leader sono stati condannati dai tribunali internazionali per molteplici crimini di guerra ed è odiato dalla maggior parte del mondo. Questo odio si è riversato sugli Stati Uniti, principale fonte di armi, denaro e copertura politica per Israele. Il massacro a Gaza e ora in Libano non sarebbe avvenuto senza il sostegno dei presidenti Joe Biden e Donald Trump.

E c’è di più: il Senato sta facendo qualcosa di simile con il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence per l’anno fiscale 2027, che renderà obbligatoria la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele. Il disegno di legge in questione è l’S-4615, presentato il 20 maggio dal senatore Tom Cotton dell’Arkansas, esponente di spicco del movimento “Israel First”. Il testo integrale è disponibile qui. L’S-4615 include la Sezione 622, intitolata “Miglioramento della condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele”. Questa nuova sezione stabilirebbe come legge (e rimarrebbe in vigore a tempo indeterminato, a meno che non venga abrogata dal Congresso) nuovi obblighi degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale nei confronti di Israele. Il testo include una Dichiarazione di Politica: “(1) Mantenere e rafforzare il partenariato strategico per la sicurezza con Israele come mezzo per promuovere la difesa nazionale degli Stati Uniti… (2) Migliorare la collaborazione in materia di intelligence attraverso una solida condivisione di informazioni e un partenariato analitico con Israele… (4) Garantire che l’assistenza alla sicurezza e la cooperazione in materia di difesa siano strutturate in modo da aiutare Israele a mantenere il suo vantaggio militare qualitativo…”

Quando il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence verrà sottoposto al voto del Senato, verrà senza dubbio approvato grazie alla maggioranza repubblicana, supportata dai soliti sostenitori di Israele tra i democratici. E per completare l’acquisizione da parte di Israele, è in corso di approvazione al Congresso un disegno di legge che concederà benefici militari statunitensi ai cittadini americani, spesso con doppia cittadinanza israeliana, che prestano servizio nell’esercito israeliano, inclusi benefici in materia di istruzione e assistenza medica non disponibili ad altri americani che non hanno prestato servizio nelle forze armate statunitensi. Ironicamente, il nuovo status di Israele come partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e guerra, riconosciuto da entrambe le camere del Congresso, non è condiviso con nessuno degli attuali alleati di Washington nella NATO, rendendo la relazione con Israele sia unica sia, secondo molti, particolarmente pericolosa come potenza egemone.

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Perché un esercito europeo rimane irraggiungibile senza la NATO

Secondo gli analisti, le diverse politiche estere e i contrastanti interessi nazionali degli Stati membri dell’UE rendono irrealizzabile la creazione di un esercito europeo nel prossimo futuro.

Etienne Fauchaire – 7 giugno 2026


In breve:

  • L’Europa sta discutendo di una maggiore indipendenza militare dagli Stati Uniti.
  • L’esercito dell’UE rimane controverso e deve affrontare ostacoli strutturali.
  • Gli esperti riscontrano una forte dipendenza dalla tecnologia NATO e statunitense.
  • La guerra in Ucraina intensifica il dibattito sulle capacità di sicurezza dell’Europa.

Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, così come le continue tensioni nel conflitto con l’Iran, hanno riacceso le richieste di indipendenza militare dagli Stati Uniti tra i capi di Stato e di governo europei.
Tuttavia, gli analisti sono scettici riguardo alle alternative proposte. Esprimono preoccupazioni in merito alle tempistiche e alle dinamiche interne tra gli stati europei.

La Spagna chiede un’azione rapida

Tra le proposte c’è quella di un esercito permanente dell’Unione Europea, avanzata dal ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares all’inizio di giugno. Secondo quanto riportato da diversi media, Albares avrebbe affermato che l’UE non dovrebbe aspettare di vedere come si comporteranno gli Stati Uniti.
Le sue dichiarazioni sono giunte in seguito alla decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Germania. Ha inoltre criticato i Paesi che avrebbero negato agli Stati Uniti l’accesso alle loro basi e al loro spazio aereo in caso di guerra con l’Iran. La Spagna era tra questi Paesi.
Trump ha affermato che le operazioni statunitensi contro il regime iraniano hanno giovato alla sicurezza di altri Paesi. Ha inoltre criticato la NATO per non aver fornito un supporto attivo durante il conflitto. Già alla fine di marzo aveva sottolineato che, pertanto, gli Stati Uniti non erano tenuti a “essere presenti per la NATO”.
Il commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo il 10 febbraio: “La responsabilità europea in materia di difesa richiede un quadro istituzionale per la nostra cooperazione: un’unione europea della difesa”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno tutti convenuto che l’UE deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza.
Tuttavia, all’inizio di febbraio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha dichiarato che la creazione di un esercito europeo indipendente a fianco della NATO sarebbe “estremamente pericolosa”. Ha sostenuto che i sostenitori di un simile piano “non avevano realmente valutato gli aspetti pratici”.
Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, è tra i pochi politici di spicco in Europa che lodano ripetutamente le azioni di Donald Trump contro l'Iran. Riuscirà l'olandese a impedire a Trump di ritirarsi dall'alleanza? (Foto d'archivio)

