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Lydia Rodríguez deja Presuntos Implicados por “maltrato” y “control”: “No tenía libertad de expresión”

15 June 2026 at 17:13

Lydia Rodríguez, vocalista de Presuntos Implicados, ha anunciado su salida del grupo acusando “maltrato” y “control”. La artista ha denunciado en sus redes sociales situaciones “intolerables”, como “presión estética”, que la han desgastado “psicológicamente”. “Nunca olvidaré el día en que un manager de la banda me soltó una frase que me marcó: ‘Cuando subas al escenario, todos te tienen que querer follar’. Cosas que hoy en día, afortunadamente, son intolerables y denunciables, y por las cuales aún no he recibido ni una sola disculpa”, relata.

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© EUROPA PRESS (EUROPA PRESS)

Nacho Mañó (izquierda), Lydia Rodríguez y Juan Luis Giménez, de Presuntos Implicados, en una foto de archivo.

Valentina Gargano, il soprano lirico che incanta gli stadi nei concerti di Achille Lauro

15 June 2026 at 17:05

Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.

Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.

Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.

Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.

Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.

Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.

Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.

[Foto di Alessandra Trucillo]

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Un destino cinico e baro mi fa perdere i Massive Attack ma il Primavera Sound di Barcellona è sempre avanguardia

15 June 2026 at 13:56
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Il Primavera Sound di Barcellona è uno dei pochi posti al mondo dove puoi perdere il concerto che aspettavi da 25 anni e rotti e ripartire, comunque, con la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile. L’edizione 2026 appena terminata si è aperta, infatti, con un colpo di teatro, chiamatela contrappasso-ordalia se volete: durante la prima serata ufficiale del giovedì, il Parc del Fòrum è stato investito da una pioggia torrenziale e da un vento semi-artico che hanno costretto gli organizzatori a fermare i palchi principali per ragioni di sicurezza. E tra gli show cancellati, anche quello dei Massive Attack. Sono cresciuto con il trip-hop di Bristol e per l’ennesima volta un destino cinico e baro mi ha impedito di assistere dal vivo alle alchimie audiovisive di Robert Del Naja e soci.

La mia prima giornata si esaurita così, con l’ascolto di appena una metà dei miei adorati Geese. Poi è cominciato il sabba: diluvio universale, o meglio, Apocalypse Now, e ho dovuto rinunciare pure a Father John Misty e Oklou (che si sono esibiti lo stesso, in mezzo al delirio meteo). Anche il live di Mac DeMarco è stato annullato.

Alle 11 della sera, in migliaia siamo fuggiti in direzione metropolitana zuppi fradici d’acqua. Ma il Primavera Sound ha un talento speciale: quello di saper rialzarsi sempre. E venerdì e sabato è tornato a essere il posto migliore del pianeta. Centinaia di migliaia di pacifiche e gioiose persone hanno riempito il Fòrum fino all’ultimo centimetro utile. Ragazze della Generazione Z e attempati ragazzi con i capelli grigi od ormai estinti, pensiamo al sottoscritto, che convivono uniti dalla medesima, quanto sfaccettata, passione musicale. Qui lo slogan “Nobody is normal” non è marketing, ma una pratica quotidiana, così come il grande “No War” impresso nel cuore del festival. Nel vortice di stages, il livello è stato altissimo.

I Cure hanno firmato il concerto dell’anno: due ore e mezza di repertorio attraverso quattro decenni di carriera senza nemmeno una sbavatura, con un Robert Smith ancora capace di tenere insieme epos e spleen. E sfodera ancora perfettamente la sua voce da ragazzo: la new wave, anche quella tinta di dark, mantiene for ever young. I My Bloody Valentine, quelli di Loveless, anno di grazia 199, capolavoro del genere cosiddetto shoegaze e nella top 50 di qualsiasi classifica rock tout court nella storia, hanno (ri)costruito il loro muro di suono distorto, ipnotico e voluttuoso; gli Slowdive hanno regalato una lezione di post-rock delle origini; l’immenso Damon Albarn, qui alla guida dei Gorillaz e non dei Blur, pur folgorato sulla via dell’Oriente ha confermato di appartenere alla ristrettissima genìa degli artisti che trasformano ogni live in evento. È andato in pellegrinaggio da lui persino il premier spagnolo Pedro Sanchez.

