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Inchiesta sugli spazi in Galleria a Milano affittati dal Comune: negli esposti il nome dell’imprenditore Rudy Citterio

4 June 2026 at 20:28

L’inchiesta della Procura sugli spazi affittati dal Comune di Milano ai privati, anche nella Galleria Vittorio Emanuele, ha tra i protagonisti Rudy Citterio, imprenditore da trent’anni attivo nel business dei locali notturni milanesi. È quello di cui è convinto Massimiliano Lisa, che lo cita nei suoi esposti che, presentati un anno fa alla Guardia di finanza, hanno dato origine all’inchiesta oggi condotta dalla pm Grazia Colacicco. Citterio è descritto da Lisa come il mediatore informale che si occupa di facilitare i rapporti tra imprenditori privati e la pubblica amministrazione.

Nei suoi esposti, Lisa denuncia la gestione, a suo dire opaca, degli spazi in Galleria affittati dal Comune, tra i quali quelli dove ha sede il Museo Leonardo3 da lui gestito.

Nei mesi scorsi, Lisa si è candidato sindaco di Milano con la lista civica Milano libera, che ha indicato come candidato vicesindaco e assessore alla trasparenza Tiziana Siciliano, il sostituto procuratore che ha avviato le indagini sull’urbanistica milanese e che, dopo essere andata in pensione nel dicembre scorso, ha dato la sua disponibilità a candidarsi nella lista di Lisa.

Nato a Desio nel 1959, Rodolfo Citterio ha avuto ruoli di vertice dentro Silb, il Sindacato italiano locali da ballo, e Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, aderente alla Confcommercio. Nel 2010 è stato coinvolto (e perfino posto agli arresti domiciliari) in una inchiesta sui locali notturni milanesi e sui rapporti con funzionari pubblici, da cui è uscito prosciolto.

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Tre gip per gli arresti, la riforma slitta di sei mesi. Dietrofront anche sui migranti: cancellato l'”emendamento Musk”

4 June 2026 at 19:37

L’applicazione della riforma del gip collegiale slitta a fine febbraio 2027. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Carlo Nordio nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri di giovedì, che ha ufficializzato la data del rinvio in un decreto-legge. La norma “garantista”, contenuta nella legge Nordio del 2024, prevede che a decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere non sia più un singolo giudice, ma un collegio di tre: la novità avrebbe dovuto scattare dal 25 agosto, cioè a due anni dall’entrata in vigore della legge. Un intervallo previsto per adeguare nel frattempo gli organici della magistratura. Le assunzioni promesse però non sono state realizzate, e così nei mesi scorsi l’Associazione nazionale magistrati ha chiesto più volte un rinvio della riforma, trovando alla fine il consenso del Guardasigilli. Restava da decidere l’estensione del rinvio: Forza Italia chiedeva di limitarlo al minimo indispensabile, mentre Fratelli d’Italia, con il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, proponeva addirittura un anno. Alla fine il compromesso trovato è di sei mesi: la norma “è già legge e quindi è ovviamente fuori discussione, però ha trovato delle difficoltà soprattutto nella digitalizzazione, cioè nella dematerializzazione degli atti, che rendono in un certo senso impossibile oggi l’entrata in vigore dell’attuazione concreta”, ha detto Nordio, riducendo quindi la questione a un mero problema informatico (di cui non sono stati specificati i contorni).

Ma quello sul gip collegiale non è l’unico dietrofront del governo: alla chetichella, il Cdm ha cancellato anche l’emendamento che a fine 2024 aveva spostato in Corte d’Appello (senza alcun motivo razionale) la competenza a decidere sui trattenimenti dei migranti, per “vendetta” contro i giudici del Tribunale di Roma che avevano bloccato i trasferimenti in Albania. La norma era stata ribattezzata “emendamento Musk” perché approvata dopo un tweet del miliardario statunitense contro le toghe italiane, colpevoli di ostacolare il piano del governo: “These judges need to go”, “Questi giudici devono andarsene”, aveva scritto. L’intervento del governo non ha ottenuto lo scopo di avere decisioni più gradite, ma in compenso ha aumentato il carico di lavoro delle Corti d’Appello già oberate. Così ora Nordio annuncia che la competenza sull’asilo e l’immigrazione “ritorna al Tribunale circondariale”: “Fatte le valutazioni, soprattutto per quanto riguarda gli organici, ci siamo resi conto, anche dopo confronti molto costruttivi con l’Anm e i presidenti delle Corti di Appello, che questa sarebbe stata la soluzione migliore”, dice il ministro. Tramontate le esigenze di propaganda, la razionalità ha potuto tornare a galla.

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Processo Regeni, i legali degli 007 egiziani sollevano nuove eccezioni. Il pm: “Nessun nuovo elemento”. Ma la sentenza rischia di slittare

4 June 2026 at 19:23

Quando mancano ormai le ultime quattro udienze del dibattimento, con la sentenza attesa subito dopo l’estate, la fine del processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, rischia di slittare, ancora una volta. Il motivo? Le nuove eccezioni sollevate, di fronte alla prima Corte d’Assise di Roma, dalle difese dei quattro 007 egiziani imputati. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato).