Riuscirà Rutte a impedire a Trump di ritirarsi dall’alleanza? (Immagine d’archivio)

Foto: Evan Vucci/AP/dpa

L’idea di un esercito europeo esisteva già ai tempi di Eisenhower.

L’idea di un esercito europeo non è nuova e risale all’epoca di Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti dal 1953 al 1961. A quel tempo, i capi di Stato e di governo europei furono persuasi a istituire un esercito di questo tipo. Tuttavia, il Parlamento francese bloccò il progetto nel 1954 e, nei decenni successivi, sia la resistenza degli Stati Uniti a tale esercito, sia il loro costante impegno nella NATO, impedirono che il progetto venisse ripreso.
Da allora, paesi come la Francia e la Germania hanno esortato il continente europeo a perseguire l’autonomia strategica. Sia Macron che l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel si sono fatti promotori dell’idea di una forza armata comune durante il primo mandato di Trump.
Max Bergmann, responsabile del programma per l’Europa, la Russia e l’Eurasia presso il Centro di studi strategici e internazionali, ha sostenuto a gennaio che tale questione dovrebbe essere riconsiderata in caso di un secondo mandato di Trump.

Una forza armata congiunta permanente come alternativa?

In un’analisi per il Centro di Studi Strategici e Internazionali, Bergmann ha riconosciuto le preoccupazioni circa la fattibilità di un esercito dell’UE. Tuttavia, ha sottolineato che fare affidamento sugli Stati Uniti era altrettanto impraticabile, poiché, a suo avviso, il Paese non aveva più alcun interesse a fungere da garante della sicurezza.
Ha proposto una forza congiunta permanente, simile alla forza di reazione rapida concordata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair e dall’ex presidente francese Jacques Chirac nel 1998.
Bergmann sostiene l’adozione di una struttura di comando unificata che si collochi al di sopra delle forze armate nazionali dei singoli Paesi. “Le preoccupazioni relative a una struttura parallela con la NATO, così come la resistenza degli Stati Uniti, ne hanno impedito la creazione”, ha affermato. “Tuttavia, dato il potenziale divario significativo tra Stati Uniti ed Europa in materia di difesa, è opportuno che l’Europa disponga di una propria capacità di comando indipendente, quantomeno per evitare lacune organizzative nella difesa europea”.
Altri analisti, come Patrick Edery, analista geopolitico con sede in Polonia e responsabile della società di consulenza strategica Partenaire Europe, rimangono scettici. Edery ha dichiarato all’edizione in lingua inglese dell’Epoch Times che gli ostacoli strutturali a un’unione europea della difesa persistono. “Ogni volta che si esamina la questione in profondità, il verdetto è sempre lo stesso: non è fattibile”, ha affermato.

Un membro del Reggimento Lava per sistemi senza pilota posa accanto a un drone da ricognizione Leleka, in grado di volare fino a 120 chilometri e tornare alla base, nella regione di Kharkiv, in Ucraina, il 22 maggio 2026.

Foto: Diego Fedele/Getty Images

Un’Europa divisa

Uno dei maggiori ostacoli percepiti alla creazione di un esercito dell’UE è rappresentato dai diversi interessi politici dei governi europei. “Ogni Paese dell’UE ha la propria politica estera e i propri interessi”, ha continuato Edery. Ha citato il sostegno militare fornito tempestivamente dalla Polonia all’Ucraina, mentre la Germania inizialmente ha esitato dopo l’invasione russa del 2022.
Hugo Meijer, ricercatore del CNRS presso il Centro di Studi Internazionali (CERI) di Sciences Po, e Stephen G. Brooks, professore di scienze politiche al Dartmouth College, hanno definito questo fenomeno il problema della “cacofonia strategica”.
In un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista “International Security”, gli autori hanno definito il problema come “profonde divergenze in tutto il continente in tutti i settori della politica di difesa nazionale, in particolare per quanto riguarda la percezione della minaccia”. Il problema, sostenevano gli autori, era così radicato che per superarlo sarebbero stati necessari “sforzi a lungo termine, costanti e coordinati”.
Pertanto, è altamente improbabile che gli europei sviluppino una capacità di difesa autonoma nel prossimo futuro, anche se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi completamente dal continente.
Inoltre, le forze armate europee operano in modo indipendente l’una dall’altra e applicano regole di ingaggio differenti. Nella maggior parte degli Stati membri dell’UE, è necessaria l’approvazione parlamentare per gli schieramenti all’estero. La Francia rappresenta un’eccezione, in quanto il potere esecutivo gode di una maggiore autonomia nell’avviare e proseguire operazioni militari, con minori restrizioni dirette da parte del Parlamento.
Le diverse dotazioni militari presenti nel continente aggravano ulteriormente il problema. Più di una dozzina di Paesi membri europei della NATO utilizzano già o hanno ordinato il caccia americano F-35. Le forze armate francesi sono le uniche tra le principali forze armate europee a non utilizzare questo modello.
Un caccia F-35 dell'aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l'esercitazione "Air Defender 2023".

