Normal view

Xi vola in Corea del Nord: perché la Cina ha “bisogno” di Kim (e cosa c'entra Putin)

Le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno trovato conferma: Xi Jinping effettuerà un viaggio di Stato in Corea del Nord l'8 e il 9 giugno. Si tratta del primo viaggio dell'anno all'estero del leader cinese, che volerà a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un e affrontare alcuni dei dossier più caldi. In cima all'agenda di Pechino troviamo la questione nucleare. Già, perché mentre il presidente nordcoreano continua a ripetere di voler rafforzare il proprio arsenale militare, considerando le armi atomiche il cuore del riarmo nazionale, Xi teme il rischio di un'escalation che possa compromettere il dialogo in corso con Donald Trump. Il Dragone cercherà poi di recuperare terreno nelle “amicizie” del governo nordcoreano dopo che Kim ha stretto solidi rapporti con la Russia di Vladimir Putin.

Perché Xi vola da Kim

L'ultima trasferta nordcoreana di Xi risale a sette anni fa. "Entrambe le parti sfrutteranno la visita come un'opportunità per promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, al passo con i tempi", ha spiegato il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Mao Ning, durante una conferenza stampa. Ricordiamo che 65 anni fa Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato di cooperazione e mutua assistenza, vincolandosi legalmente a fornire all'altro supporto militare in caso di attacco. Con il passare del tempo, soprattutto dopo la pandemia di Covid, il governo nordcoreano si è tuttavia avvicinato maggiormente alla Russia tra l'invio di aiuti militari al Cremlino per la guerra in Ucraina e un incremento degli scambi commerciali.

La Federazione Russa è partner della Cina, ma il messaggio che Xi vuole inviare al mondo intero, in primis agli Stati Uniti e poi anche allo stesso Putin, è che il Dragone resta ancora oggi l'attore principale nella questione nordcoreana. I servizi ferroviari passeggeri tra Pechino e Pyongyang sono ripresi a marzo, dopo una sospensione di sei anni dettata dalla pandemia, e Air China ha riavviato i voli tra le due città. Le prenotazioni sono però ancora limitate ad alcuni viaggiatori d'affari e studenti (ancora esclusi i turisti cinesi).

Per quanto riguarda la Corea del Sud, Seoul considera il viaggio di Xi esclusivamente come uno scambio bilaterale di alto livello, non allineato a Mosca. "Non interpretiamo questo come una mossa coordinata dei tre Paesi, né siamo certi di come possa essere collegata al vertice tra Stati Uniti e Cina", ha affermato un funzionario della Casa Blu a Reuters. Attenzione però, perché l'imminente vis a vis tra Xi e Kim segue gli incontri che il leader cinese ha avuto con Trump e Putin: un chiaro segnale che esiste un filo rosso che collega la partita coreana al Cremlino e pure a Washington.

La missione cinese e il gioco a tre con la Russia

Il New York Times ha scritto che durante la sua visita a Pyongyang, Xi si troverà di fronte a un Kim rinvigorito, "la cui alleanza con la Russia ha ridotto la sua dipendenza dalla Cina". Dal punto di vista di Pechino, il leader cinese potrebbe sfruttare la trasferta nordcoreana per proiettare verso l'esterno l'immagine di un fronte unito sino-russo-nordcoreano da contrapporre all'Occidente. C'è però un'altra lettura da non trascurare. Il Dragone vorrebbe riaffermare la propria influenza su un vicino che si è avvicinato al Cremlino.

E la Corea del Nord cosa avrebbe da guadagnare? Qualora Kim riuscisse a mantenere un equilibrio tra Russia e Cina, Pyongyang potrebbe sentirsi ancora meno vincolata nel portare avanti il suo programma di armi nucleari. Questo, va da sé, potrebbe destabilizzare una regione in cui gli alleati degli Stati Uniti sono già preoccupati per il rafforzamento militare della Cina e per la capacità di Washington di onorare i propri accordi di Difesa.

"Non c'è dubbio che i cinesi siano preoccupati per quanto si stiano avvicinando i rapporti tra Corea del Nord e Russia", ha affermato al Nyt John Delury, storico dell'Asia nord-orientale e ricercatore senior presso l'Asia Society di Seul. "Questo viaggio contribuisce a scongiurare in qualche modo tale avvicinamento ed è un modo per Xi di reinserirsi nella questione", ha concluso l'esperto.

