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L’Italia si salva solo in un modo: aumentando le spese per la difesa. L’opinione di Sisci
Il tono era irritante e gratuito, tarato per solleticare i votanti e contribuenti della grande pancia americana. Ma il tono non deve nascondere la sostanza.
Il segretario della guerra americano Pete Hegseth al dialogo Shangri-la del 29-30 maggio a Singapore si è scagliato contro “gli scrocconi che abusano della generosità dei contribuenti americani”. Il tono è da stadio, non da grande consesso internazionale, ma è del resto consono a tanta retorica politica nostrana calibrata per vincere una disputa al bar sport e non avanzare un ragionamento universitario.
Il contenuto del messaggio però è profondamente vero. C’è un onere di responsabilità nella sicurezza internazionale che per troppo tempo è pesato in modo sproporzionato sull’America. Oggi l’economia americana non ce la fa più, anche perché le responsabilità sono aumentate e non diminuite; quindi, gli alleati devono farsene un carico maggiore. Questo il contesto del problema annoso delle spese militari italiane. Negarlo, farci i ghirigori, per governo e opposizione, è falso e sfalsante. Non porta l’Italia o nessun altro molto lontano.
C’è il problema pratico che aumentare le spese militari non porta voti, e qui si arriva a un paradosso di ogni sistema politico. Un partito che persegue una politica responsabile può minare la sua sopravvivenza elettorale. Di solito questo paradosso viene risolto in maniera doppia. I partiti del parlamento stabiliscono che alcuni temi, di interesse nazionale, devono trovare un consenso unanime. Oppure uno o più grandi personaggi politici riescono a convincere il Paese a fare la cosa giusta. L’esempio tipico fu Churchill che prese un’Inghilterra quasi sconfitta, in ginocchio e le diede la forza morale di rialzarsi e vincere la guerra.
In Italia non ci sono Churchill, e va bene, ma almeno ci dovrebbe essere un accordo ampio per affrontare la sfida. Che il Paese non riesca a trovarlo, che continui a cincischiare su prestiti da prendere o meno per la difesa, di divisioni sui crediti per l’Ucraina, per l’impegno sull’Iran, mostra un’Italia che è una liability, una mina vagante per sé e per gli altri. È l’Italia che sembra come quella dopo la sconfitta di El Alamein contro gli inglesi, con le truppe anglo americane in avanzata per il Nord Africa e pronte a compiere il grande balzo in Sicilia. Già allora c’era chi parlava con chiunque per cercarsi una via di fuga, incerti però di chi sarebbe emerso vincitore e quindi insicuri su chi tradire.
Oggi è un’Italia che non sa stare unita e si appella alla voce del Papa per cercare una bussola ma spesso è solo una scusa per la sua viltà intellettuale e non solo. Così in quella voce spirituale confonde un appello religioso con un’analisi politica. Qui si può affondare nelle interpretazioni di partiti, correnti e leader, dei loro mirabolanti tatticismi, di come tengono decine di piattini e tazzine a girare in cima a una dozzina di stecchini. Ma la realtà è quella di un Paese che non riesce a vedere al di là del suo naso. Il Paese deve uscire dallo stallo. Nel 1943 gli americani, contro i piani inglesi, vollero un’Italia unita. Oggi nessuno ha interesse nell’unità del Paese. Non ci sono urgenze di spaccarlo, ma se questo accade non è poi la fine del mondo.
In alcuni paesi davanti al pericolo si corre a sostenere le mura. In Italia, davanti al pericolo scatta il “si salvi chi può”. Che vogliamo farci? È così. Solo che per salvarsi davvero bisogna sapere chi è il vincitore.
Quindi al di là di ogni tifo o speranza, e al di là anche delle tante sue crescenti difficolta il vincitore per ora è solo uno, l’America. Salvarsi con Russia, Iran, o persino la Cina dall’Italia e un po’ ridicolo e certamente perdente. Anche perché altri vedendo il rapporto mancato con gli Usa, mancheranno a loro volta di avere troppa fede nei futuri impegni italiani. Quindi se partiti e leader vogliono salvarsi hanno una sola strada: aumentare le spese di difesa. Altrimenti, prima o poi, qualcosa andrà storto.
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Perché Usa, Uk e Australia lanciano una iniziativa per proteggere i cavi sottomarini
L’Australia è una delle nazioni più esposte al mondo quando si parla di vulnerabilità legate ai cavi sottomarini. A ricordarlo è stato il ministro della Difesa Richard Marles intervenendo allo Shangri-La Dialogue, il principale forum sulla sicurezza dell’Indo-Pacifico organizzato dall’International Institute for Strategic Studies (IISS). Quasi tutto il traffico internet australiano dipende infatti da appena quindici cavi sottomarini. Una vulnerabilità che riguarda comunicazioni, servizi finanziari, sanità, intelligence e funzionamento dell’economia.
Più che il dato, però, ha colpito la domanda posta da Marles. Di fronte all’aumento degli episodi che per esempio hanno recentemente coinvolto infrastrutture sottomarine attorno a Taiwan, il ministro australiano si è chiesto se alcuni di questi eventi possano servire a testare i tempi di risposta degli Stati, le loro capacità di attribuzione e la loro volontà politica di reagire.