Tra le sorprese più scintillanti (almeno per quel che mi riguarda) annoto Addison Rae, ormai popstar a tutti gli effetti, magnetica e spavalda; la mesmerica Ethel Cain, con la sua tenebrosa e polarizzante liturgia sospesa; Little Simz e Sudan Archives, due bombe di energia; la dj-superstar coreana Peggy Gou, il cui set ha chiuso il festival all’alba di domenica. E poi The xx, in grado di ritrovare immediatamente quella cifra sofisticata e minimale che li ha resi una delle band simbolo di questo primo quarto di secolo.

Conclusioni provvisorie: il Primavera Sound, il mio quinto consecutivo, continua a essere un gigantesco laboratorio culturale dove convivono senza steccati rock, elettronica, pop, sperimentazione e avanguardie. Ma resta soprattutto una comunità civile e libertaria intermittente che dimostra come si possa stare insieme senza paura dell’altro, senza aggressività, senza bisogno di alzare muri. Una sublimazione di quelle che Hakim Bey, nel suo libro underground di culto, definì “T.A.Z.”, Zone Autonome Temporanee. Come i nostri sogni migliori. E si pensa subito all’edizione successiva. Tornerete, nel 2027, cari Massive Attack?

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“Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. La tua famiglia non ti ha mai ostacolato: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore”: Nesli scrive al fratello Fabri Fibra

15 June 2026 at 12:55

Caro fratello, credo sia arrivato il momento di parlarti a cuore aperto e dirti che tutto il male, tutto il dolore che hai provato e che quel dolore ha generato, possiamo lasciarli andare, perché appartengono al passato”. È iniziata così la lettera-social che Nesli ha dedicato a suo fratello Fabri Fibra dopo che, nella prima puntata del nuovo format “Nuova Scena Dissing Podcast”, intitolata “La famiglia rovina il rap?”, l’artista marchigiano ha accennato i suoi burrascosi rapporti col suo nucleo familiare. Nell’episodio, i quattro giudici del talent show di Netflix, si erano divisi in due schieramenti diametralmente opposti: da un lato c’erano Fibra e Guè (che sia in musica che nelle interviste non hanno mai nascosto alcuni screzi coi propri parenti stretti) e, dall’altro, Geolier e la neomamma Rose Villain.

La prima puntata del podcast era iniziata proprio con un disclaimer dello stesso Fibra, che aveva precisato (soprattutto agli spettatori): “Ricordatevi che stiamo giocando”. I quattro colleghi, nel confronto, hanno raccontato e dibattuto sul proprio significato di “famiglia”. A Geolier, “una delle prime cose che mi hanno insegnato è il valore della famiglia”, ha dichiarato l’artista. “Io quando penso alla famiglia, che possono essere anche solo tre persone, non penso al successo. Ti tiene completamente coi piedi per terra”, ha detto Rose Villain. Chi ha una visione meno romantica del termine sono Guè e Fibra. “Tra le varie cose in cui non credo c’è la famiglia (…). Tutti gli italiani hanno questa ipocrisia della famiglia, che palle. Dipende che famiglia è”, ha spiegato il rapper dei Club Dogo. Poi è arrivato il turno di Fabri Fibra: “A me dicevano una cosa molto leggera che è ‘non ce la farai mai’. E la mia risposta è ‘vaff*****o’”.

Geolier a Fibra: “La tua famiglia ti ha ostacolato? Son problemi tuoi”

