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Area 51 torna al centro del mistero: circola un’immagine di un jet sconosciuto

La recente diffusione di una presunta immagine termica catturata nei pressi di Area 51 ha riacceso l’attenzione internazionale sulle attività sperimentali condotte nello spazio aereo altamente classificato del Nevada. Il materiale, emerso online anche all’interno di circuiti digitali dedicati all’osservazione a distanza di installazioni sensibili, mostrerebbe un velivolo non identificato in volo notturno a bassa quota. Sebbene la qualità del frame sia limitata dalle caratteristiche del sensore termico utilizzato, la configurazione aerodinamica del soggetto ha immediatamente alimentato ipotesi di correlazione con i programmi di sesta generazione attualmente in sviluppo negli Stati Uniti.

Cosa sappiamo

Dall’analisi emerge che l’immagine sarebbe stata acquisita da un dispositivo a infrarossi di fascia avanzata, impiegato per l’osservazione passiva a distanza. Le riprese, secondo le ricostruzioni disponibili, provengono dall’area collinare a sud di Rachel, zona storicamente utilizzata per il monitoraggio non intrusivo delle attività di Area 51. In tale contesto, il velivolo appare in assetto estremamente basso e in condizioni operative notturne, fattore che rende complessa la lettura della firma termica e introduce margini significativi di incertezza analitica. Le autorità militari statunitensi, interpellate in merito, non hanno fornito alcuna conferma né smentita, mantenendo il consueto regime di opacità informativa che caratterizza le attività del sito.

Possibili connessioni con il programma NGAD

Sul piano tecnico, la configurazione del velivolo suggerisce un’impostazione aerodinamica riconducibile a schemi di riduzione della segnatura radar di nuova generazione. Alcuni elementi visivi rimanderebbero a soluzioni già associate ai concetti sviluppati nell’ambito del programma Next Generation Air Dominance (NGAD program), da cui è derivato il futuro caccia Boeing F-47, attualmente in fase di sviluppo avanzato per l’US Air Force. La possibile presenza di superfici canard e di un’ala a geometria lambda richiama inoltre esperienze sperimentali precedenti, incluse quelle riconducibili ai dimostratori X-plane, sviluppati per ridurre i rischi ingegneristici dei programmi operativi.

Tra test e segretezza: lo sviluppo dei programmi aerospaziali militari

Secondo alcuni analisti l’osservazione rientra nel modello tipico dei programmi di sviluppo aerospaziale classificati negli Stati Uniti, caratterizzati da fasi estese di validazione tecnologica su piattaforme dimostrative, funzionali alla riduzione del rischio prima dell’impiego operativo.

Attività di questo tipo, si apprende, “potrebbero” coinvolgere storicamente attori industriali primari come Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman, sotto la supervisione di enti di ricerca militare quali DARPA. In parallelo, l’evoluzione dei programmi navali F/A-XX e l’utilizzo di infrastrutture come Edwards Air Force Base confermano un’accelerazione del ciclo di sperimentazione aeronautica. In questo scenario, anche osservatori civili hanno recentemente evidenziato come punti di osservazione storici, tra cui Tikaboo Peak, risultino sempre più limitati, segnalando una crescente restrizione dello spazio informativo attorno alle attività di test. Tuttavia, allo stato attuale, non esistono elementi verificati che consentano di attribuire con certezza il velivolo ripreso a un programma specifico, lasciando aperto il campo a molteplici interpretazioni nel più ampio scacchiere della competizione aerospaziale tra grandi potenze.

Choc in Francia: trovata morta Lyhanna, 11 anni. Fermato il padre di un’amica già segnalato per pedofilia

Sgomento e incredulità scuotono la Francia per un evento tragico che si sarebbe potuto evitare: dopo la segnalazione della scomparsa lo scorso 29 maggio, le autorità francesi hanno confermato il ritrovamento del corpo senza vita di Lyhanna Rameau Bernard, una bambina di soli 11 anni di cui non si avevano più notizie dopo l’uscita da scuola nella località di Fleurance, città non lontano da Tolosa.

I sospetti più che fondati

Il cadavere della piccola, come riportano i media francesi, è stato trovato nascosto in una fattoria abbandonata a 15 chilometri da casa sua: anche se l’autopsia è in corso in queste ore per il riconoscimento, i vestiti corrispondono esattamente a quelli che indossava il giorno in cui è svanita. L’indignazione sociale è esplosa del tutto quando è stato rivelato il nome del principale sospettato: Jérome Barella, uomo di 41 anni e padre di due bambine che frequentavano la stessa scuola di Lyhanna. Sembrerebbe che una di loro due fosse anche la migliore amica della piccola scomparsa. Il sospettato adesso si trova in custodia cautelare. Venerdì scorso l’uomo l’avrebbe prelevata con la sua auto ai margini del centro educativo e quella è stata l’ultima volta che è stata vista viva.

