Normal view

Il nuovo idolo dei radical chic d'Oltralpe

C'era una volta la gauche di Jean Jaurès, Léon Blum, Georges Marchais e François Mitterrand. Dimenticateveli. Oggi la nuova speranza della sinistra gallica (o almeno di una parte) si chiama Karim Bouamrane, sindaco socialista di Saint-Ouen-sur Seine, un comunello di circa 50mila abitanti alle porte di Parigi.

Da ieri questo musulmano figlio di immigrati marocchini approdato nel 2014, dopo una lunga militanza nel Pcf, nelle file dei socialisti, si è ufficialmente auto candidato alle presidenziali del 2027. Un annuncio previsto poiché da tempo Bouamrane, vero campione di presenzialismo mediatico, sgomita alacremente per ricavarsi un posto al sole. Già all'indomani delle elezioni del 2024, grazie al sostegno dei media amici tra tutti Le Monde, che lo definì il "Barack Obama della Senna", e il New York Times , il suo nome circolò come possibile primo ministro ma Macron preferì scaricarlo. Troppo ingombrante, troppo divisivo.

Già, perché il pirotecnico Karim, benché sia l'idolo dei circoli radical chic, di nemici a sinistra ne ha molti. In primis, gli ultrà gauchisti de la France Insoumise con cui ha ingaggiato un feroce duello culminato nella buffa disfida di "Master Poulet", ovvero l'opposizione all'apertura nel suo comune di un fast food specializzato in polli halal. Per i seguaci di Jean-Luc Mèlechon, il tribuno di Lfi, un simbolo della nuova Francia multietnica, per il sindaco un luogo mefitico di certo sgradito all'elettorato borghese (progressista ma sempre snob) a cui si rivolge apertamente. Sorvolando sui suoi trascorsi giovanili, Bouamrane rifiuta infatti qualsiasi alleanza con l'estrema sinistra e si propone come l'unica alternativa alla deriva massimalista del suo stesso partito. Da qui le furibonde liti con il segretario Olivier Faure e l'aperto disprezzo verso Raphaël Glucksmann, il probabile candidato del Ps. "Lui si scalda ma non esiste. Sono io la candidatura che unisce, l'unica ancorata nel reale, e lo dimostrerò sconfiggendo sia Mèlechon che i lepenisti". Vaste programme, avrebbe commento Charles De Gaulle...

Trump, i fischi le trattative e la promessa: "Vendetta"

Donald Trump vuole uscire al più presto dallo stallo dei negoziati con l'Iran, e torna a manifestare ottimismo per una conclusione a stretto giro di un'intesa che ponga fine alla guerra. "Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo davvero ottimo", sottolinea il presidente Usa di ritorno da New York, dove ha assistito alla Gara 3 delle Finals Nba tra la squadra di casa dei Knicks e i San Antonio Spurs. E sbilanciandosi, parla di un risultato che potrebbe essere raggiunto entro "due o tre giorni". Con la Cnn che ricorda tuttavia come il presidente americano abbia detto almeno 38 volte che l'intesa è vicina.

Il Comandante in Capo è stato sonoramente fischiato dal pubblico del Madison Square Garden, ma lui interpreta la reazione in senso positivo. Mentre veniva eseguito l'inno nazionale, l'immagine di Trump, in piedi e intento a fare il saluto militare nel box del proprietario dei Knicks James Dolan, è apparsa sul maxischermo dell'arena, scatenando una reazione immediata da parte di molti spettatori. "Mi è sembrato che fossero soprattutto applausi: forti ed entusiasti", commenta The Donald quando gli viene chiesto dell'atteggiamento del pubblico. E a chi sostiene che la sua presenza abbia rovinato la festa ai newyorkesi, tra chiusure delle strade, caos, misure di sicurezza rafforzate e cancellazione del "watch party" all'esterno della struttura, risponde il commissario dell'Nba Adam Silver, ricordando che l'inquilino della Casa Bianca è "un vero tifoso dei Knicks". "C'è stato un periodo in cui aveva i posti a bordo campo ed era presente costantemente. Qui è il benvenuto - continua - Ciò che rende questo sport così eccezionale è la sua capacità di unirci".