Un caccia F-35 dell’aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l’esercitazione “Air Defender 2023”.

Foto: Boris Roessler/dpa

La dipendenza militare dell’Europa dagli Stati Uniti

Il controllo americano sui componenti cruciali per la costruzione dell’F-35 ha consolidato la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Questa è la conclusione di un’analisi del 2025 condotta dal think tank Bruegel, con sede a Bruxelles.
A marzo, i rappresentanti tedeschi hanno espresso preoccupazioni riguardo a un cosiddetto “interruttore di spegnimento” (un dispositivo di arresto) che sarebbe integrato nell’F-35. Sebbene numerosi esperti ritengano che non vi siano prove concrete dell’esistenza di un tale meccanismo, sostengono che Washington non ne abbia bisogno per impedire l’utilizzo del velivolo, poiché sarebbe sufficiente interrompere la fornitura di munizioni e pezzi di ricambio.
Brandon J. Weichert definisce l’esistenza di un simile dispositivo di spegnimento “probabilmente una sciocchezza”. È redattore senior per la sicurezza nazionale e autore del libro “Winning Space: How America Remains a Superpower”.
“Il vero ‘interruttore di sicurezza’ risiede nell’assoluta dipendenza dai fornitori della difesa statunitensi, sia per il software, la manutenzione o i collegamenti dati, elementi essenziali per il funzionamento efficace di questi aerei da combattimento di quinta generazione”, ha scritto Weichert in un articolo pubblicato su The National Interest a gennaio.
Inoltre, si pone la questione di una struttura di comando unificata. Secondo Bergmann, l’UE potrebbe creare un proprio quartier generale che avrebbe il compito sia di comandare le forze armate dell’UE, sia di fungere da autorità di comando europea suprema sulle forze armate nazionali.
Edery ha tuttavia affermato che “oggi nessun generale europeo è addestrato a comandare un esercito di un milione o anche solo di 500.000 soldati di diverse nazionalità”.

50 miliardi di euro all’anno per la difesa europea

I sostenitori di un esercito europeo sono consapevoli della portata del lavoro politico e burocratico che tale impresa richiederebbe. Un documento pubblicato il mese scorso ha stimato che l’Europa potrebbe colmare la maggior parte delle sue lacune in termini di capacità militari in un periodo di dieci anni con una spesa di circa 50 miliardi di euro all’anno.
Tra i firmatari figuravano Thomas Enders, ex amministratore delegato di Airbus e attuale presidente del Consiglio tedesco per le relazioni estere, e l’economista Moritz Schularick dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale. Tuttavia, essi riconobbero anche che tale iniziativa equivaleva a un “Progetto Manhattan”. Il “Progetto Manhattan” era il programma segreto statunitense di ricerca e sviluppo per la creazione della prima bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un compito “che richiede una volontà politica unitaria, una mobilitazione coordinata delle risorse e una capacità istituzionale di agire – su una scala paragonabile ai grandi programmi storici di mobilitazione tecnologica e industriale”.
Bergmann sostiene che la creazione di una “forza più unificata” significherebbe incoraggiare le forze armate degli Stati membri dell’UE che non si trovano in prima linea, sotto la supervisione di Bruxelles, a contribuire a una forza europea anziché sviluppare le proprie capacità, oppure a integrare pienamente le proprie forze armate in una forza comune.
Gli Stati membri potrebbero anche contribuire con l’uno per cento del loro prodotto interno lordo a un fondo comune dell’UE per sostenere questa forza. Potrebbero inoltre fornire personale e attrezzature già esistenti.
Vonovia, il più grande proprietario immobiliare tedesco, potrebbe fornire alloggi anche ai soldati? Sì, afferma l'amministratore delegato Rolf Buch. (Foto d'archivio)

Soldati delle Forze Armate tedesche. (Immagine d’archivio)