Le denunce rimaste vane

Sfruttando questa conoscenza, l’uomo si sarebbe guadagnato nel corso del tempo la fiducia di Lyhanna invitandola a un pigiama party a casa sua, dove, secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa, l’uomo le preparava piatti speciali e le faceva “il solletico”. Barella sarebbe un pedofilo già noto alla polizia francese dal 2017 visto che su di lui pendono numerose segnalazioni e inchieste per violenza sessuale su minori. Il passato di Barella è più che oscuro visto anche il licenziamento da un Istituto scolastico per comportamenti inappropriati con un’alunna mentre nel 2025 è stato denunciato per la violenza su una bambina di 10 anni.

La negligenza del sistema giudiziario francese, però, ha lasciato quelle pratiche in un cassetto consentendo all’aggressore di rimanere libero e di continuare a insidiare altri minori. Sembra incredibile ma la madre della bambina di 10 anni aveva presentato una denuncia esattamente un anno fa, giugno 2025, sentendosi rispondere dalla polizia francese che “li stavo infastidendo. Se non avessi smesso di chiamare, avrebbero denunciato me per molestie”, ha raccontato.

Le parole di Macron

Alla tv francese Bfm, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che "le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare" per Lyhanna. "Non possiamo accettare quello che è successo, non possiamo guardare le nostre famiglie e dire loro che tutto è andato bene, è falso, come voi sono sconvolto da quello che è successo", ha confidato il capo dello Stato. In questo senso ha sottolineato che c’è "una disfunzione. Sono emerse delle falle, che devono essere chiarite, e le responsabilità devono essere chiarite", ha dichiarato il capo dello Stato dal Montenegro, dove si trova attualmente in viaggio.

“Circolare penale non applicata”

La circolare penale che dà priorità alle vittime minorenni “non è stata applicata dal procuratore di Auch" nella gestione delle denunce contro Jerome B., il sospettato nell'indagine sulla morte di Lyhanna”, ha riferito a Bfmtv una fonte vicina al caso.

“È necessario proseguire la mobilitazione in merito agli atti commessi contro i minori: la violenza fisica o sessuale deve essere oggetto di particolare vigilanza e di trattamento prioritario”, si legge nella circolare penale firmata dal Custode dei Sigilli Gérald Darmanin e diffusa lo scorso gennaio.

Sébastien Lecornu, Primo ministro francese, si è detto "choccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e vuole sapere "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Lecornu vuole andare a fondo alla vicenda per capire "se tutti i segnali di allarme siano stati presi in tempo, se tutte le procedure abbiano funzionato come avrebbero dovuto e se le priorità fossero corrette".

“Preoccupato per exploit di Vannacci? No”. A Milano, il vicepremier Salvini evita le domande sul futuro della Lega: “Parlo solo di Milan e casa”

5 June 2026 at 14:06

“Preoccupato per l’exploit di Vannacci? No”. Da Milano, Matteo Salvini partecipa a un evento della Lega sul “Piano Casa” ma evita le domande sul futuro della Lega. Il vice premier e segretario del Carroccio non commenta “articoli privi di fondamento” che ipotizzano nuovi assetti per il partito. E avverte i cronisti: “Parlo solo di Milan e di casa”.

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L'indignazione a corrente alternata per la fine del bianco Nowak

Certo, George Floyd. E tutto quello che è venuto dopo. Con i pugni battuti sul petto. Con le piazze Black lives matter. Con i politici, gli opinionisti e chiunque cercasse qualche secondo di visibilità, tutti giù in ginocchio. Perché si era inculcato nel loro cervello che, in quanto bianchi, erano intrinsecamente razzisti, portatori di un passato colonialista, addirittura suprematisti per via di quello che c'era scritto nel loro dna. Ma, se allora pensavamo di aver visto tutto, ci sbagliavamo di grosso. Perché era solo l'inizio del contagio ideologico.

Nel 2020 (in realtà già prima) aveva iniziato ad abbattersi sull'Occidente un'ondata violentissima di politicamente corretto che, poi, con il dilagare dell'ideologia woke e dell'agenda Dei, ha fatto dell'anti-razzismo un male cieco. È, infatti, successo che, anziché battersi perché bianchi, neri e altre minoranze venissero trattati tutti allo stesso, i bianchi venissero demonizzati e finissero loro stessi vittime di un razzismo al contrario. Un razzismo, e questo è probabilmente il risvolto più assurdo di questa storia, che in molti casi viene perpetrato da bianchi su altri bianchi perché, talmente terrorizzati da essere bollati come razzisti, si schierano in modo acritico dalla parte della minoranza di turno.

