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Migranti, il Parlamento Ue approva le nuove regole sui rimpatri: Meloni esulta, opposizioni all’attacco: “Disumane”

17 June 2026 at 18:05

Il Parlamento europeo ha approvato il regolamento rimpatri con 418 sì, 218 no e 30 astenuti. A favore tutte le forze di destra e centrodestra dell’Eurocamera: Popolari (Ppe), Conservatori (Ecr), Patrioti (Ppe) e Sovranisti (Ecr), più alcuni eurodeputati di centrosinistra, in una votazione che, come già in passato sul tema immigrazione, spacca la tradizionale maggioranza centrista. Tra le novità principali, l’ordine di rimpatrio che diventa europeo (l’adesione degli Stati membri resta, per ora, volontaria), la possibilità di trattenere chi va rimpatriato fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei, l’obbligo di collaborare con le autorità ai fini del rimpatrio e relative sanzioni, e soprattutto il finanziamento di Return hubs, per trasferire in Paesi terzi compiacenti gli stranieri in attesa di rimpatrio. Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato come un grande successo: “La strada è quella del modello Albania”. Diametralmente opposte le valutazioni delle opposizioni, dal Pd al M5s e AVS, che parlano di norme “disumane”.

Le novità introdotte dal regolamento approvato vanno lette con quelle introdotte dal nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, operative dallo scorso 12 giugno, che impongono agli Stati membri procedure in frontiera e procedure accelerate che di fatto ridurranno le probabilità di vedere esaminate le richieste d’asilo, in particolare per chi proviene da Paesi d’origine con un tasso di accoglimento delle domande inferiore al 20%, che è considerato un pericolo e chi sarà accusato di aver mentito alle autorità. La cosiddetta “finzione di non ingresso” in territorio Ue consentirà di snellire le procedure di rimpatrio per tutte le domande respinte o ritenute infondate. A questo punto, però, rimane il solito collo di bottiglia: i rimpatri effettivi sono pochi, nell’ordine di qualche migliaio per l’Italia, perché senza la collaborazione dei Paesi d’origine non se ne fa nulla. E’ qui che si inserisce il nuovo regolamento e la possibilità per gli Stati Ue di siglare accordi bilaterali con Paesi terzi dove trasferire chi va rimpatriato, anche se non ha alcun legame con quel paese, anche se si tratta di famiglie con minori (esclusi i minori stranieri non accompagnati).

Ad oggi l’Ue effettua poco più di un rimpatrio per ogni cinque ordinati. Da qui la scelta, che spacca il Parlamento Ue disegnando la convergenza tra popolari ed estrema destra, di optare per il più semplice allontanamento dal territorio Ue. In altre parole, le persone da rimpatriare verranno “cedute” a Paesi terzi che gestiranno la detenzione e, in base agli accordi siglati, l’organizzazione dell’eventuale rimpatrio, che tuttavia resta improbabile visti i rari accordi con i veri Paesi d’origine. Col rischio che i deportati finiscano in un limbo, anche giuridico. Se infatti la Commissione europea sostiene che ogni accordo sarà sottoposto a verifica e monitoraggio, anche coinvolgendo UNHCR e OIM, le garanzie citate dal nuovo regolamento sono piuttosto poche. La condizione centrale è che l’intesa possa essere conclusa solo con uno Stato che rispetti gli standard internazionali sui diritti umani e i principi del diritto internazionale, compreso il principio di non-refoulement, il divieto di rinviare una persona verso un Paese dove rischia persecuzioni, torture o trattamenti inumani. Ma le norme non impongono che il Paese terzo sia un “Paese sicuro”, né che abbia aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Non emerge nemmeno l’obbligo di garantire alle persone trasferite uno status giuridico stabile, tantomeno quello di di accoglierle e integrarle sul proprio territorio qualora il rimpatrio verso il Paese d’origine si confermi impraticabile.

Meloni esulta: “Provvedimento storico frutto soprattutto del lavoro del governo italiano che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Unione europea”, spiega la premier in un video sui social, registrato mentre è a Evian per il G7. “Il regolamento prevede tra l’altro anche la possibilità di aprire centri di rimpatrio nei paesi terzi, quindi di fatto seguendo la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania, una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed europea ha tentato di contrastare in ogni modo ma che grazie a questo governo è diventato oggi uno strumento a disposizione dell’Europa intera”. “Un risultato politico importante che dimostra come la linea del buon senso, della legalità e del controllo dell’immigrazione irregolare non sia più solo italiana, ma stia diventando la linea dell’Europa. Chi ieri diceva ‘non si può farè, oggi vota ciò che l’Italia chiedeva da anni”, ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami.

“Quelle previste sono vere e proprie pratiche di deportazioni che non tengono conto della tutela dei diritti delle persone”, ribatte la delegazione del Pd a Strasburgo. “La realtà è che tutta questa operazione non produrrà alcuna armonizzazione né maggiore sicurezza. Ci renderà soltanto ancora più ricattabili da quei Paesi a cui appalteremo la gestione di un fenomeno da governare con serietà e non con la propaganda, come fa da anni la destra europea e quella in Italia”. Il M5s: “Questo regolamento, frutto della collaborazione fra estrema destra e PPE, è disumano e tratta le persone come oggetti. Questo non è il vero volto dell’Unione europea”. “Seppellito il diritto d’asilo: l’Europa ha stabilito la possibilità di aprire centri di rimpatrio in paesi terzi e aperto allo scenario della caccia al migrante in stile Ice e a deportazioni indiscriminate”, ha scritto in una nota la delegazione di Alleanza Verdi e Sinistra. Preoccupati anche i vescovi Ue. La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) esprime “profonda preoccupazione per alcuni aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire l’effettiva tutela dei diritti fondamentali e della dignità delle persone vulnerabili. In particolare, l’ampliamento della detenzione, le limitazioni ai ricorsi e alle procedure di ricorso effettivi e la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso paesi terzi sollevano gravi questioni etiche e umanitarie”.

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La Spagna regolarizza i migranti, l’Italia no

17 June 2026 at 08:56

Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.

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Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

17 June 2026 at 07:04

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

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