Gli scambi di vedute sono proseguiti, fino ad arrivare alla domanda, posta dal rapper partenopeo a Fibra, che ha fatto il giro del web. “Con chi festeggi quando hai successo?”, ha chiesto Geolier. “Non festeggio con la gente che ha provato ad ostacolarmi”, ha risposto l’artista di Sinigallia. “La tua famiglia ti ha ostacolato?”, ha aggiunto Geolier. “È stata proprio la mia famiglia a farlo!”, ha chiosato Fibra. “Son problemi tuoi!”, ha, infine, replicato il cantante campano. Ed è stata proprio l’ultima esclamazione di Geolier a non passare inosservata e, anzi, a finire sotto bersaglio di alcuni commenti social da parte di utenti che (comprensibilmente) hanno storto il naso sull’apparente – quanto però, realmente, improbabile – “menefreghismo” esternato dal rapper di “I p’ me, tu p’ te”. “Geolier con la sensibilità di un sasso”, “E’ incommentabile”, “Non ha capito niente” e “Ridere dei problemi altrui è davvero raccapricciante”, sono alcuni dei commenti (con migliaia di like al supporto) di alcuni utenti che si sono risentiti. La risposta di Geolier, che è bene precisare sia venuta “a caldo” ed all’interno di uno show che prevedeva un botta e risposta, tendenzialmente, rapido, non è stata percepita come una carezza ma, a provare ad addolcire la pillola ci ha pensato Nesli, scrivendo parole al miele nei confronti del fratello Fibra. “La tua famiglia non ti ha mai ostacolato e ha sempre creduto in te, nel nome del valore più grande: l’amore. Perché amare significa anche lasciare liberi di essere e di diventare ciò che si è destinati a essere. Ed è ciò che abbiamo fatto: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore. Non abbiamo camminato accanto a te sulla tua strada, perché era la tua e non la nostra”, ha detto Nesli.

Le parole di Nesli: “Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione”

E ancora: “E quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. Non abbiamo mai chiesto nulla, perché l’amore autentico sa anche fare un passo indietro. Ognuno vive la propria storia e custodisce la propria verità. Ma tutto ciò che hai vissuto ti ha reso l’uomo che sei oggi, nel bene e nel male. E forse, dopo tutto questo tempo, è il momento di accogliere ciò che è stato con maggiore serenità, senza lasciare spazio alla rabbia e al rancore”, ha proseguito Nesli, terminando il post con un augurio a Fibra di pace e “di guardare al passato con occhi nuovi, sapendo che, anche nella distanza, non abbiamo mai smesso di amarti. Forse un giorno ci ritroveremo. Intanto, con affetto, tuo fratello Francesco”, ha concluso Nesli.
I due non si parlerebbero da più di 15 anni e chissà che non possa essere il primo passo di una ricucitura. A detta di Nesli, come da lui stesso raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Vanity Fair, nei primi anni 2000, lui e Fibra sarebbero stati attenzionati dalla prima major del fratello ma, secondo l’ex concorrente del Festival di Sanremo “Per loro (l’etichetta discografica, ndr) ero un accessorio, l’eterno secondo. Eppure, se non fosse stato per me, Fabri Fibra starebbe ancora a montare i tappi alle penne in Inghilterra”. E quando Fibra “torna da Londra per registrare, iniziamo a guardarci diversi, la bolla scoppia”, aveva detto nell’intervista. Fibra gli ha quasi sempre risposto con le barre: “Preferisco i tuoi primi testi. Non avevi tutta la pressione che adesso ti mette mamma. E sentirti parlare d’amore un po’ mi stanca”, rappa in “Nessun aiuto”. “Lui mi ha sempre attaccato e io non ho mai risposto. Non potevo più non affrontare il problema”, aveva detto Fibra al Corriere della Sera. E ancora: “Nesli mi attacca come musicista e quindi attacca la mia persona. Ma lui per primo dovrebbe scindere l’aspetto professionale da quello personale. Quando ci riuscirà, forse potremmo di nuovo comunicare. Di certo gli voglio bene, è mio fratello e lo sarà per tutta la vita”.

“Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”

Fibra ha da sempre raccontato il suo complicato rapporto coi genitori e col fratello. In “Ringrazio”, Fibra rappa: “Mia madre mi soffoca da quando sono nato. Mi vorrebbe morto dopo quello che son diventato (…). Prendevo botte fino a quando non usciva il sangue (…). Mia madre mi ha rovinato la vita (…). Ho perso ogni compagnia (…). Non voleva che uscissi con una ragazza”. E poi, alla fine del brano, la parentesi su Nesli: “Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”.
Nel 2025, con “Mio Padre”, Fibra ha “vomitato” tutto ciò che si sarebbe sentito di dire al genitore, deceduto nel giugno del 2023. “Fanc**o papà, quel giorno è giunto, papà. Per colpa tua sono cresciuto insicuro. E ora dovrei restare muto perché non sei più qua (…). Solo discorsi sulle bollette a cena e a pranzo. A dimostrare un po’ d’affetto ti costava tanto (…). In casa c’era la guerra tu che poi lanciavi il tavolo, il piatto, la sedia. In famiglia era una mer*a, tu una mezza sega. Ti sogno morto senza alcuna pietà (…). Quando vedo una famiglia felice che sorride gli auguro le peggio sfighe (…). Mio padre è morto, non l’ho mai visto sorridere (…). Eppure sono qui che ancora ne parlo Come se fossi incastrato nel passato, un ostaggio”.