Intanto è diventato virale online il video del presidente che sembra addormentarsi per qualche secondo durante la partita, scatenando l'ironia della rete (non è la prima volta che Trump viene accusato di appisolarsi durante apparizioni pubbliche, al punto che i democratici lo hanno soprannominato "Commander-in-Sleep"). The Donald, da parte sua, torna a parlare pure del rapporto con il premier israeliano, e alla domanda se Benjamin Netanyahu lo ha sfidato lanciando missili contro l'Iran domenica, risponde: no, perché i missili erano "già in viaggio" quando si sono parlati. "Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa", precisa. Riguardo l'elicottero Apache dell'esercito americano precipitato vicino allo Stretto di Hormuz, invece, prima spiega che i piloti "stanno bene" e "nessuno è rimasto ferito". Poi, torna sull'argomento dicendo di essere "stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliava lo Stretto". "A bordo c'erano due piloti: entrambi sono al sicuro e illesi", assicura: "Ciononostante, gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco". Il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che l'AH-64 Apache è precipitato "vicino alla costa dell'Oman" lunedì sera, ma non attribuisce a Teheran la responsabilità dell'abbattimento, limitandosi ad affermare in una nota che l'incidente è oggetto di indagine. E che i due militari coinvolti sono stati recuperati nel giro di circa due ore dalle forze navali del Centcom e dall'82esima Divisione Aviotrasportata.

L'ultima frontiera di Xi: una fortezza nella Cina occidentale

La Cina di Xi Jinping guarda sempre più a ovest. Xinjiang e Tibet, due province vastissime che occupano quasi un terzo della superficie del Paese, sono infatti al centro di un ambizioso piano di trasformazione economica e infrastrutturale promosso dal governo centrale. Pechino intende ridurre il divario con le aree costiere più sviluppate, sfruttare le immense risorse energetiche e minerarie della regione e rafforzare i collegamenti commerciali verso l’Asia centrale e l’Europa. Nella parte occidentale della gigantesca nazione asiatica, inoltre, ci sono diverse aree strategiche adibite a zone militari al centro dei piani di rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese.

La strategia di Xi

Come ha spiegato nel dettaglio il Financial Times, il progetto portato avanti da Xi rappresenta una delle più grandi campagne di investimento interno avviate dalla leadership cinese negli ultimi anni. Strade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti, dighe, impianti solari e parchi eolici stanno ridisegnando il volto dell’estremo ovest del Paese.

Nello Xinjiang, per esempio, il turismo è diventato uno dei pilastri della locale strategia di crescita. Da queste parti, località montane un tempo isolate attirano milioni di visitatori cinesi, mentre grandi catene alberghiere internazionali continuano ad ampliare la propria presenza. Di pari passo, Pechino punta a trasformare la regione in un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, sfruttando energia a basso costo, materie prime e incentivi per le imprese trasferite dalle province costiere.

Anche il Tibet è coinvolto in questa spinta. Qui il simbolo della nuova stagione è il colossale progetto idroelettrico sul fiume Yarlung Tsangpo, destinato a diventare uno dei più grandi impianti del mondo e a fornire energia alle aree industriali della Cina meridionale. La versione ufficiale delle autorità? Queste opere porteranno prosperità e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a modernizzare territori rimasti a lungo ai margini dello sviluppo nazionale.

A cosa punta la Cina

La trasformazione economica, ha sottolineato ancora lo stesso FT, procede però parallelamente con il rafforzamento dell’apparato di sicurezza e con politiche che continuano a suscitare critiche internazionali. Organizzazioni per i diritti umani denunciano che la sorveglianza capillare in Xinjiang resta operativa, mentre in Tibet cresce la preoccupazione per le misure che favoriscono l’assimilazione culturale e linguistica delle minoranze locali.