Nel corso dell’ultima udienza gli avvocati d’ufficio dei quattro agenti segreti egiziani hanno chiesto ai giudici di rivalutare le condizioni di “assenza” degli imputati, sostenendo a loro dire che non sussistano più i presupposti che avevano consentito di procedere in loro contumacia. Questo perché, a loro dire, potrebbero avere paura a partecipare al processo, per le possibili ripercussioni da parte del regime: “Il paradigma valutativo del ‘timore’ non può non applicarsi anche agli imputati, laddove viene applicato ai testimoni. Se il testimone può non comparire in giudizio perché vive il timore di quelle che sono le conseguenze della propria azione di venire a testimoniare, non può non valutarsi rispetto all’imputato se comparire in giudizio comporterebbe per lui degli effetti pregiudizievoli”, è stato rivendicato. E ancora: “Gli imputati fanno parte di quelli che sono degli apparati dello Stato egiziano e quindi l’eventuale loro comparsa in giudizio potrebbe dar luogo a quello che è un’ipotesi di infedeltà o di alto tradimento. Ragioni di timore ben più cogenti di quelle che questa Corte ha riconosciuto in capo ai testimoni”. Con la richiesta, quindi, rivolta alla Corte, di “riconsiderare le condizioni per procedere in assenza”.

Una tesi stroncata dal pm Sergio Colaiocco, che ha prima denunciato la strategia ostruzionistica delle difese: “Sorprende innanzitutto che la questione, visto che mi sembra sia basata sulla sentenza della Corte Costituzionale, non sia stata posta alla scorsa udienza. Ogni volta c’è una questione nuova che sembra voler portare avanti l’arrivo delle conclusioni di questo processo”.

Per poi sottolineare, nel merito delle eccezioni sollevate: “A due anni e mezzo dall’apertura del processo, la difesa ripropone una questione già affrontata. È tecnicamente inammissibile, perché è già stata decisa, non ci sono elementi o fatti nuovi”. Per Colaiocco “immaginare che rispetto al processo, di cui non abbiamo certezza se gli imputati hanno avuto notizia, abbiano comunque avuto timore, diventa una connessione logica che crea un cortocircuito dal quale non si esce”. Tradotto, “delle due l’una: o diciamo che non ne hanno avuto notizia, o dobbiamo dire che ne hanno avuto notizia e ne hanno avuto timore. Sono due ipotesi alternative. Qui è tutta un’ipotesi, di ipotesi, di ipotesi. Tutto posto sulla base di nessun dato fattuale nuovo, pertanto chiediamo inammissibilità in primis, e in subordine il rigetto”.

Considerazioni alle quali si sono associati anche l’avvocata Alessandra Ballerini e il collega Giacomo Satta, legali di Claudio e Paola Regeni, i genitori di Giulio (oggi assenti in Aula): “Non c’è alcuna evidenza da cui risulti che lo Stato egiziano abbia cambiato approccio, anzi l’Egitto si è rifiutato di notificare citazioni testimoniali e dunque la circostanza che la situazione fattuale e giuridica sia mutata e che gli odierni imputati siano poi effettivamente venuti a conoscenza, mediante la notifica del decreto di citazione, è una circostanza che non solo è indimostrata, ma è smentita dall’atteggiamento che lo Stato egiziano continua a mantenere rispetto a questo processo”.

E ancora: “Manca anche la prova che gli stessi siano intimoriti dalla partecipazione al processo”, ha continuato Satta. Mentre Ballerini ha ricordato come “non sono stati espressi minimamente e né potevano essere espressi i timori da parte degli imputati, questa è l’enorme differenza rispetto ai teste citati, come ‘Zeta’. Tant’è vero che l’imputato Sharif era firmatario del mandato di cattura che era costato 5 mesi di carcere e di tortura a questo testimone, che invece aveva espresso pubblicamente i suoi timori”. Parole contestate, invece, dalla difesa dell’imputato.

La Corte d’Assise – ha sottolineato la presidente Paola Roja – si è riservata di decidere “in tempi rapidi”. Al momento, ha precisato, “il calendario è confermato“, a partire dalla requisitoria del pm Colaiocco, prevista per il 23 giugno nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma. Ma è chiaro che sulle tempistiche tutto dipenderà dalla decisione della Corte rispetto alle eccezioni sollevate dalle difese, compresa la data per la sentenza. “Daremo un termine ora se ci fossero ulteriori richieste di produzioni documentali, entro il 15 giugno in cancelleria”, ha però avvertito Roja, invitando le parti a “ricomparire, per ora, senza nuovi avvisi”.

