Trump pronto a giocarsi la carta della conquista di Cuba per far dimenticare l’Iran
![]()
L'articolo Trump pronto a giocarsi la carta della conquista di Cuba per far dimenticare l’Iran proviene da Linkiesta.it.
![]()
La vittoria del partito del premier armeno Nikol Pashinyan alle elezioni parlamentari segna non solo la conferma al potere del leader della cosiddetta Rivoluzione di velluto, ma anche un ulteriore passo nel progressivo arretramento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale. Con il 49,81% dei voti, Contratto civile ha ottenuto una maggioranza parlamentare che consente al governo di proseguire senza alleanze il proprio progetto politico, centrato su riforme interne, pace regionale e soprattutto riallineamento geopolitico verso l’Unione europea.
Il risultato elettorale è stato letto a Bruxelles come una conferma della traiettoria europea di Erevan, mentre a Mosca rappresenta un segnale politico sfavorevole in un’area storicamente considerata parte della propria sfera di influenza. La seconda forza, l’alleanza Armenia forte, del miliardario Samvel Karapetyan, fermandosi intorno al 23-25%, non riesce a costruire un’alternativa credibile al governo in carica, nonostante una campagna impostata su relazioni più strette con la Russia.
Il voto arriva in un contesto già segnato da un progressivo deterioramento dei rapporti tra Erevan e Mosca. Negli ultimi mesi il Cremlino ha intensificato le pressioni economiche e politiche sull’Armenia, anche attraverso restrizioni commerciali e una crescente campagna di influenza. È in questo quadro che la scelta elettorale assume una valenza più ampia: non solo un cambio di maggioranza, ma la conferma di una traiettoria di disallineamento strutturale dal sistema russo.
Pashinyan ha rivendicato il risultato come mandato per proseguire lungo la strada dell’integrazione europea e della normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia, dopo la crisi del Nagorno-Karabakh. La sua agenda si inserisce in una più ampia ridefinizione degli equilibri regionali, in cui l’Armenia tenta di trasformare la propria vulnerabilità militare e geografica in leva diplomatica verso Occidente.
La risposta internazionale ha rafforzato questa lettura. L’Unione europea ha salutato il voto come conferma del percorso democratico del Paese e della sua progressiva convergenza con le istituzioni europee. Ancora più esplicito il sostegno politico arrivato da Kyjiv: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di elezioni «democratiche e libere», definendo il caso armeno un «test per l’Unione europea» e invitando Bruxelles a sostenere concretamente Erevan. Un posizionamento che inserisce l’Armenia in una più ampia traiettoria post-sovietica che vede Ucraina e Caucaso sempre più allineati nella ricerca di protezione politica e sicurezza occidentale.
Sul piano regionale, la vittoria di Pashinyan rafforza anche la prospettiva di un accordo con l’Azerbaigian e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, elementi che ridurrebbero ulteriormente il margine di influenza russo nell’area. È proprio su questo punto che si gioca una partita più ampia: la progressiva erosione del ruolo di Mosca come garante di sicurezza nel Caucaso, già messa in crisi dopo la guerra del 2023 e la perdita del Nagorno-Karabakh.
In questo contesto, l’Armenia diventa uno dei casi più avanzati di riallineamento politico nello spazio post-sovietico, insieme all’Ucraina. Un processo che non si limita alla diplomazia, ma coinvolge infrastrutture economiche, sicurezza e architettura delle alleanze.
L'articolo Pashinyan rafforza il suo governo e allontana l’Armenia da Putin proviene da Linkiesta.it.
![]()
A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.
La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.
Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.
Dentro questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Ma allo stesso tempo Washington fatica a tenere insieme le due linee della propria strategia: la pressione su Israele per evitare escalation e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran.
Trump avrebbe chiesto direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non far saltare i colloqui con Teheran. Ma la logica israeliana è diversa: per il governo Netanyahu non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah e sulle sue retrovie iraniane è parte della stessa strategia di sicurezza.
L’Iran, dal canto suo, utilizza la guerra come leva negoziale. La risposta missilistica a Israele è calibrata per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.
Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. Il Libano è il punto di innesco, Israele il bersaglio e il moltiplicatore della risposta, l’Iran il livello strategico della ritorsione. Sopra tutto, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperta una trattativa che procede in parallelo alla guerra e che rischia continuamente di esserne travolta.