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GNR detém três pessoas por tráfico de estupefacientes 

15 June 2026 at 12:46

VTM

Segundo a GNR, foram detidos dois homens e uma mulher, com idades entre os 26 e os 49 anos, por suspeitas de tráfico de droga. No decurso da mesma operação, foram ainda identificados três homens, com idades entre os 32 e os 65 anos, tendo sido levantados autos de ocorrência por consumo de substâncias ilícitas.

A ação policial resultou na apreensão de 130 doses de cogumelos psilocibinos, 48 doses de haxixe, duas doses de liamba, bem como diverso material associado ao consumo e ao tráfico de estupefacientes.

Os detidos foram constituídos arguidos e os factos remetidos ao Tribunal Judicial de Moimenta da Beira.

A operação contou com o reforço de militares dos postos territoriais do Destacamento de Moimenta da Beira e com apoio da unidade de cinotecnia do Comando Territorial de Viseu.

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Lydia Rodríguez abandona Presuntos Implicados y denuncia un "maltrato continuado" dentro de la banda

15 June 2026 at 09:16
La artista llegó a escuchar que, al subir al escenario, "todos te tienen que querer follar", una frase que considera reflejo del trato que recibió durante su etapa en la banda Leer

La artista llegó a escuchar que, al subir al escenario, "todos te tienen que querer follar", una frase que considera reflejo del trato que recibió durante su etapa en la banda

Tozé Brito: “Sei quanto é que cada jogador do Benfica ganha, o que pode dar e o que não dá quando não quer. Isso eu não perdoo. São privilegiados”

“Eu fiz parte da direção do Benfica durante dois anos, entre 1988 e 1990, no primeiro mandato do presidente João Santos”, conta Tozé Brito no Posto Emissor, a propósito de um dos temas que o apaixonam, o futebol, e que aborda no livro que acaba de editar com Inês Meneses, “Ao Fim do Dia - Memórias e Confissões de um Casal”

Quevedo anuncia cuatro conciertos, dos en Barcelona y dos en Madrid, para el año que viene

15 June 2026 at 06:43
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Quevedo ha anunciado por fin las primeras fechas de su nueva gira por España. El artista canario, que este año ha publicado su tercer álbum de estudio, llevará el espectáculo de El Baifo Tour - España (Península) a Madrid y Barcelona en 2027, las únicas ciudades de la península incluidas por ahora en el recorrido.

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Do "maior cavalinho do mundo" no Rock in Rio Lisboa aos novos projetos: à conversa com Pedro Sampaio

Pedro Sampaio regressa ao Rock in Rio Lisboa com um objetivo: fazer o maior ‘cavalinho’ do mundo. No dia 20 de junho, no Palco Mundo, o artista brasileiro promete apresentar “espetáculo totalmente novo". Veja no vídeo a conversa do SAPO com Pedro...

Cantor norte-americano Oliver Tree entre as vítimas de colisão de helicópteros no Brasil

By: AFP
15 June 2026 at 07:20
Dois helicópteros colidiram este sábado na zona oeste do Rio de Janeiro, provocando a morte de seis pessoas. O cantor norte-americano Oliver Tree, que tinha concerto marcado para Lisboa no dia 1 de julho, seguia a bordo de um dos helicópteros envolvidos na colisão. O cantor norte-americano de alt-pop e figura da internet Oliver Tree seguia a bordo de um dos dois helicópteros que colidiram em pleno voo no Brasil, num acidente que causou seis mortos, disse à AFP uma fonte policial. O músico alternativo e personalidade da Internet constava como uma das seis pessoas no manifesto de uma das

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Dois helicópteros colidiram este sábado na zona oeste do Rio de Janeiro, provocando a morte de seis pessoas. O cantor norte-americano Oliver Tree, que tinha concerto marcado para Lisboa no dia 1 de julho, seguia a bordo de um dos helicópteros envolvidos na colisão. O cantor norte-americano de alt-po

Non c’è Beethoven senza di lui. Con Guido d’Arezzo si celebrano i mille anni della scrittura musicale

15 June 2026 at 06:56

Galileo, Einstein, Michelangelo, Shakespeare, Giotto, Aristotele, Kant: e ne potrei aggiungere tanti, tanti altri. Sono personaggi enormi che hanno modificato, ampliato, arricchito interi territori della nostra cultura. Qui ve ne propongo un altro, forse meno universalmente noto, ma non per questo meno grande.

