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In Armenia confermata la vittoria del partito del premier Pashinyan

Il partito Contratto Civico del premier Nikol Pashinyan, che propugna un avvicinamento alla Ue, ha vinto le elezioni parlamentari in Armenia, sconfiggendo le opposizioni favorevoli a mantenere i tradizionali buoni rapporti con la Russia.

La Commissione elettorale centrale ha confermato la vittoria del partito di governo: con tutti i voti scrutinati, Contratto Civico ha ottenuto il 49,81% delle preferenze, secondo quanto riferisce l’agenzia russa Interfax. Molto distanziati i due principali partiti dell’opposizione: Armenia Forte, la formazione del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è fermata al 23,29%, mentre l’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94%.

Il risultato rafforza la linea del governo di Erevan, orientata a un progressivo avvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti, pur senza rompere apertamente con Mosca.

La posta in gioco per Pashinyan

La portata della vittoria per Pashinyan è di fondamentale importanza. Solo aggiudicandosi i due terzi dei seggi parlamentari, infatti, il premier sarà sicuro di fare approvare la riforma di alcuni articoli della Costituzione che l’Azerbaigian richiede per concludere un accordo di pace, abbozzato lo scorso anno durante un vertice alla Casa Bianca patrocinato da Donald Trump.

Erano queste infatti le prime elezioni in Armenia dopo la cocente sconfitta militare subita tre anni fa a opera delle truppe di Baku e la conseguente perdita dell’enclave del Nagorno Karabakh.

Recandosi al seggio a votare, Pashinyan ha fatto capire di volere continuare sulla strada verso l’Unione europea, ma evitando strappi pericolosi con la Russia. A Vladimir Putin, secondo il quale Erevan dovrebbe chiedere attraverso un referendum il parere dei cittadini sull’eventuale ingresso nella Ue, il premier ha risposto che per ora il problema non si pone, perché l’Armenia non è ancora pronta per ottenere lo status di Paese candidato.

Ma ciò non significa che Erevan rinuncerà al suo obiettivo: “Dobbiamo portare avanti riforme, e continueremo con calma sul cammino delle riforme”, ha dichiarato Pashinyan.

Il rapporto con Mosca e le pressioni russe

Le autorità di Erevan insistono comunque nel dire che il processo di avvicinamento in corso con l’Occidente non esclude la cooperazione con il blocco di Paesi a trazione russa riuniti nell’Unione economica euroasiatica: Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Armenia.

Il governo di Erevan cerca dunque di non aggravare le tensioni con Mosca, dopo un recente monito di Putin. Riferendosi al conflitto russo-ucraino, il leader del Cremlino ha sottolineato che “tutto è cominciato” con “l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella Ue”.

Pashinyan ha cercato di rassicurare gli armeni. I rapporti con Mosca “sono basati sul rispetto reciproco” e le relazioni con Putin “sono molto strette”, ha assicurato il primo ministro, al quale il presidente russo ha telefonato questa settimana per fargli gli auguri di buon compleanno.

Ma Mosca non rinuncia a fare pressioni su Erevan. In un’intervista alla televisione, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha fatto sapere che il suo governo ha più volte detto all’Armenia, in colloqui “a porte chiuse”, dei pericoli che comporta entrare nella Ue, considerata da Mosca “non più un’organizzazione per l’integrazione economica”, ma un’unione “militare-politica” che “annuncia apertamente la sua ostilità” verso la Russia.

Gli armeni, dunque, dovrebbero “pensare a quello che stanno facendo”. La consultazione, che ha visto un’affluenza del 59%, dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni del 2021, sembra essersi svolta tutto sommato nella calma. Fa eccezione una denuncia di Karapetyan, secondo il quale un centinaio di sostenitori di Armenia Forte sono stati arrestati tra sabato e domenica.

Sabato media statali avevano anche riferito degli arresti di sei candidati del partito dell’opposizione filorussa, senza fornire dettagli sulle accuse.

