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“Futuro senza fumo”: l’Antitrust multa Philip Morris per pubblicità ingannevole delle Iqos. La multinazionale farà ricorso

10 June 2026 at 16:39

Una sanzione da 7 milioni di euro per pratica commerciale scorretta. È la decisione presa dall’Antitrust nei confronti di Philip Morris Italia per le espressioni e i claim “senza fumo” e “prodotti senza fumo” utilizzati nella campagna di marketing dei prodotti del tabacco senza combustione, in sostanza le Iqos. L’istruttoria era stata avviata su segnalazione del ministero della Salute e l’authority ha ritenuto che quelle espressioni inducano i consumatori – anche minori – a ritenere “erroneamente” che si tratti di prodotti privi di effetti nocivi per la salute o meno nocivi di altri prodotti del tabacco, in particolare delle sigarette tradizionali.

Le evidenze acquisite in sede ispettiva e nel corso dell’istruttoria – sostiene l’Antitrust – indicano piuttosto che una minore nocività o non nocività di questi prodotti non risulti affatto dimostrata alla luce delle attuali conoscenze scientifiche-cliniche, anche per la presenza di nicotina. L’Autorità ha deliberato che Philip Morris Italia comunichi, entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento, le iniziative intraprese per far cessare la pratica. Ma la multinazionale del tabacco non ci sta e ritiene la decisione “errata e viziata” sotto diversi profili, intendendo tutelare la propria posizione in tutte le sedi competenti.

“Non si tratta di una campagna commerciale rivolta ai consumatori. Nei suoi messaggi di natura commerciale, Philip Morris Italia garantisce sempre informazioni chiare sui rischi, sulla presenza di nicotina e sul divieto di vendita e utilizzo per i minori”, ribatte Philip Morris. L’azienda sostiene inoltre di aver prodotto all’Antitrust anche studi clinici che dimostrebbero la minore nocività dei prodotti senza combustione come le conclusioni della Food and Drug Administration statunitense, che lo scorso aprile, rinnovando l’autorizzazione alla commercializzazione di Iqos come prodotto del tabacco a rischio modificato, ha ribadito che “‘il sistema Iqos scalda e non brucia il tabacco” e “questo riduce significativamente la produzione di sostanze dannose e potenzialmente dannose”.

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In aprile produzione industriale su dello 0,5%. Bene chimica e mezzi di trasporto, ancora in calo tessile e abbigliamento

10 June 2026 at 16:03

La produzione industriale italiana mostra un altro segnale positivo ad aprile per il terzo mese consecutivo dopo tre anni di calo. Ma il quadro complessivo resta quello di una ripresa fragile e disomogenea. Secondo le stime dell’Istat, l’indice destagionalizzato è aumentato dello 0,5% rispetto a marzo e dell’1,3% rispetto a un anno prima, mentre nella media del trimestre febbraio-aprile si registra un incremento dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti.

A sostenere il dato sono soprattutto i beni strumentali, che crescono dell’1% rispetto al mese precedente e del 6,4% su base annua. È la componente più strettamente legata agli investimenti delle imprese. Bene anche i beni intermedi, in aumento dello 0,8% sul mese e dell’1,8% sull’anno. I beni di consumo invece registrano una flessione sia congiunturale (-0,1%) sia tendenziale (-4,1%), segno di una domanda interna ancora debole. In calo anche il comparto energetico (-0,2% sul mese e -2,7% sull’anno).

Dal punto di vista settoriale emerge una forte polarizzazione. A trainare la crescita mese su mese sono i prodotti chimici e quelli petroliferi, mentre anno su anno in testa ci sono la fabbricazione di mezzi di trasporto (+17,8%), il comparto farmaceutico (+7,9%) e la produzione di macchinari e attrezzature (+6,1%). Settori ad alto contenuto tecnologico e molto orientati all’export, che continuano a beneficiare di una domanda relativamente più dinamica. All’opposto, restano in difficoltà alcuni comparti tradizionali del made in Italy. Le industrie tessili, dell’abbigliamento, delle pelli e degli accessori segnano un calo dell’8,9%, confermando una crisi che si protrae ormai da diversi trimestri e che riflette sia la debolezza dei consumi europei sia le difficoltà del lusso sui mercati internazionali. Negative anche le altre industrie manifatturiere (-6,7%) e il comparto legno-carta-stampa (-4,4%).