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Famiglia nel bosco, il ministero della Giustizia archivia il caso: nessun illecito disciplinare per i magistrati

4 June 2026 at 14:44

Attaccati da una parte politica, compresa la premier Giorgia Meloni, poco prima del referendum sulla giustizia, minacciati e insultati, ai magistrati che si sono occupati della famiglia nel bosco nulla va e andava rimproverato. Il ministero della Giustizia, che aveva inviato gli ispettori dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio, ha escluso qualsiasi profilo di illecito disciplinare a carico dei magistrati coinvolti. La nota ufficiale di via Arenula è arrivata con la conclusione degli accertamenti disposti nei mesi scorsi su impulso del ministro Carlo Nordio. “All’esito dell’inchiesta sulla ‘famiglia nel bosco’ disposta dal Ministro della giustizia, non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati”, si legge nel documento diffuso dal Ministero. Nella stessa nota viene ribadito un principio centrale dell’ordinamento: “Le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione”.

La vicenda era finita al centro dell’attenzione pubblica dopo una serie di provvedimenti giudiziari che avevano riguardato una famiglia e i minori coinvolti, con conseguenti polemiche sull’intervento dell’autorità giudiziaria e sulle modalità di tutela dei diritti dei bambini. Il caso aveva innescato anche un confronto tra governo e magistratura, con richieste di approfondimenti ispettivi e verifiche sull’operato degli uffici giudiziari competenti. La presidente del Tribunale dell’Aquila aveva scritto al Cms per lamentare le “continue richieste di atti” da parte del ministero e anche l’Anm aveva espresso preoccupazione considerando l’ispezione una “interferenza”.

Il caso

La coppia dal 2021 viveva con tre figli piccoli nel casolare. I fratellini non frequentavano la scuola (i genitori sostenevano l’educazione parentale), non avevano assistenza pediatrica, né completato il ciclo di vaccinazioni e non parlavano italiano. Nel settembre 2024 la famiglia si era intossicata con funghi raccolti dal padre ed è stata soccorsa casualmente da un vicino. In ospedale i genitori avevano rifiutato alcune cure per i figli che rifiutavano il sondino nasogastrico, episodio che aveva fatto partire le segnalazioni alle autorità.

L’allontanamento dei bambini è avvenuto nell’ambito di un percorso seguito dai servizi sociali e disposto dal Tribunale per i minorenni, sulla base di valutazioni relative alle condizioni di vita dei minori. La più grande al momento dell’allontanamento aveva una bronchite non curata. Dopo un periodo di permanenza nella casa, la madre è stata allontanata il 7 marzo dalla struttura per l’atteggiamento “ostile” e “squalificante” nei confronti degli operatori. A seguito della decisioni i giudici erano stati attaccati dalla stessa premier, Giorgia Meloni, e hanno subito una ispezione decisa dal ministro della Giustizia che si è conclusa oggi con l’archiviazione. I coniugi erano stati ricevuti dal presidente del Senato e hanno partecipato anche a una conferenza stampa alla Camera. Oggi invece Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha incontrato i bambini nella struttura.

L’ispezione

Nei mesi successivi il ministero della Giustizia aveva disposto accertamenti ispettivi, mentre il Consiglio Superiore della Magistratura aveva acquisito documentazione e informazioni sul caso, nell’ambito delle proprie funzioni di vigilanza e garanzia dell’autonomia dei magistrati. La vicenda aveva avuto anche un forte riflesso politico, con esponenti del governo che avevano criticato alcune decisioni dei giudici, alimentando un dibattito sul confine tra tutela dei minori, intervento dello Stato e indipendenza della magistratura. Le tensioni si erano concentrate in particolare sull’interpretazione dei provvedimenti che avevano disposto la separazione del nucleo familiare, poi al centro di contestazioni e interventi istituzionali.

Con la conclusione dell’inchiesta amministrativa, il ministero ha ora escluso qualsiasi responsabilità disciplinare individuale, chiudendo formalmente il procedimento interno e ribadendo la distinzione tra valutazione disciplinare e merito delle decisioni giudiziarie. Resta invece sul piano politico e giuridico il dibattito più ampio che il caso aveva generato, legato ai limiti dell’intervento dello Stato nelle situazioni familiari complesse e al bilanciamento tra protezione dei minori e autonomia della giurisdizione.

L’Anm

“I magistrati del Tribunale per i minorenni di L’Aquila hanno fatto il proprio lavoro con correttezza e trasparenza, rispettando leggi e procedure. Lo certifica anche il ministero della Giustizia con la relazione degli ispettori. Ne prendiamo atto e rinnoviamo la nostra vicinanza ai colleghi che in questi mesi sono stati oggetto di sistematici attacchi per aver semplicemente fatto il proprio dovere su un caso che era al centro dell’attenzione della politica” sottolinea la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati in una nota.

Gli ultimi sviluppi

Il padre dei piccoli nei giorni scorsi ha detto in una intervista che la moglie ” èsempre stata lucida e oggi è pronta a collaborare per il benessere dei nostri figli”. La coppia vive in una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune, mentre i tre figli restano in casa-famiglia a Vasto in attesa della decisione del Tribunale per i minorenni. Gli incontri con la madre avvengono solo alla presenza degli assistenti sociali: “Sta passando momenti molto tristi; non avendo i bambini con lei, è triste per non poterli vedere”.

