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Migranti, Usa avvisano Ue: "Spiagge invase da ideologie pericolose"

L’Europa Occidentale ha un problema di immigrazione irregolare e questo è un dato di fatto inconfutabile. Per troppi anni le politiche buoniste hanno permesso che in Europa entrasse, e permanesse, chiunque, causando enormi danni al tessuto sociale. Solo di recente i Paesi dell’Unione si sono resi conto che quel sistema non è sostenibile e non lo è mai stato, cercando di porre rimedio a quanto fatto. Questo è coinciso con l’arrivo di Giorgia Meloni e di un governo di centrodestra a Palazzo Chigi, che è stato capace di riportare il tema dell’immigrazione al centro dell’agenda europea, anche se non sarà un percorso semplice e, soprattutto, rapido.

Nasce da qui la critica di Peter Hegseth, segretario americano alla Difesa, che oggi ha tenuto un discorso a Colleville-sur-Mer (nord della Francia) in occasione delle celebrazioni per lo Sbarco in Normandia. Ha messo a paragone lo storico evento che vide protagonisti i soldati americani al fatto che “oggi diverse spiagge europee sono prese d'assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell'Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini”. Quindi, ha proposto una domanda retorica: “Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?”. Una domanda che resta sospesa ma che tanti europei si sono già posti, dandosi anche delle risposte. Se ancora c’è tempo, questo è molto poco ed è per questo che l’Europa ha approntato il Patto di migrazione e asilo per agevolare le espulsioni e i rimpatri.

Dalle spiagge della Normandia, quindi, Hegseth è tornato sulle polemiche legate alla Nato, dichiarando che “gli Stati Uniti devono mostrare la strada, e lo faremo, ma i nostri alleati devono essere al nostro fianco”. Il segretario alla Difesa ha affermato anche che “l'unica garanzia della pace è la forza” ma non ha fatto alcun cenno al conflitto in corso in Iran o in tutti gli altri scenari di guerra che sono aperti nel mondo. “Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un'alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati”, ha proseguito, parlando di fronte alle croci dei 9.387 militari americani morti nello sbarco in Normandia.

Fondali, cavi e gasdotti: il modello Italia contro la guerra ibrida sottomarina

Al 23esimo forum internazionale “Shangri-La” dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) a Singapore, tenutosi tra il 29 e il 31 maggio, è stato presentato il documento “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges” (Guide) approvato da 17 Paesi con interessi comuni nella sicurezza delle infrastrutture sottomarine critiche che rappresenta un accordo su principi condivisi e potenziali aree di collaborazione tra gli enti di difesa per rafforzarne la sicurezza.

Il documento è stato sottoscritto da Australia, Brunei, Estonia, Finlandia, Francia, Italia, Lettonia, Lituania, Malesia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Filippine, Qatar, Singapore, Svezia, Thailandia e Regno Unito. Il Ministero della Difesa di Singapore ha sottolineato in una nota come “la natura interregionale del documento Guide riflette la volontà dei paesi di collaborare su sfide di sicurezza comuni che trascendono le aree geografiche. Il documento è un esempio di come la geografia non rappresenti una barriera e di come i paesi possano collaborare in gruppi flessibili e tematici per definire regole e norme in ambiti emergenti”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che “oggi, le vie navigabili non sono solo vie di comunicazione per i nostri scambi commerciali, ma sotto la superficie dell'acqua si trovano anche infrastrutture sottomarine cruciali che collegano la nostra rete energetica e quella delle telecomunicazioni”.

Contrasto alla guerra ibrida sottomarina

Com'è noto, le infrastrutture sottomarine come cavi di comunicazione e linee di trasporto di idrocarburi, sono fondamentali per la sicurezza di un Paese e sono esposte a minacce crescenti di interruzioni casuali o deliberate nel contesto delle azioni nella “zona grigia dei conflitti”.

Il taglio di cavi sottomarini di comunicazione è diventato più frequente in alcune zone del globo, provocando disagi che possono diventare dirompenti qualora queste troncature dovessero diventare sistematiche e concomitanti. La protezione delle infrastrutture sottomarine – comprese quelle per l'estrazione di idrocarburi – diventa quindi fondamentale in un mondo sempre più soggetto a questo tipo di minaccia di difficile attribuzione.