“Queste non sono le vostre acque”: la Cina lancia un’operazione speciale verso Taiwan

La Cina ha annunciato una “operazione speciale di controllo del traffico marittimo” nelle acque a est di Taiwan. L’iniziativa non è affatto casuale. Al contrario, è arrivata in un momento di crescente tensione regionale e rappresenta una risposta diretta all’avvicinamento tra Giappone e Filippine sul dossier delle delimitazioni marittime. Secondo Pechino, l’operazione serve a esercitare la propria “giurisdizione amministrativa marittima” e a tutelare gli interessi nazionali.

L’operazione speciale della Cina

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la decisione di Pechino segue l’annuncio con cui Giappone e Filippine hanno concordato l’avvio di negoziati per definire i confini marittimi nelle acque a est di Taiwan e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Per Pechino si tratta di una mossa inaccettabile, perché coinvolge una zona che la Repubblica Popolare considera parte della propria sfera di interesse e che si sovrappone alle sue rivendicazioni sulle zone economiche esclusive.

L’agenzia cinese Xinhua ha definito i colloqui tra Tokyo e Manila una violazione della sovranità e dei diritti marittimi cinesi. La risposta non si è fatta attendere: già il primo giugno la Guardia Costiera cinese aveva avviato pattugliamenti sempre a est di Taiwan, mentre l’operazione annunciata nelle ultime ore coinvolge diverse autorità marittime provenienti dalle province del Fujian, del Guangdong e dall’area del Mar Cinese Orientale.

In tutto questo Pechino osserva con preoccupazione il consolidamento dei rapporti tra i suoi vicini e gli alleati degli Stati Uniti. La premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. hanno recentemente ribadito l’impegno comune per rafforzare la sicurezza marittima, alimentando i timori di Pechino di un contenimento coordinato della propria influenza nella regione.

NEW | China has announced a "maritime law enforcement operation" east of Taiwan.

For anyone tracking it, the real question is whether it shows up on AIS at all, and with these units the honest answer is usually not much.

That gap is the point. PRC coast guard and… pic.twitter.com/4difUH6klY

— GeoInsider (@InsiderGeo) June 6, 2026

La risposta di Taiwan

La reazione di Taiwan non si è fatta attendere. Come ha scritto Deutsche Welle, la Guardia Costiera taiwanese ha schierato diverse unità navali dopo aver rilevato la partenza di quattro navi governative cinesi dal porto di Xiamen.

Taipei sostiene che le imbarcazioni abbiano operato fuori dalle proprie acque ristrette, ma considera l’iniziativa una provocazione volta a creare l’impressione di una giurisdizione cinese sulle aree orientali dell’isola. In un messaggio pubblicato sui social, il segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale taiwanese, Joseph Wu, ha mostrato le comunicazioni radio rivolte alle navi cinesi: “Queste non sono le vostre acque”.

La nuova operazione del Dragone si inserisce insomma in una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare sul campo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali, aumentandola pressione su Taiwan e inviando un segnale politico a Giappone e Filippine.

“Compra atolli disabitati”: il mistero della mossa cinese sulle 13mila isole del Pacifico

I riflettori sono puntati su decine di migliaia di isole disabitate situate nel Pacifico. In Giappone il governo ha annunciato una vasta indagine sulla proprietà di oltre 13 mila isole senza residenti, molte delle quali si trovano in aree considerate sensibili per la sicurezza nazionale. La decisione è arrivata dopo anni di discussioni sugli acquisti di terreni da parte di cittadini stranieri e sulla necessità di conoscere con precisione chi controlla porzioni di territorio che, pur essendo spesso minuscole e isolate, possono avere un peso rilevante nella definizione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive.

L’ombra cinese sulle isole giapponesi disabitate

Per Tokyo non si tratta soltanto di una questione amministrativa: la gestione di queste isole è sempre più legata agli equilibri strategici dell'Asia-Pacifico. Lo ha spiegato nel dettaglio RFI, secondo cui le autorità giapponesi ritengono necessario rafforzare il controllo su questi territori remoti anche alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza regionale.

Negli ultimi anni hanno attirato attenzione diversi casi di acquisto di terreni insulari da parte di cittadini cinesi, amplificati da social network e media locali. Alcune vicende hanno riguardato aree di Okinawa e altre zone costiere considerate particolarmente delicate. Il governo intende ora verificare la situazione proprietaria di oltre 13.400 isole disabitate, molte delle quali risultano scarsamente monitorate.