Il padre ha raccontato anche la difficoltà quotidiana della separazione: “Il momento più difficile della giornata è quando ci svegliamo e non c’è il rumore e l’allegria dei bambini”. E guarda al futuro: “Ricominciamo a vivere”. Resta intanto fermo il progetto della nuova abitazione destinata ai bambini: il casolare agricolo non è ancora stato ristrutturato e servono varianti urbanistiche e interventi sui servizi essenziali.

L’abbraccio

Intanto dopo tre mesi di separazione, la donna ha potuto riabbracciare i suoi tre figli in un incontro protetto. Gli incontri in presenza sono ora ripresi sotto la supervisione dei servizi sociali, mentre si attende la decisione dei giudici sul possibile ricongiungimento familiare. Determinanti saranno la relazione finale della consulente tecnica d’ufficio e le osservazioni presentate dai consulenti di parte. I tre bambini, inoltre, a fine giugno sosterranno gli esami per l’ammissione alla seconda e alla quarta elementare.

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“In quella villetta una mattanza”, per la strage di Altavilla chiesto l’ergastolo per la “coppia diabolica” e 30 anni per Barreca

4 June 2026 at 14:03

“La Procura ritiene comprovata la responsabilità dei tre imputati per omicidio plurimo aggravato e distruzione del cadavere”. Con queste parole è iniziata la requisitoria davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo del pm Manfredi Lanza per il processo sulla strage di Altavilla Milicia, nel Palermitano, in cui vennero torturati e uccisi Antonella Salamone e i figli Kevin, di 5 anni, ed Emmanuel, di 17 anni. I tre imputati per omicidio volontario a cui fa riferimento il giudice sono il padre e marito delle vittime, Giovanni Barreca, e l’ex coppia Massimo Carandente e Sabrina Fina: sono accusati di averli uccisi nella villetta di famiglia durante quello che i periti hanno definito un rito esoterico. In preda a un delirio mistico, gli imputati si sono auto-definiti “fratelli di dio”. Al termine della requisitoria è stato chiesto l’ergastolo per la “coppia diabolica”, ormai separata, e 30 anni di carcere per Giovanni Barreca, a cui è stata riconosciuta la semi infermità mentale.

Insieme a Lanza, in aula anche il neo Procuratore capo di Termini Imerese, Angelo Vittorio Cavallo. Hanno ripercorso nella requisitoria i fatti della notte tra il 10 e l’11 febbraio 2024, quando i cadaveri furono ritrovati. “In quella villetta si è consumata una vera e propria mattanza”, ha commentato il pm. La donna e i due figli erano stati torturati per giorni e poi uccisi: la moglie di Barreca era stata parzialmente carbonizzata, come provato dalle braci trovate in giardino, e poi nascosta in un terreno vicino alla villetta. Le sue ossa, come spiegato dal pm, “sono state trovate in condizioni tali da non riuscire neppure a fare la prova del Dna. Sembrava come se fossero stati in un forno crematorio“. I carabinieri avevano trovato Kevin senza vita sotto una coperta in condizioni che, ha detto il magistrato, “definire terribili non rende l’idea”. Dietro al divano invece “viene trovato il corpo dell’altro figlio, con un bavaglio alla bocca e una catena alle gambe“.

Nella stanza con il corpo del bimbo di cinque anni, oltre al cadavere di Emmanuel, c’era anche Miriam Barreca, la sorella sopravvissuta che ha partecipato alla strage. Anche la giovane è stata coinvolta in un processo parallelo ma, la Corte d’appello di Palermo a marzo l’ha ritenuta temporaneamente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. In primo grado era stata condannata a 12 anni e otto mesi per omicidio plurimo aggravato e occultamento di cadavere: durante il processo aveva dichiarato che avrebbe “rifatto tutto” e che non aveva ceduto neanche di fronte alle suppliche della madre che l’aveva pregata di chiamare i carabinieri.

I giudici per i minorenni hanno accolto le conclusioni dei periti per cui la giovane, che all’epoca non aveva ancora 18 anni, non era imputabile per la a sua capacità solo parziale di comprendere e di autodeterminarsi la settimana della strage. Considerando l’età della ragazza, superiore ai 14 anni ma inferiore ai 18, avevano applicato gli articoli 98 e 530 del codice penale, escludendo la responsabilità penale della giovane imputata. Di lei, Lanza ha tenuto a ricordare che “non è stata assolta per non avere commesso il fatto, bensì per ‘immaturità'”. Miriam Barreca ora si trova in una struttura protetta fuori dalla Sicilia, dove segue un percorso con educatori e specialisti, scandito da test periodici di valutazione del suo stato, fino al ritorno in libertà.