Non troverete nessuno di quelli che lo fecero per Floyd, in ginocchio per Henry Nowak. Eppure nel 2020, nonostante la morte dell'afroamericano fosse avvenuta a svariate migliaia di distanza, la polizia inglese non aveva esitato a cospargersi il capo di ceneri. Si sentivano così scossi per quanto successo a Minneapolis da scrivere «Piani in materia di razzismo» per «comprendere il trauma del passato» e attuare «un vero cambiamento». E quel cambiamento è oggi sotto gli occhi di tutti: un 18enne, esanime a terra, che viene ammanettato e con le manette al polso collassa fino alla morte. Il tutto perché chi lo aveva ripetutamente accoltellato, un sikh di origini indiane, aveva detto di aver subito un'aggressione razzista. Ora che il processo è chiuso e Vickrum Digwa è stato condannato all'ergastolo, è stato annunciato un supplemento d'inchiesta sui poliziotti che hanno arrestato Henry per capire se il loro operato ha contribuito ad accelerare il decesso del 18enne. Ora, mentre la polizia dell'Hampshire fa le indagini interne, sarebbe opportuno che tutto l'Occidente si interroghi sul proprio fallimento. Non lo ha fatto quando Iryna Zarutska è stata accoltellata da un nero in una metropolitana del Nord Carolina e lì lasciata morire dissanguata. Non lo ha fatto nemmeno quando Charlie Kirk è stato messo a tacere con una pallottola in una università dello Utah. Perché, in quanto bianchi (lui con l'aggravante di essere un conservatore), erano considerati vittime di serie B. Potrebbe farlo ora, guardando all'orrore subito da Henry Nowak, e interrompere così questa spirale autolesionista di odio contro i bianchi imposta dai cantori (bianchi) del woke. Un'occasione per tornare tutti più obiettivi, ma soprattutto una battaglia che non è solo culturale ma soprattutto di sopravvivenza.

Le vite del popolo oppresso e deluso

Raccontare la storia di se stessa e del suo Paese travolto dalla rivoluzione islamica e dall'avvento di Khomeini al potere con un fumetto. Così Marjane Satrapi ha raccontato la realtà in Persepolis, un disegno originale ed emozionante che lei stessa contribuì a trasformare in un film di animazione. Pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, il libro racconta l'infanzia iraniana, l'adolescenza viennese, il ritorno a Teheran e il successivo trasferimento in Francia. Satrapi ha spiegato di aver scritto il libro per reagire all'immagine stereotipata dell'Iran diffusa in Occidente, senza voler realizzare un trattato politico né una storia ufficiale del Paese. Le rivoluzioni, le guerre e le dittature non vengono descritte attraverso i loro protagonisti politici ma attraverso gli effetti che producono nella vita quotidiana. I personaggi centrali sono una famiglia, una bambina, una nonna, un gruppo di amici, una generazione. Tradotto in oltre venti lingue, venduto in milioni di copie, adottato nelle scuole e nelle università, Persepolis è diventato uno dei libri più influenti degli anni Duemila, dando tra l'altro definitiva legittimità al formato del graphic novel come forma narrativa. Il disegno di Satrapi è descritto come essenziale, con figure sono ridotte all'indispensabile e un bianco e nero che domina ogni pagina con una precisa strategia narrativa. Al cinema, nel 2007, insieme a Vincent Paronnaud realizza l'adattamento animato di Persepolis che ottiene un successo internazionale straordinario, vince il Premio della Giuria al Festival di Cannes e viene candidata all'Oscar come miglior film d'animazione.

Addio alla creatrice di Persepolis. "Distrutta dalla morte del marito"

Lo sguardo fiero e diretto. I capelli neri e liberi. Arguta e spensierata. È lei, Marjane Satrapi, in un celebre scatto che la ritrae mentre fuma una sigaretta. La scrittrice, artista e regista franco-iraniana divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla graphic novel e al film Persepolis, è morta all'età di 56 anni. "Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l'amore della sua vita", si legge in una dichiarazione. Secondo il settimanale francese Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi. Satrapi, schietta critica del governo teocratico iraniano, è conosciuta per la sua opera Persepolis che racconta la storia della sua giovinezza a Teheran, segnata dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la rivoluzione del 1979, prima di essere mandata in Europa dai genitori. Dopo la morte del marito, Satrapi ha creato una fondazione per sostenere gli studenti stranieri che desiderano venire a Parigi per studiare cinema. La sua pagina Instagram era composta da una serie di immagini che formavano la frase "Perché ho perso l'amore della mia vita", insieme a una foto del marito e all'annuncio della fondazione.