Il censimento servirà a individuare eventuali terreni con proprietari sconosciuti, irreperibili o difficili da identificare, aprendo anche alla possibilità di trasferire allo Stato alcune proprietà prive di una titolarità chiara. Il tema assume una rilevanza particolare anche perché molte di queste isole contribuiscono a definire il perimetro delle acque territoriali e dell'area economica esclusiva del Giappone. In passato Tokyo aveva già proceduto alla nazionalizzazione di alcune isole considerate strategiche per la tutela dei confini marittimi, ma mai aveva avviato una verifica così estesa dell'intero patrimonio insulare.

La mossa di Tokyo

L'attenzione verso gli investimenti cinesi non significa necessariamente che esista un piano coordinato per acquisire sistematicamente le isole del Pacifico. Tuttavia, numerosi osservatori internazionali sottolineano come il controllo di piccoli territori possa offrire vantaggi significativi.

Un'isola remota, infatti, può rappresentare un punto di osservazione privilegiato, facilitare attività logistiche, influenzare lo sfruttamento delle risorse marine o rafforzare la presenza di un Paese in aree contese. E, in un contesto segnato dalla crescente competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti, anche territori apparentemente marginali assumono quindi un valore strategico.

Per questa ragione, dunque, Tokyo sta valutando strumenti più rigorosi per monitorare gli investimenti stranieri nelle aree sensibili e per evitare che zone scarsamente abitate possano diventare vulnerabili a interessi esterni. Le tensioni tra Giappone e Cina continuano a crescere. E adesso coinvolgono anche le isole disabitate.

Hegseth in Normandia (con moglie e figli) striglia gli amici europei

Dalle spiagge in cui iniziò la riscossa dell’Europa contro lo spettro nazista alle spiagge in cui la stessa Europa rischia oggi di naufragare. È un sillogismo piuttosto spericolato quello che il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, ha confezionato per il suo discorso a Colleville-sur-Mer, in Normandia, dove ieri ha partecipato alle celebrazioni per lo Sbarco che il 6 giugno 1944 dette il via all’offensiva angloamericana nell’Europa continentale quasi completamente sotto il tallone tedesco. «Oggi - dice Hegseth - diverse spiagge europee sono prese d’assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini». L’immigrazione come il nazismo? Il 2026 come cancellazione dello spirito del 1944? Non è chiaro cosa passi per la testa del «ministro» trumpiano. Quello che è chiaro è il suo appello all’Europa per sollecitarne il risveglio: «Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?».
Vicino alla ministra della Difesa francese Catherine Vautrin, Hegseth si è guardato bene dal fare qualsiasi riferimento ai conflitti in corso in Iran, Ucraina o altre regioni del mondo, che visto l’anniversario storico sarebbe stato certamente più opportuno, rispetto al richiamo all’immigrazione clandestina, tema caldo sì, ma del tutto fuori contesto. Sarebbe stato ben più difficile per lui richiamare un’altra Omaha Beach, un’altra Operazione Overlord che al momento non si intravede per risolvere i confitti attuali.
Hegseth ha preferito prendersela con gli alleati europei, decisamente deludenti a suo dire: «L’America deve mostrare la via, e noi lo faremo. Ma i nostri alleati devono stare con noi, al nostro fianco». Un invito ai 27 a riarmarsi e pure in fretta, anche perché «l’unica garanzia della pace è la forza». E ancora: «Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un’alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati». Infine: «I veri alleati fanno cose vere, accettano perdite vere per una causa comune per la quale vale la pena combattere e morire».
L’appuntamento in Normandia cade nel contesto del riassetto delle truppe Usa in Europa, in vista del vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara, in Turchia. Venerdì sera Hegseth aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia internazionale di commemorazione del pomeriggio di ieri a Langrune-sur-Mer, preferendo salutare a Colleville i 9.387 militari americani morti 82 anni fa.
Nel Nord della Francia il capo del Pentagono si è presentato con la moglie e i sei figli, ciò che ha provocato aspre polemiche negli States. Lo staff di Hegseth ha fatto sapere che le spese di viaggio dei familiari saranno interamente a suo carico, ma non è chiaro se questo esborso riguarderà anche i costi aggiuntivi per garantire la sicurezza ai suoi familiari in un momento di rischi aumentati a causa del conflitto con l’Iran. «Il segretario Hegseth segue tutte le regole etiche, regolamenti e linee guida alla lettera», che parla di «standard rigorosi per assicurare che i soldi dei contribuenti siano protetti mentre gli alti funzionari svolgono i loro compiti ufficiali».