Mia nipote poteva salvare i suoi fratellini e mia sorella – ha detto Calogero Salomone, fratello di Antonella – invece non ha fatto nulla. L’hanno trovata con il telefono cellulare in mano, quindi se avesse voluto avrebbe potuto chiedere aiuto, ma non ha fatto nulla”. Ha poi concluso chiedendo giustizia: “Meritano tutti l’ergastolo. Tutti. A partire da quel mostro di Giovanni Barreca. E anche quella coppia diabolica merita l’ergastolo. Spero non ci siano sconti di pena per presunte infermità. Devono andare tutti all’inferno. E restarci per sempre. Devono essere condannati al carcere a vita. Quello che hanno fatto è stato peggio di un film dell’orrore”.

La requisitoria del magistrato è proseguita con ulteriori dettagli della strage. “Per scacciare i ‘demoni’, come ci ha raccontato la figlia della coppia, Miriam Barreca, veniva preparato il caffè amaro e sia la donna che i ragazzini venivano costretti a berlo – spiega Lanza-. Facevano domande inerenti ad argomenti religiosi spinti, verso il fanatismo estremo. Miriam Barreca ci racconta di questi ‘interrogatori’. La madre è stata picchiata con calci, pugni, fino a cagionare la morte che avverrà poi in cucina. Poco dopo Miriam dice che lo facevano tutti gli adulti. Anche quando i ricordi sembrano confusi Miriam Barreca torna a un certo punto e dice che si decide di dare fuoco al corpo della madre”. Il pm ha anche ricordato del morso trovato sul polpaccio di Sabrina Fina, una degli aguzzini: “Un morso dato da una delle vittime mentre venivano torturati”.

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Ex lagunare ucciso dall’esposizione all’amianto, il Tribunale di Milano condanna il ministero della Difesa a risarcire la figlia

4 June 2026 at 13:52

Il Tribunale di Milano ha condannato il ministero della Difesa a risarcire con oltre 400mila euro la figlia di un ex lagunare dell’Esercito Italiano morto nel 2017 a causa di un mesotelioma pleurico, riconoscendo il nesso causale tra l’esposizione ad amianto durante il servizio militare e l’insorgenza della malattia. Secondo quanto ricostruito in sentenza, come comunica l’Osservatorio Nazionale Amianto, M.R., aveva prestato servizio negli anni Sessanta in ambienti militari nei quali l’amianto era ampiamente utilizzato e presente in modo diffuso, tra caserme, mezzi e materiali di uso quotidiano. Nel corso della sua attività avrebbe inoltre svolto operazioni di manutenzione e movimentazione di componenti contaminati, senza adeguate misure di protezione.

L’ex militare aveva iniziato a manifestare gravi problemi respiratori fino alla diagnosi di mesotelioma pleurico, una delle forme tumorali più aggressive e direttamente collegate all’esposizione alle fibre di amianto. La malattia lo ha portato alla morte il 31 luglio 2017, dopo un periodo di gravi sofferenze fisiche e psicologiche condivise con la figlia. La donna ha successivamente avviato una lunga battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della responsabilità del ministero della Difesa. Il Tribunale ha ora stabilito che non furono adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, nonostante la pericolosità dell’amianto fosse già conoscibile all’epoca dei fatti.

I giudici hanno riconosciuto non solo il danno subito dal militare durante la malattia e nella fase terminale, ma anche il danno parentale subito dalla figlia, evidenziando il legame particolarmente intenso tra i due. Nelle motivazioni si fa riferimento a una relazione quotidiana fatta di contatti costanti, sostegno reciproco e forte vicinanza affettiva, documentata anche attraverso testimonianze e materiali personali. La sentenza sottolinea come la morte del padre abbia rappresentato per la figlia “uno sconvolgimento radicale della sua vita”, riconoscendo la profondità del trauma subito sia durante la malattia sia dopo il decesso. Il risarcimento complessivo supera i 400 mila euro, ma la decisione assume rilievo anche sul piano giuridico per il riconoscimento della responsabilità dello Stato in relazione all’esposizione all’amianto nelle Forze Armate.

“Dietro questa sentenza non ci sono numeri o semplici risarcimenti, ma la storia di una famiglia distrutta da una morte che poteva e doveva essere evitata”, ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della donna. “Per anni questa figlia ha combattuto perché fosse riconosciuta la verità sulla morte del padre, un uomo che aveva servito lo Stato in divisa senza sapere di essere stato esposto a un killer invisibile come l’amianto”. Il legale ha inoltre sottolineato come la decisione rappresenti un riconoscimento più ampio delle responsabilità istituzionali: “È una sentenza importante perché conferma ancora una volta che anche nelle Forze Armate ci sono state esposizioni gravissime e che lo Stato ha il dovere di tutelare chi lo serve”.