Il dato tendenziale complessivo, +1,3%, va interpretato con cautela. Ad aprile 2026 i giorni lavorativi sono stati infatti 21 contro i 20 dello stesso mese dell’anno precedente, un effetto calendario che contribuisce a sostenere il confronto annuo.

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L’Ufficio di bilancio: “Le riforme Irpef hanno reso il fisco meno equo. Più disparità tra contribuenti con diverse fonti di reddito”

10 June 2026 at 14:37

Altro che più equità: le riforme messe in campo a partire dal 2021 hanno reso il sistema fiscale sempre più segmentato, con lavoratori dipendenti e pensionati che si accollano quasi tutto il peso dell’Irpef e autonomi e rentier che beneficiano di tasse piatte molto più favorevoli delle normali aliquote. A ribadirlo è l’Ufficio parlamentare di bilancio, che nel Rapporto sulla politica di bilancio presentato mercoledì alla Camera dalla presidente Lilia Cavallari mette in discussione una delle direttrici che hanno caratterizzato la politica fiscale italiana degli ultimi anni: l’utilizzo crescente dell’Irpef come strumento di redistribuzione e sostegno ai redditi. L’organismo indipendente riconosce che la capacità redistributiva dell’imposta ne è uscita rafforzata, ma avverte che il prezzo pagato è stato un aumento della complessità del sistema e soprattutto un progressivo allontanamento dall’obiettivo dell’equità orizzontale. Cioè, in parole povere, il principio secondo cui due persone che guadagnano la stessa cifra dovrebbero pagare più o meno le stesse tasse, indipendentemente da come ottengono quel reddito.

Secondo l’Upb, l’ultima legge di Bilancio ha proseguito sulla strada di una strategia di riduzione del carico fiscale sui redditi medi da lavoro dipendente. Tra gli interventi più rilevanti figurano la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione Irpef e la detassazione di alcune componenti delle retribuzioni. Misure che si aggiungono ai bonus e alle maggiori detrazioni introdotti negli anni precedenti a favore dei lavoratori dipendenti. Nel complesso, l’imposta è diventata più progressiva e maggiormente orientata alla redistribuzione del reddito. Ma il rafforzamento della progressività si è accompagnato all’espansione dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta – le flat tax – applicati ad altre categorie di contribuenti, in particolare nel lavoro autonomo. Il risultato è una crescente differenziazione del trattamento fiscale tra contribuenti con capacità contributiva simile ma redditi di diversa natura. Allontanando il perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale. In altre parole, il sistema tende sempre meno a tassare nello stesso modo contribuenti che hanno risorse economiche analoghe.

La critica dell’organismo non si limita però alla questione dell’equità. Il rapporto sottolinea come la successione di interventi correttivi abbia progressivamente complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente. La combinazione di aliquote, detrazioni, bonus e meccanismi di sostegno produce effetti non sempre lineari: in alcuni casi un aumento anche modesto del reddito imponibile può tradursi in una crescita molto marcata del prelievo effettivo, a causa della perdita di agevolazioni o della riduzione di benefici collegati al livello di reddito. Per attenuare uno di questi effetti indesiderati, l’ultima legge di bilancio ha introdotto una detassazione temporanea degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali nel biennio 2025-2026. Ma si tratta di una soluzione solo provvisoria. Gli aumenti retributivi, una volta consolidati, torneranno a essere assoggettati alle aliquote ordinarie, riproponendo il problema negli anni successivi. Il tutto mentre, come da dati Istat, i salari reali restano inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020.

Da qui la riflessione più generale contenuta nel rapporto. L’Upb si chiede – domanda retorica – se sia opportuno affidare al sistema fiscale obiettivi che, per loro natura, richiederebbero interventi selettivi, mirati e limitati nel tempo. Il rischio, avverte, è che il perseguimento di finalità sociali o redistributive attraverso continue modifiche dell’imposta finisca per compromettere alcuni principi fondamentali del sistema tributario: equità, neutralità, semplicità e trasparenza del prelievo.