È Guido d’Arezzo. Non si sa dove sia nato, è probabile Pomposa, nel ferrarese, dove fu istruito. Fu monaco benedettino poco dopo l’anno Mille, nella locale abbazia, allora un importante centro monastico. Intorno al 1025 entrò al servizio di Teodaldo di Canossa vescovo di Arezzo. Che fece di così significativo? Una cosa semplice semplice, che ha però cambiato il corso della storia e della cultura musicale dell’Occidente: inventò la scrittura musicale su rigo. Un’invenzione dalle ricadute pedagogiche e didattiche immense, che incise profondamente sulla formazione dei musicisti, e rese possibile il poderoso sviluppo dell’arte musicale: la quale, come tutti sanno, proprio nella notazione ha un requisito essenziale, e perciò, non solo è suonata e cantata, ma è in primis musica scritta. Detto in soldoni: senza Guido non avremmo avuto Bach, Monteverdi, Beethoven, Schönberg, Debussy, Puccini, Britten, Šostakovič eccetera.

Quella di Guido fu un’invenzione geniale, ‘tecnologica’ la definiremmo oggi: lui la descrisse nel suo Prologus in antiphonarium, che nel 2025 ha compiuto mille anni. La scrittura consentì ai cantori ecclesiastici un cambiamento epocale nell’apprendimento: ora potevano intonare melodie non conosciute, leggendole semplicemente a prima vista. Non occorreva più, come si era fatto fin lì, impararle e ricordarle a memoria, con uno sforzo lungo ed intenso. I tempi di apprendimento erano abbreviati, e la difficoltà di memorizzare molto mitigata. Un bel risparmio di tempo e di energie: oggi un’operazione così farebbe schizzare in alto le borse del pianeta. C’è ancora un aspetto essenziale da sottolineare: la scrittura musicale, così come quella letteraria, rende possibile la memoria collettiva, e in tal modo mette in rapporto l’individuo e la collettività. Senza di essa non avremmo potuto costruire la storia musicale dell’uomo e della società dell’Occidente.

Per celebrare il Millenario della Notazione guidoniana, il Ministero della Cultura ha istituito un Comitato nazionale: esso ha il compito di ‘programmare, promuovere e curare’ lo svolgimento delle varie manifestazioni sull’arco di tre anni. Ne fanno parte illustri studiosi; il presidente eletto è Cesarino Ruini, già professore nell’Università di Bologna, riconosciuto a livello internazionale come autorevole medievista. La segretaria è la musicologa Cecilia Luzzi, che gran parte ha avuto nell’ideazione del Comitato.

Le iniziative previste nel primo anno delle celebrazioni prenderanno avvio in occasione della Festa della Musica, il 21 giugno, che ad Arezzo sarà celebrata come Guido Day. Tre i percorsi che si svilupperanno nel 2026.