Foto: Julian Stratenschulte/dpa

Fondo europeo di difesa di punta

Negli ultimi anni, l’UE ha sviluppato nuove competenze per sostenere e rafforzare la base industriale europea della difesa. Dal 2017, ha avviato una serie di programmi per finanziare progetti comuni di armamenti degli Stati membri, tra cui il Fondo europeo per la difesa.
Questo programma è considerato il fiore all’occhiello dell’UE per la ricerca e lo sviluppo congiunti nel settore della difesa e prevede uno stanziamento di circa un miliardo di euro all’anno fino al 2027. È incluso anche “ReArm Europe”, la principale iniziativa di investimento della Commissione europea nel settore della difesa, che mira a mobilitare ulteriori spese per la difesa fino a 800 miliardi di euro entro il 2030.
Sebbene gli esperti vicini a Bruxelles lodino queste iniziative come un passo avanti, ne individuano anche delle debolezze. Bruegel, ad esempio, ha osservato che “ReArm Europe” si concentra quasi esclusivamente sulla spesa nazionale e sulla sua attuazione. Non riesce a creare beni pubblici europei né a sviluppare capacità finanziate e fornite a livello UE. Pertanto, il programma contribuisce solo in misura limitata al rafforzamento del coordinamento europeo.
La guerra con l’Iran, iniziata alla fine di febbraio, ha messo a dura prova le relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che la dipendenza dalle risorse americane fosse già evidente da anni. La guerra in Ucraina, secondo Edery, ha rivelato in tempo reale l’entità della dipendenza dell’Europa dalle capacità statunitensi.

L’Ucraina dipende dal sostegno degli Stati Uniti e dal progetto Starlink di Musk.

Le forze armate ucraine si affidano ai terminali satellitari Starlink di fabbricazione statunitense per le comunicazioni sul campo di battaglia, l’acquisizione di obiettivi e le operazioni con i droni. Ciò vale anche per le armi e le informazioni di intelligence fornite o facilitate da Washington.
“Se gli americani smettessero di vendere armi agli europei, che poi le cederebbero a Kiev, la Russia vincerebbe. Se smettessero di fornire informazioni di intelligence, la Russia vincerebbe”, ha dichiarato Edery all’Epoch Times.
Secondo l’analista, Starlink, il servizio internet ad alta velocità di SpaceX, ha rappresentato una vera e propria svolta per l’Ucraina. Lo stesso CEO di SpaceX, Elon Musk, ha sottolineato l’importanza di Starlink per Kiev. “Il mio sistema Starlink è la spina dorsale dell’esercito ucraino”, ha scritto su X nel marzo 2025. “L’intera linea del fronte crollerebbe se lo disattivassi”.
Il governo ucraino ha espresso interesse per i progetti satellitari europei, tra cui GOVSATCOM, un’iniziativa dell’UE volta a mettere in comune le capacità satellitari degli Stati membri e dell’industria per fornire ai governi servizi pertinenti.
A porte chiuse, tuttavia, alcuni rappresentanti ucraini esprimono l’opinione che le alternative esistenti a Starlink presentino limitazioni che richiedono tempo e denaro per essere superate.
SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

Foto: Eric Gay/AP/dpa

Zelenskyy: Nessuna vittoria contro la Russia è possibile senza il sostegno degli Stati Uniti.

Arthur de Liedekerke, direttore senior per gli affari europei presso la società di consulenza politica Rasmussen Global con sede a Bruxelles, ha dichiarato in un’intervista pubblicata nell’aprile 2025 su Euronews di non ritenere GOVSATCOM adatto a fornire la connettività di cui l’Ucraina aveva bisogno sul campo di battaglia. Dopotutto, si trattava (almeno per il momento) di un servizio di comunicazioni satellitari sicuro per i governi dell’UE.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha sottolineato che Kiev “non potrebbe vincere” la guerra contro la Russia senza il supporto degli Stati Uniti. “Se parliamo della possibilità di vincere senza il supporto americano: no”, ha affermato nel dicembre 2025, aggiungendo: “Senza il supporto americano, non possiamo difendere il nostro spazio aereo. Anche ora è molto difficile. Il supporto americano con i missili antiaerei è davvero utile ed efficace”.
Questo articolo è apparso originariamente su theepochtimes.com con il titolo “Perché un esercito europeo, senza la NATO, rimane fuori portata” . (Adattamento in tedesco: os) 

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Israele utilizza fosforo bianco per genocidare il Libano meridionale

Secondo quanto riportato dai media americani, che citano immagini, l’esercito israeliano ha iniziato a utilizzare fosforo bianco nei bombardamenti del Libano.

