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Chi ha votato per il nucleare in Parlamento sa poco o nulla di energia

5 June 2026 at 13:14

In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.

L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.

Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.

A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.

Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.

Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.

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“Oggi la politica climatica è sovrapposta e conflittuale: così non funziona”

5 June 2026 at 07:10

Una gestione integrata del rischio ambientale, che punti sulla prevenzione; un’integrazione e armonizzazione delle politiche climatiche; una fiscalità energetica faccia sia che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti di produzione di energia rinnovabile e che questo sia chiaro al consumatore; l’assegnazione di un valore economico alla biodiversità e, infine, una visione finalmente sistemica dei servizi idrici, troppo frammentati: sono cinque le riforme proposte, in occasione della Giornata dell’Ambiente oggi 5 giugno, dalla professoressa Valeria Costantini – Ordinaria di Politica Economica, Direttrice del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre, già presidente dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente (IAERE) e attuale vicepresidente della Società Italiana di Economia (SIE) – e contenute anche nel libro da lei curato “L’economia italiana e la transizione ecologica”, edito da Carocci e reso possibile grazie alle due associazioni (IAERE e SIE).

Partiamo dalle catastrofi ambientali e dal rischio ambientale.
La gestione integrata del rischio ha che fare con il fatto che ci sia una capacità da parte di tutte le istituzioni preposte alla salvaguardia del territorio, su scala nazionale, regionale, locale, di mettere a sistema un insieme di tecniche e tecnologie, oltre che di politiche, che in qualche modo riescano a convergere verso l’obiettivo della prevenzione. Rispetto al disastro ambientale, infatti, non serve solo una macchina organizzativa e amministrativa che, come nel caso dell’Emilia Romagna, sia in grado di arrivare immediatamente a portare soccorso; ma occorre anche mettere in piedi un sistema di “early warning”, allarme preventivo, anche grazie alla tecnologie e alla gestione integrata dei dati. Mettere a sistema informazioni che arrivano dai satelliti e farne dei modelli matematici o dei modelli di simulazione che possano anticipare il rischio ed effettuare interventi, come ad esempio l’evacuazione preventiva.

Venendo alle politiche climatiche. Tra Green Deal, PNIEC, PNACC, PNRR, Fondo Clima le leggi non mancano. Eppure siamo indietro su emissioni e rinnovabili.
Questa frammentazione del policy mix all’interno della strategia climatica ed energetica rappresenta un elemento critico non solo per l’Italia. Oggi c’è una stratificazione di leggi e decreti attuativi che riguardano diversi ambiti e che rendono complicato capire qual è l’efficacia delle politiche, sia sul fronte rinnovabili, che sull’efficienza energetica. Il tema è quello della cosiddetta “regolazione sovrapposta”: ci sono diverse leggi che toccano lo stesso ambito e vanno a confliggere negli obiettivi o nelle modalità di ottenimento degli obiettivi. Un esempio: lo stato dà dei sussidi per il consumo e la produzione di fonti fossili però al tempo stesso abbiamo le aziende che pagano il prezzo delle emissioni di carbonio (ETS), quindi ci sono due politiche chiaramente confliggenti.

E sul fronte fondamentale della finanza verde?
Il problema principale è che, nell’attuale sistema di gestione, abbiamo un sistema di contabilità nazionale che registra le entrate e le uscite che sono associate alle questioni ambientali, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo una fiscalità dedicata. Bisognerebbe pensare a una specifica funzione delle entrate che derivano dalla tassazione energetica; ad esempio, imporre un’accisa sull’acquisto di benzina alla pompa e dirottare questa entrata per aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano. La fiscalità energetica deve essere percepita anche dal consumatore come una fiscalità pro ambiente, in modo che sia consapevole che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti. In Italia invece gran parte della fiscalità ambientale confluisce nel bilancio dello stato senza una finalità specifica di protezione ambientale.

Nel libro raccontate anche il declino della biodiversità. E lanciate una proposta che vada oltre la conservazione.
A mio avviso la biodiversità dovrebbe essere riconosciuta dal punto di vista economico, e andrebbero riconosciuti i benefici che la collettività ottiene. Si può mettere in campo un sistema di prezzi che faccia pagare agli agenti economici il costo che stanno imponendo alla collettività, riducendo il valore della biodiversità, conteggiando appunto i benefici e i danni della mancata protezione. È quello che nel mondo anglosassone viene definito come Payment for Environmental Services, concetto che oggi sempre più viene richiesto come elemento da integrare nelle valutazioni di impatto ambientale dei grandi progetti infrastrutturali.

Infine, un punto importante del libro riguarda la gestione frammentata delle risorse idriche.
Ritengo che la gestione delle risorse idriche andrebbe completamente riformulata. Pensiamo alla gestione dei bacini: per ciascun fiume abbiamo un ente bacino che si occupa della gestione della risorsa specifica e questo va a confliggere con il sistema amministrativo che noi abbiamo della gestione del sistema Italia, perché, appunto, la gestione del singolo bacino si deve confrontare con decisioni su scala nazionale e regionale. Ci vorrebbe a mio avviso un tavolo di lavoro aperto, ad esempio a livello regionale, per arrivare a una visione sistemica dei servizi idrici, anche per la prevenzione dei disastri naturali causati da una mancata gestione appropriata dei bacini idrici. Anche per l’acqua potabile alcune cose sono state fatte col Pnrr, ma ci vorrebbe maggiore integrazione dei diversi livelli di competenza.

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