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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

5 June 2026 at 18:45

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Dai sensori al targeting, così Maven cambia il campo di battaglia

5 June 2026 at 10:33

Nei conflitti contemporanei raccogliere informazioni non basta più. Droni, satelliti, radar e sensori generano una massa di dati che può superare la capacità degli analisti di leggerli in tempo utile. Maven smart system, piattaforma militare americana basata su Intelligenza artificiale, integra queste informazioni, le organizza in un quadro operativo comune e aiuta a individuare bersagli e opzioni d’azione. Il sistema nasce per accelerare il passaggio dall’osservazione alla valutazione operativa, fino al targeting.

In un’analisi dedicata al sistema, il Csis ricostruisce l’evoluzione di Maven da progetto di Intelligenza artificiale applicata a immagini e video militari a piattaforma più ampia di integrazione dati, supporto decisionale e comando. La funzione iniziale era individuare oggetti e attività nel materiale raccolto da fonti militari. La traiettoria successiva ne ha ampliato il perimetro, collegando ciò che viene rilevato con ciò che può essere deciso.

Il software che accorcia la decisione

Il valore di Maven sta nella capacità di mettere insieme fonti diverse e presentarle dentro un ambiente comune. Immagini satellitari, video, segnali, mappe operative, dati sulle forze amiche e possibili bersagli entrano così in una stessa architettura, riducendo la frammentazione che rallenta il lavoro militare.

Questa integrazione spiega perché Maven sia diventato rilevante oltre la dimensione tecnica. La piattaforma incide sul modo in cui si costruisce il quadro operativo e su come le informazioni vengono trasformate in opzioni d’azione. La promessa è comprimere i tempi della catena che va dal rilevamento alla decisione.

Palantir emerge in questo processo come attore centrale, nel ruolo di integratore software. Quando un sistema entra nei processi ordinari della difesa, addestramento, dati, aggiornamenti e procedure iniziano a ruotare intorno alla stessa infrastruttura.

Quando l’IA entra nel giudizio operativo

La fase più sensibile riguarda l’uso di modelli linguistici e strumenti generativi. La logica iniziale di Maven era legata soprattutto alla computer vision, quindi al riconoscimento di elementi in immagini e video. Con interfacce in linguaggio naturale e capacità di sintesi, il sistema può invece aiutare gli operatori a interrogare i dati, riassumere rilevamenti e individuare schemi nel tempo.

Questa evoluzione aumenta la potenza dello strumento, rendendo più complessa la verifica. Classificare un veicolo resta un’operazione circoscritta. Suggerire priorità, connessioni o possibili corsi d’azione avvicina invece l’IA al giudizio operativo. Il rischio è che l’output algoritmico, presentato dentro un’interfaccia autorevole e rapida, venga percepito come più solido di quanto sia davvero. Il controllo umano resta quindi decisivo e deve essere reale.

Il vantaggio alleato e il rischio dipendenza

Maven si inserisce nella ricerca di architetture di comando e controllo più connesse tra domini e alleati. La logica è collegare sensori, comandi e mezzi in un flusso più coerente. Per le forze occidentali, l’interoperabilità consente di condividere quadri operativi e coordinare le decisioni con maggiore rapidità.

Lo stesso vantaggio introduce però un vincolo. Se una piattaforma sviluppata da un grande fornitore statunitense diventa parte dell’infrastruttura comune, gli alleati possono guadagnare efficienza ma perdere margini di autonomia. Per l’Europa, la questione riguarda il controllo sui dati, gli standard e le capacità future.

Maven indica una direzione precisa. L’IA militare più rilevante entra nei processi che selezionano, ordinano e rendono azionabile l’informazione. La superiorità operativa dipenderà sempre più dalla capacità di decidere velocemente senza perdere controllo sul modo in cui la decisione viene costruita.

IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

5 June 2026 at 09:48

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

Tossine progettate dall’IA, ecco la nuova frontiera della guerra biologica

5 June 2026 at 08:03

La guerra biologica non è una novità, ma con l’avvento dell’IA la sua pericolosità rischia di raggiungere livelli mai visti. È questo l’allarme lanciato dal report “Promote the Antidote: Reducing the Risk from Toxins”, pubblicato dall’Atlantic Council. Un documento che rivolge una domanda scomoda all’intera comunità politica occidentale: siamo pronti a fronteggiare una minaccia che non si replica, non si trasmette, e spesso neanche si vede? La risposta, in oltre venti pagine di rapporto, è chiaramente no.