Marjane Satrapi è nata il 22 novembre 1969 a Rasht, ed è cresciuta a Teheran. Aveva antenati aristocratici, il padre era un ingegnere e la madre una stilista, erano cosmopoliti. Milioni di lettori hanno acquistato i suoi libri. In Persepolis esplora la vita interiore degli iraniani moderni. La graphic novel è stata adattata per un film del 2007, candidato all'Oscar e vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. I suoi disegni in bianco e nero, intensi, si ispirano sia ai fumetti contemporanei che alle miniature persiane. "Quando ero studentessa, avevo una cosa chiara: sarei stata povera. Avrei vissuto in una soffitta, mangiato pasta tutto il tempo e non avrei mai viaggiato, ma avrei lavorato a qualcosa che amavo. Con Persepolis, non pensavo nemmeno che avrei trovato un editore", aveva raccontato. L'opera è diventata una pietra miliare del fumetto, paragonabile solo a Maus di Art Spiegelman. Dalla forte personalità, Satrapi diceva sempre quello che pensava. "Poiché considero i diritti umani superiori al mio punto di vista personale, combatto per la libertà. E voglio che le donne possano indossare il velo, anche se lo detesto", aveva dichiarato. Si vestiva sempre con colori scuri, come nel suo celebre fumetto, pubblicato in bianco e nero.

L'anno scorso, ha rifiutato la Legion d'Onore francese. "Trovo molto difficile comprendere la politica francese verso l'Iran", ha affermato, criticando il diniego dei visti ai giovani iraniani "che amano la libertà, mentre i figli degli oligarchi iraniani passeggiano per Parigi come se fosse Saint-Tropez senza alcun problema". Satrapi si è dedicata a documentare pure i disordini del 2022 seguiti alla morte, in custodia della polizia, di Mahsa Amini. "Ci negano persino i diritti umani fondamentali. Non hai il diritto di ballare, non hai il diritto di cantare". Professò spesso il suo amore per Parigi. "Mi piace vivere lì perché posso fumare ovunque, ma le cose cambieranno". Scriveva spesso del suo vivere lontana dall'Iran. "Teheran, con tutta la sua bruttezza, sarà per sempre ai miei occhi la sposa di tutte le città del mondo".

Se sono gli ebrei di sinistra a criminalizzare Israele

Non è un problema da poco quando sono gli ebrei stessi a partecipare alla criminalizzazione dello Stato d'Israele, accuse che includono genocidio e colonialismo. La sincera esclamazione dell'ambasciatore Yehiel Leiter a proposito di JStreet ("un cancro nella comunità ebraica") è stata commentata come un gesto di nervosismo. In realtà è una presa di posizione che individua un danno letale nel corpo stesso del popolo ebraico, un attentato alla sua unità in un momento difficilissimo. Leiter parla di JStreet, Anna Foa, Gad Lerner, Pappe, Bernie Sanders da cui Israele viene visto come un Paese razzista e guerrafondaio, fascista e colonialista. Israele avrebbe deviato dal sionismo e anche dall'ebraismo. Quello vero è il loro.

In parallelo alla denuncia Leiter ha anche presentato un pamphlet sulle menzogne che dal 7 ottobre criminalizzano di Israele: costruite con malizia, sparse con una grande macchina del fango. L'alibi ebraico in Usa e in Europa ha fornito libri, film, manifestazioni, firme a migliaia che le rafforzano perché "lo dicono gli ebrei stessi". Ripropongono che loro non odiano Israele, ma Netanyahu è guerrafondaio e fascista. Forse se il governo fosse di sinistra, lo stato sarebbe non solo più democratico ma molto più ebraico. Non conta se Israele non conosce repressione antidemocratica, né tantomeno se è il nemico a aggredire come nel caso degli Hezbollah: la guerra è effetto della perfidia di Netanyahu. I cosiddetti "valori" ebraici divengono un'indicazione per la resa, l'aggressione jihadista resta sconosciuta. Di fatto la sinistra ebraica propone una delegittimazione di Israele ebraica, dimentica che ha sempre cercato una soluzione politica offrendo parte del territorio dal 1948, promuove l'idea woke basata sul concetto di vittime e oppressori, di diritti umani violati: i valori sono tutti occupati, l'autodifesa ne è espulsa.

