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A Industrial Farense vence categoria “Turismo & Alfarroba e Amêndoa” no concurso Inova Algarve + Diversificar

9 June 2026 at 21:45

O projeto algarvio «Viagem ao Coração da Alfarroba», da autoria da Industrial Farense, Lda., foi distinguido como vencedor da categoria “Turismo & Alfarroba e Amêndoa” na Final do Concurso de Projetos e Atividades Inovadores – INOVA ALGARVE + DIVERSIFICAR, promovido pelo NERA. O projeto, para além da distinção, recebeu um prémio monetário de 2.500 euros. […]

“Ringrazia che non ti ho ucciso”, spara all’unica gamba rimasta a un disabile per un like alla fidanzata: fermato

9 June 2026 at 13:05

Prima il colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata contro l’unica gamba che gli era rimasta. Poi la minaccia: “Ringrazia perché non ti ho ucciso”. Infine la fuga in scooter e la sottrazione di un Rolex Daytona. È il quadro ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile di Napoli che hanno sottoposto a fermo un giovane accusato di aver ferito gravemente un disabile di 29 anni nel quartiere Arenaccia nei giorni scorsi. Secondo quanto emerso dalle indagini, all’origine dell’aggressione ci sarebbe un motivo ritenuto dagli investigatori del tutto futile: un “like” che la vittima avrebbe lasciato sul profilo social della fidanzata del ragazzo fermato. Un gesto che avrebbe scatenato la reazione del giovane, legato da vincoli di parentela a un presunto esponente della criminalità organizzata locale.

La vicenda risale a circa una settimana fa. Il ventinovenne, già segnato da una grave disabilità, sarebbe stato attirato in strada con una scusa. L’aggressore gli avrebbe dato appuntamento telefonicamente e si sarebbe presentato sul posto a bordo di uno scooter insieme a un altro giovane. Quando la vittima è scesa in strada, il ragazzo avrebbe estratto una pistola e fatto fuoco, colpendolo alla gamba sinistra, l’unico arto inferiore che il ventinovenne poteva ancora utilizzare. Nel 2019, infatti, l’uomo aveva subito l’amputazione dell’altra gamba in seguito a un grave incidente stradale. Dopo lo sparo, l’aggressore la rapina: si sarebbe impossessato prima del telefono cellulare e poi di un prezioso orologio Rolex Daytona appartenente alla vittima. Entrambi gli oggetti sarebbero stati successivamente restituiti dopo una trattativa avvenuta attraverso conoscenti e familiari. L’orologio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, è stato recuperato in una salumeria dopo contatti intercorsi tra la moglie del ferito e la madre del giovane fermato.

In un primo momento il ventinovenne, ricoverato in ospedale, aveva raccontato di essere stato vittima di una rapina. Solo successivamente, convinto dal proprio legale, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha fornito agli investigatori una ricostruzione completa dei fatti. Una versione che nel frattempo trovava riscontro nelle immagini dei sistemi di videosorveglianza e negli elementi raccolti dalla Squadra Mobile. Sentito dagli investigatori in presenza del suo avvocato, il giovane ha ammesso le proprie responsabilità, confermando di avere sparato al culmine di una lite maturata proprio per quel “like” sui social network. Agli agenti avrebbe anche riferito di essersi pentito del gesto.

La procura ha quindi disposto nei suoi confronti un provvedimento di fermo contestandogli i reati di lesioni gravi, rapina, porto e detenzione illegale di arma da fuoco. Il ventinovenne è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico per cercare di salvare l’arto colpito dal proiettile. I medici non hanno ancora sciolto la prognosi funzionale: al momento non è possibile stabilire se riuscirà a recuperare l’uso della gamba oppure se sarà costretto a vivere su una sedia a rotelle.

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Beatrice morta a 2 anni, la zia chiede l’affido delle sorelline. Il legale di Iannuzzi: “Foto e video erano nei cellulari delle bambine”

9 June 2026 at 11:57

Mentre la famiglia prova a ricostruire il futuro delle due sorelline di Beatrice, la bambina di due anni morta lo scorso febbraio a Bordighera (Imperia), l’inchiesta continua ad arricchirsi di nuovi elementi. In queste ore a muoversi è stata la zia della piccola, che ha chiesto di ottenere l’affidamento delle due sorelle della vittima e oggi collocate in una struttura protetta. La richiesta arriva in una fase delicatissima dell’indagine che vede in carcere Emanuela Aiello, madre della bambina, e il suo compagno Emanuel Iannuzzi. Entrambi sono accusati di maltrattamenti pluriaggravati dai quali, secondo la Procura di Imperia, sarebbe derivata la morte della piccola Beatrice.