La questione si inserisce in una tendenza che sta attirando crescente attenzione tra governi e analisti. I cavi sottomarini trasportano la quasi totalità del traffico dati globale (ossia vi viaggia parte delle quotidianità di intere società) e rappresentano una delle infrastrutture più critiche e al tempo stesso più vulnerabili dell’economia digitale. La loro esposizione è particolarmente evidente nell’Indo-Pacifico, dove la dipendenza dalle connessioni marittime si intreccia con l’aumento delle tensioni geopolitiche.
E anche su questo dossier, Taipei offre un esempio concreto di questa dinamica. Il mese scorso le autorità dell’isola hanno attivato sistemi di comunicazione di emergenza per Dongyin, territorio strategicamente collocato all’estremità settentrionale dello Stretto di Taiwan, dopo la rottura di un cavo sottomarino. I servizi essenziali sono stati trasferiti su collegamenti a microonde mentre proseguivano le operazioni di riparazione. Negli ultimi anni svariati episodi hanno coinvolto le infrastrutture che collegano le isole periferiche taiwanesi, alimentando il dibattito sulla resilienza delle reti di comunicazione in caso di crisi e speculazioni attorno a quella domanda di Marles – siamo davanti a test?
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la continuità dei servizi. In un’analisi dedicata a Taiwan, Aurelio Insisa osserva per lo IAI che le interruzioni dei cavi sottomarini possono essere ormai lette come minacce ibride. Il danno materiale rappresenta soltanto una parte del problema. L’incertezza sull’origine degli incidenti può estendersi al dominio informativo, alimentando speculazioni, sfiducia nelle istituzioni e pressione politica: ossia effetti psicosociali – quelli su cui Taiwan testa la resilienza delle proprie strutture e soprattutto della collettività. In questo senso la vulnerabilità infrastrutturale e quella informativa finiscono per sovrapporsi.
La difficoltà di distinguere tra incidente e sabotaggio è infatti uno degli aspetti che preoccupano maggiormente operatori e autorità. In un recente studio per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), Taylar Rajic sottolinea come i cavi sottomarini siano particolarmente esposti a operazioni che sfruttano l’ambiguità. Gran parte dei danni continua a essere causata da fattori accidentali, attività di pesca o eventi naturali. Ma proprio questa realtà rende complesso attribuire eventuali azioni deliberate. In uno scenario caratterizzato da elevata dipendenza digitale, la possibilità di operare sotto la soglia del conflitto aperto diventa un vantaggio per chi intende esercitare pressione senza assumersene apertamente la responsabilità.
Da qui deriva la crescente enfasi sulla resilienza. Taiwan ha per esempio sviluppato sistemi di backup, collegamenti alternativi e programmi sperimentali che prevedono l’impiego di satelliti in orbita bassa per garantire la continuità delle comunicazioni nelle aree più esposte. Analogamente, il CSIS sostiene la necessità di rafforzare il monitoraggio marittimo, migliorare la condivisione delle informazioni e accelerare le procedure di riparazione delle infrastrutture danneggiate.
L’attenzione verso i cavi sottomarini non riguarda soltanto l’Indo-Pacifico e per questo sta diventando un proxy di interconnessione. Un paper dell’IISS evidenzia come la protezione delle infrastrutture subacquee stia diventando uno dei principali punti di convergenza tra il teatro euro-atlantico e quello indo-pacifico. Negli ultimi anni sia il Baltico sia l’area attorno a Taiwan hanno registrato un aumento degli episodi che coinvolgono cavi e altre infrastrutture sottomarine critiche.
Le differenze restano significative. Nel Baltico il quadro politico appare relativamente più compatto: gli episodi vengono generalmente interpretati attraverso la lente della minaccia russa e inseriti in un sistema di risposta collettiva che fa capo alla Nato. Nell’Indo-Pacifico il quadro è più frammentato. Le percezioni della minaccia cinese non sono uniformi, l’attribuzione degli incidenti resta spesso controversa e manca un’architettura di sicurezza comparabile a quella euro-atlantica.
Nonostante queste differenze, il tema dei cavi sottomarini sta emergendo come uno dei terreni più promettenti per la cooperazione tra alleati europei e partner asiatici. Non è casuale che il dibattito si sviluppi mentre la Nato continua ad approfondire il dialogo con i Paesi dell’Indo-Pacific Four — Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, gli IP4 — destinati a essere presenti anche ai prossimi appuntamenti dell’Alleanza.
In questo quadro si inserisce anche l’annuncio congiunto di Stati Uniti, Australia e Regno Unito sui sistemi per droni subacquei presentato proprio a margine dello Shangri-La Dialogue. L’iniziativa tecnologica comune riflette la crescente attenzione verso il monitoraggio e la protezione delle infrastrutture collocate sui fondali marini.
Per anni i cavi sottomarini sono stati considerati un’infrastruttura quasi invisibile, essenziale ma confinata alla sfera commerciale. Oggi stanno entrando stabilmente nel lessico della sicurezza nazionale. Dai fondali del Baltico allo Stretto di Taiwan, la sfida riguarda la capacità di alleati e partner di adattarsi a una competizione strategica che si svolge sempre più spesso nelle zone grigie tra pace e conflitto. Una sfida che, come spiegava Fabrizio Bozzato (Sasakawa Peace Foundation), non è tecnologica, ma di governance.









