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Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta”

3 June 2026 at 15:38

“È un sistema che fa capo alla ‘ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”. Con questo commento, Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, ha parlato dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara: avevano solo chiesto di essere pagati. “L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali – prosegue Trotta -. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’, perché prendono i braccianti qui in Calabria e li portano a lavorare d’estate nei campi del Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo in Calabria nel momento in cui è la stagione degli agrumi”.

Le vittime sono Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, il più grande, di 29 anni. Raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata, sfruttati e maltrattati. I loro aguzzini, e poi anche assassini, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, due pachistani, ora in carcere, che per punirli li hanno cosparsi di benzina per poi appiccare il fuoco con un accendino nella stazione di servizio lungo la statale 106. Solo uno si è salvato, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni: “Ieri il superstite – ha spiegato Trotta- ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati. E la lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano. La perdita totale dell’umanità si è vista in quel filmato. Ed è chiaro che appartengono a un sistema, perché il superstite ha parlato di droga, ha parlato di pistole”, ha concluso.

Un sistema radicato

Dietro alla strage non ci sono solo i due caporali pachistani, ma un sistema radicato e ramificato, sostiene Trotta: “Sulla Strada Statale 106 basta mettersi la mattina alle quattro per capire che ci sono tanti furgoni che transitano, carichi di lavoratori, in alcuni casi regolarmente registrati che vanno a lavorare, ma in tanti altri no. Perché lo ripeto: a fronte di un caporale c’è un’azienda che si rivolge a lui. E noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste aziende”. Una posizione sostenuta anche dalla Flai Cgil Calabria: “La barbara esecuzione dei lavoratori è calata all’interno di un sistema più ampio, di silenzi, omertà e responsabilità”.

“Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”, si è chiesto il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Non bisogna fermarsi ad identificare “i due pachistani perché bisogna dire con forza che in Calabria le operazioni avvengono se c’è la copertura della mafia. Non basta identificare chi ha dato fuoco alla macchina ma le coperture che quei due delinquenti avevano e le coperture le dà la mafia”, ha ribadito il segretario. “Mi aspetto e spero che si parli non di incidente sul lavoro, non di caporalato ma si parli di tratta degli schiavi e che si riesca ad identificare quale clan mafioso copre quei due delinquenti”.

Anche l’associazione Libera ha parlato di mafia e di come questa si nasconda dietro il sistema del caporalato. “In tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”. “I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità – conclude Libera Basilicata -. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione”.

Problema di legislazione

Anche il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha fatto appello alle istituzioni, chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato: “È l’ennesima dimostrazione di come il caporalato nel Metapontino sia strutturato e radicato. Nel Mezzogiorno – ha aggiunto – siamo tornati al 1800, alla pre-industrializzazione. Il lavoro nel nostro Paese è sempre più precario e sfruttato, fino a vere e proprie forme di nuova schiavitù”. Mega ha poi criticato il decreto flussi, ritenendolo una della cause principali di questo sfruttamento: “I tragici fatti di Amendolara mettono in evidenza come il cosiddetto decreto flussi per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, oltre ad essere palesemente inefficace, continua a produrre irregolarità e ingiustizie. Non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. La “mancanza di trasparenza – ha concluso – e l’opacità dei meccanismi di intermediazione continuano a lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli, come dimostrato dai terribili fatti degli ultimi mesi”. Un attacco arrivato anche da Usb: “Dall’introduzione della scellerata legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta. La Bossi-Fini e i decreti successivi sono il braccio armato del caporalato – ha commentato la sigla sindacale -. Riducendo i lavoratori a ‘clandestini’ hanno tolto loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare i propri aguzzini per paura dell’espulsione”.

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Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico

Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.

Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.

Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.

Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.

Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.

Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.

Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.

Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.

In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.

Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.

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“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

3 June 2026 at 12:41

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

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