Il documento Guide ha fissato alcuni punti molto importanti di azione per la protezione delle infrastrutture sottomarine: l'importanza del coordinamento e della cooperazione tra le diverse parti interessate come i governi e le autorità nazionali competenti degli Stati costieri e degli Stati utilizzatori dei cavi; l'industria privata, come gli operatori di cavi e condotte sottomarine, le parti interessate del settore marittimo; nonché organizzazioni internazionali e non governative come le Nazioni Unite.

Si è certificata anche l'importanza del dialogo col mondo accademico e degli esperti di settore, nonché l'integrazione civile-militare per sviluppare e operare sistemi di controllo e difesa, sempre nel rispetto delle specifiche strutture nazionali e della divisione delle responsabilità all'interno di ciascun Paese, con le autorità civili e gli operatori privati che hanno la responsabilità primaria della progettazione, regolamentazione, costruzione e riparazione delle infrastrutture. Guide ha anche stabilito l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e soluzioni.

L’ispirazione arriva dall’Italia

In buona sostanza, l'accordo ha ripreso l'architettura italiana per lo sviluppo e difesa delle infrastrutture sottomarine che vede nel Polo Nazionale della dimensione Subacquea (Pns) il suo centro principale.

Il nostro Paese, con la legge 9/2026, ha stabilito il contesto giuridico/operativo per inaugurare una robusta architettura interagenzia, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, incentrata sulla nascente Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Pns, che è attivo a La Spezia dal 2023. Questa architettura ha sostanzialmente fornito ispirazione per molti dei principi del Guide: l’Asas, ad esempio, è incaricata di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Anche l'attenzione data alla cooperazione tra mondo militare, dell'industria e dell'accademia indicata nel Guide è uno dei principi cardine del modus operandi del Pns, dove i tre ambienti nazionali lavorano a stretto contatto. Il Polo è quindi un incubatore di idee, in grado di aggregare e capitalizzare le competenze del mondo accademico, della ricerca e industriale, con un impianto da hub strategico per sviluppare mezzi e competenze per esplorare, conoscere, difendere e valorizzare il mondo subacqueo in modo sostenibile e consapevole.

Per capire quanto il modello italiano sia stato preso a ispirazione, nelle linee guida del Guide si può leggere la volontà di “condividere le migliori pratiche e le conoscenze tecniche attraverso l'organizzazione di scambi di esperti in materia di sicurezza delle informazioni delle infrastrutture sottomarine strategiche tra gli Stati e con le agenzie civili, ad esempio tramite workshop, nonché integrando elementi sulla sicurezza delle informazioni nelle attività multilaterali”. L'enfasi è stata data soprattutto alla cooperazione internazionale, per varare una rete sovranazionale di esperti di settore che possa scambiare punti di contatto e condividere informazioni al fine di facilitare gli impegni intraregionali e migliorare la potenziale risposta a incidenti e crisi relative alla sicurezza delle infrastrutture, qualora se ne presentasse la necessità.

Questo nuovo partenariato internazionale, potenzialmente, amplierà il raggio d'azione “accademico” del Pns tramite gli scambi coi Paesi firmatari, e permetterà anche alla Marina Militare italiana di lavorare a più stretto contatto con quelle dei Paesi sottoscrittori nell'ambito underwater, facendo tesoro delle esperienze maturate ma soprattutto individuando nuovi scenari operativi e relative criticità, con un occhi attento al futuro della seabed warfare.

L'Armenia tra Unione e Russia. Sfida Pashinyan-Karapetyan (con l'endorsement di Trump)

Tra Europa e Russia, tra il peso della storia e l'incertezza del futuro. Domani gli armeni si recheranno alle urne per un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. In gioco non c'è soltanto la maggioranza parlamentare, ma la collocazione geopolitica di un Paese che da anni vive sospeso tra l'eredità sovietica e la tentazione occidentale. Dopo oltre trent'anni di dipendenza politica, economica e militare da Mosca, Erevan si trova infatti davanti a una scelta che molti osservatori descrivono come storica: proseguire il percorso di avvicinamento all'Occidente avviato dal premier Nikol Pasinyan oppure tornare nell'orbita russa sostenuta da una parte consistente delle opposizioni. Il voto assume i contorni di un referendum sulla leadership di Pasinyan, al potere dal 2018 dopo la «rivoluzione di velluto» che pose fine al lungo dominio delle élite post-sovietiche. Il premier ha puntato sulla lotta alla corruzione, sul rafforzamento delle istituzioni e su una progressiva emancipazione da Mosca. La svolta è arrivata dopo la sconfitta nel Nagorno Karabakh e l'offensiva azera del 2023, vissute da molti armeni come la prova dell'inaffidabilità russa. Da allora Erevan ha raffreddato i rapporti con il Cremlino, intensificato

quelli con Bruxelles, Usa e rilanciato il dialogo con Azerbaigian e Turchia.