Una mossa rumorosa che resterà ininfluente

Donald Trump non può opporre il veto alla risoluzione concorrente appena approvata in applicazione della War Power Resolution del 1973 (Wpr). Tuttavia, proprio questa natura giuridica espone tale atto a una debolezza strutturale: la Corte Suprema già nel 1983 ha infatti sancito l'incostituzionalità di provvedimenti intesi a scavalcare l'autorità presidenziale. D'altra parte, la mancanza di una chiara parte lesa rende difficile un immediato intervento della Corte Suprema. In questo limbo, Trump dovrebbe ritenersi autorizzato a ignorare la risoluzione. Nel caso, il fronte democratico si troverebbe di fronte quattro ipotetici percorsi, tutti politicamente o giuridicamente proibitivi.

Il primo è il blocco del finanziamento delle operazioni militari iraniane. Questa opzione richiede però una legge che andrebbe incontro a un veto presidenziale ovviabile solo con un'inverosimile maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Congresso.

Il secondo è la via giudiziaria. Quando pure una maggioranza dei due terzi riuscisse a superare il veto presidenziale, la leadership del Pentagono potrebbe stornare fondi da altri capitoli di spesa per finanziare il conflitto. Il Congresso potrebbe allora trascinare la leadership in tribunale per aver utilizzato fondi in modo non autorizzato. A quel punto si creerebbe la parte lesa necessaria per investire della questione la Corte Suprema, che, sulla base dell'articolo due, finirebbe con il dichiarare incostituzionali le disposizioni centrali della Wpr, dando così ragione al Pentagono e al presidente.

Il terzo è il rifiuto dei Democratici di approvare l'intero bilancio federale. Si tratterebbe però di un suicidio politico nell'imminenza delle elezioni di midterm.

Il quarto è la messa in stato d'accusa del presidente, ma è difficile configurare il mancato rispetto di una risoluzione concorrente come quell'alto crimine o misfatto richiesto dalla Costituzione. Inoltre, la condanna richiederebbe una maggioranza dei due terzi al Senato, un traguardo fuori discussione nel contesto attuale. Ne consegue che senza una maggioranza a prova di veto e con la Corte Suprema a fare da scudo alla Casa Bianca, la mossa del Congresso è tanto rumorosa quanto ininfluente.

Il voto del Congresso che lega le mani a Trump

Un "voto inutile", "anti patriottico", opera di "quattro cattivi repubblicani" che, "insieme a tutti i Democratici", "dovrebbero vergognarsi". Donald Trump ha atteso la mattina del giorno dopo per diffondere sui social media la sua rabbia per il voto della Camera dei Rappresentanti che mercoledì sera ha messo un freno ai suoi poteri di guerra (per legge limitati a 60 giorni, più 30 giorni per il ritiro in sicurezza delle truppe), imponendogli di chiedere l'approvazione del Congresso per proseguire le operazioni militari contro l'Iran. Un voto per lo più simbolico, che fa seguito a quello analogo del Senato del mese scorso (anche in questo caso ci sono state quattro defezioni tra i Repubblicani), che non ha alcuna possibilità concreta di limitare i poteri del commander in chief: Trump può opporre il suo veto presidenziale e al Senato non ci sono i 60 voti necessari per superare il veto. Eppure, si tratta di un segnale inequivocabile del malcontento che serpeggia tra le fila dei Repubblicani, che rischiano di pagare un prezzo altissimo nelle elezioni di midterm. Sul voto di novembre, Trump ha già detto la sua: "Non me ne importa niente". Idem riguardo alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane, che ora a causa della guerra si trovano alle prese con prezzi paragonabili ai picchi inflazionistici dell'era Biden. "Non ci penso neanche un po'", si è lasciato scappare l'altro giorno. Una gaffe che i Democratici stanno già sfruttando nei loro spot elettorali. Del resto, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump non ha fatto mistero della scarsa considerazione che ha per il Congresso.