Parallelamente, la difesa di Iannuzzi ha scelto di intervenire pubblicamente su uno degli aspetti più discussi dell’inchiesta: le fotografie e i video richiamati nell’ordinanza cautelare che descrivono le condizioni della bambina nei giorni e nelle settimane precedenti alla morte. “Le foto e i video richiamati nell’ordinanza di custodia cautelare sono stati rinvenuti non nel cellulare di Iannuzzi ma nei cellulari riferibili alla Aiello, di cui uno era in utilizzo alle minori e quindi erano foto e registrazioni fatte dalle due sorelle”, ha dichiarato a Uno Mattina News l’avvocato Cristian Urbini, che assiste il compagno della madre. Si tratta di una precisazione che riguarda la provenienza del materiale acquisito dagli investigatori e utilizzato per ricostruire il contesto familiare in cui viveva la bambina. Le immagini e i filmati restano comunque parte integrante del fascicolo dell’accusa e vengono considerati dagli inquirenti uno degli elementi che documenterebbero le condizioni della piccola nei mesi precedenti al decesso.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati dalla Procura, Beatrice avrebbe subito per lungo tempo violenze e vessazioni. L’ordinanza descrive una bambina con ecchimosi diffuse, segni sul corpo e lesioni che gli investigatori ritengono incompatibili con semplici incidenti domestici. Tra gli elementi richiamati figurano anche i capelli tagliati a ciocche e diversi episodi di presunti maltrattamenti ricostruiti attraverso testimonianze e riscontri investigativi. Particolarmente rilevanti, per gli inquirenti, sono le dichiarazioni rese dalle due sorelline maggiori. Le bambine avrebbero raccontato episodi di violenza e descritto le ultime ore di vita della sorella più piccola. Dalle loro testimonianze emerge anche il tentativo di chiedere aiuto quando si erano rese conto dell’aggravarsi delle condizioni di Beatrice.

La Procura contesta a Iannuzzi comportamenti violenti diretti nei confronti della bambina. Alla madre, invece, viene attribuito un ruolo omissivo: secondo l’accusa non avrebbe impedito le violenze né avrebbe garantito alla figlia le cure necessarie nonostante le sue condizioni fossero sempre più compromesse. Entrambi gli indagati respingono le accuse. Durante gli interrogatori di garanzia, Iannuzzi si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Aiello ha negato di avere mai maltrattato le figlie e di essere stata a conoscenza delle presunte violenze contestate al compagno.

Nel frattempo restano attesi alcuni accertamenti considerati decisivi. Gli investigatori attendono il deposito della relazione completa del Ris sugli esami eseguiti nell’abitazione di Perinaldo, dove secondo la ricostruzione accusatoria la bambina sarebbe morta prima del successivo trasferimento del corpo a Bordighera. È inoltre atteso il referto definitivo dell’autopsia, che dovrà chiarire in modo conclusivo le cause del decesso e l’origine delle numerose lesioni riscontrate.

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Andrea Cavallari incendia una cella e aggredisce due agenti in carcere, era stato condannato per la strage di Corinaldo

9 June 2026 at 10:18

Prima l’incendio nella cella, poi l’aggressione a due agenti della polizia penitenziaria intervenuti per mettere in sicurezza il reparto. Andrea Cavallari, uno dei componenti della cosiddetta “banda dello spray” condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi per la strage di Corinaldo, torna al centro delle cronache giudiziarie per un grave episodio avvenuto nel carcere San Domenico di Cassino (Frosinone), dove è detenuto. Secondo quanto denunciato dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), Cavallari avrebbe appiccato il fuoco a uno sgabello presente nella propria cella all’interno del reparto isolamento. Le fiamme avrebbero provocato una rapida diffusione del fumo, rendendo necessario l’intervento immediato del personale per evacuare i detenuti e attivare le procedure di emergenza.

Proprio durante le operazioni di trasferimento, il detenuto avrebbe aggredito un giovane agente in servizio da pochi giorni, colpendolo con pugni e schiaffi. Successivamente, sempre secondo la ricostruzione del sindacato, avrebbe afferrato una gamba di tavolo recuperata dalla cella e si sarebbe scagliato contro un secondo poliziotto intervenuto in aiuto del collega, colpendolo ripetutamente alle gambe e alla schiena. Entrambi gli agenti sono stati medicati e refertati. Le prognosi parlano di cinque e sette giorni. Il Sappe ha espresso solidarietà ai due poliziotti, denunciando ancora una volta le difficili condizioni operative all’interno degli istituti penitenziari italiani e i rischi ai quali il personale è quotidianamente esposto.

Il nome di Andrea Cavallari è legato a una delle tragedie più drammatiche degli ultimi anni. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, all’interno della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, in provincia di Ancona, morirono cinque minorenni e una madre di 39 anni. Decine di persone rimasero ferite nella calca scatenata dopo la diffusione di spray urticante all’interno del locale, dove centinaia di giovani attendevano l’esibizione del rapper Sfera Ebbasta.

Le indagini accertarono che la banda di cui Cavallari faceva parte utilizzava spray al peperoncino per creare panico tra la folla e approfittarne per compiere furti e rapine. Per quei fatti l’uomo è stato condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi di reclusione.

