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Dal tempo indeterminato al licenziamento quando scade l’appalto: così funziona il precariato nella cultura

10 June 2026 at 16:54

di Umberto Scopa

Il settore cultura è pieno di lusinghe e fascino per chi cerca lavoro. Una cooperativa vince l’appalto e assume giovani destinati a lavorare in musei pubblici, biblioteche e istituti similari. Un giovane laureato in lettere esce dall’Università e fino a quel momento ha vissuto immerso nella letteratura, nell’arte, le più nobili espressioni dell’ingegno umano; bene, ora è pronto per addentrarsi nel girone infernale delle peggiori bassezze che ancora non ha sperimentato.

Il suo primo contratto con la cooperativa è però incoraggiante: è addirittura a tempo indeterminato! Tuttavia, dopo quattro anni, quando scade l’appalto della cooperativa, verrà automaticamente licenziato perché è venuto meno il lavoro che doveva fare. Così questo popolo di precari è anche preso per il culo, usato per gonfiare falsamente le statistiche dei lavoratori a tempo indeterminato. Scaduto l’appalto, l’ente pubblico indice una nuova gara. Accade però non di rado che la stessa cooperativa uscente scelga di non ripresentarsi alla nuova gara. Non è autolesionismo, i suoi interessi li sa calcolare bene; un nuovo inizio da un’altra parte, con nuovi assunti ad anzianità zero, ha tante convenienze da approfondire.

Il lavoratore che ha perso il lavoro invece ha solo da perdere. È vero che per legge la nuova ditta vincitrice è tenuta a riassumere il personale della ditta precedente, ma, se va bene, risalirà su quella meravigliosa carrozza a tempo indeterminato che alla mezzanotte dei quattro anni svanisce. Se va bene, perché riguardo a questa nuova assunzione anche l’automatismo è meno certo di quello che si crede.

Se la nuova ditta decide di non assumere un dipendente perché lo ritiene scomodo, o perché troppo sindacalizzato, o magari è una donna in maternità, non è un licenziamento vero e proprio, è piuttosto una mancata assunzione e chi ha subito l’ingiustizia di non essere assunto deve chiedere al giudice un’assunzione coattiva. Questa azione, già costosa di suo, avrà un esito ancora più incerto del già incerto esito che avrebbe contestare un licenziamento.

Quale forma di autotutela è possibile dunque per questi lavoratori? Creare un disservizio del quale la ditta risponda all’ente appaltante? Il disservizio storicamente è sempre stato lo strumento di autotutela della classe lavoratrice. Lo sciopero è un disservizio provocato dal lavoratore verso il datore di lavoro per ricondurre quest’ultimo a più miti consigli. Ma è stupefacente quanto la realtà si sia capovolta. Nei casi che sto trattando, se il dipendente crea un disservizio con la sua assenza dal lavoro e magari il museo rimane chiuso per insufficienza di personale, non importa quale sia la ragione dell’assenza, che sia uno sciopero o un’assenza per malattia o altra causa non imputabile alla persona: non importa, il rischio è tutto a carico del lavoratore.

La cooperativa fin dall’inizio trasmette un messaggio molto incisivo e convincente ai suoi dipendenti: cioè che il disservizio, per qualunque ragione causato, può portare alla revoca dell’appalto e la revoca dell’appalto portare alla perdita del posto di lavoro del dipendente. Anche se sei assente per malattia finisci per sentirti in colpa, perché non solo puoi perdere il lavoro tu, ma farlo perdere a tutti e allora si va al lavoro anche se si è malati, basta stare in piedi.

Quante angherie passano impunite per questa falla! Infatti la ditta ha meno paura di perdere l’appalto di quanto abbia paura il dipendente di perdere il lavoro! La cooperativa, se perde l’appalto, è pronta per partecipare ad un’altra gara indetta sul territorio nazionale dove non ha limiti di azione e poi assumere le persone del posto. Il dipendente rimane invece disoccupato, senza stipendio, e ha un ben modesto raggio d’azione nel quale cercare nuove occasioni di lavoro.

E così ecco il lieto fine: il dipendente subisce, il disservizio è scongiurato, il cittadino utente non si lamenta, l’ente pubblico appaltatore è contento, la cooperativa, cioè i suoi dirigenti, lucrano.

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No alla patrimoniale. La promessa di Meloni a Confcommercio

10 June 2026 at 15:56

“Tassare il patrimonio? No, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo”. Questa la traccia che il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, indicata in occasione dell’Assemblea di Confcommercio all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Una promessa ma anche una certezza, perché “non siamo la repubblica delle banane”. La premier ribadisce con convinzione che il taglio delle tasse è uno degli obiettivi più grandi del governo e che la ricchezza la fanno gli imprenditori con i lavoratori.

Un punto che il premier nel suo intervento sottolinea partendo da premesse diverse, ma intrecciate. La prima è che difendere il commercio di vicinato significa difendere molto di più che un settore economico, “significa difendere relazioni, identità, qualità della vita per le nostre comunità”. In questa direzione rivendica ciò che è stato fatto dal Governo, ovvero l’istituzione dell’Albo nazionale dell’attività commerciali, le botteghe artigiane ed esercizi pubblici storici, con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le attività storiche, riconoscerne il valore culturale, il valore commerciale, il valore sociale, senza dimenticare il riconoscimento ottenuto dalla Cucina italiana definita Patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco.