Israele deve ascoltare in silenzio la condanna del governo e dell'esercito mentre Anna Foa prepara Il suicidio di Israele, bestseller. JStreet suggerisce al Congresso il taglio dei fondi e delle armi, Netanyahu e Trump sono mostrificati e l'Iran diventa un interlocutore antimperialista. Tikkun Olam, la cura del mondo, diventa per JStreet o la Foa retaggio privato di un ebraismo che cerca una condivisione coi palestinesi, due stati per due popoli, sgombero dei Territori. La fame di consenso, di tv, ha disegnato schieramenti sempre più larghi di accusatori: il prezzo è abbracciare accuse sempre più pesanti. Fino al 2024 JStrett rifiutava l'accusa di genocidio, ora l'ha praticamente fatta sua. L'alma mater di questo atteggiamento è nel giornale Haaretz, sullo sfondo del New York Times. In definitiva, gli ebrei contro Israele gettano una bomba nell'orgoglio ebraico, santificano il matrimonio fra progressismo e giudaismo che nacque sulla base storica della guerra al nazifascismo per poi essere subito violata dal comunismo antisemita, già per Marx gli ebrei erano il male capitalista.

La sinistra ebraica attuale dimentica che Ben Gurion e poi Rabin avevano soprattutto a cuore la salvaguarda della nazione. Ho conosciuto Shimon Peres: il tema della sicurezza era parte di lui, un socialista che realizzò la bomba atomica, indispensabile deterrenza alla follia del nemico. L'educazione degli anni '60 e '70 ci consegna un concetto degradato dei diritti umani, che disconosce la civiltà giudaico-cristiana madre della democrazia in nome di un umanitarismo che mette alla pari le civiltà autoritarie come quella di Hamas con quella di Israele e anzi le idolatra perché più deboli. Dunque, gli ebrei che combattono dalla trincea assediata di Israele non sarebbero più veramente ebrei, i veri ebrei sono quelli di sinistra portabandiera di un giudaismo migliore. La cosa che più duole è che l'ignorante denigrazione del popolo ebraico stesso intimidisce gli ebrei stessi con opinioni sradicate da ogni realtà. Solo Sinwar, forse, poteva immaginare Israele come lo vede la Foa: per lei, ebrea, Israele è peggio del fascismo, perché quei "pazzi scatenati pensano di essere mossi da Dio come burattini" per affermare la loro supremazia. Ormai Israele è razzista. I suoi campioni sono i "coloni" di cui disegna un ritratto fantasioso. Ma certo, la vera ebrea è lei. Leiter ha alzato il velo su un pericolo.

New York cancella mamma e papà: ora sono “genitori gestanti” (o “non gestanti”)

Prima hanno riscritto il vocabolario. Poi la storia. Ora tocca alla famiglia. A New York, dove il politicamente corretto è ormai diventato una specie di burocrazia dell’assurdo, i democratici hanno approvato una legge che cancella dai testi normativi le parole “madre” e “padre”. Non perché siano offensive, non perché siano incomprensibili, ma perché, secondo la religione woke, la realtà biologica va sempre sottoposta a revisione ideologica.

Come riportato dal New York Post, il termine “mother” verrebbe sostituito con “gestating parent”, cioè “genitore gestante”, mentre “father” diventerebbe “non-gestating parent” o semplicemente “parent”. Tradotto: la mamma non è più mamma, è un soggetto amministrativo dotato di funzione gestazionale. Il papà invece viene ridotto a categoria residuale, quasi un accessorio lessicale da aggiornare nei moduli del tribunale. In altri termini, siamo alla trasformazione della lingua in un laboratorio politico permanente.

Il bello, si fa per dire, è che tutto questo accade mentre New York combatte con problemi ben più concreti: tasse alte, costo della vita, sicurezza, bollette, degrado urbano, bilanci approvati in ritardo. Ma l’urgenza dei legislatori progressisti è un’altra: togliere “mother” e “father” dalle leggi. Come se le famiglie newyorkesi si svegliassero la mattina sconvolte dal fatto che nei codici esistano ancora mamma e papà.

I promotori della norma – che ora passerà al vaglio della governatrice Kathy Hochul (che ama presentarsi come la “first mom governor” di New York) per il via libera definitivo – spiegano che il cambiamento servirebbe ad adeguare il linguaggio giuridico ai casi di maternità surrogata, alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e alle nuove configurazioni familiari.