Troviamo poi un lato militare. Nel remoto deserto della Cina nord-occidentale sta prendendo forma una delle più imponenti infrastrutture militari costruite da Pechino negli ultimi anni. Attorno ai campi di silos nucleari dello Xinjiang, destinati a ospitare alcuni dei missili balistici intercontinentali più avanzati dell'arsenale del Dragone, sono infatti comparsi decine di nuovi siti operativi, collegamenti stradali, bunker e strutture di supporto.

Le nuove infrastrutture che sorgeranno, dunque, avranno il compito di migliorare non solo i collegamenti commerciali, ma anche la capacità di mobilitazione militare lungo confini delicati come quelli con India, Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Il progetto di Xi Jinping è insomma sempre più chiaro: trasformare l’estremo ovest della Cina in una fortezza economica, energetica e strategica capace di sostenere le ambizioni globali del Paese.

La nave russa, il porto indiano e il traffico di armi: la strana triangolazione che porta in Corea del Nord

Una nave russa sanzionata da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per il suo presunto coinvolgimento nel trasferimento di armamenti nordcoreani (destinati alla guerra in Ucraina) è approdata nei giorni scorsi in India. Il riferimento è alla Maia-1, mercantile già finito sotto la lente delle autorità occidentali per i suoi collegamenti con la rete logistica che avrebbe consentito a Mosca di ricevere materiale militare da Pyongyang. Il suo arrivo nel porto di Kochi, uno dei più importanti snodi navali indiani, aggiunge un nuovo tassello a una vicenda che intreccia Russia, Corea del Nord e India in una triangolazione dai contorni ancora poco chiari. Ecco che cosa sappiamo.

La nave russa e le armi di Kim

Secondo quanto riportato da NK News, la Maia-1 è giunta a Kochi dopo aver percorso quasi 10mila chilometri dal lontano Estremo Oriente russo. La nave faceva parte di un convoglio composto anche dai cargo Angara e Lady R, anch'essi sottoposti a sanzioni internazionali per il loro presunto ruolo nelle spedizioni di armi nordcoreane verso la Russia. Ad accompagnare il gruppo, stando alle informazioni disponibili, vi sarebbero state anche due corvette della Marina russa, la Sovershennyy e la Rezkiy.

La Maia-1 non è una nave qualunque. Negli ultimi anni il suo nome è emerso più volte nelle indagini sui collegamenti marittimi tra la Russia e il porto nordcoreano di Rason, uno dei principali punti di uscita delle forniture militari provenienti dalla Corea del Nord. L'ultima visita nota dell'imbarcazione in quell'area risalirebbe al 2024, prima della sua ricomparsa nei porti dell'Estremo Oriente russo all'inizio di maggio.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è il luogo scelto per l'attracco. Kochi non è soltanto un porto commerciale ma ospita uno dei più importanti comandi navali dell'India e rappresenta un centro strategico per l'addestramento della Marina di Nuova Delhi.

Che cosa sta succedendo

Katsu Furukawa, ex membro del panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare le sanzioni contro la Corea del Nord, ha sostenuto che l'ingresso della Maia-1 potrebbe configurare una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Secondo l'esperto, le norme attualmente in vigore vietano infatti l'accesso ai porti delle imbarcazioni coinvolte nella violazione del regime sanzionatorio imposto a Pyongyang.

Ricordiamo che Russia e India hanno rafforzato negli ultimi anni la cooperazione militare e logistica, anche attraverso l'accordo RELOS, entrato in vigore nel gennaio 2026. Questo quadro potrebbe aver facilitato l'approdo della nave russa, sebbene le autorità indiane non abbiano fornito spiegazioni ufficiali sullo scopo della visita.

Resta da capire qual è la destinazione finale del convoglio. Mentre la Maia-1 continua a trasmettere la propria posizione da Kochi, le altre navi del gruppo hanno spento i transponder o navigano lungo la costa occidentale dell'India senza una meta dichiarata. Si tratta di un dettaglio non da poco che alimenta interrogativi e sospetti su una rete marittima che, partendo dalla Russia e passando per l'India, continua a riportare l'attenzione internazionale sulla Corea del Nord e sui suoi traffici militari.

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