Le vite senza valore nelle guerre infinite

Le guerre sono tutte brutte, drammatiche. Ma quelle a cui stiamo assistendo ora, attoniti, si ispirano alle pagine più nere della Storia dell'umanità. Si ha la sensazione che i responsabili ignorino i costi in vite umane e i danni alla popolazione civile. È come se avessimo superato il punto di non ritorno, ci fossimo assuefatti alle tragedie quotidiane che vediamo in tv o di cui leggiamo sui giornali: l'indifferenza nei confronti del male. Altrimenti come potremmo spiegare le parole di Vladimir Putin a San Pietroburgo: nella sua logica il conflitto potrebbe anche non aver fine, potrebbe durare all'infinito, lo spreco di vite è rimosso, più di un milione di morti hanno lo stesso effetto di un centinaio, quello che conta è solo quella manciata di chilometri quadrati del Donbass che manca all'appello. Senza quelli nella mente dello Zar la guerra potrebbe durare in eterno.

Anche Benjamin Netanyahu ha fatto un salto di qualità. Sicuramente l'efferatezza dei crimini del 7 ottobre ha cambiato, ed è comprensibile, la mentalità del governo di Tel Aviv. La teoria sulla «gestione del conflitto» con il mondo arabo di Netanyahu secondo i suoi detrattori si è trasformata in una sorta di filosofia della «guerra permanente». Vero o falso che sia se sommiamo i morti di Gaza, con quelli di Teheran e ora con quelli di Beirut sfioriamo la cifra di centomila. E non c'è ancora un segnale concreto che il conflitto si fermi: la tela che Donald Trump tesse di giorno, il primo ministro israeliano la disfa di notte. E pensare che l'esercito israeliano era famoso per la sua guerra lampo, quella con cui in sei giorni nel giugno del 1967 distrusse la Lega Araba. Altri tempi: all'epoca l'obiettivo era annientare un esercito, ora un popolo.

Non parliamo poi dell'Iran, un Paese in cui negli ultimi venti anni sono state eseguite più di ventimila condanne a morte e negli 8 anni di guerra con l'Iraq di Saddam sono stati sacrificate un milione di persone. È il particolare che non ha calcolato Trump: quando si tratta di guerre condotte da autocrazie, teocrazie o che abbiano in un modo o nell'altro uno sfondo religioso la vita conta poco. L'importanza che si dà al numero dei morti è relativa rispetto

al perseguimento dell'obiettivo. Si tratti di territori, di supremazia o di fede. E la durata del conflitto è ancor più insignificante. La guerra rischia di non avere un inizio e una fine ma di diventare «cronica». Non siamo alla guerra dei cento anni che insanguinò secoli fa il Vecchio Continente, ma abbiamo già superato il primo e il secondo conflitto mondiale.

Per alcuni versi sul piano umano sono anche peggio: perché di quelle guerre i nostri antenati avevano sentori lontani, mentre noi ora le guardiamo in diretta. E visto che non possiamo fermarle rischiamo di abituarci. In più ci rendiamo drammaticamente conto che le vite contano più in Europa o in America, cioè nelle vecchie democrazie che in altre parti del mondo. Da noi il bilancio dei morti fa ancora fermare una guerra: il Congresso americano sta insorgendo contro Trump. Non siamo ancora rassegnati e vale la pena di difendere e tenerci stretti questi valori.

Il capo degli 007 tedeschi: "Islamisti infiltrati nelle istituzioni"

Le infiltrazioni islamiste in politica sono una minaccia concreta e incombente. Anche la Germania si sveglia ed è il capo dell'intelligence a dare la scossa, direttamente al Bundestag, il parlamento federale.