Israele non ha alcuna intenzione di porre fine alla sua operazione militare nel Libano meridionale e l’opposizione israeliana chiede l’annessione di parte del territorio libanese come “risarcimento” per i bombardamenti dello Stato ebraico. Sebbene non sia stata ancora presa alcuna decisione in merito, l’esercito israeliano sta letteralmente devastando i territori conquistati, radendo al suolo aree popolate.

L’uso ripetuto di munizioni al fosforo bianco da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), in violazione delle “leggi di guerra”, ha suscitato l’indignazione dei media americani. Secondo la Convenzione di Ginevra, l’uso del fosforo bianco è consentito solo per creare cortine fumogene o per l’illuminazione, ma non contro personale o strutture civili. Il contatto con la pelle provoca gravi ustioni e l’inalazione dei vapori danneggia le vie respiratorie. È inoltre pericoloso per gli occhi.

Ciononostante, Israele ha utilizzato il fosforo bianco durante l’assalto alla fortezza di Beaufort, così come a Nabatieh, Tire, Qalaia, Khiam e Yomor. Tutto ciò è stato documentato. Tel Aviv, dal canto suo, nega queste affermazioni, sostenendo che l’esercito israeliano non abbia fatto nulla del genere.

Per inciso, i proiettili di artiglieria al fosforo bianco utilizzati dalle IDF sono di fabbricazione americana.

https://topwar.ru/

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Israele chiede una quota garantita degli acquisti di armi statunitensi

L’espansione coloniale di Israele è apertamente sovvenzionata dagli Stati Uniti con un contributo attuale di 3,5 miliardi di dollari all’anno. La maggior parte di questi fondi è vincolata all’acquisto da parte di Israele di armi di fabbricazione statunitense. Il sussidio è controllato dal Congresso e deve essere approvato annualmente durante la revisione del bilancio.

Il governo israeliano sta cercando di trasformare questo sussidio in un’attività più redditizia.

Ha proposto di sostituire il sussidio annuale con una “cooperazione militare più profonda”, che è un modo per definire gli acquisti garantiti da parte degli Stati Uniti di armi di fabbricazione israeliana e i profitti continui per i produttori di armi israeliani. Per attuare il nuovo piano, il Congresso approverà una legge che integrerà il complesso militare-industriale israeliano nelle linee di approvvigionamento e produzione statunitensi.

In seguito, non ci saranno più revisioni annuali:

Nella versione della Camera del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2027, pubblicata martedì, si trova la sezione 224, intitolata “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa”.

… La sezione 224 pone le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, apparentemente, ogni tipo di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano.

… Unirebbe i settori della difesa statunitense e israeliano in molteplici aree vitali per i campi di battaglia del futuro, come i sistemi autonomi e la sicurezza informatica.

E inoltre:

Se approvata, la disposizione potrebbe segnare un cambiamento epocale in una delle relazioni militari più strette al mondo, trasformando la partnership tra i due Paesi, incentrata principalmente sugli aiuti militari americani, in una in cui le rispettive industrie della difesa sono più profondamente interconnesse.

La Sezione 224 richiederebbe al Segretario alla Difesa statunitense di nominare un “agente esecutivo”: un singolo funzionario incaricato di coordinare la cooperazione militare tra Stati Uniti e Israele.

Tale incarico comprenderebbe la ricerca e lo sviluppo congiunti, la produzione condivisa di armi e l’integrazione di sistemi e dati militari.

In futuro, il Pentagono dovrà per legge destinare una parte del proprio budget agli acquisti da Israele. Dato il budget di guerra di 1.500 miliardi di dollari proposto da Trump, i profitti derivanti da tale alleanza per Israele sarebbero di gran lunga superiori all’attuale stanziamento.

Il Congresso sta attualmente esaminando la proposta.

Le forze armate statunitensi non vedono di buon occhio la prospettiva di un coinvolgimento di Israele nei propri sistemi tecnologici e di dati. Un sottile indizio di ciò si può cogliere in questa recente notizia:

Il Pentagono ha innalzato al massimo livello il livello di allerta per lo spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, secondo fonti di NBC News.
Il livello di allerta per il controspionaggio è stato innalzato dalla Defense Intelligence Agency nelle scorse settimane a seguito delle crescenti preoccupazioni che lo spionaggio israeliano sia diventato più aggressivo del solito, secondo quanto riferito da alcune fonti.

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Pubblicato da b alle 18:05 UTC | Commenti (69)
5 giugno 2026
Guerra contro l’Iran: – L’Iran ha bisogno di un’escalation per evitare la trappola del cessate il fuoco
Una tipica tattica statunitense contro un obiettivo strategico è quella di “bollire la rana” aumentando lentamente la temperatura dell’acqua in cui è immersa. Il conflitto in Ucraina ne è un buon esempio. Gli attacchi contro la Russia, diretti dalla CIA, vengono intensificati gradualmente mentre la Russia è riluttante ad adottare misure di deterrenza più severe.