(1) Il primo ha un intento divulgativo: vuole avvicinare un pubblico vasto alla storia della notazione. Prevede una pubblicazione illustrata per bambini sulla storia delle note musicali, DO, RE, MI … Guido Monaco e l’Invenzione delle note (ed. Curci Young), ossia l’edizione italiana, a cura dello stesso Ruini, del volumetto ideato dall’attrice Julie Andrews e dalla figlia Emma Walton. Inoltre, la mostra digitale “La mano guidoniana: il primo software musicale”, che rimarrà aperta fino al 21 settembre nel Museo Diocesano: s’incentra sulla pratica dei tempi di Guido di visualizzare le note musicali sulle falangi delle dita. Si aggiungono due conferenze-concerto dedicate alla didattica e al pensiero medievale sulla musica.
(2) Un secondo percorso punta a promuovere gli studi scientifici, con la digitalizzazione e lo studio del Breviario-Messale di Pomposa, databile intorno alla metà del Mille: è un documento di eccezionale importanza, in quanto è l’unico libro liturgico musicale pomposiano giunto fino a noi. È inoltre prevista la tavola rotonda “La voce, il segno e la memoria”, che tratterà il significato della scrittura musicale e la sua relazione con l’oralità nei repertori liturgici cristiani. Si prevede infine la costituzione di un gruppo di ricerca che affronti il tema della “Formazione professionale dei musicisti tra Italia, Europa e Stati Uniti”.
(3) Nel 2027, fra i vari progetti, persisterà l’accento sulla pedagogia e la didattica musicale, con il coinvolgimento della International Musicological Society. È prevista inoltre una tavola rotonda a Roma, altro luogo guidoniano per eccellenza: nel palazzo del Laterano, infatti, Guido presentò a papa Giovanni XIX il suo antifonario notato. Last but not least, si sta progettando anche un cammino guidoniano tra Pomposa, Arezzo e Camaldoli, per promuovere itinerari di turismo ‘lento’.

Queste iniziative consentiranno al pubblico generico di conoscere Guido e il suo operato, agli studiosi e agli specialisti di maturare nuove consapevolezze sulla musica del Medioevo. Ma potranno avere, io credo, una ricaduta generale ancora più ampia, che investe la comprensione politico-culturale della musica. Guido, pur nella sua modestia di monaco, fu un grande pensatore che ha semplificato, costruito, e soprattutto ha unito. È il simbolo di un’Italia che ha gettato le fondamenta dell’arte musicale europea. Quell’arte che oggi accomuna tutto il continente, dall’Algarve agli Urali e al Caucaso, e che continua a brillare nei teatri e nelle sale da concerto del mondo intero.

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Cantor Oliver Tree morre em acidente aéreo no Brasil: tinha concerto em Portugal em julho

14 June 2026 at 19:05
O artista norte-americano Oliver Tree, com mais de 20 milhões de seguidores nas rede sociais, faleceu este domingo num acidente aéreo no Rio de Janeiro. Especialista em ‘hits’ virais, deveria a 1 de julho dar o seu primeiro concerto em Portugal

Música, cultura e património marcam 555 anos de Moncarapacho

14 June 2026 at 15:28

Moncarapacho prepara-se para celebrar os seus 555 anos de existência, entre os dias 19 e 21 de Junho, com comemorações que reunirão cultura, música, património, etnografia, história e participação comunitária.

Para Jorge Pereira, presidente da Freguesia de Moncarapacho, «celebrar 555 anos de Moncarapacho é celebrar gerações de homens e mulheres que construíram esta terra, preservaram a sua identidade e transmitiram o seu legado».

Estas comemorações pretendem ser um momento de encontro entre a história e o futuro, envolvendo toda a comunidade numa homenagem ao património, às coletividades e às pessoas que fazem de Moncarapacho uma terra única.

Mais do que assinalar uma data, estas festividades pretendem, de acordo com a freguesia, «afirmar o orgulho de ser moncarapachense e reforçar a valorização da história, identidade e património, de uma das mais antigas freguesias do Algarve».

Organizadas pela Freguesia de Moncarapacho com o apoio do Município de Olhão, as festividades começam às 18h00 de sexta-feira (dia 19) com a abertura, no edifício antigo da Junta de Freguesia, de uma exposição dedicada ao Rancho Folclórico de Moncarapacho, e prosseguem com atos solenes na Praça Major João Xavier de Castanheda (Largo da Junta de Freguesia).

Haverá hastear da bandeira ao som do Hino Nacional, pela Branda Filarmónica 1º Dezembro de Moncarapacho e pelas vozes de Pedro Viola e Teresa Viola, uma homenagem a antigos presidentes e cidadãos da freguesia, e a leitura do histórico discurso de Cristóvão Norte no Parlamento em 20 de Junho de 1991 sobre a elevação de Moncarapacho a vila.

O dia termina com um concerto (21h45) da Banda Filarmónica 1º de Dezembro de Moncarapacho.

No sábado, dia 20, honra-se o património e a tradição, com o foco na riqueza cultural local, iniciando-se no Mercado com uma demonstração etnográfica do Rancho Folclórico de Moncarapacho.