A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è proprio questo: mentre la diplomazia continua a parlare di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta. Si stabilizza invece in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati, risposte calibrate e negoziati che avanzano senza riuscire a produrre effetti reali.
In questo spazio intermedio, la crisi non si chiude e non esplode. Continua. E il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile senza rompersi del tutto.
L'articolo I missili iraniani su Israele dimostrano che Trump non riesce a chiudere la guerra proviene da Linkiesta.it.
![]()
Ieri sera il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha dato il via libera per un’operazione congiunta con Unipol-Bper che prevede l’offerta su Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo schema prevede la divisione del perimetro dell’istituto senese tra i due gruppi: a Intesa Sanpaolo, Mediobanca e le attività ad essa collegate, quindi wealth management, investment banking, credito al consumo e la partecipazione del 13,3% in Generali, oltre a una quota degli sportelli di Mps; a Unipol-Bper, il controllo del Monte dei Paschi di Siena con la parte prevalente della rete commerciale.
L’operazione consentirebbe a Intesa Sanpaolo di consolidare ulteriormente la propria posizione nel risparmio gestito e nell’assicurativo, mettendo al tempo stesso al sicuro l’asset strategico rappresentato dalla partecipazione in Generali. Per il gruppo guidato da Carlo Messina si tratterebbe anche di un rafforzamento del posizionamento europeo. Per Unipol-Bper, invece, l’operazione avrebbe l’obiettivo di accelerare il percorso di crescita dimensionale e trasformare il gruppo nel secondo polo bancario italiano per attivi e presenza territoriale, grazie all’integrazione con la rete di sportelli del Monte.
La mossa di Intesa-Bper arriva dopo che Banco Bpm aveva accelerato su Mps, proponendo una fusione tra pari in grado di creare un nuovo campione nazionale da circa 50 miliardi di euro di capitalizzazione. La proposta del gruppo guidato da Giuseppe Castagna punta a rafforzare la presenza sul territorio e a generare sinergie industriali rilevanti.
Il dossier Mps si conferma così al centro di una competizione tra grandi operatori del credito. L’istituto senese, guidato da Luigi Lovaglio, ha completato negli ultimi anni il proprio rilancio dopo la lunga fase di crisi e presenza pubblica nel capitale, tornando a essere un attore centrale del sistema bancario italiano anche grazie all’acquisizione di Mediobanca.
La banca di Siena è oggi uno snodo rilevante anche per la presenza indiretta in Generali, elemento che ha ulteriormente aumentato l’interesse dei principali gruppi finanziari. La quota di Mediobanca nel Leone di Trieste rappresenta infatti uno dei punti più sensibili degli equilibri del risparmio italiano.
Alla chiusura di Borsa di venerdì Mps capitalizzava circa 27,3 miliardi di euro. Il primo azionista è Delfin con il 17,5%, seguito dal gruppo Caltagirone con il 10,3%. Nel capitale figurano inoltre BlackRock al 4,9%, il Ministero dell’Economia e delle Finanze al 4,9% e Banco Bpm al 3,7%. La presenza residua del Tesoro resta uno dei nodi aperti nel percorso di progressivo disimpegno dello Stato dalla banca.
Secondo le indiscrezioni, lo schema Intesa-Bper avrebbe avuto un’accelerazione nel corso di un cda straordinario della banca guidata da Carlo Messina, mentre anche Unipol avrebbe riunito il proprio consiglio per valutare le possibili opzioni. L’operazione, se confermata, avrebbe inoltre effetti diretti sugli assetti di Generali, dove Intesa diventerebbe primo socio.
La proposta di Banco Bpm, nel frattempo, rischia di essere superata da una dinamica più ampia che coinvolge i principali gruppi del sistema. Oggi il cda di Mps è atteso per valutare le diverse opzioni sul tavolo e avviare le interlocuzioni con gli operatori interessati. Sullo sfondo resta la possibilità di un ulteriore riassetto complessivo del settore, in una fase di forte consolidamento del credito italiano.
L'articolo Si riapre la partita su Mps e Generali dopo le mosse di Bpm e Intesa proviene da Linkiesta.it.