È il motivo per cui, subito dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha spinto affinché i soldi necessari per realizzare la sua agenda politica (tagli fiscali, lotta all'immigrazione) fossero tutti contenuti nel famoso Big Beautiful Bill, la mega legge approvata lo scorso anno. "Ho detto: Mettete tutto in un unico disegno di legge e, se riusciamo a portarlo a termine, siamo a posto per quattro anni. Non avremo più bisogno del Congresso", disse all'epoca. La realtà è però diversa. Perfino Trump, di tanto in tanto, ha "bisogno" del Congresso. È il caso del Fondo anti-strumentalizzazione da 1,8 miliardi di dollari, che nelle intenzioni del presidente doveva risarcire i suoi alleati e sostenitori che ritengono di essere stati ingiustamente perseguiti dall'amministrazione Biden. Lo sconcerto bipartisan è stato tale, considerando che i soldi sarebbero potuti andare a ricompensare perfino gli autori dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che la Casa Bianca è stata costretta a ritirarlo. Stessa sorte per il miliardo di dollari chiesto al Congresso per finanziare le misure di sicurezza della nuova Ballroom della Casa Bianca, il Salone delle Feste da oltre 8mila metri quadri con il quale Trump intende lasciare la sua impronta sulla residenza presidenziale. Segnali ai quali, in questi ultimi giorni, se ne sono aggiunti altri. Il primo, martedì, in Iowa, stato agricolo duramente colpito dalla guerra commerciale con la Cina e dai costi alle stelle del diesel e dei fertilizzanti che dovrebbero transitare lungo lo Stretto di Hormuz. Il candidato a governatore sostenuto da Trump, Randy Feenstra, è stato sconfitto nelle primarie repubblicane dal moderato Zach Lahn. Qui, nel 2024, il tycoon vinse con un margine record di oltre 13 punti. È la prima battuta d'arresto in una campagna in cui gli endorsement di Trump sono finora risultati decisivi, rimodellando il partito in vista di midterm in un esercito di candidati Maga, che rischiano però di alienare ulteriormente il voto moderato e degli indipendenti.

L'altro segnale è l'irritazione, anch'essa bipartisan, che ha accolto la nomina da parte di Trump del fedelissimo Bill Pulte, attualmente a capo dell'agenzia federale per i mutui e senza alcuna esperienza specifica, a direttore ad interim della National Intelligence. In questo clima, non c'è alcuna possibilità che possa essere confermato dal Senato.

Rubio ricorda Tienanmen e fa infuriare Pechino. Gli Usa: "La censura non cancella il passato"

A meno di un mese dalla visita di Donald Trump a Xi Jinping a Pechino, si rialza la tensione tra Usa e Cina, questa volta per i fatti di Tienanmen.

Alla vigilia della repressione del 4 giugno 1989, il segretario di stato americano Marco Rubio (nella foto) ricorda "il 37mo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". "Il Pcc tenta attivamente di censurare i fatti, ma il mondo non dimenticherà mai - afferma il numero uno della diplomazia Usa - Oggi commemoriamo il coraggio del popolo cinese, ucciso mentre cercava di esercitare le proprie libertà fondamentali, così come quello di coloro che continuano a subire persecuzioni mentre cercano verità e giustizia per quegli eventi".

Il 4 giugno truppe e carri armati del Dragone sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici dalla piazza di Pechino, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime resta ignoto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, mentre alcuni collocano il numero dei morti addirittura tra 400 e oltre 2mila.

Da allora, i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica della repressione, tra la censura online e i media stranieri ammoniti per la copertura dell'anniversario.

Il massacro è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato. E ora, il governo cinese vieta alle madri delle vittime e alle loro famiglie di andare al cimitero di Pechino a piangere le vittime dell'esercito. E lancia un duro attacco a Rubio, accusandolo, secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, di distorcere i fatti. "Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un'ingerenza negli affari interni del Paese", sottolinea Mao.

Poi aggiunge che Pechino "è fortemente insoddisfatta di ciò", e invita il segretario di Stato a "cessare le sue manovre di scontro ideologico e porre fine alle sue ingerenze negli affari interni con il pretesto della democrazia e dei diritti umani". Rubio, invece, ricorda gli "studenti, lavoratori e altri civili cinesi che persero la vita, i quali si erano riuniti per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche, nonché l'accertamento delle responsabilità in merito alla corruzione. Ricordiamo le loro vite e onoriamo la loro eredità".

E ribadisce come "il loro coraggio, di fronte a un pericolo certo, ci ricorda che i principi di libertà, democrazia e autodeterminazione non sono esclusivamente americani. Sono principi umani che il Pcc non può cancellare".

La repressione di piazza Tienanmen rimane un argomento estremamente delicato nella Cina a regime comunista, ma anche nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, dove negli ultimi anni Pechino si è adoperata per soffocare ogni forma di commemorazione pubblica, mentre per decenni, prima dell'entrata in vigore di una legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, si teneva una veglia annuale a lume di candela. Proprio in quel luogo, Victoria Park, i giornalisti hanno notato negli ultimi due giorni una massiccia presenza della polizia, blocchi stradali e agenti in borghese che hanno fermato e perquisito alcuni attivisti.

A Taiwan, invece, si commemora il massacro con vari eventi pubblici, e il presidente Lai Ching-te afferma che la Cina dovrebbe "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989.

"Spero sinceramente - sottolinea in un post su Facebook - che la Cina possa affrontare l'incidente di 37 anni fa, riconoscere la verità, lenire il dolore e aprire la porta alla riconciliazione e al dialogo".

