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Il tunnel impossibile tra Russia e Stati Uniti: arriva la firma dello storico accordo sullo Stretto di Bering

Per oltre un secolo è stato considerato poco più di una fantasia da ingegneri visionari. Eppure il progetto di un collegamento fisso tra Russia e Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering continua periodicamente a riaffacciarsi nel dibattito internazionale, alimentato dalle grandi trasformazioni geopolitiche e dalla competizione sulle rotte artiche. Oggi, mentre il disgelo progressivo dell'Artico apre nuove prospettive commerciali e strategiche, l'idea di un tunnel sottomarino tra Siberia e Alaska viene riletta non tanto come un'infrastruttura imminente, quanto come il simbolo di un possibile nuovo ordine dei trasporti globali.

Kirill Dmitriev, inviato per gli investimenti di Vladimir Putin e capo del fondo sovrano russo Rdif, parlando con i giornalisti a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburto (Spief), citato dal canale tv Zvezda ha annunciato che “domani firmeremo un accordo per proseguire con la progettazione del tunnel, che verrà costruito".

Separati da appena 85 chilometri di mare e dalle due isole Diomede, Russia e Stati Uniti sono in realtà i due Paesi confinanti più vicini del pianeta. In mezzo passa anche la linea internazionale del cambio di data, dettaglio geografico che ha contribuito ad alimentare il fascino quasi leggendario di questo progetto.

Un'idea nata nell'Ottocento e mai davvero tramontata

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il progetto non è figlio della contemporaneità. La prima proposta organica risale al 1849, quando il governatore del Territorio del Colorado, William Gilpin, immaginò una grande ferrovia intercontinentale capace di unire Asia e America. Nei decenni successivi il piano venne ripreso dall'imprenditore ferroviario Edward Harriman e, agli inizi del Novecento, dall'ingegnere francese Léon Loicq de Lobel, che ipotizzò addirittura un tunnel sotto lo stretto. Le guerre mondiali e la Guerra Fredda congelarono però qualsiasi possibilità concreta.

Il progetto tornò in auge negli anni Cinquanta grazie all'ingegnere sino-americano Tung-Yen Lin, che elaborò uno dei piani tecnicamente più completi, prevedendo una struttura mista ferroviaria e stradale articolata in tre sezioni sfruttando le isole Diomede come punti intermedi di appoggio. Negli anni Duemila, con il crescente interesse russo per lo sviluppo dell'Artico, Mosca ha più volte rilanciato l'idea di un collegamento stabile, arrivando a ipotizzare investimenti superiori ai 60 miliardi di dollari e la costruzione di migliaia di chilometri di nuove infrastrutture ferroviarie nelle aree più remote della Siberia orientale.

Perché lo Stretto di Bering è tornato centrale

La rinascita del dibattito non dipende soltanto dal fascino ingegneristico dell'opera. Lo Stretto di Bering è oggi uno dei punti più sensibili della competizione geopolitica globale. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende infatti sempre più praticabili le rotte commerciali artiche, riducendo potenzialmente i tempi di navigazione tra Asia ed Europa rispetto ai tradizionali passaggi attraverso il Canale di Suez. In questo contesto, un collegamento terrestre tra i due continenti assume un valore strategico enorme.

Tuttavia, gli ostacoli restano giganteschi. Oltre alle difficoltà tecniche legate a fondali profondi, temperature estreme e presenza di ghiacci mobili, il principale limite è politico. Le relazioni tra Washington e Mosca attraversano una delle fasi più tese dalla fine della Guerra Fredda e rendono al momento impensabile una cooperazione di questa portata. Persino il Dipartimento di Stato americano, in passato, aveva dichiarato di non essere a conoscenza di alcun piano concreto condiviso con la Russia per un'infrastruttura di questo tipo.

Più che un tunnel, un indicatore dei nuovi equilibri mondiali

Nel XIX secolo il tunnel sotto lo Stretto di Bering rappresentava il sogno dell'espansione ferroviaria globale; durante la Guerra Fredda diventò un'utopia di pace tra superpotenze; oggi si inserisce nella corsa alle nuove rotte artiche e nella competizione tra grandi blocchi economici.

Secondo Dmitriev, le moderne tecnologie sviluppate dalla Boring Company di Elon Musk renderebbero possibile realizzare questo progetto per meno di 8 miliardi di dollari e in meno di otto anni.

