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Futuro Nazionale supera nei sondaggi la Lega ed esulta sui social: “Abbiamo iniziato a camminare, ora acceleriamo”

18 June 2026 at 16:44

Il sorpasso è arrivato. Futuro Nazionale supera nei sondaggi la Lega. Roberto Vannacci, dopo l’affiancamento, prova così ad allungare sul suo ex partito, quello di Matteo Salvini che lo ha candidato nel giugno del 2024 al Parlamento europeo dando il via al “fenomeno” del generale. Secondo la rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, Futuro Nazionale guadagna 1,5 punti percentuali rispetto al 29 maggio e si attesta 5,9%, lasciando dietro la Lega al 5,8% (-0,1%).

???? #Sondaggio Youtrend per @SkyTG24: sorpasso di Futuro Nazionale (5,9%, +1,5 punti rispetto al 29 maggio) sulla Lega (5,8%, -0,1). Nella stessa rilevazione risultano in crescita il PD (22,2%, +0,5), FI (8,2%, +0,4) e AVS (6,8%, +0,4), mentre cala il M5S (12,1%, -1,4). pic.twitter.com/VY8yY7Z3lN

— Youtrend (@you_trend) June 18, 2026

Il campo progressista avanti (in tutti gli scenari)

Nello stesso sondaggio risultano in crescita il Partito democratico al 22,2% (+0,5), Forza Italia al 8,2% (+0,4) e Alleanza Verdi-Sinistra al 6,8% (+0,4). Per Youtrend il calo maggiore (-1,4%) lo registra il Movimento 5 stelle che è stimato al 12,1%, mentre è stabile (+0,1%) Fratelli d’Italia, sempre primo partito al 27,8%. Secondo queste stime, il campo progressista sarebbe davanti al centrodestra anche se la coalizione di Giorgia Meloni decidesse di allearsi con il nuovo partito di Vannacci. Il centrosinistra, infatti è stimato al 44,3% se il centrodestra corre (al 43,2%) corre separato da Vannacci (al 4,9%). Rimane avanti, con il 46,4%, nello scenario di un centrodestra in coalizione con Futuro nazionale, al 45,4%. In pratica, secondo il sondaggio in centrodestra perderebbe, al momento, 2,7 punti percentuali rispetto alla somma in una corsa separata. Sempre secondo Youtrend il 56% degli elettori di Fdi si dice d’accordo con l’ipotesi di allargare la coalizione a Vannacci, mentre solo il 16% degli elettori di Forza Italia, Lega o Noi Moderati (e il 38% di quelli che oggi voterebbero Futuro Nazionale) si dice favorevole.

Romeo (Lega): “Stanchi di guardare i sondaggi”

Intanto Futuro Nazionale festeggia i sondaggi con un post sui social: “Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo“, scrive il partito di Vannacci. Dall’ex partito del generale, invece, i commenti sono di diverso tenore: “Siamo un po’ stanchi tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini”, ha dichiarato il capogruppo dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo. Da Fratelli d’Italia invece si minimizza: “Quale sorpasso? Quello di Hamilton con la sua Ferrari?”, scherza il responsabile del programma del partito di Meloni, il deputato Francesco Filini intercettato in Transatlantico alla Camera. “Non guardiamo i nostri sondaggi, figuriamoci quelli degli altri…”, gli fa eco Ylenja Lucaselli, anche lei parlamentare Fdi, che prima sorride poi si fa seria: “Vedremo quando si va in cabina elettorale ma alla fine l’unico vero sondaggio è quello della cabina elettorale”.

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La sinistra deve rispondere a Vannacci o ignorarlo? La terza via è quella giusta: smettere di rincorrerlo

18 June 2026 at 07:00

Nell’agosto del 2023, Roberto Vannacci pubblicò su Amazon il libro Il mondo al contrario, che in pochi giorni divenne il più venduto. Non era il frutto di una raffinata operazione di marketing, ma la conferma di un meccanismo comunicativo vecchio come il detto “Nel bene o nel male, purché se ne parli”, che risale al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890).

Da allora, ogni dichiarazione o apparizione pubblica del generale – oggi europarlamentare – segue lo stesso copione:

  1. una provocazione studiata per scardinare un tabù del discorso pubblico (diritti LGBTQ+, gestione dei migranti, concetto di “normalità”);

  2. una sollevazione indignata dei media e di opinionisti/e di area progressista, inclusa qualche denuncia formale;

  3. lo sgonfiamento giudiziario, politico e mediatico, per cui tutto finisce nel nulla, lasciando Vannacci nella posizione del “martire del buonsenso” e della censura delle élite.