È questa la linea che oggi divide l'Armenia: da un lato il partito di governo, che vede nella pace con Azerbaigian e Turchia e nell'apertura all'Occidente la chiave per il futuro del Paese; dall'altro le opposizioni, che accusano Pasinyan di aver concesso troppo a Baku e di aver compromesso il rapporto con Mosca senza ottenere sufficienti garanzie di sicurezza.

La campagna elettorale è stata segnata dallo scontro tra Russia e Occidente. Nelle ultime settimane Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Lavrov, ha aumentato la pressione su Erevan con minacce economiche e avvertimenti politici, arrivando persino a evocare il precedente ucraino. Dichiarazioni interpretate come tentativo di influenzare il voto. Pasinyan si presenta come il garante della pace e della modernizzazione del Paese, puntando sull'avvicinamento all'Unione Europea, sul rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e sulla trasformazione dell'Armenia in un hub strategico tra Europa e Asia.

I sondaggi indicano il premier favorito (preferenze fino al 42%), anche grazie a un'opposizione filorussa frammentata tra Armenia Forte di Samvel Karapetyan, l'Alleanza Armenia dell'ex presidente Robert Kocharyan e Armenia Prospera di Gagik Tsarukyan. A rafforzare la sua immagine internazionale è arrivato l'endorsement di Donald Trump, che lo ha definito «un amico e un grande leader» capace di condividere la sua «visione di pace e prosperità». Senza dimenticare che un accordo siglato con Vance durante una visita a Erevan quest'anno aprirebbe la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte di un'azienda Usa.

Gli scenari possibili sono tre. Il più probabile è una riconferma di Pasinyan con una maggioranza sufficiente a governare, che consoliderebbe l'avvicinamento all'Occidente. Più complessa una vittoria senza una maggioranza autosufficiente, che costringerebbe il premier a cercare alleati e renderebbe più difficile portare avanti le riforme necessarie agli accordi con Baku. Infine, un Parlamento frammentato e dominato da opposizioni divise potrebbe aprire una fase di instabilità, rallentando il riavvicinamento a Europa e Stati Uniti.

"Corpi d'élite in Azerbaijan". Israele e la rete militare segreta

L' Azerbaijan è un Paese speciale: musulmano, sciita, è però un Paese laico, deciso a modernizzarsi, nazionalista, il cui presidente Ilham Aliyeh ha un ottimo rapporto con gli Stati Uniti e con Israele, mentre con l'Iran regna la reciproca diffidenza. La stampa internazionale ha reso noto ciò che era intuibile: i 700 chilometri di confine fra l'Azerbaijan e l'Iran sarebbero presidiati da alcuni siti clandestini del Mossad, parte di una rete diffusa nel Medioriente, da cui Israele potrebbe lanciare operazioni. Può servire nella guerra attuale, potrebbe avere aiutato nell'eliminazione di Rahman Moqadam il capo dell'arruolamento estero dei pasdaran.

