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Non chiamatela destra: quella di Vannacci è una pericolosa regressione culturale

11 June 2026 at 07:25

L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci: non dovrebbe averne nostalgia. Il commento

C’è una differenza enorme tra avere idee di destra e scivolare nella barbarie del linguaggio politico. Una differenza che andrebbe difesa proprio da chi si riconosce nei valori del conservatorismo democratico. Si può essere favorevoli a politiche migratorie più severe. Si può chiedere maggiore sicurezza. Si può sostenere che l’integrazione abbia regole e limiti. Si può persino contestare alcune battaglie del movimento LGBTQ+, purché lo si faccia nel rispetto della dignità delle persone. È il sale della democrazia. È il pluralismo. È la politica.

Ma quando, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, Roberto Vannacci arriva a evocare la deportazione dei migranti o a parlare dei diritti degli omosessuali come se fossero una sorta di favore concesso da una maggioranza magnanima, il piano cambia radicalmente.

Perché le parole hanno un peso. E alcune parole hanno una storia. “Deportazione” non è un termine neutro. Non è sinonimo di rimpatrio. Non è una formula tecnica da inserire in un programma elettorale. È una parola che richiama pagine oscure dell’Europa, l’idea che esseri umani possano essere spostati come merci indesiderate. Usarla con leggerezza significa banalizzare ciò che la nostra storia dovrebbe averci insegnato.

Allo stesso modo, sostenere che i gay abbiano “anche il diritto di guidare” non è una provocazione brillante. È la riduzione dell’uguaglianza a una caricatura. I diritti non sono una gentile concessione della maggioranza di turno. Sono il fondamento dello Stato di diritto. E valgono per tutti, anche per chi vota diversamente da noi.

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Il problema, allora, non è la destra. Anzi. Una destra liberale, europea, moderna dovrebbe essere la prima a prendere le distanze da questo tipo di retorica. Perché se tutto diventa ammissibile in nome della libertà di espressione, allora il confine tra il confronto politico e l’imbarbarimento del dibattito finisce per dissolversi.

L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci. Non dovrebbe averne nostalgia. Non dovrebbe nemmeno flirtare con certi fantasmi. La politica dovrebbe elevare il livello della discussione, non abbassarlo. Dovrebbe indicare soluzioni, non bersagli. Dovrebbe parlare alla parte migliore del Paese, non a quella più rabbiosa.

Si può essere di destra, di sinistra o di centro. Si può sostenere il governo o combatterlo ogni giorno. Ma ci sono principi che dovrebbero restare fuori dalla contesa elettorale: il rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni disumanizzazione, la consapevolezza che la democrazia vive di limiti oltre che di consenso. Il punto non è censurare Vannacci. Il punto è non abituarsi. Perché la storia insegna che le idee pericolose raramente si presentano come tali. Spesso entrano nel dibattito travestite da buon senso, da provocazione, da “si dice quello che la gente pensa”. E invece no. Ci sono cose che una società matura deve avere il coraggio di respingere. Non perché siano impopolari. Ma perché sono sbagliate. E su questo non dovrebbero esistere né destra né sinistra. Solo il confine, sottilissimo ma decisivo, tra civiltà e regressione.

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La maliziosa operazione Onorato, e la più seria sfida di Spazio Pubblico

11 June 2026 at 03:47

Chi è Alessandro Onorato? Un assessore romano molto in gamba che comincia, su ispirazione del Richelieu del campo largo, Goffredo Bettini, ad avere uno spazio nazionale, tanto da essere presentato come – leggo su Repubblica – “l’enfant prodige” della politica romana.

Ad occhio, guardando i suoi Instagram, un Renzi 2 la vendetta. La differenza è che, visti i precedenti, Onorato viene custodito al di fuori del recinto Pd, nella speranza che il suo nuovo partito “civico” (formato da amministratori locali) innervi con sangue fresco la coalizione di sinistra senza mettere a rischio la segreteria Schlein.