Così la madre diventa “genitore gestante”. Una formula che sembra uscita non da una legge sulla famiglia, ma da un manuale sanitario o da un verbale di laboratorio. La paternità diventa “parentage”. Il “putative father” diventa “alleged parent”. Ogni legame viene sterilizzato, ogni identità viene diluita, ogni parola affettiva viene sostituita da un’espressione burocratica. Naturalmente chi protesta viene subito sospettato di oscurantismo. Eppure qui non si tratta di negare diritti a nessuno. Si tratta di difendere il buonsenso da una politica che confonde l’inclusione con la rimozione della realtà. Una legge può benissimo disciplinare famiglie adottive, omogenitoriali, casi di surrogacy e situazioni complesse senza trasformare la madre in una perifrasi da ufficio anagrafe.

"È la cultura woke fuori controllo. È una gara a chi la spunta", il j’accuse di Gerard Kassar, Presidente del Partito Conservatore dello Stato: "È un esempio di quanto sia fuori sintonia la legislatura di New York. È uno spreco di tempo inutile". Kassar ha affermato che il disegno di legge, che non pone limiti di genere, probabilmente innescherà una serie di altre proposte simili, e ha definito le priorità dei legislatori statali completamente sbagliate.

Il candidato repubblicano alla carica di governatore Bruce Blakeman ha colto l'occasione al volo. “I democratici guidati da Kathy Hochul hanno continuato la loro dichiarazione di guerra alle famiglie di New York, cancellando i termini affettuosi di ‘mamma’ e ‘papà’ e sostituendoli con ‘genitore in gravidanza e genitore non in gravidanza’. Questa follia finirà quando sarò governatore”, le sue parole. I repubblicani che hanno votato contro il disegno di legge presentato dai democratici lo hanno definito oltraggioso, ma anche tra i dem serpeggia il malumore. “Ho una parola che possiamo usare per questo: inutile”, il commento di un politico ai microfoni del Post.

Ahinoi l’ossessione woke ha bisogno di simboli. E pochi simboli sono più potenti della parola “madre”. Per questo va neutralizzata. Perché richiama il corpo, la nascita, il legame primario, la differenza sessuale. Tutte cose che l’ideologia fluida tollera solo se tradotte in linguaggio neutro. La realtà, però, ha un difetto: resiste. Le madri continueranno a chiamarsi madri. I padri continueranno a chiamarsi padri. Con buona pace dei legislatori iper-progressisti.

Crans-Montana, Jessica Moretti: "Contro di noi solo falsità". La madre di una delle vittime: "Voglio risposte"

"Sono qui perché voglio risposte, vogliamo risposte". Laetitia Brodard-Sitre, la mamma di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, partecipa oggi all'interrogatorio di Jacques e Jessica Moretti, nell'aula del politecnico di Sion. "In questa tragedia - dice, accompagnata dal suo avvocato - ho perso il mio figlio Arthur, ed è per questo che mi sono vestita in bianco e ho la sua foto sul cuore, a sinistra. Ci sono 41 angeli che se ne sono andati, ci sono ancora 115 feriti che sono in ospedale, in terapia intensiva e che sono gravemente ustionati, alcuni ancora in choc settico e non li si riconosce più".

Arthur era una promessa del calcio giovanile della squadra FC Lutry, paese del Cantone di Vaud, sul lago Lemano. "Oggi sono qui per lui - spiega Laetitia - ma anche per suo fratello Benjamin, il mio secondo figlio, che è vivo, perché vive le conseguenze di questo dramma, tutti i giorni si vive con queste conseguenze, genitori, fratelli, sorelle, nonni e le zie: ha bisogno di risposte, ho bisogno di risposte, abbiamo bisogno di risposte. Siamo qui oggi perché sono passati cinque mesi, ora siamo venuti a conoscenza di molte cose, e ho bisogno di capire lo stato d'animo di Jessica e Jacques Moretti".

"Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell'interrogatorio, in corso a Sion. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili, la donna viene sentita in un confronto con il marito Jacques Moretti, nell'ambito dell'inchiesta sul rogo del Constellation, il discobar di Crans-Montana di cui sono proprietari. L'imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande.

"Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti! Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Così Laetitia Brodard-Sitre, madre di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, presente oggi all'interrogatorio dei coniugi Moretti, ha replicato alle dichiarazioni spontanee rese da Jessica in apertura dell'audizione.

Durante l'interrogatorio, la procura del Cantone del Vallese ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Secondo quanto è trapelato gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all'acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e da cui a Capodanno si è sviluppato l'incendio che ha causato la morte di 41 persone.