La sua storia giudiziaria, però, non si è fermata alla sentenza. Nel luglio 2025 Cavallari era riuscito a evadere dal carcere della Dozza di Bologna approfittando di un permesso concesso per discutere la tesi di laurea. Dopo aver partecipato alla proclamazione, aveva fatto perdere le proprie tracce, dando il via a una lunga caccia all’uomo che aveva suscitato polemiche e interrogativi sulle modalità con cui era stato autorizzato a uscire dall’istituto penitenziario. La fuga si è conclusa pochi giorni dopo, quando era stato individuato e arrestato a Barcellona grazie a un’attività investigativa coordinata dalle autorità italiane e spagnole. Dopo la cattura è stato riportato in Italia e trasferito in carcere.

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“Segni sul collo incompatibili con la striscia di seta”, vacilla l’ipotesi del suicidio per la morte Francesca Ercolini. Pm valutano l’omicidio

9 June 2026 at 08:38

Per oltre tre anni è stata considerata la storia di una donna, una magistrata schiacciata da una sofferenza personale culminata in un gesto estremo nel dicembre del 2022. Oggi, però, la morte di Francesca Ercolini potrebbe raccontare una verità completamente diversa. La Procura dell’Aquila, che da tempo ha riaperto il fascicolo sulla morte della giudice molisana trovata senza vita nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022, sta ora valutando anche l’ipotesi dell’omicidio. Una svolta investigativa maturata dopo il deposito della nuova consulenza medico-legale affidata al professor Vittorio Fineschi e dopo l’incidente probatorio svolto a Roma.

Secondo quanto emerge dagli accertamenti, i segni rilevati sul collo della magistrata non sarebbero compatibili con la striscia di seta che, secondo la ricostruzione originaria, sarebbe stata utilizzata per impiccarsi alla ringhiera della scala interna dell’abitazione. Un elemento che, insieme ad altre anomalie riscontrate dagli esperti, ha spinto gli inquirenti a riconsiderare integralmente la dinamica della morte.

L’ipotesi che prende corpo è quella di uno strangolamento, mentre la scena trovata dai soccorritori potrebbe essere stata costruita successivamente per simulare un suicidio. Restano però da chiarire diversi aspetti tecnici, compresa l’eventuale compatibilità dei cavi di alcune lampade presenti nell’abitazione con le lesioni rilevate sul corpo della donna. Proprio per questo motivo Fineschi avrebbe chiesto ulteriori approfondimenti e misurazioni.

Nei prossimi giorni gli specialisti della polizia scientifica torneranno nella villetta di viale Zara, a Pesaro, per effettuare nuovi rilievi e ricostruzioni. Gli esiti degli accertamenti saranno poi discussi davanti al giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell’udienza già fissata per il 22 settembre all’Aquila.

La svolta arriva al termine di un lungo percorso investigativo che negli anni ha progressivamente incrinato la prima versione dei fatti. Quando Francesca Ercolini, presidente della seconda sezione civile del Tribunale di Ancona, fu trovata morta il giorno dopo Natale del 2022, la sua morte venne subito ricondotta a un suicidio. Secondo la ricostruzione iniziale, la magistrata si sarebbe impiccata utilizzando una striscia di stoffa fissata alla ringhiera della scala interna della propria abitazione. A dare l’allarme furono il marito, l’avvocato pesarese Lorenzo Ruggieri, e il figlio adolescente. La Procura di Pesaro e i consulenti intervenuti sul posto ritennero allora compatibile la tesi del gesto volontario.

Ma già nel corso del 2023 l’inchiesta aveva preso una direzione diversa. Dopo la denuncia presentata dalla madre della magistrata, la Procura dell’Aquila aveva aperto un procedimento per maltrattamenti, iscrivendo nel registro degli indagati il marito della giudice e il figlio minorenne. Al centro degli accertamenti vi erano messaggi, fotografie e video che la donna avrebbe inviato ai familiari e che, secondo gli investigatori, documentavano episodi di violenza domestica e una situazione di forte sofferenza personale.

Le indagini hanno poi continuato ad allargarsi. Nel giugno 2025 il gip dell’Aquila ha disposto la riesumazione della salma dal cimitero di Riccia, in provincia di Campobasso, affidando una nuova autopsia al professor Fineschi e incaricando il Ris di Roma di ricostruire scientificamente la scena della morte e del successivo ritrovamento del corpo. In quel momento gli indagati erano già sei, tra loro il marito della magistrata e il medico legale che aveva eseguito il primo esame autoptico. Le contestazioni, a vario titolo, andavano dal depistaggio alla falsità ideologica fino alla violazione del segreto istruttorio.

Ora il quadro investigativo si è ulteriormente modificato. La consulenza depositata nell’incidente probatorio non certifica ancora una responsabilità penale, né ovviamente individua un autore dell’eventuale delitto, ma mette in discussione il presupposto sul quale era stata costruita la ricostruzione originaria: che Francesca Ercolini si sia tolta la vita. È proprio questo il punto decisivo della nuova fase dell’inchiesta. Se i prossimi accertamenti dovessero confermare l’incompatibilità tra le lesioni e la dinamica del suicidio, il caso potrebbe trasformarsi definitivamente da una vicenda archiviata come gesto estremo a un’indagine per omicidio.

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