Il rapporto affronta anche il tema del contrasto all’evasione. Il rafforzamento degli strumenti digitali ha contribuito a limitare le opportunità di fare nero e a favorire l’adempimento spontaneo. Secondo il Documento di finanza pubblica, nel 2025 l’attività di recupero ha raggiunto i 36,2 miliardi di euro. Nonostante i progressi, l’Italia continua però a registrare uno dei livelli più bassi di fedeltà fiscale nell’Unione europea. I lavoratori autonomi continuano a evadere moltissimo, la riscossione dei tributi locali resta inefficiente e ci sono ampi margini di miglioramento nell’utilizzo dei dati per l‘analisi del rischio di evasione.

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In Italia 3mila Paperoni con più di 100 milioni hanno quasi un quinto della ricchezza finanziaria nazionale. Entro il 2030 saliranno a 4.700

10 June 2026 at 09:55

In Italia circa 3.100 ultraricchi con patrimoni superiori ai 100 milioni di dollari possiedono il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale nel 2025. Entro il 2030 i Paperoni con fortune di quella grandezza saliranno a 4.700 e avranno in mano il 22,2% della torta. Nonostante guerre commerciali, dazi e tensioni geopolitiche, la ricchezza globale lo scorso anno ha continuato a crescere, conferma il nuovo Global wealth report del Boston consulting group, registrando anzi l’aumento maggiore dal 2021: +10,7%, per un totale di 333mila miliardi di dollari. Includendo gli asset reali, il patrimonio netto globale supera i 550mila miliardi, in aumento del 9,3% rispetto al 2024.

La ricchezza finanziaria degli italiani ha raggiunto intanto i 7.500 miliardi di dollari con una proiezione a 9.800 miliardi entro il 2030, con un tasso medio annuo di crescita del 5,4%. Il patrimonio netto complessivo, includendo asset reali (8.700 miliardi) e passività (900 miliardi), si attesta a 15.300 miliardi di dollari. I super ricchi con patrimoni superiori ai 100 milioni di dollari sono poco più di 3mila, ma “il cuore del mercato” rimane nelle tasche di altri due segmenti, come dichiarato da Valerio Napolitano, managing director e partner di Bcg. Si tratta degli individui che possiedono tra 250mila e 1 milione di dollari e quelli con un patrimonio tra 1 milione e 20 milioni: insieme sono circa 2,5 milioni di persone e rappresentano oltre un terzo della ricchezza nel Paese.

A livello globale, gli ultra high net worth individuals, ovvero gli individui con un patrimonio netto stimato tra i 100 e i 200 milioni di dollari, sono circa 18mila nel 2025 e diventeranno 26mila nel 2030. La quota di ricchezza passerà dal 9,3% dello scorso anno al 10,5% in 5 anni. C’è poi la clientela mass, con patrimoni fino a 250 milioni di dollari, che tiene per sé il 37,6% della ricchezza finanziaria totale: sono circa 47,9 milioni di individui. Questa categoria calerà leggermente entro il 2030 a 46,7 milioni di persone, registrando anche una diminuzione della quota di patrimonio finanziario a 32,1%. Segue in questa classifica il gruppo dei lower hnw (patrimonio tra uno e 20 milioni di dollari), con il 22,4% di ricchezza totale: nel 2030 saranno 3,2 milioni di persone.

In generale l’Italia riflette una propensione, almeno nel 2025, per azioni e fondi di investimento, in cui è riposto il 43% della ricchezza finanziaria nazionale (la media in Europa occidentale è del 32%). Secondo il report Bcg, la proiezione è del 50% entro il 2030. Depositi e valute pesano invece il 25%, depositi e valute il 25%, polizze vita e pensioni il 18% e infine le obbligazioni l’8%. Nel comparto della gestione patrimoniale indipendente, si registra un tasso di crescita dell’11% annuo. Nel mondo le azioni hanno guidato con un +13,2%, mentre l’oro ha segnato un +44%, sostenuto dagli acquisti delle banche centrali in un contesto di crescente instabilità valutaria. Gli asset reali sono avanzati del 7,4%, frenati dall’elevato livello dei prezzi nei principali mercati sviluppati. Il report poi prevede un’espansione della ricchezza finanziaria globale a un tasso medio annuo del 7% fino al 2030.

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