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“Brutalità inaudita e piano premeditato”, i pm sulla strage dei braccianti. I due fermati in silenzio davanti al gip

4 June 2026 at 13:35

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Safeer Ahmed e Ali Raza, i due cittadini pakistani di 31 anni fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato per la morte di quattro braccianti agricoli avvenuta ad Amendolara, nel Cosentino. I due sono comparsi nel carcere di Castrovillari davanti al gip Orvieto Matonti per l’interrogatorio di convalida del fermo. Il giudice si è riservato la decisione. I due indagati sono assistiti dagli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli e, al momento, non hanno rilasciato dichiarazioni agli inquirenti. La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, prosegue intanto gli accertamenti per ricostruire il movente e il contesto in cui si è consumata la morte dei quattro braccianti – tre cittadini afghani e uno pakistano – arsi vivi all’interno di un minivan. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e il più grande Waseem Khan, 29, sono morti insieme. Con loro anche Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Safi Iayjad, 27. (Nella foto da sinistra Qiemi, Khogjani e Iayjad)

Per gli inquirenti è stato un quadruplice omicidio “di una brutalità inaudita”, che sarebbe stato “premeditato” e “organizzato secondo un piano ben predefinito”. Gli inquirenti stanno lavorando per definire il ruolo dei due fermati e per chiarire se l’episodio si inserisca in un contesto più ampio legato allo sfruttamento del lavoro agricolo. Una delle piste principali riguarda infatti il caporalato e le dinamiche di controllo dei lavoratori nei campi del Sud Italia. “La Calabria, e anche una parte della Lucania, ha un contesto, e non lo scopriamo oggi, meritevole di attenzione sul fenomeno del caporalato. È evidente che una delle piste è anche questa”, ha spiegato il procuratore D’Alessio.

Il magistrato ha inoltre sottolineato come il sistema di sfruttamento non sia sempre riconducibile a forme “pure” di illegalità, ma spesso si inserisca in dinamiche più complesse: “Oggi, però, chi lavora nel caporalato non è un lavoratore ‘in nero’ puro. Sono persone che formalmente stanno a posto e molto spesso si trovano a dover operare su due contesti: da un lato, il contesto minaccioso e di sfruttamento delle condizioni di vita, spesso da parte di connazionali; dall’altro, l’ipocrisia di nostri concittadini che utilizzano nelle loro attività queste persone pagandole quattro soldi”. Le indagini hanno già ricostruito alcune fasi dell’azione grazie alle immagini di videosorveglianza di un distributore di carburante e alle testimonianze raccolte sul posto. Un elemento ritenuto decisivo dagli investigatori è la testimonianza di un carabiniere della Forestale che aveva fermato poco prima il minivan per un controllo.

Dal video si vedrebbero i due indagati intervenire per impedire la fuga dei passeggeri: uno di loro scendere dal veicolo e aprire il cofano, l’altro rompere la maniglia di uno sportello e bloccare fisicamente i braccianti all’interno, mentre il mezzo veniva avvolto dalle fiamme. Solo una delle cinque persone a bordo è riuscita a salvarsi, rompendo un finestrino e fuggendo con un braccio fratturato. Il superstite, identificato come Taji Mohammad Alamyar, ha denunciato l’esistenza di una presunta “mafia pakistana” e ha raccontato che i colleghi sarebbero stati uccisi dopo essersi ribellati ai caporali. L’uomo è ora sotto protezione.

Gli investigatori non ritengono al momento che il superstite abbia avuto un ruolo nella dinamica dell’omicidio e continuano a cercare eventuali complici o figure di raccordo che possano aver favorito o coordinato l’azione. Parallelamente, la Procura sta verificando i rapporti di lavoro dei braccianti e degli indagati nelle aziende agricole tra Scanzano (Potenza) e altre aree del Sud Italia, per chiarire se il gruppo fosse inserito in circuiti di intermediazione illecita o sfruttamento lavorativo. L’ipotesi degli inquirenti è che i due fermati possano essere stati caporali o intermediari, oppure braccianti a loro volta inseriti in un sistema più ampio di gestione della manodopera migrante nei campi. Un quadro ancora in fase di definizione, mentre si attendono le decisioni del gip sulla convalida del fermo.

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“Bastardo. Ora mi aspetto giustizia”, la madre di Pamela Genini urla in aula contro Gianluca Soncin imputato per il femminicidio

4 June 2026 at 11:57

La Corte d’Assise di Milano ha ammesso come parti civili i familiari di Pamela Genini nel processo a carico di Gianluca Soncin, il 53enne accusato di aver ucciso la ex compagna il 14 ottobre scorso nella sua abitazione nel quartiere Gorla di Milano. Respinta invece la richiesta di costituzione di parte civile di Francesco Dolci, ex fidanzato della vittima e oggi indagato dalla Procura di Bergamo nell’inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane. Soncin è imputato per omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva cessata. Secondo la ricostruzione della Procura, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, avrebbe fatto realizzare di nascosto una copia delle chiavi dell’abitazione della donna, entrando in casa armato di un coltello prelevato dalla sua collezione e colpendola con 76 fendenti.

All’apertura dell’udienza erano presenti la madre della vittima, Una Smirnova, i fratelli Nicola e Veronica Genini e gli altri familiari. Quando l’imputato è entrato in aula scortato dalla polizia penitenziaria, la donna gli ha urlato contro: “Bastardo”. Poco dopo si è sentita male ed è stata accompagnata fuori dall’aula. Al termine dell’udienza ha spiegato ai cronisti il motivo della sua reazione: “Vederlo mi ha provocato un effetto devastante, la sua crudeltà, la sua lucidità, la sua mancanza di rispetto e di pentimento… Èuna persona che non si può descrivere, in aula purtroppo ho avuto un momento di sfogo, ma è stato terribile guardarlo per la prima volta. Ora mi aspetto giustizia”. La famiglia punta alla massima pena. “Noi chiediamo giustizia e l’ergastolo”, ha dichiarato Pier Giuseppe Rota, compagno della madre di Pamela, prima dell’inizio del processo.

