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Jovem vendeu startup de monitorização de calorias. Ganhou 30 milhões de dólares

14 June 2026 at 15:30
Enquanto a maioria dos estudantes universitários se dedicava a estudar para os exames finais, Zach Yadegari, de 19 anos, estava a vender a sua aplicação de nutrição multimilionária. A MyFitnessPal adquiriu a Cal AI, uma aplicação de monitorização de calorias baseada em IA que o jovem fundou enquanto estava no ensino secundário. A aplicação foi lançada oficialmente em 2024, acumulando 10 milhões de utilizadores e 30 milhões de dólares em receitas anuais. “Tudo se resumiu a termos em contas as prioridades e objetivos de cada um na vida. Essa estrutura ajudou-nos a chegar a um consenso sobre o que todos

Rússia é “parceiro estratégico” de Portugal, apesar de não ser da NATO e UE

By: ZAP
14 June 2026 at 11:30
Conceito Estratégico português continua, no papel, a tratar a Rússia como parceira relevante, mesmo depois de NATO e UE terem revisto essa formulação, após a invasão russa da Ucrânia. Portugal continua a ter em vigor um Conceito Estratégico de Defesa Nacional (CEDN) que olha para a Rússia como um parceiro relevante para a estabilidade europeia, mesmo com a invasão da Ucrânia em fevereiro de 2022 e após uma profunda alteração do contexto geopolítico desde então. O documento português, aprovado em 2013, foi visto pelo Público. Antes da anexação da Crimeia por Moscovo, afirma que Portugal, enquanto país fundador da NATO,

Vannacci ha ragione: sui militari, in Italia, si continua a fare propaganda. L’opinione di Butticé

14 June 2026 at 11:31

Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.

Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.

Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.

I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.

Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».

Ma qui il problema è un altro.

Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.

È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.

La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.

Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.

Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.

Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.

In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.

La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.

Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare.  Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.

Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?

La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.

Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.

Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.

Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.

 

Con Nereus 2026 l’Ue rafforza la sua presenza marittima nel Mediterraneo

14 June 2026 at 09:39

Irini ha concluso le Focused Operations Nereus 2026, una fase di attività intensificate durata dal 3 al 12 giugno tra il Mediterraneo centrale e il Mar Egeo. Il dispositivo ha riunito unità navali di Italia, Grecia e Romania e assetti aerei provenienti da Lussemburgo, Polonia, Italia e Grecia, sostenuti dalle infrastrutture logistiche messe a disposizione dagli Stati membri partecipanti.

Secondo quanto comunicato dall’operazione, il surge ha consentito di svolgere l’intero spettro delle attività previste dal mandato di Irini in condizioni operative reali, con l’obiettivo di migliorare efficacia, interoperabilità e livello di preparazione delle forze assegnate. Le attività condotte in mare e in volo hanno riguardato in particolare il rafforzamento della Maritime Situational Awareness, il coordinamento tra assetti multinazionali e l’applicazione delle procedure operative comuni.

Nel corso dei dieci giorni, le unità coinvolte hanno inoltre svolto attività addestrative dedicate alla guerra di superficie, alla risposta alle minacce asimmetriche e alla difesa aerea. Una parte della formazione è stata realizzata in cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre (NMIOTC) presso la base navale di Souda, in Grecia.

Per l’operazione, Nereus 2026 rappresenta la dimostrazione della capacità dell’Unione Europea di mantenere una presenza marittima coordinata e continuativa in un’area considerata strategica. Il comandante di IRINI, il contrammiraglio Marco Casapieri, ha definito la missione uno strumento “pronto, credibile e scalabile” per accrescere efficacia, preparazione e interoperabilità delle forze navali europee.

Le attività condotte durante Nereus arrivano in una fase di crescente attivismo operativo della missione. Nelle ultime settimane, infatti, una nave di Irini ha effettuato tre distinti flag verification boarding in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. Dopo gli interventi sulla MV Nelsa dell’11 maggio e sulla MV Oneiroi del 1° giugno, il 7 giugno è stata la volta della MV Sandhya.

Dal punto di vista giuridico si tratta di procedure previste dall’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti sulla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo successivamente le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Il significato di queste attività va però oltre il singolo controllo. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione attraverso attività legate alla Maritime Situational Awareness e al monitoraggio di fenomeni che incidono sulla sicurezza marittima regionale. La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questa evoluzione.

I boarding effettuati nelle ultime settimane vengono considerati a Bruxelles uno strumento per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo. Il problema, nella lettura europea, non riguarda soltanto le singole navi sospettate di utilizzare registrazioni irregolari o identità poco chiare. Riguarda più in generale il rischio che si consolidino zone grigie capaci di erodere progressivamente le regole che governano gli spazi marittimi internazionali.