I rapporti azeri con Israele sono attivi dalla caduta dell'Urss nel 1991, Israele fra i primi Paesi riconobbe il nuovo Stato, e fra i due si è sviluppato uno scambio prezioso, petrolio e energia dall'Azerbaijan e tecnologia, intelligence, armi da parte israeliana. Gideon Saar ha incontrato Aliyeh a Baku il 26 gennaio. Durante le guerre del Nagorno Karabak, gran parte della capacità militari azere erano israeliane. Il Paese è stato fra i primi acquirenti di Iron Dome; e mentre nel periodo di Biden il rapporto con gli Usa ha sofferto a causa dell'avvicinamento americano all'Armenia, con Trump si è ricostruito un asse parte di una nuova mappa geopolitica, un arco antiegemonia iraniana per l'alleanza con l'Occidente: gli Emirati dal 2020 sono il pilastro della vicenda, con la firma dei Patti di Abramo; Il Bahrain condivide la preoccupazione sull'Iran, la monarchia sunnita tiene a bada la maggioranza sciita; il Marocco ormai è un amico solido dell'Occidente contro la jihad; e poi i partner classici Egitto e Giordania, fra mille vicende alterne, tuttavia restano ancorati alla pace. L'Arabia Saudita alla fine dovrà approdare a un'alleanza occidentale. È concreta l'idea di Trump che molti Paesi islamici siano propensi ad appoggiarsi a Israele contro l'Iran e i suoi feroci proxy. L'Iran prevedeva l'accerchiamento di Israele, e invece la situazione, sempre problematica, è però molto modificata. Nel quadro anche l'alleanza con Somaliland, all'imboccatura sud del Mar Rosso, una delle principali rotte commerciali mondiali, proprio sulla faccia degli Houthi. Per Israele, dunque, oltre al rapporto con gli Usa ci sono cooperazioni strategiche che vanno al di là della difesa: la maggiore, quella con l'India di Narendra Modi che disegna l'Imec, India Middle East Europe Economic Corridor, annunciato nel 2023, che finalmente supera in prospettiva la Belt and Road cinese. Questa prospettiva, e non certo l'estromissione d'Israele coi i boicottaggi, disegna una vera pace.

Caos Libano, anche Bibi ferma l'intesa

Continuano i raid israeliani in Libano, dopo che il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l'accordo di Washington "una capitolazione e una sconfitta", e Benjamin Netanyahu non ha fatto votare l'ultima versione dell'intesa per il cessate il fuoco mediata dagli Usa. Secondo quanto riportato da Ynet, i ministri hanno criticato la tregua, il cui rinnovo è stato concordato dalle delegazioni israeliana e libanese durante un incontro a Washington mercoledì, e hanno chiesto che venisse sottoposto al voto del Gabinetto prima di accettarne le condizioni. Il premier invece, durante una riunione, ha spiegato che non metterà ai voti il documento finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini. "Al momento non c'è alcun accordo. Hezbollah si oppone, quindi non prenderò una decisione", ha detto Netanyahu, mentre continuano gli attacchi dello Stato ebraico in Libano, che hanno provocato 12 morti. Di questi, almeno sette persone sono rimaste uccise in blitz notturni sulla città di Tiro, nel sud.

Sul fronte iraniano, invece, il presidente Usa è tornato a parlare di un potenziale incontro con l'ayatollah Mojtaba Khamenei, che sarebbe "onorato" di vedere. "Se dovessimo raggiungere un accordo, è possibile che io lo incontri - ha detto Trump - Per me andrebbe bene". Un'ipotesi che è stata immediatamente respinta da Teheran. "Penso che dobbiamo essere realisti", ha commentato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sottolineando che peraltro al momento la Guida Suprema deve evitare "una presenza pubblica più significativa per ragioni di sicurezza". Subito dopo gli ha fatto eco il consigliere di Khamenei, Mohsen Rezaei, in un'intervista esclusiva alla Cnn, che lapidario ha detto: "Non accadrà".

Riguardo l'accordo, invece, un alto funzionario della Repubblica islamica ha detto che dipende dalla decisione o meno dell'amministrazione Usa di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, oltre ad avvertire che gli Stati Uniti "entrerebbero in un tunnel oscuro" qualora dovessero riprendere le ostilità. "I negoziati sono in una situazione di stallo e Trump deve sbloccarla - ha aggiunto Mohsen Rezaei - La palla è nel campo di Trump".