La luna di miele, il litigio con il fratello, l’intervista. Le lettere che svelano un lato inedito di Lady Diana

Lady Diana ha lasciato ai posteri un’eredità preziosa. Non si tratta di gioielli, né di abiti, bensì di qualcosa di ancora più intimo e personale: le lettere che ha scritto a familiari e amici nell’arco della sua breve vita. Sono quei fogli la chiave per tentare di comprendere la personalità, i desideri e le paure della principessa. Negli ultimi giorni i tabloid hanno dato ampio spazio a tre missive in particolare, due delle quali verranno presto vendute all’asta, in cui Diana racconta particolari del suo matrimonio, ma soprattutto cosa pensava davvero dell’ormai famosa intervista concessa alla Bbc nel 1995.

“La lettera della luna di miele”

Il prossimo 7 luglio, riporta il Telegraph, la casa d’aste Gorringe metterà in vendita lettere e foto riguardanti Lady Diana, stimate tra i 5.400 dollari e gli 8.000 dollari. Tra queste vi è una missiva che Diana inviò a Katherine Hanbury, con la quale aveva frequentato la West Heath Girls’ School tra il 1973 e il 1977. “La lettera della luna di miele”, ribattezzata così proprio perché scritta durante il viaggio di nozze dei principi di Galles, per la precisione il 27 settembre 1981, svela dettagli sorprendenti sulla vita di Carlo e Diana: “È stata una luna di miele meravigliosa con un sole sempre splendente e mari fortunatamente calmi…Ora siamo in Scozia fino alla fine di ottobre, un grande piacere per noi. Adoro stare fuori tutto il giorno e odio Londra”. I principi, infatti, trascorsero i primi 12 giorni dell’agosto 1981 in crociera sul Royal Yacht Britannia, toccando diverse destinazioni tra l’Europa e il Nord Africa, poi si recarono a Balmoral, in Scozia.

“Meraviglioso”

Diana aggiunse: “È meraviglioso essere sposati. Penso che dopo due mesi si possa dire con sicurezza…”. Nella lettera la principessa fece intuire di non avere particolari problemi ad adattarsi ai ritmi e alle consuetudini di corte: “Si tratta di giocare con i grandi”, scrisse probabilmente in modo ironico, forse persino spensierato. Diana avrebbe messo in relazione la sua giovanissima età, appena vent’anni e il piccolo universo della corte, plasmato da regole secolari, portate avanti da persone che, al contrario della principessa, avevano più esperienza e una scarsa, quasi inesistente dose di ingenuità.

La confessione e il braccialetto

La lettera, in qualche modo, demolisce tutto ciò che credevamo di sapere sulla fase iniziale del matrimonio tra Carlo e Diana. Le biografie raccontano di una principessa già amareggiata dal legame tra l’allora erede al trono e Camilla. Nel documentario “The Diana Interview. Revenge of a Princess” (2020), citato dal People, l’amica di Lady D, Penny Thornton, dichiarò che alla vigilia delle nozze, avvenute il 29 luglio 1981, il principe avrebbe rivelato alla futura sposa di non amarla. In più proprio Diana raccontò al biografo Andrew Morton (autore del discusso memoir “Diana. La Sua Vera Storia”, del 1992) di aver trovato per caso, due giorni prima delle nozze, un bracciale su cui erano incise le iniziali “G” e “F”, cioè “Gladys” e “Fred”, i nomignoli che Carlo e Camilla si sarebbero dati nei primi tempi della loro storia d’amore.

Balmoral e i gemelli con la doppia “C”

Esquire ricorda anche che durante il soggiorno a Balmoral Carlo avrebbe indossato due gemelli decorati con una doppia “C”, regalo di Camilla. Questa storia, chiarisce la rivista, venne confermata da Lady Diana in un video trasmesso vent’anni dopo la sua morte, nel documentario di Channel 4 “Diana In Her Own Words”. Nella lettera alla Hanbury, poi, la principessa scrisse di amare la vita all’aperto in Scozia: stando a quanto dichiarato dall’ex maggiordomo Paul Burrell a Marie Claire US nel luglio 2025, però, la principessa avrebbe definito “soffocante” l’atmosfera della tenuta e considerato la stessa Balmoral un “mondo arcaico”, bloccato in un tempo che non esisteva più. Stando a quanto riferito da Burrell fin dall’inizio del suo matrimonio Lady D avrebbe accettato di trascorrere le vacanze nella dimora scozzese solo per “far piacere a Carlo”. Inoltre i biografi reali sostengono che durante la luna di miele la principessa avrebbe faticato non poco per ottenere l’attenzione del marito, a quanto pare più interessato alla lettura e alla pittura.

Dov’è la verità?

Nella lettera all’amica d’infanzia Lady Diana disse la verità, oppure cercò di addolcire la realtà, magari sperando che le cose potessero cambiare in meglio? Gli aneddoti relativi alle difficoltà che avrebbero ostacolato l’unione dei principi già prima del royal wedding furono superate, almeno per un breve periodo, tanto da giustificare l’apparente entusiasmo mostrato da Diana nella lettera? Forse non lo sapremo mai.