La strategia punta alla legittimazione del politicamente scorretto: Vannacci usa la lingua italiana, citando spesso i dizionari (ovviamente solo ciò che gli fa gioco), per tracciare il confine fra un “noi” (la maggioranza silenziosa che pensa cose “scorrette” ma non osa dirle) e un “loro” (le élite custodi del politicamente corretto).

L’intervento da Lilli Gruber

L’ennesima conferma di questa strategia va in scena il 10 giugno 2026, durante una puntata di Otto e mezzo su La7. Incalzato da Lilli Gruber su temi divisivi, Vannacci applica il suo consueto jujutsu retorico: usare la forza di indignazione dell’interlocutrice per rigirarla contro di lei. Quando Gruber lo accusa di essere “ossessionato dagli omosessuali”, ribatte freddamente: “Forse lo è lei, visto che ha portato questo argomento in una discussione politica”. Il risultato? Vannacci appare sempre calmo e “in comando” della situazione, in un contesto tutto impostato sui temi da lui dettati.

Due giorni dopo, il 12 giugno 2026, Pier Luigi Bersani è ospite della stessa trasmissione, anche per essere stato assolto, nell’ottobre 2024, dall’accusa di diffamazione mossa dal generale. Lancia un appello: “Ci vuole una battaglia delle idee, la sinistra deve reagire”. Ma davvero la sinistra italiana dovrebbe rispondere a Vannacci?

La reazione di Giorgia Meloni

Nel frattempo, la Presidente del Consiglio fa la sua mossa. Non affronta Vannacci sul terreno dei valori e del politicamente scorretto, perché rischierebbe solo di legittimarlo o di perdere voti a destra, ma reagisce in modo istituzionale e accorto. Attaccando i deputati vicini alle posizioni del generale che hanno votato contro i provvedimenti del governo, Meloni liquida la questione con durezza pragmatica: “Avete votato sei volte contro la fiducia insieme a Schlein e Conte. La vera destra non è mai funzionale alla sinistra”. Spostando l’attenzione sulla responsabilità di governo, Meloni depotenzia il generale senza offrirgli il martirio culturale.

L’errore del centrosinistra: pensare all’elefante

Al contrario della destra di governo, il centrosinistra italiano soffre da sempre di una sindrome cronica che il linguista cognitivo George Lakoff ha ben spiegato nel celebre saggio Non pensare all’elefante (2004): se chiedi a qualcuno di non pensare a un elefante, la persona inevitabilmente visualizza l’animale. Nel dibattito politico significa che quando evochi il frame del tuo avversario, anche solo per smentirlo o criticarlo, stai già perdendo, perché confermi e rinforzi i suoi termini di discussione, la sua posizione, i suoi concetti, invece di imporre i tuoi.

Morale della favola

Chi insegue ogni provocazione di Vannacci – giornalista, opinionista o leader che sia – accetta di discutere temi scelti dal generale (l’identità, la “normalità”) nei suoi termini, invece di imporre i propri (salario minimo, sanità, precarietà), e regala a Vannacci il centro del palcoscenico, confermando la favola destrorsa secondo cui la sinistra si occuperebbe solo di battaglie sui diritti civili e sul linguaggio, ignorando i problemi materiali delle persone e della vita di tutti i giorni. Se i media e la politica italiana vogliono davvero spezzare la catena di successi mediatici di Vannacci, devono smettere di rincorrerlo. L’unica reazione efficace è imporre un proprio percorso linguistico, concettuale e politico sui bisogni concreti del Paese. Questi bisogni riguardano, ovviamente, anche molti diritti civili mancanti e non rispettati, ma la questione dei diritti civili andrebbe trattata dal centrosinistra, una buona volta, in modo originale e autonomo, stando ben lontani del terreno scivoloso del “politicamente corretto”, perché questo è da molti anni solidamente in mano al centrodestra e dal 2023 è presidiato da Vannacci.

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Perché si parla del motto ‘L’Italia agli italiani’? C’è uno straniero che ci opprime?