Tavola fa rima con turismo: lo ripete più volte Meloni, quando ricorda che Italia è tornata a scalare la classifica globale dei Paesi più visitati al mondo, è arrivata a essere la seconda Nazione europea per presenze turistiche, superando per la prima volta nella storia la Francia, avvicinandosi ai numeri della Spagna, dato a cui si somma il record decisivo per l’impatto sulla bilancia dei pagamenti e sulla spesa turistica. L’Italia infatti è il Paese europeo nel quale la permanenza media del soggiorno è più lunga: davanti alla Spagna, davanti alla Francia, davanti alla Germania, “perché la ricchezza non la fanno i Governi, non la fanno le leggi, non la fanno i decreti, la ricchezza la fanno gli imprenditori con i loro lavoratori e quello che devono fare le leggi, i decreti e la politica, è cercare di accompagnare e consentire che quelle persone possano lavorare al meglio delle loro potenzialità”, spiega.

Dare a tutti la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni possibili: questo l’impegno del capo del governo che ricorda gli sgravi per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato, la detassazione delle mance e dei turni notturni e festivi, le staff house per il personale, gli strumenti studiati per le piccole e medie imprese per migliorare le strutture, le misure per combattere l’abusivismo, l’innalzamento a 85 mila euro di fatturato della soglia per accedere al regime forfettario, l’estensione del concordato preventivo biennale alle piccole e medie imprese e alle partite Iva, il contrasto al fenomeno delle attività apri e chiudi, la Zes unica per il Sud, che potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E ancora, la riforma fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito, il taglio del cuneo, per rimettere nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro.

E poi i contratti: “Abbiamo stanziato 20 miliardi per sbloccare stipendi che erano fermi da anni, tanto nel privato, appunto incentivando i rinnovi con la detassazione degli aumenti contrattuali e poi con il decreto lavoro che pure veniva citato abbiamo scelto di puntare come mai era stato fatto in passato sulla contrattazione di qualità”, fino al salario giusto al fine di attuazione a un principio rimasto per anni sulla carta che sarà decisivo per rafforzare le retribuzioni ma anche per contrastare il dumping contrattuale, 2cioè quella odiosa forma di concorrenza sleale che, come veniva ricordato, riduce la qualità dell’occupazione e frena la crescita, fino ad un nuovo modello di sviluppo urbano che sappia rimettere al centro le persone, l’economia di prossimità, i luoghi aggregativi, gli spazi per le famiglie, le strutture per chi è più fragile, che dia un centro a ciascuna periferia, che consideri i luoghi fondamentali della vita e dell’aggregazione importanti tanto quanto la casa stessa e abbiamo uno strumento a portata di mano per farlo insieme, che è il Piano Casa”.

Per poi aggiungere: “Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita. Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”. La risposta di Sangalli: l”Italia ce la può fare ma resta l’incertezza. “Nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti”.

Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette)

10 June 2026 at 12:24

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni.

Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.

Nel trattamento economico anche il welfare

Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.

Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.

L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori

Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.

Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi

La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.

Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

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Sciopero dei treni l’11 giugno: i confederali sospendono la protesta ma i sindacati di base vanno avanti

10 June 2026 at 11:45

I sindacati confederali hanno fatto dietro front sullo sciopero di 8 ore indetto per l’11 giugno. Le sigle Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl trasporti, Orsa trasporti e Fast hanno deciso la marcia indietro dopo un tavolo di confronto il 9 giugno con il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi. Lo stop di 23 ore, in protesta contro il frazionamento in tre lotti della gara per i servizi Intercity, è stato però confermato dai sindacati di base. I lavoratori aderenti a Cub Trasporti e Sgb sciopereranno dalle 3 di notte dell’11 giugno alle 2 di notte del 12 giugno, nel settore ferroviario e trasporto merci su rotaia, “a sostegno della piattaforma per un Ccnl che tuteli adeguatamente diritti, sicurezza, salute e salario di tutti i ferrovieri”, affermano le due sigle. I sindacati di base si schierano contro “il buco nero delle gare e dello spacchettamento in ferrovia e contro il sistema azienda/firmatari che sta demolendo Mercitalia”, si legge in una nota di Cub Trasporti e Sgb.

“Il risultato di oggi è un risultato di impegno ministeriale che ci consente di sospendere, non revocare lo sciopero – fa sapere il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, dopo l’incontro al Mit -. La distinzione non è solo tecnica ma anche di valore perché dice che è un percorso che va accompagnato, bisogna seguire il percorso per poi valutare alla fine che cosa accadrà”. Dello stesso parere il segretario generale della Uiltrasporti, Marco Verzari, secondo cui si tratta di “un’apertura di credito” verso il governo che ha dialogato con le sigle sindacali. Per il segretario la priorità è garantire tutele per i lavoratori e le lavoratrici interessati a questo servizio Intercity. A questo si aggiunge “la questione di una clausola sociale che sia esigibile e c’è una questione che apriremo al ministero del lavoro che riguarda il Ccnl”.

Anche Rixi si è detto soddisfatto: “Abbiamo aperto una interlocuzione anche con la Commissione europea per arrivare a rendere possibile il lotto unico, che oggi non è possibile inserire a gara a causa del decreto Pnrr, che prevedeva solo il termine lotti al plurale”, ha spiegato il viceministro. “Noi ci siamo mossi dentro quello che sono i regolamenti e le maglie che ci hanno impedito ad oggi di intraprendere una gara unitaria – ha concluso -. Nel frattempo andrà avanti il tavolo di lavoro e le interlocuzioni con la Commissione europea e con l’Art”. L’obiettivo, ha detto Rixi, “è importante per tutti, non solo per le parti sociali, ma anche per garantire un servizio universale a livello di paese. I sindacati ci hanno chiesto anche conforto sull’intenzione di continuare a investire sulla rete, sia in termini passeggeri che di merci. Abbiamo detto che siamo disponibili anche a interloquire col ministero del lavoro per capire quali tutele, in fase di gara, saranno disponibili per i lavoratori” .

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