A rivelarlo, un articolo esclusivo della Bild, il tabloid più letto dai tedeschi, che ha raccontato i dettagli di un incontro a porte chiuse, e con un ristretto numero di partecipanti, nel corso del quale il presidente di questo apparato, Sinan Selen ha messo in guardia gli interlocutori sulla penetrazione dei Fratelli musulmani nelle istituzioni.

I membri della Confraternita islamista, secondo quando rivelato, cercano di infiltrarsi nei partiti per trasformare lo Stato e la società, con una strategia paziente e a lungo termine. "Il capo dell'intelligence interna - si legge nel titolo - mette in guardia contro l'infiltrazione di islamisti". Di "colazione al Bundestag a porte chiuse" parla Bild: "Solo a pochi ospiti selezionati - dice - è stato permesso di ascoltare l'avvertimento al Bundestag: le organizzazioni islamiste vogliono infiltrarsi nelle istituzioni tedesche per influenzare la politica. Secondo le informazioni ottenute da Bild, Sinan Selen, presidente dell'Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), ha lanciato questo avvertimento". "I presenti sono rimasti sorpresi dalla franchezza di Selen e ciò che Bild ha appreso sul discorso del capo del BfV è estremamente preoccupante".

Sinan Selen, 54 anni, dal 2025 è presidente dell'Ufficio federale di protezione della Costituzione, servizio di intelligence interno tedesco, che tre le altre cose monitora le organizzazioni capaci di minacciare la costituzione liberaldemocratica.

L'allarme sui rischi corsi dalla democrazia tedesca, molto simile a quello già lanciato con grande enfasi anche in Francia (dove una commissione d'inchiesta sul fenomeno si è formata di recente) sottolineano la particolare esposizione di organizzazioni sociali e partiti della sinistra.

Queste rivelazioni su una strategia tesa a modificare i processi decisionali politici hanno comprensibilmente suscitato notevole apprensione anche nel mondo ebraico. Sul Jüdische Allgemeine - la più importante rivista di cultura ebraica in Germania - si legge che, secondo quanto riportato dalla "Bild" sulle trame dei Fratelli musulmani, "non si tratta di azioni a breve termine, bensì di strategie a lungo termine volte a modificare gradualmente i processi decisionali sociali e politici". "Sebbene queste organizzazioni non ricorrano alla violenza aperta - si legge - perseguono costantemente i loro obiettivi attraverso contatti politici, influenza sociale e lo sviluppo di solide relazioni all'interno delle istituzioni. "L'avvertimento afferma che questi gruppi operano formalmente entro i limiti della legge, ma solo finché la legge non è in contraddizione con le loro convinzioni religiose e politiche. "L'obiettivo finale - questa l'analisi - è un ordine sociale basato su norme islamiste". E "secondo il rapporto di Bild, gli ambienti della sicurezza vedono un pericolo particolare nel fatto che tali reti vengano sottovalutate a causa di una scarsa consapevolezza o di un malinteso senso di tolleranza".

Droni su San Pietroburgo. "Sono le nostre sanzioni"

Nella sua lettera a Putin, Zelensky lo aveva detto chiaramente: "Incontriamoci faccia a faccia, finiamo la guerra. Altrimenti ti abbiamo già dimostrato quanto e come possiamo colpire". E all'ennesimo rifiuto dello Zar, quanto detto dal leader ucraino è diventato realtà. Ottantasei droni sono stati lanciati contro San Pietroburgo, una decina su Mosca e alcuni su Krasnodar, dove un deposito di carburante brucia senza sosta da ore. L'attacco sulle principali città russe non ha causato conseguenze gravissime, alcuni danni e qualche persona ferita, ma è una risposta forte, oltre che un affronto, all'intransigenza di Putin. "Esorto i residenti di San Pietroburgo a rimanere a casa e a non uscire", è stato costretto a dire il governatore della città, al secondo attacco in pochi giorni dopo che mercoledì, giorno del via del Forum Economico Internazionale, erano stati colpiti un impianto petrolifero e una postazione militare.

