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Nuovi informatori in Cina: così la CIA vuole ricostruire il suo network segreto

Da mesi la CIA ha intensificato gli sforzi per reclutare nuovi informatori in Cina, puntando in particolare su funzionari governativi e ufficiali dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) cinese. L'obiettivo è quello di rafforzare la capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni dall'interno del sistema politico e militare cinese, considerato da Washington il principale concorrente strategico a livello globale. Ebbene, per raggiungere potenziali collaboratori, l'agenzia ha adottato anche strumenti inediti, come video pubblici in lingua cinese diffusi online, nei quali vengono illustrate modalità sicure per entrare in contatto con l'intelligence americana.

La strategia della CIA

La strategia della CIA punta a sfruttare le tensioni che attraversano gli apparati di potere cinesi dopo anni di campagne anticorruzione e di controlli interni sempre più severi. Alcuni dei video pubblicati dall'agenzia raccontano storie immaginarie di funzionari o militari delusi dalla propria carriera e preoccupati per il clima di sospetto che caratterizza le istituzioni del Paese.

Il messaggio è semplice: chi si sente minacciato o emarginato dal sistema può trovare un canale di comunicazione diretto con gli Stati Uniti. La CIA sostiene che queste campagne riescano a raggiungere il pubblico cinese nonostante le rigide limitazioni imposte da Pechino all'accesso a Internet.

L'agenzia considera infatti la Cina una delle priorità assolute delle proprie attività e ritiene fondamentale ampliare la rete di fonti umane in grado di fornire informazioni sulle decisioni politiche, militari e tecnologiche della leadership di Pechino. Ricordiamo che negli ultimi anni Washington ha investito ingenti risorse nel rafforzamento delle attività di intelligence rivolte alla Repubblica Popolare Cinese, affiancando alle tradizionali operazioni clandestine strumenti di comunicazione pubblica destinati a un pubblico selezionato.

There is a newer CIA video ("Save the Future") targets PLA officers disillusioned by Xi's purges — promising a "better path" for family/values. It's the latest in a 2025–2026 series that's racked up millions of views inside China.

Does it expose real cracks in loyalty... or…

— UnveiledChina (@Unveiled_ChinaX) February 12, 2026

Alla ricerca di nuovi informatori

La ricerca di nuove fonti risponde anche alla necessità di recuperare terreno dopo le difficoltà incontrate in passato. Tra il 2010 e il 2012, secondo diverse ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, i servizi di sicurezza cinesi riuscirono non a caso a smantellare una parte significativa della rete di informatori della CIA nel Paese, infliggendo uno dei colpi più duri all'intelligence statunitense degli ultimi decenni.

Da allora l'agenzia ha lavorato per ricostruire gradualmente la propria presenza informativa, mentre la Cina ha potenziato le strutture di controspionaggio e aumentato la sorveglianza interna.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina, dunque, non riguarda soltanto commercio, tecnologia e difesa, ma si estende sempre di più al campo dell'intelligence. Il motivo è presto detto: ottenere informazioni riservate sulle intenzioni dell'avversario è diventato un elemento centrale della competizione tra Washington e Pechino, una rivalità che molti osservatori descrivono come la forma contemporanea di una nuova Guerra fredda.

Non solo missili e nucleare: il jolly chimico di Kim che preoccupa gli esperti

La Corea del Nord non si affida soltanto ai suoi sempre più potenti missili balistici e al suo programma nucleare. Oltre il 38esimo parallelo c’è un altro fronte militare che continua a suscitare preoccupazione tra gli esperti di sicurezza: quello delle armi chimiche. Da anni, infatti, i servizi di intelligence occidentali ritengono che Pyongyang disponga di capacità avanzate in questo settore. Le ultime analisi suggeriscono che il Paese guidato da Kim Jong Un continuerebbe a investire risorse nello sviluppo e nel mantenimento di un arsenale molto particolare. Le armi chimiche rappresenterebbero per il governo nordcoreano uno strumento complementare alla deterrenza nucleare, potenzialmente utilizzabile sia sul campo di battaglia sia come mezzo di pressione psicologica contro gli avversari.

L’allarme sulle armi chimiche di Kim

A rilanciare il dibattito è un nuovo studio pubblicato dal centro di analisi 38 North nell'ambito del Project Anthracite, coordinato dal think tank britannico Royal United Services Institute. I ricercatori hanno esaminato oltre 30 mila brevetti, pubblicazioni scientifiche e dati open source per ricostruire le potenziali capacità industriali della Corea del Nord nel settore chimico.

Lo studio non sostiene di aver trovato prove definitive della produzione attuale di armi chimiche, ma individua una serie di indicatori che, considerati nel loro insieme, delineano un'infrastruttura compatibile con la realizzazione di agenti tossici militari.