La Corte ha ammesso come parti civili la madre della giovane, anche in qualità di amministratrice di sostegno del marito malato, e i due fratelli della vittima. Respinte invece le richieste avanzate da due associazioni e quella di Francesco Dolci. “La esistenza di un rapporto sentimentale di pochi mesi, maggio-ottobre 2025, non connotato da una stabile e continuativa convivenza e caratterizzato dalla presenza di un rapporto sentimentale parallelo non consente di riconoscere la legittimazione alla costituzione di parte civile di Francesco Dolci, aldilà di ogni questione su separati procedimenti”, hanno scritto i giudici nelle motivazioni lette in aula. La posizione di Dolci è stata al centro di un duro confronto tra le parti. L’avvocato della madre della vittima, Nicodemo Gentile, ha chiesto di respingere la sua istanza sostenendo che “Francesco Dolci è stato uno stalker in vita e dopo la morte” di Pamela Genini. “Con questa istanza la realtà supera la più fervida immaginazione. Nessun rispetto per la famiglia già oltraggiata”, ha affermato il legale. “Come emerge dagli atti dell’inchiesta di Bergamo, Pamela lo chiamava ‘amico con benefit, stalker, mostrò’. Da ottobre 2025 abbiamo questo stalker e lo dice anche la Procura di Bergamo che parla dell’ossessione di Dolci”.

La difesa dell’uomo ha invece sostenuto l’esistenza di una relazione stabile tra lui e la vittima. “Questo procedimento non c’entra con Bergamo e da maggio del 2025 i due avevano un rapporto stabile e ciò emerge dal cellulare e dalle testimonianze dei genitori. Era un rapporto parallelo sì, ma duraturo e continuativo e lui è stato l’ultima persona con cui ha parlato lei e questo deve far riflettere”, ha dichiarato l’avvocata Eleonora Prandi. “Lei ha chiesto aiuto a lui e poi Dolci ha collaborato con i pm. La loro relazione è sfociata anche in una richiesta di matrimonio di lei, avevano un progetto in essere”. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Dolci fu effettivamente l’ultima persona a sentire Pamela. Poco prima dell’omicidio la giovane gli inviò un messaggio: “E’ matto (…) che faccio?”. “Stanno arrivando, la polizia, li ho chiamati”, rispose lui dopo aver allertato le forze dell’ordine. Quando gli agenti arrivarono nell’appartamento, però, la donna era già stata uccisa.

Dopo la decisione della Corte, Dolci ha commentato all’Adnkronos la sua esclusione dal processo. “Peccato perché come parte civile avrei potuto combattere con il mio avvocato contro Soncin”. E ancora: “Bisogna sempre affidarsi nelle mani della giustizia, ma io ero la persona più vicina a Pamela e infatti quando aveva bisogno mi veniva sempre a cercare. Di certo non lo facevo per soldi di costituirmi parte civile, ma per combattere fino alla fine questa guerra”. L’uomo ha poi replicato alle accuse rivoltegli dalla famiglia della vittima. “Io di fronte a queste cose sono totalmente allibito. Mi hanno riferito che sembrava il processo a me e non a Soncin”. E ha aggiunto: “Come sempre dalla morte di Pamela a questa parte la famiglia attacca me e non Soncin. Mi sembra assurdo che queste persone parlino di miei atti persecutori nei confronti di Pamela, che non sono veri, e nessuno invece parla di quelli di Soncin”.

Sul fronte processuale, la difesa del 53enne ha depositato una serie di richieste istruttorie, tra cui una consulenza medico-legale e accertamenti sui telefoni cellulari acquisiti durante le indagini. L’obiettivo è contestare le aggravanti formulate dall’accusa. “Lo scopo del processo è capire come è successo il fatto e appurarlo nel modo migliore possibile e capire perché è successo, il movente”, hanno spiegato gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri. “Pamela Genini è morta per i colpi inferti dall’imputato, ma c’è tutto il tema delle aggravanti su cui la difesa avanzerà degli argomenti”. La Procura si è opposta alla richiesta di una nuova perizia medico-legale, ritenendola “solo esplorativa, per cercare una nuova ricostruzione di dinamica”. La Corte si è riservata di decidere sulle richieste difensive al termine dell’istruttoria dibattimentale e ha rinviato il procedimento al 13 luglio, quando inizierà l’esame dei primi testimoni.