Non è un caso che il progetto venga evocato ogni volta che si parla di una possibile ridefinizione dei rapporti tra Russia, Stati Uniti e, più recentemente, Cina. In un mondo che cerca nuove infrastrutture per sostenere la globalizzazione del XXI secolo, il tratto di mare che separa Alaska e Siberia continua a rappresentare uno dei confini più simbolici del pianeta: appena 85 chilometri che dividono due continenti, ma soprattutto due visioni dell'ordine mondiale.

La linea di Trump: ripresa della guerra se muoiono americani

La guerra non è davvero finita, ma Donald Trump sembra aver deciso quale sia il limite oltre il quale gli Stati Uniti torneranno a combattere apertamente contro l'Iran. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il presidente americano avrebbe confidato ai propri collaboratori che prenderebbe in considerazione la fine della fragile tregua soltanto nel caso in cui Teheran uccidesse militari statunitensi. Una posizione che fotografa il delicato equilibrio raggiunto dopo mesi di scontri e che, al tempo stesso, racconta la volontà della Casa Bianca di evitare una nuova escalation regionale.

Dietro questa scelta non c'è soltanto una valutazione militare. Washington deve infatti gestire una situazione estremamente complessa: i continui incidenti nel Golfo, le tensioni con Israele, il dossier nucleare iraniano e una crescente pressione interna, con il Congresso che nelle ultime ore ha mostrato segnali di insofferenza verso un coinvolgimento militare prolungato. In questo contesto, la strategia di Trump sembra puntare a una sorta di "contenimento armato", accettando episodi limitati di ostilità pur di scongiurare una guerra totale.

La dottrina della soglia minima

Le indiscrezioni raccolte dal Wall Street Journal descrivono un presidente intenzionato a mantenere il cessate-il-fuoco anche di fronte a provocazioni circoscritte, purché non comportino vittime tra le forze armate americane. La valutazione dell'amministrazione sarebbe che una ripresa delle operazioni su larga scala rischierebbe di trascinare nuovamente gli Stati Uniti in un conflitto regionale dagli esiti imprevedibili.

Nelle ultime settimane, infatti, la tregua è stata più volte messa alla prova da lanci di droni, attacchi missilistici e scontri indiretti tra le rispettive aree di influenza. Gli episodi hanno aumentato la pressione politica su Trump, ma non abbastanza da convincerlo a riaprire il fronte bellico. La convinzione della Casa Bianca sarebbe che una certa dose di instabilità sia preferibile a una nuova campagna militare che potrebbe coinvolgere direttamente altri attori regionali e mettere ulteriormente a rischio la sicurezza dello Stretto di Hormuz.

La linea rossa, dunque, rimane una sola: il sangue americano. Solo la morte di soldati statunitensi costituirebbe, secondo le fonti citate dal quotidiano economico, il casus belli capace di far ripartire l'offensiva.

Il peso del Congresso e dell'opinione pubblica

La prudenza della Casa Bianca arriva mentre a Washington cresce il dibattito sui poteri di guerra del presidente. La Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che punta a limitare la prosecuzione delle operazioni militari contro l'Iran senza una specifica autorizzazione del Congresso, un segnale politico significativo anche se l'efficacia pratica del provvedimento resta incerta.

Negli ambienti repubblicani è aumentato il timore che una guerra lunga possa trasformarsi in un costo politico ed economico difficilmente sostenibile, soprattutto in una fase in cui l'opinione pubblica americana appare sempre più diffidente verso nuovi impegni militari in Medio Oriente. Anche per questo motivo Trump avrebbe preferito congelare diverse opzioni offensive già nei mesi scorsi, lasciando spazio ai tentativi di mediazione sostenuti dai Paesi del Golfo e dai canali diplomatici indiretti con Teheran.

Tra diplomazia e rischio di escalation

La scelta di mantenere in vita il cessate il fuoco si intreccia con il più ampio negoziato sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza delle rotte energetiche del Golfo Persico. Secondo le ricostruzioni della stampa americana, l'amministrazione starebbe lavorando a una possibile intesa che permetta di congelare il conflitto e riaprire gradualmente il dialogo, anche se le distanze tra Washington e Teheran rimangono profonde.

Il problema è che la tregua resta estremamente fragile. Gli episodi di violenza continuano a verificarsi e ogni incidente rischia di alterare il delicato equilibrio costruito negli ultimi mesi. Attacchi contro infrastrutture civili o militari nell'area del Golfo hanno già dimostrato quanto sia sottile il confine tra una crisi controllata e una nuova escalation regionale.

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