Secondo gli autori, università, impianti industriali e istituti di ricerca nordcoreani avrebbero accesso alle tecnologie e alle materie prime necessarie per produrre sostanze come iprite, sarin e altri agenti nervini. Le conclusioni dello studio si inseriscono in un quadro già noto agli osservatori internazionali. Nel 2017, non a caso, Pyongyang fu accusata di aver utilizzato l'agente nervino VX nell'assassinio di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, ucciso all'aeroporto di Kuala Lumpur. Per molti analisti quell'episodio rappresentò la dimostrazione concreta di come il governo nordcoreano non solo possedesse tali sostanze, ma che fosse anche disposto a impiegarle.

Il jolly di Kim

Secondo diverse stime internazionali, la Corea del Nord potrebbe disporre di scorte comprese tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici. Sebbene sia difficile verificare questi numeri, numerosi specialisti ritengono che il programma sia rimasto attivo anche dopo il consolidamento dell'arsenale nucleare del Paese.

In passato le armi chimiche erano considerate una sorta di "bomba atomica dei poveri", una capacità deterrente meno costosa rispetto alle testate nucleari. Oggi, però, potrebbero avere una funzione diversa. In caso di conflitto nella penisola coreana, potrebbero essere utilizzate per rallentare l'avanzata delle forze sudcoreane o americane, colpire infrastrutture strategiche o creare caos nelle retrovie.

A differenza delle armi nucleari, il cui utilizzo provocherebbe quasi certamente una risposta devastante, gli agenti chimici potrebbero essere inoltre considerati da Pyongyang uno strumento intermedio per tentare di modificare l'andamento di una guerra. Per questo motivo il programma chimico nordcoreano continua a essere osservato con crescente attenzione dagli analisti, che lo considerano uno degli elementi più opachi e potenzialmente pericolosi dell'apparato militare di Kim.

La Cina vuole scoprire il dissenso prima che nasca: come funziona l’Ai che spia i “rischi politici”

La Cina sta lavorando a una nuova frontiera della sorveglianza digitale. I riflettori del Dragone sono puntati su particolari sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci non solo di monitorare i cittadini, ma anche di individuare in anticipo chi potrebbe rappresentare un potenziale rischio politico. In prima linea ci sarebbe l’azienda Geedge Networks che starebbe sviluppando tecnologie in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti da attività online, spostamenti geografici e comportamenti digitali per costruire profili dettagliati degli utenti. L’obiettivo? Identificare segnali che possano suggerire future critiche al governo o forme di dissenso ancora prima che queste si manifestino pubblicamente.

La nuova frontiera dell’Ia cinese

Come ha spiegato il New York Times in un lungo approfondimento, siamo di fronte a un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali sistemi di controllo, che fin qui erano soliti concentrarsi per lo più sull’osservazione e sulla censura di attività già in corso.

Il progetto sopra citato sarebbe ancora in una fase di ricerca, ma offre un’anticipazione concreta di come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare i sistemi di sicurezza di Pechino. I documenti analizzati da ricercatori della Vanderbilt University mostrano che Geedge, già nota per la commercializzazione di tecnologie simili alla “Grande Muraglia Digitale” cinese, sta studiando modelli in grado di elaborare informazioni provenienti da telecomunicazioni, social network e dati di localizzazione.

E poi? Attraverso questi strumenti, l’IA potrebbe classificare gli individui, individuare comportamenti anomali e attribuire livelli di rischio politico. In alcuni incontri interni dell’azienda, i ricercatori avrebbero inoltre discusso metodi per identificare le intenzioni delle persone e rilevare contenuti definiti “dannosi”, un termine spesso utilizzato dalle autorità cinesi per indicare materiali ritenuti sensibili o contrari alla linea del Partito Comunista Cinese. La Cina starebbe dunque per passare dalla semplice raccolta di informazioni alla previsione dei comportamenti futuri, creando profili che collegano attività online, interessi culturali, letture, film visionati e movimenti fisici.

Un nuovo sistema di controllo?

Lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, avrebbe incontrato alcuni ostacoli legati alla disponibilità di potenza di calcolo. I documenti mostrano che nel 2024 Geedge e il laboratorio di ricerca collegato all’azienda hanno dovuto fare i conti con le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.

La carenza di processori grafici di ultima generazione avrebbe costretto i ricercatori a utilizzare modelli meno sofisticati, rallentando il progresso del progetto. Nonostante ciò, secondo diversi esperti, la Cina continua a investire massicciamente nello sviluppo di tecnologie predittive per la sicurezza pubblica e sta cercando di ridurre la dipendenza dai semiconduttori progettati negli Stati Uniti.

Al momento non esistono prove che il sistema di previsione del dissenso sia stato completato o adottato su larga scala, ma la direzione intrapresa appare chiara. Se perfezionate, queste tecnologie potrebbero consentire alle autorità di selezionare e monitorare in modo sempre più mirato persone considerate potenzialmente problematiche, trasformando enormi quantità di dati raccolti quotidianamente in strumenti di prevenzione politica.

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