Cosa sono le tossine e come agiscono

Nel lessico della sicurezza internazionale, la sigla Nbcr (Nucleare, biologico, chimico, radiologico) racchiude le categorie di minaccia considerate più devastanti per la vita umana. Tra queste, la dimensione biologica è quella che ha come protagonisti gli agenti infettivi: virus, batteri e patogeni capaci di diffondersi da persona a persona con effetti potenzialmente pandemici. Le tossine, a differenza dei patogeni classici, sono veleni di origine biologica prodotti da alghe, batteri, cianobatteri, funghi, insetti, piante e animali. Non sono infettive, non si replicano e non si trasmettono da individuo a individuo. Bensì si inalano, si iniettano, si ingeriscono o si assorbono. Molte sono inodori e non penetrano attraverso la pelle, il che le rende più maneggevoli di numerose armi chimiche convenzionali. E alcune di esse sono letali in dosi nell’ordine di pochi microgrammi. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, interrompe gli impulsi nervosi e la contrazione muscolare. La ricina, ricavata dai semi di Ricinus communis, blocca la sintesi proteica cellulare, mentre l’epsilon-tossina del Clostridium perfringens provoca danni permamenti ai tessuti cerebrali. Questi tre agenti figurano infatti nella lista dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) tra gli agenti biologici più pericolosi. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cina, Germania, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti avevano tutti programmi militari che includevano le tossine. L’Unità 731 giapponese, ad esempio, conduceva esperimenti con la tossina botulinica già negli anni Trenta in Manciuria mentre, nel 1978, una punta di ombrello intrisa di ricina uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Lettere contenenti ricina furono inviate a Barack Obama nel 2013 e a Donald Trump nel 2018 e nel 2020. Attori statali, terroristi e lupi solitari hanno tutti, in momenti diversi, scelto le tossine come strumenti di violenza. 

Quando l’IA incontra la biologia 

L’avanzamento della biologia sintetica non è una novità in sé, già da diversi anni gli esperti di biosicurezza ne segnalano i rischi. Ma lo sposalizio tra quella disciplina e i moderni sistemi di intelligenza artificiale, e in particolare con i Large language model, sta aprendo a scenari che fino a poco tempo fa appartenevano alla fantascienza. Se una volta la ricerca su questo tipo di armi biologiche era appannaggio esclusivo delle grandi potenze, con intere divisioni di scienziati e laboratori per condurre i loro esperimenti, adesso, come segnalato dal report, l’impiego dell’IA sta abbassando drasticamente la soglia d’accesso alla progettazione di nuove proteine tossiche, consentendo anche ad attori con risorse limitate di ottimizzare tossine esistenti per renderle più letali, più stabili e più difficili da rilevare con i metodi diagnostici attuali. Ciò significa che un attore ostile potrebbe progettare una tossina inedita, mai classificata, non presente su nessun elenco di controllo internazionale e capace di eludere sia i sistemi di sorveglianza sia le terapie disponibili. Il tutto con risorse talmente modeste da non poter essere facilmente scoperto dalle indagini di intelligence.

La minaccia portata dalle tossine non riguarda solo i teatri bellici o gli scenari di assassinio politico. Le tossine rappresentano un rischio anche per le catene di approvvigionamento alimentare globali. Le micotossine (come le aflatossine prodotte da funghi nel mais e nelle arachidi) causano già ogni anno ingenti perdite economiche e rischi per la salute, e sono una delle principali cause di respingimento delle importazioni alimentari alle frontiere. Ma il vero problema, come sottolinea il rapporto, è la vulnerabilità alle contaminazioni intenzionali. Il volume degli scambi commerciali globali rende i metodi tradizionali di campionamento e analisi del tutto inadeguati per rilevare episodi di contaminazione intenzionale. 

Diagnosi difficili e antidoti che mancano

Sul fronte clinico, il quadro non è più rassicurante. I sintomi precoci di avvelenamento da tossine imitano spesso quelli delle malattie comuni: l’esposizione all’enterotossina B stafilococcica si manifesta ad esempio come una sindrome influenzale, mentre l’avvelenamento da tossina botulinica può essere confuso con un ictus o con la sindrome di Guillain-Barré. Questa ambiguità, combinata con la scarsa formazione dei medici e l’assenza di strumenti diagnostici rapidi nei pronto soccorso, ritarda il riconoscimento dell’agente e la messa in campo di una risposta efficace. Anche la Riserva strategica nazionale americana accusa lacune significative. Se infatti essa possiede antitossine per il botulismo, è però priva di terapie approvate dalla Fda per le altre tossine ad alto rischio, come la ricina e l’enterotossina B. Il report raccomanda infatti di sviluppare piattaforme terapeutiche ad ampio spettro (anticorpi policlonali e inibitori) capaci di neutralizzare varianti diverse di una stessa tossina, anziché puntare su vaccini monovalenti. In altre parole, degli antidoti modulari.

Come difendersi da questa minaccia?