"Con l'Iran vinceremo comunque, o sulla carta o militarmente", ha ribadito invece The Donald, ricordando che tra le condizioni ci sono la riapertura dello stretto di Hormuz e la rinuncia all'arma nucleare. E "se l'Iran uccidesse soldati americani riprenderei gli attacchi. Mi sembrerebbe un'ottima ragione". Secondo la tv saudita Al Arabiya, Teheran ha informato il Pakistan di essere pronto a trasferire parte delle sue scorte di uranio a un paese terzo. Intanto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha affermato, in un rapporto riservato, che la mancanza di accesso per verificare il materiale nucleare in Iran rappresenta una "preoccupazione per la proliferazione", invitando la Repubblica islamica a "collaborare in modo costruttivo con l'agenzia". "Pur riconoscendo che gli attacchi militari contro le strutture e i siti nucleari iraniani hanno creato una situazione senza precedenti - ha proseguito l'Aiea - è fondamentale che l'agenzia conduca attività di verifica nel Paese senza indugio". Secondo quanto riferito da una fonte diplomatica, l'Aiea non ha rilevato attività presso siti nucleari strategici come Isfahan e Natanz dall'inizio del conflitto in Medioriente a fine febbraio, ma gli è stato negato l'accesso ad alcuni impianti chiave dal giugno dell'anno scorso, quando gli Usa hanno colpito diversi siti atomici.

Putin strappa la lettera di Zelensky. Rabbia Kiev: "Ha scelto la guerra"

"Ora la palla è nel loro campo", dicono da Kiev dopo la lettera aperta di Zelensky a Putin. E da San Pietroburgo, lo Zar l'ha spedita per l'ennesima volta in tribuna. Altro che incontro, altro che apertura al dialogo o possibili spiragli di pace. "Non c'è motivo di incontrare Zelensky. La guerra finirà quando la Russia raggiungerà i suoi obiettivi" Non se ne parla nemmeno. Il "siamo pronti al dialogo" dei giorni scorsi era solo l'ennesimo bluff di uno Zar che, mai così in difficoltà, non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo del negoziato in condizione di difficoltà. Rischiando però di mettersi così in una posizione di ulteriore difficoltà.

C'era attesa per l'intervento di Putin al Forum economico di san Pietroburgo ma le speranze di un'apertura verso la fine della guerra sono andate disattese. Dopo la proposta di un incontro faccia a faccia per chiudere il conflitto, nel suo intervento il presidente russo ha proseguito con la consueta retorica. "Ho dato una rapida occhiata alla lettera di Zelensky contiene effettivamente elementi di maleducazione. È un modo per creare le condizioni per un incontro e per dei negoziati o per creare un contesto in cui qualsiasi incontro diventa impossibile? Credo sia la seconda opzione", ha detto dal palco. Aggiungendo poi che "Zelensky vuole solo cercare di fermare l'offensiva delle truppe russe sul terreno" e che "la Russia proseguirà le sue operazioni finché non verranno raggiunti tutti gli obiettivi". Punto e a capo. Dura e secca la controreplica di Zelensky: "Putin ha scelto, non vuole porre fine alla guerra".

Consapevole che solo ieri il presidente americano Donald Trump aveva lodato l'iniziativa di Zelensky sottoscrivendo l'idea di un incontro tra i due leader (e intestandosene il merito), Putin ha elogiato il tycoon dicendo che "il nostro rapporto si basa sul rispetto reciproco" e che se ci fosse stato lui al posto di Biden "il conflitto in Ucraina probabilmente non ci sarebbe stato". Ma adesso, lo Zar è all'angolo perché l'ennesima chiusura al dialogo non farà certo felice Trump. Oltre che l'Europa, che tra un vertice organizzato e la conferma del sostegno a Kiev, si schiera ancora una volta. "Nessuno desidera la pace più del popolo ucraino e del presidente Zelensky. Il contenuto della sua lettera, ha il nostro pieno sostegno", ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. A San Pietroburgo Putin (che ha anche incontrato l'amico Schroeder che vorrebbe come mediatore) ha cercato di negare le ormai palesi difficoltà economiche della Russia dicendo che "sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato... Siamo scesi allo stesso livello di crescita che registrano i Paesi dell'Eurozona negli ultimi anni", ha detto, criticando le sanzioni dell'Occidente ("sono concorrenza sleale"), e la Ue ("le élite europee stanno provocando il caos") e lanciando poi un attacco diretto (non il primo) al nostro Paese dicendo che con altri Stati è "tra le peggiori realtà nell'Unione europea per debito pubblico".

La guerra, quindi, continua e segue l'ormai solito drammatico spartito. Mentre i droni ucraini minacciano basi militari e strutture energetiche in Russia, nella notte l'esercito di Mosca ha colpito ancora obiettivi civili, tra cui uno stabilimento di Kiev che produceva prodotti alimentari per bambini causando 4 vittime e diversi feriti. Attacchi in serie anche a Dnipro, nel Sumy dove è stata colpita una scuola, e nel Kherson dove un drone ha colpito un'ambulanza che era stata donata dall'Italia. Il video ha fatto rapidamente il giro del web.