"È arrivato il momento di porre fine a questa guerra. Ma il capo della Russia vuole continuare a combattere. Ecco perché le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando", ha detto Zelensky. "La scorsa notte, i nostri droni hanno percorso circa 1.000 chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, verso gli arsenali della marina nemica e una base a Kronstadt. I nostri attacchi a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione del Krasnodar, colpendo un deposito di petrolio", ha spiegato, aggiungendo ancora una volta che "la Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi alla vita. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l'Ucraina riceverà una adeguata risposta". Se non vuoi la pace, preparati alla guerra in casa tua, in sintesi, il messaggio di Kiev a Putin che continua con i suoi attacchi su obiettivi civili ucraini (anche ieri 12 le vittime) e sembra, almeno ufficialmente, voler chiudere a ogni negoziato.

"La Russia non intende rinunciare agli obbiettivi dichiarati all'inizio dell'operazione militare speciale", ha ribadito il portavoce del Cremlino Peskov, tornando poi a parlare di un dialogo impossibile per Mosca, dato che al momento la realtà del campo è sfavorevole e il Cremlino non ha intenzione di trattare in queste posizioni, nonostante oltre quattro anni di conflitto che hanno fatto implodere l'economia e crescere il malcontento interno. "Ci vogliono due persone per ballare il tango, ma gli Stati Uniti non sono ancora disposti a questo - ha detto - quando gli americani saranno pronti per un autentico ripristino delle relazioni, risponderemo di conseguenza". Ma al momento, dopo mesi di attivismo, Trump ha risposto picche. Prima l'elogio dell'ipotesi di dialogo e poi, dopo il rifiuto di Putin, la presa di distanza. "Lasciamo che se la sbrighino tra loro", ha detto il tycoon che, di fatto, ha messo lo Zar spalle al muro. Perché se anche uno dei falchi più vicini allo Zar, il politologo Vasily Kashin, spiega che la situazione del conflitto è in stallo e che gli obiettivi della Russia sono ormai irraggiungibili, significa che anche all'interno del "cerchio magico" dello Zar, qualcosa si sta muovendo. Tra minacce, accuse, giustificazioni strampalate e schiere di "yesman" prostrati, si fa spazio anche un malumore crescente per una situazione ormai difficilissima da gestire per chi pensava di prendere Kiev in tre giorni e che ora rischia di essere isolato e senza via d'uscita. Se Kiev non vede l'ora di farla finita, Chiudere il conflitto senza perdere completamente la faccia sembra l'unica via d'uscita plausibile per Putin. Prima che la guerra, quella che ha voluto, non gli esploda davvero tra le mani. Anche in casa propria.

Altri raid incrociati. Teheran pretende 24 miliardi congelati. "Israele spia gli Usa"

Gli Usa tornano ad attaccare l'Iran a scopo "difensivo", colpendo postazioni radar di sorveglianza costiera, e la Repubblica islamica risponde prendendo di mira "basi nemiche" nel Golfo. Sul fronte dei negoziati non si sblocca lo stallo, e nonostante il cessate il fuoco teoricamente in vigore, Washington e Teheran lanciano nuovi raid nella notte tra venerdì e sabato: il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che dopo aver "abbattuto quattro droni lanciati verso lo Stretto di Hormuz, i quali costituivano una minaccia immediata per il traffico marittimo nella regione", ha bombardato installazioni radar a Goruk e sull'isola di Qeshm per "legittima difesa".

L'Iran, da parte sua, ha condotto nuovi attacchi aerei contro Bahrein e Kuwait, condannando il blitz notturno statunitense che rappresenta una "flagrante" violazione della tregua. Per il ministero degli Esteri si è trattato di un attacco "alla sovranità nazionale e all'integrità territoriale della Repubblica islamica", oltre che un "comportamento ostile e provocatorio". Inoltre, ha esortato i Paesi della regione a smettere di offrire il proprio territorio e le proprie infrastrutture agli Stati Uniti. Kuwait e Bahrein hanno invece denunciato gli attacchi, così come i vicini del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar).

E il Centcom ha fatto sapere che sei dei missili balistici sparati verso Kuwait e Bahrein sono stati abbattuti, mentre il settimo non ha raggiunto l'obiettivo prefissato. Secondo Donald Trump, i leader iraniani non hanno ancora concluso un accordo con gli Usa per porre fine al conflitto in corso perché sono "forti e orgogliosi", ma alla fine "non hanno altra scelta" se non quella di trovare un'intesa, anche se "ci vuole un po' di tempo". Obiettivo le scorte di uranio.