La risposta non è semplice, ma il report dell’Atlantic Council cerca lo stesso di fornire alcune indicazioni. Un primo punto di partenza è il metodo con cui l’intelligence affronta la questione. Innanzitutto, bisognerebbe considerare le tossine non come minaccia residuale, ma come componenti attive dei programmi biologici offensivi di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Per ognuno, il report raccomanda di stilare  una stima nazionale dedicata, distinta da quelle sulle armi chimiche e biologiche tradizionali, con una sorveglianza specifica sull’uso dell’IA per progettare i nuovi agenti. Sul piano interno, la strada maestra è investire nella diagnostica rapida nei pronto soccorso, formare i medici a riconoscere le presentazioni cliniche di un attacco con tossine e colmare le lacune presenti nelle riserve nazionali. C’è poi il nodo internazionale, forse il più difficile da sciogliere. Come nel caso delle armi nucleari, le convenzioni internazionali per limitarne produzione e sviluppo esistono, ma tutte le grandi potenze si guardano bene dal ratificarle. 

La pandemia ci ha insegnato duramente quanto possa costare l’impreparazione nell’affrontare minacce sanitarie e biologiche e, come si evince dal report, persino gli Stati Uniti a oggi non sono in grado di dirsi pronti a rispondere adeguatamente a una simile emergenza. Lo stesso concetto di “Biodifesa” è ancora allo stato embrionale e fatica a distaccarsi dalla tradizionale teoria di contrasto alle minacce Nbcr. Le armi biologiche e il loro sviluppo da parte delle principali potenze non sono una novità, ma finora il delicato sistema della deterrenza (che non vale solo per le armi nucleari) ne ha impedito una proliferazione incontrollata. Adesso invece, con la democratizzazione tecnologica portata dall’IA, questo precario equilibrio rischia di saltare.

Una nuova "guerra" nel Triangolo d'oro: cosa c'è dietro la crociata asiatica al narcotraffico

Il Triangolo d'oro torna al centro delle preoccupazioni internazionali. L'area montuosa al confine tra Myanmar, Laos e Thailandia, da decenni considerata uno dei principali hub mondiali per la produzione e il traffico di droga, è oggi teatro di una nuova offensiva regionale contro i cartelli criminali. A spingere quattro governi asiatici verso una cooperazione più stretta è la crescita del mercato locale delle droghe sintetiche, che continua ad alimentare reti transnazionali sempre più sofisticate. Ecco che cosa sta succedendo nel cuore dell’Asia.

La crociata asiatica contro il narcotraffico

Secondo quanto riportato da Vietnam News, Vietnam, Cina, Laos e Myanmar hanno avviato una campagna congiunta di tre mesi per contrastare il traffico di stupefacenti lungo le frontiere condivise. L'iniziativa, che prenderà forma tra giugno e settembre, prevede operazioni coordinate di controllo, indagini transfrontaliere e un rafforzamento dello scambio di informazioni tra le forze di sicurezza dei quattro Paesi.

Le autorità intendono colpire non soltanto il trasporto delle sostanze illegali, ma anche le filiere che alimentano la produzione di metanfetamine e altre droghe sintetiche. Particolare attenzione sarà riservata ai precursori chimici, elementi fondamentali per la fabbricazione degli stupefacenti e spesso oggetto di traffici paralleli che attraversano diversi Stati asiatici.

Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno infatti adattato le proprie strategie, sfruttando la fragilità di alcune aree di confine e le difficoltà dei governi nel controllare territori remoti. Un rapporto dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) pubblicato nel 2025 ha evidenziato un aumento del 18% dei sequestri di droghe sintetiche nell'Asia orientale e sud-orientale rispetto all'anno precedente, confermando come il Triangolo d'oro resti uno dei principali centri di produzione mondiale.

Cosa succede nel Sud Est Asiatico

Dietro questa nuova offensiva non c'è soltanto la volontà di ridurre il traffico di droga, ma anche la necessità di contenere l'influenza economica e militare delle organizzazioni criminali che prosperano soprattutto nelle aree più instabili del Myanmar (dove, lungo il confine con la Thailandia, sono diffuse anche le cosiddette Scam Cities).

Dopo il colpo di Stato del 2021 e il successivo deterioramento della situazione interna, diverse zone del Paese sono finite sotto il controllo di gruppi armati e milizie locali, creando condizioni favorevoli per le attività illecite.

La situazione è dunque delicatissima. Anche perché i proventi del narcotraffico contribuiscono a finanziare reti criminali che operano oltre i confini nazionali e che spesso intrecciano i propri interessi con quelli di gruppi armati presenti sul territorio. La cooperazione tra Hanoi, Pechino, Vientiane e Naypyidaw rappresenta quindi un tentativo di affrontare il problema alla radice, colpendo sia le strutture logistiche sia le fonti di finanziamento delle organizzazioni coinvolte.

Resta però da capire se la nuova strategia riuscirà a produrre risultati duraturi in una regione dove il narcotraffico continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento.

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