Sull'altro fronte, mentre si è realizzato un altro scambio di prigionieri, un drone marino ucraino è esploso nel porto di Costanza, in Romania dove non ci sono stati feriti perché la marina ucraina ha prontamente avvertito le autorità rumene. "Una delle navi senza equipaggio della Marina ucraina ha perso il controllo a causa di un attacco di guerra elettronica nemica. Abbiamo fornito le informazioni necessarie alla Marina rumena al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile", ha dichiarato la Marina ucraina confermando che il drone fosse ucraino e che sia stato fatto esplodere al largo e lontano da uomini, mezzi e infrastrutture. Un episodio che conferma come il rischio di incidente al di fuori del campo di battaglia resti comunque alto. In una guerra che sembrava potersi chiudere ma che dalle parti del Cremlino, evidentemente, vogliono continuare ancora a lungo.

Economia frenata e l'ombra degli 007: lo Zar deve coprire i guai della Russia. E insiste sul piano firmato con Trump

La guerra costa. Ma produce solo perdite. A spiegarlo a Vladimir Putin ci ha pensato il ministro delle Finanze Anton Siluanov autore, a metà maggio, di un rapporto in cui si analizzano i buchi di un bilancio federale in cui i 213 miliardi di euro (17mila 600 miliardi di rubli) di spese superano di gran lunga i 141 miliardi (11mila700 miliardi di rubli) di entrate. Una differenza che fin qui nessuno osava mettere nero su bianco. Anche perché lo scorso autunno a Putin era stata presentata una relazione in cui si garantiva la tenuta dell'economia per almeno due anni, nonostante i costi bellici.

La previsione sorvolava su alcuni dettagli fondamentali. Il primo era la caduta dei prezzi del greggio risaliti solo con lo scoppio della guerra in Iran. L'altro era l'intensificazione delle sanzioni indirette Usa e il conseguente ridimensionamento degli acquisti di petrolio e gas russi sui mercati turchi, indiani e cinesi. Senza contare l'inaffidabilità dell'"alleato" di Pechino poco disponibile ad incrementare le quote di gas e petrolio acquistate sul mercato russo. Ma nelle previsioni presentate a Putin mancavano anche i buchi neri di bilancio, ovvero quei rivoli miliardari che nell'era del ministro della Difesa Sergej Shoigu e del suo vice Pavel Popov svanivano nel fiume incontrollato della corruzione. La condanna di Popov a 19 anni di galera, il trasferimento di Sergei Shoigu alla Segreteria del Consiglio di Sicurezza e le successive epurazioni non son bastate a tappare le falle della Difesa. Falle insopportabili in tempo di crisi. E tutto questo mentre i fondi europei utilizzati per l'acquisto sul mercato americano di sistemi di puntamento per missili e droni ad alta tecnologia garantiscono agli ucraini un doppio risultato.

Da una parte, come testimonia l'incursione sulla raffineria di San Pietroburgo, colpiscono in profondità il gigante russo. Dall'altra paralizzano il fronte trasformandolo in un zona grigia profonda dai 25 ai 30 chilometri in cui nessun mezzo e nessuna unità è in grado di avanzare. In tutto questo Putin fa i conti con il malcontento di una parte dell'opinione pubblica e di settori delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Un malcontento che - a differenza di quanto si pensa in Europa - non auspica la fine alla guerra, ma bensì l'impegno a combatterla con maggior determinazione e l'impiego di ogni arma a disposizione. D'altra parte la fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk, controllato oggi all'85% , e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perchè gli impedirebbe di venir ricordato come il Presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Ma non solo. Una vittoria mutilata lo costringerebbe a far i conti con il malcontento di 700mila volontari del fronte ucraino che guadagnano oggi circa 2400 euro al mese, ma tornerebbero a incassare meno della metà senza aver raggiunto il successo auspicato.