Il presidente americano ha anche postato su Truth un video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della marina iraniana affondate e sommerse dall'acqua. Poco prima, in un'intervista a Nbc News, ha ribadito che gli Stati Uniti hanno "distrutto completamente l'esercito" di Teheran. "La maggior parte delle fabbriche di droni è stata neutralizzata, la maggior parte delle rampe di lancio è stata neutralizzata e la maggior parte delle aree di produzione di missili è stata neutralizzata", ha aggiunto.

Ma la Casa Bianca si deve guardare anche dall'alleato. Innalzato al massimo il livello di allerta anti-spionaggio nei confronti di Israele, a caccia di informazioni riservate su Witkoff. Tre funzionari spiegano a Nbc News che la mossa è arrivata dopo che la defense intelligence agency del Pentagono ha notato un'intensificarsi delle attività, in un contesto di crescenti tensioni tra Israele e gli Stati Uniti sulla strada da seguire nella guerra contro Teheran e dopo il durissimo scontro Trump-Netanyahu.

Per l'Iran, invece, un potenziale accordo di pace dipende dalla disponibilità dell'amministrazione Usa a sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema Mojtaba Khamenei, ha detto alla Cnn che "i negoziati sono in una fase di stallo e Trump deve sbloccare questa situazione. La palla è nel suo campo". Secondo quanto riferito, l'Iran avrebbe chiesto lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati non appena verrà firmato un memorandum provvisorio con Washington, e di altri 12 miliardi in una fase successiva.

Intanto, il ministro dell'Interno pachistano Mohsin Naqvi è atteso a Teheran. Come ha riportato l'Irna, Naqvi ha avuto colloqui con il suo omologo iraniano Eskandar Momeni giovedì e venerdì in Kirghizistan e si era già recato nella capitale della Repubblica islamica tra aprile e maggio per scambiare le proposte delle due parti.

Bombe israeliane nel Sud. Ucciso un generale libanese

L'esercito israeliano e Hezbollah continuano a scambiarsi colpi, nonostante la tregua negoziata tra lo Stato ebraico e il Libano a Washington. E ieri a finire sotto il fuoco sono state anche le truppe regolari di Beirut. I raid aerei di Tel Aviv, in particolare contro un veicolo sulla strada che collega Nabatieh con la cittadina di Marjayoun, hanno ucciso un generale di brigata, un capitano e un altro soldato. L'Idf ha affermato di aver preso di mira il mezzo dopo aver identificato quella che ha descritto come una minaccia per le proprie forze e aver ricevuto indicazioni che Hezbollah si stava preparando a sparare contro le truppe israeliane. Tsahal ha fatto sapere che l'incidente è sotto esame. Intanto il Partito di Dio ha continuato a lanciare droni contro i soldati e le comunità israeliane lungo il confine settentrionale. Ma subito sono partite le reazioni. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato il bombardamento di Tel Aviv, definendolo una flagrante violazione della sovranità del paese e del diritto internazionale.

L'esercito di Beirut si è in gran parte tenuto fuori dalle ostilità e non ha preso parte ai combattimenti. Il Partito di Dio, gruppo filo-iraniano, ha pure espresso la sua disapprovazione per l'attacco. "Non è stato un errore, come sostenuto da Tel Aviv, bensì un crimine deliberato e premeditato", ha tuonato. L'accaduto è "una conseguenza naturale della mancanza di considerazione delle autorità per la sovranità del paese nonché delle sue concessioni gratuite", ha proseguito. "L'ultima di queste concessioni è stata la loro completa resa alle condizioni del nemico a Washington, il che lo incoraggia a violare il sangue del nostro popolo e il nostro esercito con impunità". Nel frattempo, anche un altro raid aereo sul villaggio meridionale di Saksakiyah ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattro. Le ostilità tra Israele e Hezbollah si sono riaccese il 2 marzo, quando il gruppo sciita ha lanciato razzi e droni contro lo Stato ebraico, sostenendo che fossero in rappresaglia per l'uccisione della Guida Suprema all'inizio della guerra israelo-americana contro l'Iran. Il conflitto ha causato migliaia di morti in Libano e lo sfollamento di oltre un milione di persone. Il governo di Beirut ha risposto vietando le attività militari di Hezbollah e ha sostenuto gli sforzi degli Stati Uniti per garantire un cessate il fuoco duraturo, il ritiro israeliano dal sud e affrontare la questione delle armi di Hezbollah.