L’attuale guerra contro l’Iran è un altro esempio. Gli Stati Uniti insistono su un cessate il fuoco, cercando al contempo di erodere l’influenza dell’Iran con la strangolamento economico.

La principale arma dell’Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz, avrà bisogno di un altro mese o due per manifestare appieno il suo effetto previsto sull’economia statunitense e globale. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno cercando di sfinire l’Iran con una diplomazia fittizia, misure economiche (il blocco) e attacchi mirati.

Ma l’Iran è ben consapevole di questa tattica. Ha deciso di evitare questa trappola del cessate il fuoco con una continua escalation:

Gli Stati Uniti e Israele stanno usando questo periodo [di cessate il fuoco] per rimodellare la realtà sul terreno, indebolire il potere negoziale dell’Iran e giungere a un tavolo di trattative in cui la posizione di Teheran è già stata silenziosamente erosa. Questa percezione sta rafforzando coloro che, all’interno della Repubblica Islamica, sostengono che la moderazione diplomatica, nelle attuali condizioni, comporti costi strategici.

… Il ritardo nella finalizzazione del memorandum d’intesa viene sempre più interpretato come intenzionale piuttosto che procedurale e come un tentativo degli Stati Uniti di usare il trascorrere del tempo come strumento strategico. La preoccupazione è che ogni settimana di cessate il fuoco, con la pressione militare ed economica americana che continua senza sosta e la moderazione iraniana che non produce concessioni reciproche, rappresenti un’erosione netta della posizione che Teheran ritiene di aver consolidato durante i quaranta giorni di combattimenti attivi. L’Iran ha deciso di rispondere a questa tattica del “far bollire la rana” aumentando il costo anche del minimo attacco statunitense. Non risponde più con la stessa moneta. Ogni attacco americano viene contrastato con una rappresaglia più forte e contro un maggior numero di obiettivi. Come riporta Rob Campbell a proposito dello scontro del 2 giugno:

A tarda notte, gli americani hanno colpito una petroliera iraniana e gli iraniani hanno reagito…

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Gli USA si impossessano delle entrate petrolifere venezuelane

⚡️⚠️💰🛢🇻🇪🇺🇸 Gli Stati Uniti prendono il controllo delle entrate petrolifere del Venezuela / Caracas ordinato di trasferire i pagamenti del carburante al Tesoro USA

📍Secondo un documento ottenuto dal rispettato quotidiano spagnolo El Economista:

❗️La Compagnia Petrolifera Statale Venezuelana (PDVSA), in un avviso ufficiale ai suoi clienti, incluse le compagnie aeree e le società di spedizioni, ha ordinato che i pagamenti del carburante siano trasferiti direttamente al Tesoro USA, piuttosto che ai conti del governo venezuelano.

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Mi dichiaro antifascista !

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

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Matteo D’Amico: La rivoluzione nella Chiesa continua

Vaticano,12 maggio 2025. Papa Leone XIV incontra Maria Montserrat Alvarado, nuovo Prefetto della Comunicazione Vaticana, durante l'Udienza agli operatori dei media che avevano seguito il Conclave / SICILIANI

Osservazioni sulla gravità della nomina, in perfetto stile bergogliano, della prima donna-Prefetto di Dicastero pontificio laica

Vitis Vera. giu 04, 2026

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(Vitis Vera, articolo di Matteo D’Amico) Come noto il Papa ha nominato dal novembre 2026 una donna, Maria Montserrat Alvarado, una quarantenne (classe 1986) messicana che ha compiuto gli studi universitari negli Stati Uniti e che dal 2008 ha la cittadinanza americana, Prefetto del Dicastero della Comunicazione Vaticana, organismo che controlla Vatican News, Radio VaticanaL’Osservatore Romano e, in poche parole, l’intero apparato comunicativo della Santa Sede. E’ interessante notare che dal 2009 al 2023 la Alvarado ha lavorato presso il Becket Fund for Religious Liberty, un ente senza scopo di lucro che organizza cause legali (in particolare presso la Corte Suprema) a favore della libertà religiosa, sulla base di una visione ecumenista radicale. Ecco come questo importante organismo definisce la sua missione sul suo sito ufficiale:

Becket è un istituto legale ed educativo senza scopo di lucro, di pubblica utilità, la cui missione è proteggere la libera espressione di tutte le fedi. Becket esiste per difendere un principio semplice ma spesso trascurato: poiché l’impulso religioso è naturale per gli esseri umani, l’espressione religiosa è naturale per la cultura umana. Promuoviamo questo principio in tre ambiti: i tribunali, il tribunale dell’opinione pubblica e il mondo accademico, sia negli Stati Uniti che all’estero.