Garden House

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è stata catturata anche da una seconda lettera scritta da Diana ma, al contrario di quella indirizzata a Katherine Hanbury, ben nota al pubblico grazie al libro “A Royal Duty” (2003), di Paul Burrell. Nel volume, citato da Yahoo Entertainment, l’ex maggiordomo sostiene che dopo la separazione dall’allora principe Carlo Lady Diana avrebbe voluto affittare una casa in campagna dove trascorrere i fine settimana estivi. In un primo momento il fratello della principessa, Charles Spencer, le avrebbe offerto Garden House, una piccola residenza situata ad Althorp, la tenuta di famiglia. Due settimane dopo, però, il conte Spencer ci avrebbe ripensato, affidando a una lettera indirizzata a Diana i motivi del suo gesto: “Mi dispiace, ma ho deciso che il trasferimento a Garden House non è più possibile. Ci sono molte ragioni, la maggior parte delle quali include le inevitabili interferenze della polizia e della stampa”. Infine, rammaricato, avrebbe proseguito: “So che sto facendo la cosa giusta per mia moglie e i miei figli. Mi dispiace di non poter aiutare mia sorella!”.

La lettera mai aperta

Secondo quanto riportato da Burrell Charles Spencer avrebbe dato in affitto Garden House a un suo collaboratore. Diana, racconta l’ex maggiordomo nel libro, “lesse e rilesse quella lettera, stupita dal voltafaccia. ‘Come può farmi questo?’, disse furiosa, per poi scoppiare a piangere”. Sembra che alcuni giorni dopo Charles Spencer abbia telefonato alla sorella per chiarire la situazione, ma Diana, ancora delusa e adirata, “gli sbatté il telefono in faccia. ‘Non riesco a sopportare di sentire la sua voce’, disse”. Subito dopo la principessa avrebbe “riversato la sua rabbia sulla sua carta da lettere intestata, dal bordo rosso, dicendo al conte esattamente cosa pensava di lui come fratello e quanto si sentisse ferita”. Charles, però, avrebbe rispedito la lettera al mittente, allegando un biglietto: “Conoscendo lo stato in cui eri l’altra sera, quando mi hai riattaccato il telefono in faccia, non so se leggere [la tua lettera] sarà di aiuto al nostro rapporto. Quindi te la rimando, senza averla aperta, perché è il modo più rapido per ricostruire la nostra amicizia”.

La terza missiva

Il prossimo 9 giugno, segnala il People, la casa d’aste Reeman Dansie’s “Royalty, Antiques & Fine Art” metterà in vendita una lettera scritta a mano da Diana e indirizzata a un fan, Michael Barratt. Quest’ultimo, infatti, aveva inviato un messaggio alla principessa per dimostrarle il suo sostegno dopo la celebre intervista a Panorama, Bbc, del 20 novembre 1995. Diana, a sorpresa, lo ringraziò con una missiva di due pagine, datata 27 novembre 1995, in cui scrisse “quanto fosse colpita dal contenuto [del messaggio] e dalle parole profonde [di Barratt] e in particolare si identifica nei suoi sentimenti di conoscenza di sé e capacità di andare avanti nella vita”, fanno sapere dalla casa d’aste.

Per William e Harry

La parte più interessante della lettera, stimata tra i 4.040 e i 5.385 dollari, è quella in cui la principessa “spera che l’intervista a Panorama possa aiutare altre donne in difficoltà simili”, spiegano ancora alla Reeman Dansie e, in qualche modo, essere d’ispirazione anche per i suoi figli. Diana non avrebbe dimenticato, né sottovalutato l’impatto che le sue rivelazioni alla Bbc avevano avuto sui giovani principi. Non avrebbe trascurato il loro dolore, ma nello stesso tempo sottolineava di “non vedere l’ora di insegnare a William e a Harry l’importanza di una comunicazione a un livello più profondo”. Le buone intenzioni di Diana evidenziano ancora meglio i contorni dell’infimo inganno con cui venne ottenuta l’intervista.

“Semplice e sfuggente”

A proposito della “lettera della luna di miele” lo specialista della Gorringe Albert Radford ha fatto un’affermazione che, in realtà, può essere applicata a tutta la vita di Lady Diana, perché riguarda un sentimento che ha caratterizzato ogni sua scelta, nel bene e nel male: “In queste piccole, fragili tracce persiste…una quieta, tenace fede in qualcosa di semplice e sfuggente come l’amore”.

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