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"Un mondo senza miliardari per salvare il pianeta": la ricetta shock di Thomas Piketty

 

di Michele Blanco

Il report annuale degli economisti del World Inequality Lab, che vede in prima fila Thomas Piketty, propone una profonda e radicale trasformazione dell’intero ordine economico mondiale. L'obiettivo è evitare una catastrofe sociale, economica, civile, umanitaria e ambientale attraverso la riduzione, non più rinviabile, delle enormi disuguaglianze globali.

Questi economisti propongono un “mondo senza miliardari”, sostenuto da una tassazione globale progressiva che toccherebbe il 20% solo per i super-ricchi. Una riforma strutturale del sistema economico mondiale che, secondo il modello, potrebbe portare a settimane lavorative dimezzate, un reddito medio di convergenza fino a 5mila euro al mese e un fondo globale capace di redistribuire il 10% del Pil ogni anno. Risorse, queste ultime, che consentirebbero a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti nella transizione ecologica, nell'istruzione universale e nella sanità gratuita.

Non si tratta di utopia, ma del piano ponderato di un gruppo di accademici della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire un benessere condiviso.

Il Global Justice Report: la redistribuzione come necessità climatica

Con il Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in concomitanza con l’inizio della World Inequality Conference 2026, si individua nella riduzione dei divari economici la “condizione necessaria” per evitare il punto di non ritorno. Questa tesi, supportata da decenni di studi, dimostra come le politiche neoliberiste e gli attuali divari di ricchezza siano del tutto incompatibili con la stabilità ecologica.

“La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione. È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.

In buona sostanza, per contenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su energie rinnovabili e auto elettriche. È indispensabile ridurre il peso economico, politico e sociale dei super-ricchi che detengono gran parte della ricchezza globale, produrre e consumare meno beni superflui, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi tra il Nord e il Sud del mondo.

Un Fondo Globale da 10mila miliardi di dollari

Il pilastro della proposta è la creazione di un Fondo globale per la giustizia, una nuova istituzione internazionale dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile. Per funzionare, questo fondo dovrebbe incamerare l’equivalente del 10,3% del Pil globale: una cifra enorme, pari a circa ventinfove volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di ONU, Fondo Monetario e Banca Mondiale messi insieme.

Le risorse arriverebbero da un fondo sovrano mondiale alimentato da due strumenti:

  • Tassazione globale dei grandi patrimoni: con aliquote progressivie dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro, fino al 20% per i patrimoni superiori ai 553 milioni di euro.

  • Imposta mondiale sui redditi: applicata con aliquote elevate esclusivamente sui redditi astronomici.

Si tratta di schemi fiscali che oggi possono apparire irrealizzabili, ma che ricalcano le politiche applicate negli Stati Uniti da Franklin Delano Roosevelt durante il New Deal o nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. Come teorizzato dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, l'obiettivo finale è ridurre drasticamente la quota di ricchezza in mano agli ultramiliardari, democratizzando un sistema oggi controllato dalla "plutocrazia globale" per spostare le risorse verso i servizi pubblici globali.

Il trasferimento di risorse dal Nord al Sud del mondo

Poiché la maggior parte dei miliardari risiede nel Nord globale, il meccanismo comporterebbe un massiccio trasferimento di risorse verso il Sud del mondo. Gli autori del rapporto giustificano questo flusso finanziario anche come compensazione per i danni cumulativi causati da secoli di colonialismo.

L'impatto stimato di questi investimenti sarebbe dirompente:

  • Portare alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro (60mila euro l'anno), azzerando l'attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America.

  • Elevare la quota di ricchezza della metà più povera del pianeta dall'attuale 2% al 30%.

  • Raddoppiare il reddito di quasi il 90% dell'umanità entro il 2100.

I costi sarebbero sostenuti esclusivamente dai segmenti più ricchi della popolazione, che rimarrebbero comunque benestanti. Al contrario, l’89% della popolazione globale vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare, mentre meno del 2% subirebbe una flessione molto relativa.

Una nuova "Bretton Woods" democratica

Il piano si ispira alle richieste di riparazione climatica e coloniale che arrivano dal Sud globale, oltre che dalle recenti iniziative di Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. La proposta mira a scardinare gli equilibri geopolitici attuali: gli Stati occidentali (circa un miliardo di abitanti contro i 7 miliardi del resto del mondo) detengono un peso politico sproporzionato nelle istituzioni finanziarie. Il report propone di democratizzare il sistema secondo il principio “una persona, un voto”, creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union” (una camera di compensazione globale), riprendendo il modello immaginato da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944.

Secondo Piketty, non si tratta di misure irrealizzabili:

Tuttavia, gli autori sono consapevoli che l'attuazione del piano dovrà affrontare una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi. Come spesso accade nei dibattiti occidentali, esiste una resistenza culturale anche all'interno delle classi medie e popolari del Nord del mondo, non sempre inclini all'idea di una società fondata su minori consumi materiali a fronte di più tempo libero e maggiore redistribuzione globale.

La storia dell’umanità dimostra però che le grandi trasformazioni sono possibili: dal suffragio universale alla riduzione dell’orario di lavoro, fino alla nascita della sanità e dell'istruzione pubbliche.

La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi

4 June 2026 at 07:30

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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