Noi di Becket amiamo dire di aver difeso i diritti religiosi di persone di ogni credo, dagli anglicani agli zoroastriani. I nostri sostenitori rappresentano una miriade di religioni, ma tutti condividono la nostra visione comune di un mondo in cui la libertà religiosa sia rispettata come un diritto umano fondamentale che tutti hanno il diritto di godere ed esercitare”. (grassetto nostro).

Difficile trovare definizioni più moderniste, come impianto teologico, di quella appena citata. Ecco il clima culturale in cui è cresciuta la Alvarado.

Vi sono però anche altre osservazioni da fare: è la prima donna non consacrata nominata Prefetto di un Dicastero vaticano. Se è già uno scandalo una donna Prefetto, lo è a maggior ragione una donna laica. Vi sono anche fondati timori che teologicamente non sia sostenibile, né sia legittimo in termini canonistici, avere una donna (consacrata o meno) a guidare come capo Dicastero vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose. Potremmo avere cardinali e vescovi sottoposti a una donna laica di quarant’anni e che devono prendere ordini e direttive da lei: è una scena oggettivamente abominevole e totalmente contro la Tradizione della Chiesa.

Va poi osservato che è semplicemente ridicolo pensare che in tutta la Chiesa Cattolica, con le sue centinaia di migliaia di sacerdoti, di religiosi, di laici uomini impegnati nel mondo della comunicazione non ci fosse una scelta alternativa. Scegliere una donna è evidente che risponde a una precisa scelta ideologica fatta da Prevost, che dimostra di assecondare il mondo, che ulula sempre più ferocemente per avere le “donne-diacono” e le “donne sacerdote”. La scelta è in perfetta linea con la strategia di Bergoglio e la sua ridicola esaltazione del mondo femminile, le sue aperture a ruoli ecclesiali rilevanti per loro. Prevost sta ormai rivelandosi come un Bergoglio gentile, dal volto umano, mellifluo e rassicurante, che dovrebbe con la sua eleganza e moderazione penetrare e sedurre anche il mondo conservatore (e, forse, tradizionalista). Ma dietro le apparenze di “carabiniere buono” sta confermando il modernismo radicale del suo predecessore; sembra quasi smentire il motto che descrive il processo rivoluzionario: “due passi avanti, un passo indietro”. Qui i passi si fanno solo avanti.

Come Prefetto sarà un primo livello del Papa e ciò significa incontri frequenti, se non quotidiani, con Prevost. La cosa è sicuramente contro la prudenza che dovrebbe ispirare ogni scelta del Papa. Per molti secoli è stato uso che nessuna donna sedesse mai al desco papale, e ora abbiamo una giovane e piacente messicana che potrebbe incontrare quotidianamente e anche in modo informale il Papa: la cosa non potrà che contribuire a distruggere il poco che ancora resta dell’alone di sacralità che dovrebbe sempre avvolgere il Sommo Pontefice.

Va poi osservato che il padre della Alvarado è stato console messicano a Miami, in Florida, dunque un alto diplomatico inviato nel paese più importante del mondo. Faccio notare questo particolare perché forse non tutti sanno che il Messico è un paese fra i più infiltrati dalla Massoneria (sia gli “eroi” delle guerre di indipendenza ottocentesche, sia i capi di stato di inizio Novecento che gestirono la guerra di sterminio contro i Cristeros erano in gran parte massoni, strettamente legati agli Stati Uniti e spesso anche alle logge americane) , fra tutti quelli sudamericani. Non abbiamo prove che il padre della Alvarado sia stato massone, ma se emergesse che lo era stato, la cosa non ci stupirebbe, anche perché incarichi così elevati in campo diplomatico in genere non vengono dati per semplici meriti professionali.

Infine la foto che postiamo a inizio articolo è inquietante, perché si nota che il Papa e la Alvarado si danno la mano (cosa che il Papa potrebbe e dovrebbe evitare, limitandosi a porgere l’anello da baciare) ma la dottoressa messicana-americana appoggia la sua mano sinistra sopra quella del Papa, in una sorta di slancio del cuore, mentre lo fissa sorridendo negli occhi senza alcuna soggezione (e senza il velo nero che sarebbe prassi anche per le regine). Stringere nelle proprie le mani dell’interlocutore già facemmo notare che in termini di pragmatica della comunicazione è gesto che tende a stabilire un rapporto di potere sull’interlocutore. La Alvarado forse non lo sa o non lo vuole, ma col suo gesto sta dicendo: qui adesso comando io.