Um dos pontos altos será a reabertura da Casa-Museu Dr. José Fernandes Mascarenhas, seguida de um roteiro por vários espaços religiosos e culturais da vila.

O programa inclui ainda a apresentação da obra “Moncarapacho – História e Património”, de Francisco Lameira e Martina Del Rio, na Santa Casa da Misericórdia de Moncarapacho, com início às 17h30.

Na Praça Major João Xavier de Castanheda, a noite traz o som clássico e angelical da harpa de Helena Madeira (21h45) e a energia do rock da Beira Mar Band (23h15).

Domingo, dia 21, arranca com o 5º Passeio de Carros Clássicos de Moncarapacho (9h30) e após uma Missa de Ação de Graças (12h00) na Igreja Matriz, a tarde será dedicada a um debate sobre os desafios e oportunidades do património local (16h00), em colaboração com a APOS, e ao teatro com o grupo AlmaMonca (17h30), na Santa Casa da Misericórdia de Moncarapacho.

O encerramento das festividades estará a cargo do Agrupamento de Música de Câmara da Orquestra do Algarve, num concerto (19h00) na Igreja Matriz, integrado no Ciclo APOS e no âmbito do Bicentenário da Câmara Municipal de Olhão.

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Nostalgia rock: Ira! traz show histórico do Acústico 20 Anos para Salvador