Tutte queste ragioni spingono Putin a rilanciare quegli accordi di Anchorage con Donald Trump che prevedevano l'annessione in toto di Donetsk e Lugansk, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con gli Usa. Con un elemento in più. A mettere il silenziatore su quelle intese contribuì, la scorsa estate, la contrarietà dei paesi europei. Che il Cremlino non esitò a definire i peggiori nemici. Ora però qualcosa è cambiato anche su quel fronte. Non a caso il Presidente russo non esclude una mediazione gestita proprio in ambito Ue. Anche perché con la crisi del Golfo il petrolio russo è ridiventato una tentazione assai concreta. Soprattutto in Europa.

Soldati allo stremo, caduti ed elezioni: Kiev può giocare la carta dell'Ue solo con una tregua che sia duratura

R.R., nome di battaglia Mazhor, è stato reclutato per il fronte di Zaporizhzhia nell'ottobre scorso a 49 anni. Dal 27 aprile risulta disperso nei combattimenti vicino alla località di Myrne. La sorella, che vive in Italia, sta disperatamente cercando sue notizie. Uno dei motivi che spinge il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a trovare una via d'uscita negoziale al conflitto, è la drammatica mancanza di uomini da mandare al fronte. Oramai vengono mobilitati soldati sempre più anziani, che non ce la fanno a resistere e sopravvivere. Dall'inizio dell'invasione gli ucraini avrebbero perso 600mila uomini fra morti e feriti. Oggi l'età media in trincea supera i 40 anni. Ogni mese servono 30mila uomini, ma in tre anni e mezzo di guerra non si sarebbbero presentati alle armi in 235mila. Il risultato attuale, su un migliaio di chilometri di fronte, è che diverse unità hanno potenzialità e ranghi ridotti dal 25% al 35%. Il ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, sta attuando un piano accelerato di utilizzo massiccio di droni e mezzi robotizzati sul terreno, che vanno pure all'assalto delle trincee nemiche, per sopperire alla mancanza di personale in armi. Il serbatoio umano, raschiato fino in fondo, non è l'unico motivo che potrebbe spingere Zelensky a trattare con i russi. Nella stessa lettera, non tenera, inviata a Vladimir Putin sottolinea che secondo rapporti di intelligence il nuovo Zar sta valutando la possibilità di prolungare la guerra fino al 2027 e al 2028. Il Cremlino punterebbe a coinvolgere la Bielorussia per aprire di nuovo il fronte Nord, che sarebbe una mazzata per gli ucraini. Negli ultimi 20 mesi i russi sono avanzati in media di appena 75-100 metri al giorno perdendo, più o meno 650 uomini ogni 24 ore. Gli ucraini, però, non sono in grado di riprendere l'iniziativa come nel primo anno e mezzo di guerra quando hanno liberato, con le buone o le cattive, il 50% del territorio occupato dagli invasori. Mosca sta ammassando truppe per l'offensiva estiva, che solleva lo spettro, se non di una Caporetto, di perdite e difficoltà sempre maggiori nel difendere la linea del fronte nel Donbass.

Un altro aspetto di carattere politico, che consiglia Zelensky a trovare una via d'uscita, riguarda la sua popolarità e le future elezioni presidenziali. Il gradimento della popolazione non è più quello bulgaro dei primi anni di guerra, ma fra alti e bassi, conditi da scandali di corruzione, si mantiene attorno al 50%. Il logoramento del conflitto gioca a sfavore e a sfidare Zelensky in future elezioni presidenziali sta scaldando i muscoli l'ex comandate delle forze armate, il generale Valery Zaluzhny, spedito in esilio a Londra, come ambasciatore, proprio da Zelensky. Il presidente in carica sarebbe ancora avanti al primo turno, ma di poco e al ballottaggio potrebbe venire travolto dall'ufficiale considerato una leggenda.

Zelensky non subisce solo la pressione di Trump, ma anche gli alleati europei lo stanno spingendo verso il negoziato. Non a caso domenica il presidente si riunirà con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, che hanno preparato un piano per uscire dalla guerra. Sul piatto ci sono pure i soldi: L'Unione europea ha garantito quest'anno a Kiev 90 miliardi di euro, teoricamente in prestito. Un flusso di denaro cruciale per tenere in piedi lo Stato ucraino, che non può continuare in eterno.

E Zelensky sa bene che il traguardo dell'Ucraina nella Ue, diventerà realtà non certo con un paese in guerra, ma solo con una tregua duratura se non sarà possibile parlare di pace con la P maiuscola.

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