Hormuz non basta più: così il Golfo prepara le rotte per aggirare il ricatto dell’Iran

Dopo l’ultima crisi in Medio Oriente e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, le potenze del Golfo si stanno concentrando nel trovare nuove rotte per aggirare il braccio di mare, strategica via commerciale mondiale. Piani di emergenza sono ormai essenziali. Un tempo attraverso Hormuz si trasportava un quinto del petrolio globale. Adesso verrà ridefinito il modo in cui l'energia raggiunge ogni angolo del globo in modo sicuro. Il mezzo? La costruzione di rotte alternative per neutralizzare lo Stretto come arma di ricatto degli ayatollah. I Paesi del Golfo stanno investendo miliardi in nuovi oleodotti, ferrovie e centri di stoccaggio energetico per superare un eventuale blocco futuro dello Stretto.

mappa controllo hormuz

La chiusura di Hormuz è una delle conseguenze più durature e nocive del conflitto. Diverse petroliere navigano attraverso lo Stretto con localizzatori di posizione spenti per evitare attacchi iraniani. I prezzi dell'energia sono aumentati a causa della sua interruzione, provocando il razionamento del carburante in alcuni paesi e i timori di una recessione economica mentre l'inflazione sale. L’idea ora è quella di riorganizzare la mappa logistica della regione, attraverso il trasporto su gomma, ferroviario e la costruzione di nuovi porti.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno avviato piani per ampliare i propri oleodotti. Saranno necessari però nuovi accordi con Giordania, Siria e Turchia in materia di sicurezza, transito e diritti di esportazione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Teheran ha ampliato in modo significativo la sua definizione dello Stretto e, di conseguenza, l'area marittima su cui rivendica il controllo. La Marina dei Pasdaran ha pubblicato una mappa il 4 maggio che mostra una nuova zona di controllo che comprende gran parte della costa del Golfo di Oman degli Emirati Arabi Uniti. Quella mossa ha coinciso con un attacco con droni contro una petroliera Adnoc e un fuoco di sbarramento sulla zona petrolifera di Fujairah, che il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito una "trasgressione inaccettabile" e un "ricatto economico”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno poi annunciato un'ulteriore espansione, ridefinendo lo Stretto come una "vasta area operativa".

Il conflitto ha dimostrato che "troppa energia mondiale transita ancora attraverso pochi punti critici", ha affermato Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti, durante un forum dell'Atlantic Council. Questo, ha aggiunto, sta ora spingendo Abu Dhabi “ad accelerare i piani per aggirare lo Stretto di Hormuz”. "La sicurezza energetica non riguarda più solo la capacità di continuare a produrre", ha spiegato Al Jaber, che è anche a capo del colosso petrolifero statale Adnoc. "Riguarda le rotte, l’accesso e lo stoccaggio”. Gli Emirati Arabi Uniti si stanno già muovendo.

Hanno utilizzato per le loro esportazioni di petrolio un oleodotto che transita verso Fujairah, una città portuale strategica situata al di fuori dello Stretto di Hormuz. La struttura ha una capacità di esportazione di 1,8 milioni di barili al giorno. A maggio, Abu Dhabi ha annunciato l'intenzione di accelerare i piani per un secondo oleodotto lungo la stessa rotta per raddoppiare la sua capacità di esportazione attraverso il porto di Fujairah entro il 2027, espandendo notevolmente la sua capacità di bypassare Hormuz.

Ma non finisce qui. Dopo la sua uscita dall’Opec e la maggiore indipendenza nella produzione energetica Abu Dhabi vuole espandere le proprie esportazioni anche verso l’Asia. Pure l'Arabia Saudita sta ampliando l’utilizzo del suo oleodotto Est-Ovest che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Riad sta anche potenziando anche quest’ultimo per far fronte al maggiore flusso. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo che esportano greggio al di fuori dello Stretto.

L'Oman ha una lunga costa sul Golfo dell'Oman, mentre Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein sono quasi del tutto dipendenti dal corso d'acqua per le spedizioni. Anche Muscat sta attuando la stessa strategia con i suoi porti. "L'eredità della crisi si tradurrà nella costruzione di infrastrutture per aggirare lo Stretto di Hormuz", ha affermato Hamad Hussain, economista specializzato in materie prime presso la società di ricerca londinese Capital Economics. "Ormai il vaso di Pandora è stato aperto, dato che la minaccia, a lungo paventata, di una chiusura effettiva dello Stretto da parte dell'Iran si è ora concretizzata".

La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

❌