In questa prospettiva, Nereus 2026 appare meno come una semplice attività di addestramento e più come la verifica della capacità europea di sostenere una presenza marittima continuativa, coordinata e pronta a operare in un ambiente sempre più complesso. La forte enfasi posta dall’operazione su interoperabilità, readiness e capacità di adattamento riflette una missione che sta assumendo un ruolo più ampio rispetto alle sue funzioni originarie.

Anche la geografia dell’operazione contribuisce a spiegare la rilevanza dell’iniziativa. Mediterraneo centrale ed Egeo rappresentano due aree strettamente connesse per la sicurezza europea. Rotte commerciali, infrastrutture energetiche, traffici marittimi e interessi strategici convergono in uno spazio che negli ultimi anni è tornato al centro dell’attenzione delle istituzioni europee.

Da qui l’insistenza sulla costruzione di una “shared maritime security architecture” richiamata nel comunicato finale dell’operazione. L’obiettivo non è soltanto mettere in mare più assetti, ma consolidare procedure comuni, standard condivisi e una cultura operativa in grado di consentire alle marine europee di agire con maggiore integrazione.

Anche la cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre di Souda si inserisce in questa logica. Pur restando distinti i quadri istituzionali di Unione Europea e Alleanza Atlantica, la convergenza sul piano addestrativo e procedurale contribuisce a migliorare la capacità delle forze europee di operare insieme in scenari complessi.

Le dichiarazioni del comandante dell’operazione hanno inoltre posto l’accento sulla necessità di adattarsi a un ambiente marittimo in continua evoluzione. È un messaggio che riflette una convinzione sempre più diffusa nelle istituzioni europee: la sicurezza marittima non può essere garantita esclusivamente attraverso il monitoraggio e la raccolta di informazioni, ma richiede la capacità di tradurre la presenza sul mare in attività operative credibili e visibili.

Per questo motivo, il significato di Nereus 2026 va letto anche oltre i risultati immediati del surge. L’operazione rappresenta un indicatore della traiettoria intrapresa da Irini e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso il dominio marittimo come dimensione della propria politica di sicurezza.

La valutazione post-operazione prevista nelle prossime settimane servirà a consolidare le lezioni apprese e a preparare future attività analoghe. Più che nei dieci giorni appena conclusi, la misura del successo di Nereus sarà probabilmente nella capacità di trasformare interoperabilità, presenza e prontezza operativa in uno strumento permanente della proiezione europea nel Mediterraneo.

La Cina schiera il nuovo HQ-16F davanti a Taiwan: come funziona la nuova cupola antimissile

La Cina ha avviato il dispiegamento operativo dell'HQ-16F. Si tratta di una nuova versione potenziata del sistema di difesa aerea HQ-16 destinata a rafforzare le capacità dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nelle aree più sensibili del Paese. Dalle prime indiscrezioni, pare che l’arma sia stata assegnato alla 73esima Armata del Comando del Teatro Orientale, schierata nella provincia del Fujian, di fronte a Taiwan. La scelta non è probabilmente casuale: di recente Taipei ha incrementato le proprie capacità missilistiche grazie all'acquisizione di sistemi statunitensi HIMARS e dei missili balistici ATACMS, considerati da Pechino una minaccia diretta per il territorio continentale.

Il sistema missilistico cinese potenziato

Dal punto di vista tecnico, come ha spiegato nel dettaglio il portale Military Watch Magazine, l'HQ-16F rappresenta un salto generazionale rispetto alle precedenti versioni della famiglia HQ-16. Il nuovo jolly di Pechino utilizza una configurazione più compatta e aerodinamica, con una struttura quasi priva delle tradizionali superfici di coda.

L'elemento più rilevante riguarda però la gittata, che raggiunge i 160 chilometri. Parliamo quindi di un netto miglioramento rispetto ai 40 chilometri delle prime varianti HQ-16 e HQ-16A e ai 70 chilometri degli HQ-16B e HQ-16C. Ebbene, grazie a questo incremento il sistema viene ormai classificato come una piattaforma di difesa a lungo raggio.

Anche l'elettronica di bordo è stata aggiornata: l'HQ-16F impiega una navigazione inerziale nella fase intermedia del volo e sistemi di guida attiva o semi-attiva nella fase terminale, aumentando la resistenza alle contromisure elettroniche e la capacità di affrontare attacchi saturanti condotti con più missili contemporaneamente. Un'altra novità è l'adozione di radar AESA (Active Electronically Scanned Array), più avanzati rispetto ai radar a scansione elettronica passiva utilizzati dalle versioni precedenti. Questa tecnologia consente una migliore capacità di rilevamento, tracciamento e ingaggio di bersagli multipli, migliorando l'efficacia complessiva della difesa aerea.

La cupola antimissile di Pechino

L'HQ-16F non opera però in modo isolato. Il sistema fa parte della più ampia architettura antimissile sviluppata dalla Cina negli ultimi anni, una rete multilivello che integra piattaforme terrestri e navali con differenti capacità di intercettazione.