La milizia filo-iraniana ha rigettato le proposte che vincolano lo stop della guerra al suo disarmo, e sostiene che Israele deve prima interrompere gli attacchi e rimuovere le sue forze. Ma la vicenda è ancora più complessa, ci sono diversi attori in gioco. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto le dichiarazioni rilasciate venerdì da Aoun, il quale aveva accusato Teheran di usare il Libano come "merce di scambio" nei negoziati con gli Stati Uniti. Araghchi ha invece esortato lo stesso presidente libanese a "salvare il Libano dal suo vero nemico".

Intanto c'è indignazione per l'uccisione di bimbo palestinese di sette mesi colpito da un soldato dell'Idf a Hebron, in Cisgiordania. Il bambino era in braccio alla madre nell'auto guidata dal padre che si è regolarmente fermata al checkpoint ma comunque oggetto dell'attacco. A Gaza invece, in due diversi raid dell'Idf sette persone sono state uccise e 15 ferite.

L'Iran parte per i Mondiali, sgarbo americano sui visti

C'era una volta Lione, estate del 1998. Una serata che sembrava scritta da un diplomatico con il cuore di un tifoso. Iran e Stati Uniti, nemici sulla carta geografica e nelle cancellerie, si presentarono davanti allo stesso pallone. Non era la pace, ma qualcosa che le assomigliava. Sullo sfondo c'erano i segnali di una stagione diversa: la segretaria di Stato americana Madeleine Albright parlava di disgelo, il ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharazi accompagnava un'apparente stagione del dialogo, mentre sulla panchina della nazionale persiana sedeva Jalal Talebi, iraniano residente in California, figura che da sola raccontava un mondo meno rigido di quello odierno. Vinse l'Iran, 2-1. Ma il risultato fu quasi un dettaglio.

Ventotto anni dopo, il paesaggio è cambiato, con un conflitto in corso. I Mondiali del 2026 riportano la questione iraniana al centro della scena. E ancora una volta il pallone si trova schiacciato tra diplomazia, diffidenze e rapporti internazionali. Sembrava che il nodo fosse stato sciolto quando le autorità statunitensi avevano autorizzato l'ingresso dei giocatori e dello staff tecnico, attesa per le gare del girone tra Los Angeles e Seattle. Ma la vicenda si è presto complicata. Secondo quanto denunciato da Teheran, a una parte significativa della delegazione è stato negato il visto d'ingresso. Tra gli esclusi figura anche Mehdi Taj, presidente della federcalcio, insieme a dirigenti, consulenti tecnici e membri dello staff. Una decisione che ha provocato una reazione durissima da parte delle autorità iraniane. La leadership di Teheran parla di "trattamento deliberato e discriminatorio", e accusa Washington di aver colpito figure che fanno parte integrante di qualsiasi spedizione mondiale.

La questione va oltre il semplice aspetto burocratico. Lo dimostra una scelta simbolica e concreta allo stesso tempo: l'Iran ha rinunciato al ritiro inizialmente previsto in Arizona e ha trasferito il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico. Una decisione maturata sia per le difficoltà legate ai visti sia per ridurre al minimo indispensabile la permanenza sul territorio statunitense. La nazionale entrerà negli Stati Uniti soltanto per disputare le partite e poi tornerà oltre confine. Problemi anche per l'Iraq: il capitano Aymen Hussein è stato interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago, prima di poter raggiungere i compagni. Mentre il fotografo ufficiale, Talal Salah, è stato respinto e rimandato in patria.

Il calcio continua a promettere neutralità. Ma da sempre è una promessa difficile da mantenere. Le nazionali non viaggiano mai da sole: si portano dietro governi, conflitti, paure, speranze e memorie. Anche per questo la distanza che separa Lione da Tijuana sembra molto più lunga dei 28 anni che la cronologia registra. Allora c'erano i fiori, oggi gli uffici consolari.

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