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Petizione contro la partecipazione di Eskhol Nevo al festival Il Libro Possibile: “Non ha preso le distanze dal governo israeliano”

13 June 2026 at 18:17

No alla partecipazione di Eskhol Nevo al festival Il Libro Possibile in programma a luglio tra Polignano a mare e Vieste. Si moltiplicano le firme – di attivisti, intellettuali, amministratori locali e anche di un arcivescovo – sotto la petizione che punta a escludere lo scrittore israeliano dal cartellone dell’evento letterario. Secondo i promotori, l’autore dei romanzi Nostalgia e Tre Piani, portato al cinema da Nanni Moretti, non avrebbe espresso “una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto nell’intero Medio Oriente“. Ma il festival conferma la presenza di Nevo, previsto a Vieste il 21 luglio: “Nessuna esclusione”, fa sapere la direttrice artistica Rosella Santoro.

Non ci sarà, dunque, un nuovo caso Erri De Luca, lo scrittore napoletano escluso dall’incontro inaugurale del festival Salerno Letteratura dopo le dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio in Palestina. I promotori della petizione non contestano “il valore letterario delle opere di Nevo né il principio della libertà di espressione”, ma ritengono che “gli intellettuali abbiano una responsabilità particolare nei momenti più tragici della storia. Non basta raccontare l’umanità: occorre difenderla. Se il tema del Libro Possibile è ‘Discorso all’umanità’, allora la prima domanda che dobbiamo porci è dove sia oggi l’umanità davanti alle macerie di Gaza, davanti ai corpi dei bambini estratti dalle rovine, davanti alla fame che colpisce la popolazione civile”. Per monsignor Franco Moscone, arcivescovo della diocesi di Manfredonia Vieste San Giovanni Rotondo, l’autore di La simmetria dei desideri “non ha avuto il coraggio di portare un contributo di critica e chiarezza” sulla guerra a Gaza.

La direttrice artistica dal canto suo rivendica che il festival “porta la cultura nelle piazze e accoglie voci, sensibilità e posizioni differenti nell’ottica di creare dibattito, oltre le semplificazioni”. “Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese. Abbiamo preso atto – sottolinea Santoro – che Nevo ha pubblicamente invocato la pace, indicato nel dialogo e nei negoziati l’unica soluzione possibile e preso le distanze da esponenti dell’attuale governo israeliano. La sua voce, quindi, sarà ascoltata insieme a quelle di Wael Al-Dahdouh, Widad Tamimi, Lorenzo Tondo e degli altri ospiti che affronteranno il dramma di Gaza e del Medio Oriente”.

Nevo, nato a Gerusalemme nel 1971, a più riprese in passato critico contro il governo di Netanyahu, dal palco della Repubblica delle Idee a Bologna ha detto: “Non solo provo vergogna, ma Ben-Gvir non rappresenta né me né i valori del mio Paese né l’ebraismo”, dice senza mezzi termini parlando del ministro della Sicurezza di Israele e degli insulti agli attivisti della Flotilla. “Tra quattro mesi nel mio Paese si vota, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità, sono solo uno scrittore, affinché questo uomo non faccia più parte del governo. Doveva essere licenziato all’istante”. “Se devo esprimere tre desideri, il primo è la pace, non facile, ma io ci credo. Il secondo è che con le elezioni di ottobre il mio Paese colga l’opportunità di cambiare, è da tempo che ribadisco che abbiamo bisogno di una leadership più aperta al futuro. L’ultimo desiderio è personale: vorrei che le mie figlie ritrovassero la speranza”.

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“Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura

13 June 2026 at 09:25
“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.

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