Nella fascia più alta si colloca l'HQ-29, entrato in servizio nel 2025 e progettato per contrastare missili balistici a lunghissimo raggio. A un livello intermedio opera invece l'HQ-19, spesso paragonato al sistema statunitense THAAD per capacità e missione.

L'HQ-16F occupa invece il segmento inferiore della rete, fornendo protezione contro velivoli, missili da crociera e alcune tipologie di minacce balistiche a distanza più ridotta. La sua introduzione nelle unità schierate di fronte a Taiwan segnala la volontà di Pechino di rafforzare ulteriormente la copertura difensiva lungo la costa orientale e di rispondere all'evoluzione delle capacità offensive presenti sull'isola.

L’intelligence europea punta il dito su Pechino: formazione militare a favore delle forze russe

Le relazioni tra Unione Europea e Cina si trovano di fronte a una nuova fase di tensione strategica dopo la diffusione di informazioni che attribuiscono a Pechino un coinvolgimento diretto nella formazione di personale militare russo successivamente impiegato nel conflitto contro l’Ucraina. Secondo fonti europee, le strutture d’intelligence dell’UE avrebbero raccolto elementi ritenuti sufficientemente solidi da confermare l’esistenza di programmi di addestramento svolti sul territorio cinese a favore di centinaia di militari della Federazione russa. La vicenda introduce un ulteriore elemento di complessità nel quadro delle relazioni euro-cinesi e alimenta il dibattito sul ruolo effettivamente ricoperto da Pechino nell’attuale architettura di sicurezza eurasiatica.

Cosa sappiamo

Nel corso di un briefing tenutosi a Bruxelles, un alto funzionario europeo ha riferito che diverse agenzie dell’Unione hanno verificato l’esistenza di attività formative destinate a personale delle forze armate russe in più località della Repubblica Popolare Cinese. Secondo le prime valutazioni disponibili, il numero dei militari coinvolti sarebbe compreso nell’ordine di diverse centinaia di unità.

Le informazioni raccolte indicano che una parte dei soldati addestrati sarebbe stata successivamente impiegata nelle operazioni militari sul fronte ucraino. Tale circostanza viene considerata particolarmente significativa dalle istituzioni europee poiché configurerebbe una forma di supporto qualitativamente diversa rispetto alle precedenti accuse rivolte a Pechino riguardanti la fornitura indiretta di componenti e tecnologie a duplice uso. In questo caso, infatti, l’attenzione si concentra su attività di formazione militare diretta, con possibili implicazioni sul piano strategico e diplomatico.

Programmi avanzati, droni e guerra elettronica: i dettagli delle attività formative

Le ricostruzioni denotano che i programmi sarebbero stati avviati nella seconda metà del 2025 nell’ambito di accordi di cooperazione tra apparati militari russi e cinesi. Alcune attività si sarebbero svolte presso installazioni situate nelle aree di Pechino e Nanchino, mentre altre fonti parlano di una rete più ampia di basi militari impiegate per l’addestramento.

I corsi avrebbero riguardato settori ad elevato contenuto tecnologico, tra cui l’impiego operativo dei sistemi a pilotaggio remoto, le tecniche di guerra elettronica, il contrasto ai droni, l’aviazione tattica dell’esercito e la condotta di operazioni con unità corazzate. Particolare rilevanza avrebbe assunto il contributo dell’industria cinese specializzata nei velivoli senza pilota, che avrebbe fornito accesso a simulatori avanzati e piattaforme tecnologiche dedicate alla preparazione degli operatori. Alcuni rapporti sostengono inoltre che tra i partecipanti figurassero membri di reparti russi altamente specializzati nell’impiego di sistemi unmanned, successivamente impiegati nelle operazioni belliche del 2026.

L’Europa e il futuro delle relazioni con Pechino

Le rivelazioni giungono in una fase delicata per la politica estera europea e saranno al centro delle discussioni del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea. I ministri degli Esteri dei Paesi membri intendono valutare non soltanto le conseguenze politiche della presunta cooperazione militare sino-russa, ma anche le vulnerabilità strutturali derivanti dalla dipendenza dell’industria europea della difesa dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Pechino continua ufficialmente a sostenere una posizione di neutralità rispetto alla guerra in Ucraina e ha sempre respinto le accuse di forniture dirette di armamenti a Mosca. Tuttavia, negli ultimi anni governi occidentali e istituzioni europee hanno espresso crescenti preoccupazioni riguardo al trasferimento verso la Russia di componenti, tecnologie e beni a duplice impiego suscettibili di rafforzare il complesso militare-industriale russo.

L’emersione di prove relative all’addestramento di personale militare destinato al teatro operativo ucraino, secondo gli analisti, potrebbe dunque, rappresentare un punto di svolta nelle valutazioni strategiche dell’Unione Europea, influenzando sia il dialogo politico con la Cina sia le future politiche di sicurezza e autonomia industriale del continente.

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