In un’altra foto la Alvarado sembra (la foto non permette un giudizio definitivo) cingere con il braccio sinistro la vita (o la schiena) del Papa, un gesto semplicemente folle e fuori da ogni protocollo. Meno grave, anche se assurdo allo stesso modo, sarebbe stato il contrario, perché anche in questo caso sembra che la Alvarado dica all’osservatore: “Sono io che proteggo e guido il Papa, non il contrario”. La Alvarado poi non è composta: l’ufficialità della foto esigeva che tenesse le mani giunte in basso, che evitasse ogni contatto, anche accidentale con il Papa e che avesse un sorriso meno aperto e più elegante, più nobile e sfumato, meno goffamente esplicito. Auguri ai cardinali e ai vescovi (e al Papa) che dovranno prendere ordini da questa simpatica giovane donna che contribuirà senz’altro a risollevare le sorti della Chiesa nel tempo guasto e devastato della sua lenta Apocalisse.

L'articolo Matteo D’Amico: La rivoluzione nella Chiesa continua proviene da Blondet & Friends.

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Jared Kushner fa affari. Immobiliari

Jared Kushner è l’inviato speciale di Trump per la pace. Gaza. Iran. Ucraina. Negozia a nome degli Stati Uniti mentre gestisce contemporaneamente un impero immobiliare privato nella stessa regione in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Nessuno nei media mainstream trova ciò interessante. L’Albania sì.

I procuratori albanesi anticorruzione hanno appena congelato i conti bancari di Albania Land Development, la società immobiliare legata al progetto di resort di lusso da 4 miliardi di dollari di Kushner. Il sequestro è stato ordinato dalla Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato nel contesto di un’indagine in espansione su presunti titoli di proprietà fraudolenti.  4 miliardi di dollari.

Costa protetta. Titoli fraudolenti. Le macchine pesanti hanno iniziato a sgomberare il nucleo della zona protetta alla fine di aprile 2026. Nessun permesso. Nessuna valutazione di impatto ambientale completata. Nessuna consultazione pubblica. Solo macchine in una zona umida protetta che è habitat di fenicotteri, foche monache mediterranee e siti di nidificazione delle tartarughe marine.

Non hanno aspettato il permesso. Non lo fanno mai. Le proteste sono iniziate dopo l’apparizione di recinzioni di filo spinato che bloccavano l’accesso pubblico alla spiaggia di Zvërnec. Poi è emerso un video di guardie di sicurezza private che picchiavano un manifestante mentre la polizia stava a guardare.  La risposta del governo albanese? Il primo ministro Rama ha difeso il progetto. Lo ha definito il biglietto d’ingresso dell’Albania nella Champions League del turismo globale. Nel frattempo, il terreno su cui viene costruito era protetto. I titoli sono sotto indagine per frode. E l’uomo che lo sostiene negozia la politica estera americana di giorno.

Non è la prima volta. A dicembre 2025, la società di Kushner Affinity Partners si è ritirata silenziosamente da un progetto di sviluppo di lusso da 500 milioni di dollari a Belgrado, in Serbia, dopo l’opposizione pubblica e procedimenti legali contro funzionari che avevano rimosso le protezioni patrimoniali per spianare la strada all’affare.  Stesso copione. Paese diverso. Costa diversa. Trova il terreno protetto. Fai rimuovere le protezioni. Sposta le macchine prima che qualcuno possa fermarti. E se crolla, esci in silenzio e trova il successivo. Il genero di Trump. L’inviato di pace dell’America. Che gestisce un’operazione di acquisizione di terreni negli stessi territori in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Non oggi, Satana. Ricevute: Congelamento asset OCCRP: occrp.org/en/news/albani Indagine SPAK / nessun permesso / violenza proteste: albaniavisit.com/tourism-politi Indagine anticorruzione aperta Fox News: foxnews.com/politics/jared Schema ritiro Belgrado: albaniavisit.com/tourism-politi No Heroes. No Halos. End Hopium.

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La Cina produce…

Cina produce:

  • l’80% dei pannelli solari del mondo;
  • l’80% di tutte le batterie per veicoli elettrici e per la rete;
  • il 60% delle parti per turbine eoliche;
  • il 55% dell’acciaio grezzo globale.

Solo l’anno scorso, la Cina ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità a carbone – essenzialmente aggiungendo 1,5 gigawatt di nuova capacità a carbone ad alta efficienza ogni singola settimana. La quota di produzione manifatturiera della Cina sul PIL globale è passata dal 6% nel 2000 al 30% oggi.

Mentre la quota degli USA è scesa a circa il 17% e l’Europa è crollata al 14%. Tutto questo è fondato su un regola semplice:

  • abbondante energia da carbone;
  • rifiuto assoluto di mirare a net-zero.

La Cina è un governo che tratta le acciaierie e le giga-fabbriche come asset vitali. L’asset UE è la transizione energetica.

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