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La militante Maga che fa da cacciatrice di streghe di Trump

3 June 2026 at 03:45

L’aveva previsto due mesi prima: la prossima sarà Tulsi Gabbard. E così è stato: la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha annunciato due settimane fa che a fine mese lascerà l’incarico. Ufficialmente per stare accanto al marito malato. Ma il mandato dell’ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista si chiude come era iniziato: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump.

Torniamo alla previsione, che non era stata affatto generica. Già il 18 marzo, subito dopo le dimissioni di Joe Kent dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo, Laura Loomer, attivista di estrema destra, teorica della cospirazione e autoproclamata «giornalista investigativa», aveva scritto su X: «Tulsi Gabbard si dimetterà prossimamente», indicando la direttrice dell’intelligence come bersaglio successivo. A fine marzo, le piattaforme di scommesse come Polymarket assegnavano solo il 13 per cento di probabilità a una sua uscita entro il 31 marzo, e i principali organi di stampa americani avevano trattato le affermazioni di Loomer con scetticismo. Aveva ragione lei.

Il caso Gabbard non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che ha trasformato Loomer, trentatreenne di Tucson senza alcun incarico ufficiale, in uno degli centri di potere più temuti a Washington. Il neologismo che ne ha segnato l’ascesa è entrato nel lessico della capitale: essere loomered, colpito da Loomer, significa essere pubblicamente additato come infedele a Donald Trump, con conseguenze spesso immediate. Lo stesso presidente ha dichiarato: «Se vieni loomered sei nei guai. È la fine della carriera, in un certo senso».

Il metodo Loomer è sempre lo stesso. Accumula dossier su funzionari in carica, ne verifica le affiliazioni passate, cerca dichiarazioni incompatibili con la linea Maga, poi pubblica serie di post su X che raggiungono oltre un milione di persone. La logica è quella della colpa per associazione: un funzionario che ha lavorato con un critico di Trump è automaticamente sospetto, indipendentemente dal suo operato attuale.

Nell’aprile 2025, si era presentata nell’Ufficio Ovale con un fascicolo contenente circa una dozzina di nomi di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale che riteneva non sufficientemente fedeli. Trump ne aveva licenziati sei, tra cui Brian Walsh, direttore per l’intelligence; Thomas Boodry, responsabile per gli affari legislativi; David Feith, responsabile per tecnologia e sicurezza nazionale; e Maggie Dougherty, responsabile per le organizzazioni internazionali. La riunione era straordinaria anche per il profilo dei presenti: oltre a Trump, parteciparono il vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Waltz cercò di difendere i propri collaboratori. Poche settimane dopo, anche lui sarebbe stato rimosso per il Signalgate e mandato a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, nel giro di ore, il raggio della purga si allargò ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il generale Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, fu rimosso insieme alla sua vice Wendy Noble. Loomer aveva incluso entrambi nella lista portata all’incontro con Trump, sostenendo che Haugh era stato scelto da Mark Milley, ex capo degli stati maggiori congiunti che Trump aveva pubblicamente accusato di tradimento. Noble fu descritta da Loomer come «una che odia Trump, nominata da Joe Biden», che «ha trascorso il suo tempo alla Nsa promuovendo le politiche di diversità e inclusione». I democratici al Senato e alla Camera protestarono invano: con quelle rimozioni, l’agenzia responsabile della sicurezza informatica americana perdeva in un pomeriggio la sua intera catena di comando.

Il meccanismo ha generato un riflesso condizionato negli uffici della capitale. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ne sa qualcosa: aveva programmato una visita all’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale quando Loomer lo aveva attaccato preventivamente, accusando il Pentagono di permettere a un «senatore democratico anti Trump» di accedere a strutture riservate. La visita fu cancellata. «Quando Laura Loomer pubblica un post, il gabinetto di Trump si mobilita», ha dichiarato Warner.

La capacità “predittiva” di Loomer affascina e inquieta a Washington in egual misura, ma va letta con cautela. Le sue «profezie» sui funzionari da rimuovere sono meno previsioni che campagne di pressione: lei stessa contribuisce a creare le condizioni che poi si avverano. Nel caso Gabbard, Roger Stone aveva accusato Loomer di aver tentato di convincere Trump che la direttrice dell’intelligence fosse «sul punto di dimettersi – nel tentativo di spingere Trump a licenziarla preventivamente. Tutta una farsa. Per fortuna ho agito in tempo», aveva scritto Stone su X ad aprile. Ciò significa che Loomer aveva già tentato di accelerare la caduta di Gabbard almeno un mese prima che si concretizzasse.

Non sempre le sue campagne vanno a segno. Il New Yorker ha raccontato il caso di Vinay Prasad, scienziato della Food and Drug Administration impegnato in un blocco regolatorio su un farmaco per la distrofia muscolare per ragioni di sicurezza clinica. Loomer lo aveva attaccato definendolo un «cavallo di Troia marxista» infiltrato nell’amministrazione. Prasad si era dimesso sotto pressione – ma era stato reintegrato meno di due settimane dopo, quando era emerso che la campagna contro di lui coincideva con gli interessi finanziari del produttore del farmaco, Sarepta Therapeutics.

Il fenomeno Loomer si inserisce, racconta il settimanale americano, in un quadro più ampio che ha prodotto un neologismo: «chi posta comanda». La porosità tra l’infosfera della destra radicale e le decisioni di governo è inedita. Un funzionario di alto livello dell’amministrazione ha descritto la dinamica in termini espliciti: «Se qualcosa è popolare su X di destra, la Casa Bianca vi dà seguito nel novanta per cento dei casi». Loomer è il terminale più visibile di questo circuito, ma non necessariamente il più trasparente quanto ai mandanti.

Diverse fonti citate dal New Yorker suggeriscono che alcune delle sue campagne siano alimentate da interessi privati che usano la sua piattaforma per regolare conti interni all’amministrazione o per orientare decisioni di regolamentazione economica. Lei nega di essere una «pistola a pagamento». Ma il confine tra militanza genuina e attività di pressione indiretta è, nel suo caso, impossibile da tracciare; ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo operato tanto difficile da neutralizzare.

Quel che è certo è che il suo potere è contingente e personale. Un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale ha sintetizzato la sua posizione con lucidità: «Non ha una base che la sostenga se il presidente dovesse cambiare idea sul suo valore. È uno di quei cortigiani utili come cassa di risonanza, come agente, ma in definitiva sacrificabili». Per ora, però, la sua cassa di risonanza funziona. E a Washington lo sanno tutti.

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