Progetto Civico, questo il nome, si presenterà al mondo il prossimo 12 giugno alla presenza di tutti i vertici del campo largo. Tutti i vertici ho scritto? Ho sbagliato. Mi sono fatto ingannare proprio dall’articolo odierno di Repubblica, dove è scritto che «sarà presente tutto l’arco costituzionale del campo largo: dalla segretaria del Pd, Elly Schlein, a quelli di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, Europa verde, Angelo Bonelli, e +Europa, Riccardo Magi».

No, Renzi non è previsto nel manifesto di convocazione. Non fa parte dell’arco costituzionale del Campo Largo? C’è una fatwa su di lui del professor Gustavo Zagrebelsky e di Enzo Iacchetti? Non sappiamo, comunque non c’è; evidentemente ha fiutato l’aria del trappolone, visto che il mandato di Onorato è, se ho ben capito, di non strappare nemmeno un voto al partito di Schlein (dagli altri non ne riceverebbe comunque). A chi dunque? Un progetto che a Renzi forse appare ben studiato e malizioso.

Nei giorni scorsi si è però manifestato un fatto nuovo che potrebbe intralciare i disegni dei vertici del campo largo. Dopo molti scontri e ripensamenti Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e a suo tempo segretaria dei giovani della Margherita, ha rotto col Pd e ha creato una sua associazione politica attingendo ad aree diverse: dai riformisti del Pd e della sinistra all’area liberale che oggi si ritrova in Europa Radicale, fino ai senza patria partitica.

L’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi; a chi è deluso dai litigiosi tentativi falliti di aprire spazi al centro; a chi non sopporta le reticenze degli uni e degli altri sull’aiuto militare all’Ucraina democratica contro l’imperialismo russo, o teme che l’estremismo proPal si traduca nel sostegno rossobruno a tutti gli antisemitismi latenti.

La differenza rispetto all’operazione Onorato è tutta qui. Se Progetto Civico nasce per ampliare il perimetro del campo largo, Spazio Pubblico potrebbe ambire a qualcosa di diverso: costruire un soggetto politico capace di dialogare con elettori provenienti da entrambe le coalizioni e con quanti oggi non si sentono rappresentati da nessuna delle due.

Vedremo se Picierno riuscirà nell’impresa: fare di Spazio Pubblico il soggetto aggregatore di quanti hanno perso ogni fiducia nell’agitato immobilismo dei due schieramenti che si contendono il governo. Se riuscisse ad aggregare l’elettorato oggi disperso tra le varie liste di ispirazione liberaldemocratica, se i sondaggi nel tempo indicassero un consenso simile a quello che quelle liste hanno raccolto, separate, nel recente passato, il panorama politico ne verrebbe scombussolato.

A destra come a sinistra, tutti dovrebbero fare i conti non con le modeste oscillazioni sismiche dei sondaggi ma, finalmente, con la realtà dei temi e delle soluzioni liberali. In quel caso, a destra come a sinistra, diventerebbe più difficile continuare a ragionare esclusivamente in termini di alleanze, veti e giochi di palazzo. Tornerebbero al centro del confronto temi spesso rimasti ai margini: il ruolo dell’ltalia in Europa, la competitività economica, la riforma delle istituzioni, la difesa dello Stato di diritto, il sostegno alle democrazie minacciate.

Le conseguenze potrebbero farsi sentire anche nell’area minoritaria del centrodestra, dove una proposta liberale, europeista e meno acquiescente verso gli strappi sovranisti potrebbe trovare ascolto. Soprattutto se Picierno comincerà a rivolgersi anche a quest’area, ricordando la sua campagna controcorrente nella sinistra per il sì al referendum sulla separazione delle carriere e il suo intransigente federalismo europeo.

È una sfida difficile. Ma almeno pone una domanda che la politica italiana evita da troppo tempo: esiste ancora uno spazio per un centro che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti? È una sfida difficile, ma il fatto stesso che la domanda sia tornata sul tavolo è già una buona notizia politica.

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