18 June 2026 at 06:30

di Leonardo Botta

Gira su web e social il celeberrimo slogan “L’Italia agli italiani”. Mi sono domandato: perché? Ricordavo il motto di Carlo Pisacane in occasione della spedizione di Sapri, una parola d’ordine contro l’oppressione straniera (siamo nel Risorgimento, l’oppressore era austriaco) e per l’autodeterminazione del popolo italiano che stava componendo la propria unità.

Un’unità non priva di criticità, anche dopo il 1861; fu Massimo D’Azeglio a farsi venire il primo dubbio: “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”; e poi ci sono state le due macroaree del paese, nord e sud, a contestare con rivendicazioni opposte – nostalgie borboniche da una parte e pulsioni separatiste dall’altra – gli effetti di quell’unificazione. In realtà il motto avrebbe più padri: Carducci (“…Dio; rendi l’Italia a gl’italiani”), Giuseppe Mazzini.

Ma che c’azzeccano Pisacane, Carducci e Mazzini, i moti risorgimentali con il tormentone di questi giorni? C’è uno straniero che ci opprime? Direi di no, almeno non in senso proprio. Oddio, magari qualche forestiero che ci vessa con imposizioni c’è: si chiama Trump, quello che vuole i dazi e la spesa militare, ma non credo che ci si riferisca a lui.

Un’italica unità da ricomporre? Al limite sì, visti i contenuti di una delle riforme promosse da questo governo e poi azzoppata dalla Consulta, l’autonomia differenziata.

Magari oggi si sta di nuovo invocando un po’ di autodeterminazione del nostro popolo? Allora potrei pensare che chi grida “l’Italia agli italiani” voglia affrancarsi dall’Unione Europea, secondo taluni più matrigna che madre: legittimo, ci sta. Ed è curioso, perché mi viene in mente che l’ingresso dell’Italia nel primo organismo continentale, il Mercato Economico Europeo (dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa) fu ratificato (correva l’anno 1957) con il voto favorevole di tutti i partiti, compreso l’Msi, tranne Pci (contrario) e Psi (astenuto).

Legittimo, ci sta: possiamo tranquillamente tornare a ragionare di “Italexit” e magari, perché no, del ritorno alla mitica “liretta”, quella che ogni tanto svalutavi e andavi avanti, fin quando il presidente del Consiglio pro tempore, Giuliano Amato, mise le mani nottetempo nei conti degli italiani, prelevando forzosamente il sei permille per non andar falliti.

Poi mi sono dato una pacca sulla fronte e alla domanda, marzullianamente, mi sono dato una risposta: “Ma certo, come ho fatto a non pensarci, ‘L’Italia agli Italiani’ ossia ‘Via gli stranieri’ (direbbe zio Paperone a guardia dei suoi forzieri, “Sciò!”, “Alla larga!”) e dunque ‘Padroni a casa nostra’ e, new entry, ‘Remigrazione’ dei ‘meticci’ di prima, seconda e magari anche ennesima generazione” come Zagrebelsky, Gad Lerner, i figli di Mike Bongiorno e pure Peter Gomez! È il grido di battaglia dei ‘patrioti’ vannacciani della prima e soprattutto ultima ora, un esercito che si sta (buon per il generale) corposamente ingrossando.

E vabbè, pure questo è legittimo, e poco importa se tre milioni di stranieri di varie generazioni che vivono in Italia non sono tanto credibili come oppressori e, al netto di chi tra loro delinque (per il quale non ho nessuna simpatia e mi auguro di vedere adeguatamente perseguito dalla giustizia), non ce li vedo nemmeno ad attentare alla nostra esigenza di autodeterminazione.

Soprattutto mi chiedo come mai con il governo più sovranista della nostra storia repubblicana, e a leggi vigenti (la Bossi-Fini, la Turco-Napolitano), siano arrivati nel nostro paese, in quattro anni, 320mila stranieri clandestini, a fronte della miseria di meno di ventimila rimpatri. Ma a questa domanda non so darmi una risposta.

Ps: vabbè, ci sarebbe anche il “casus belli” degli ultimi giorni, lo striscione “L’Italia agli italiani” esposto da studenti del liceo Monti di Cesena, che ha scatenato un vespaio tra sei in condotta e richiesta di chiarimenti del ministro Valditara. E ci sarebbe anche lo stesso motto fatto proprio dal regime fascista…

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