14 June 2026 at 09:08
Em 2004, a banda paulista Ira! tentava se firmar após uma década de 90 difícil para a banda, uma das principais da gloriosa geração oitentista que varreu o país com o chamado rock Brasil. Seu último álbum de estúdio, Entre Seus Rins (2001), vendeu mal. Após muito debate, decidiram recorrer à fórmula do Acústico MTV, que já havia renovado muitas carreiras – no Brasil e fora dele. E deu certo. Lançado em 2004, o álbum “desplugado” do Ira! foi um enorme sucesso, vendendo quase um milhão de CDs e DVDs. Vinte anos depois, Nasi, Edgard Scandurra & Cia prestam tributo àquele momento especial no show Ira! Acústico 20 Anos, que chega hoje à Concha Acústica do TCA.Apresentado dentro do projeto Concha Para Todos, que oferece shows à preços mais amigáveis ao grande público do que a média costumeira no local, o espetáculo trará o lendário grupo em uma formação quase igual à do show original de 2004. Além de Nasi (vocais) e Edgard (violão e vocais), sobem ao palco os músicos Evaristo Pádua (bateria), Johnny Boy (teclados e violão, lendário multi-instrumentista, tocou muito com Raul Seixas), Daniel Scandurra (baixolão), Jonas Moncaio (violoncelo) e Juba Carvalho (percussão – substituindo a baiana Michele Abu, que tocou na formação do Acústico original).Nasi lembra que a banda atravessou toda a década de 1990 meio que se desviando do projeto de um Acústico, por considerarem de caráter “comercial demais”, mas que no início do século, acabaram cedendo – mas o fizeram em seus próprios termos, como tudo o que o Ira! faz.“O Acústico para o Ira! se tornou um desafio. Nós, de certa forma, resistimos muito, por algum tempo, para entrar nesse projeto, porque a gente não queria que parecesse assim um movimento de apelo comercial. Só topamos quando a gente chegou à conclusão de que poderíamos fazer um repertório de excelência, de qualidade, realmente acústico, com um grande repertório”, relata Nasi, em entrevista por WhatsApp.“Dedicamos muito meses de ensaio, de formação de banda e seleção de repertório com o nosso produtor, e o resultado veio com um grande sucesso, que realmente foi um divisor de águas na carreira do Ira!”, acrescenta o cantor.Quem for hoje à Concha Acústica terá o prazer de assistir à banda executar o repertório do show de 2004 ipsis literis: “O show é completamente fiel ao projeto, ao DVD, digamos assim. Inclusive toca uma décima nona música que só entrou nos extras (do DVD). Então, o show são as 19 músicas do Acústico MTV. No bis, a gente toca uma ou duas músicas que não fizeram parte, mas que ficam bacanas nesse formato, como Bebendo Vinho (clássica canção do gaúcho Wander Wildner, gravada pelo Ira! em Isso é Amor, de 1997) e Mudança de Comportamento (faixa-título do álbum de estreia, de 1985), mas é basicamente isso”, conta Nasi.Ou seja, vai ter no repertório, além das citadas, pedradas do repertório da banda, como Tarde Vazia, Rubro Zorro, Dias de Luta, 15 Anos (Vivendo e Não Aprendendo), Pra Ficar Comigo (versão de Train in Vain, do The Clash) e muitas outras. Coisa boa. Leia Também: INTERJEIÇÃO POLISSÊMICA Lenine se reinventa no palco de Salvador: "Não gosto da sensação de repetição" GRATUITO Cantora baiana promove show com músicas inéditas em Lauro de Freitas COPA DO MUNDO Shakira participou de mais Copas do Mundo que Piqué e outros craques Fidelidade total ao original Foto: Ana Carina Zatin | Divulgação Se as canções permanecem as mesmas, como ensinava o Led Zeppelin, com os arranjos, não será diferente. Nasi conta que, na época, deu tanto trabalho “deseletrificar” esse repertório, que ele e Edgard acharam honrar todo aquele esforço no show dos 20 anos: “Somos muito fiéis aos arranjos daquele álbum. A gente acredita que como é um show comemorativo, celebrativo, não caberia a nós transformarmos aquelas músicas que o público tanto gostou, que nós trabalhamos tanto para chegar àquele resultado, né? Seria uma grande bobeira, né?”, percebe.“É óbvio que um detalhezinho aqui ou lá sempre acontece. Uma convençãozinha, algumas coisas delicadas que o público às vezes nem percebe, mas que a gente, como é que se diz, aperfeiçoou talvez, mas são os mesmos arranjos”, acrescenta.Essa fidelidade ao repertório e aos arranjos se estendeu, como não poderia ser diferente, à própria formação da banda – embora hoje sejam outras pessoas acompanhando a dupla fundadora remanescente.“É exatamente isso, nós queríamos ser muito fiéis àquele trabalho, não queríamos reinventá-lo. Então montamos uma banda até um pouco mais enxuta, porque no caso do Johnny Boy, ele faz só teclados, ele raramente pega um segundo violão. A ideia era pegar um segundo violão, mas acabou ficando meio anacrônico”, nota.“E nós também não contamos com os cantores de backing vocals que tinham, porque eu acho que eu, o Edgar e o Johnny Boy damos conta dessas aberturas de voz. Então é a mesma formação, exceto esses detalhes”, relata Nasi.Vai ter Ira! na “terrinha” Foto: Ana Carina Zatin | Divulgação Em plena atividade desde que retornaram do hiato entre 2007 e 2014, Nasi e Edgard vão desbravar, aos 45 anos de banda, uma nova fronteira: em outubro, o Ira! se apresentará pela primeira vez do outro lado do oceano, em Portugal. A banda fará shows em Lisboa (em 02/10) e Porto (03/10).Nasi conta que agora há uma produtora em Portugal que está se empenhando em levar as grandes bandas de rock do Brasil para shows na “terrinha”: “Já houve outros convites, outras possibilidades, mas só dessa vez encontramos uma produtora lá em Portugal que resolveu levar às últimas consequências. Inclusive, eu entendo, até onde eu sei, que o Ira! vai ser a primeira banda de rock que vai inaugurar uma leva de músicos de rock brasileiros que vão ser levados a Portugal por essa produtora. Acho que tem Capital Inicial também, outros artistas na sequência”, revela.“A verdade é que, fora do Brasil, na Europa, Estados Unidos, os caras se interessam pela música popular brasileira (MPB). Por mais que o Ira! esteja inserido nisso, somos vistos como uma banda de rock. Eu sei que tem público lá, além de brasileiros, tem portugueses que conhecem nosso trabalho, afinal, nós temos mais de 40 anos de carreira. Aqui no Brasil é a mesma coisa: tem muitas bandas de rock famosíssimas em Portugal, mas o que trazem aqui para o Brasil, de Portugal, é o fado, um ou outro artista de música popular portuguesa”, nota Nasi.Ele cita uma das bandas mais populares do rock português, o Xutos & Pontapés, que quase não é conhecida no Brasil. “A banda mais famosa de Portugal, que é o Xutos & Pontapés, só tocou uma vez no Brasil, na década de 90, inclusive com o Ira!, num show das duas bandas. Portugal tem várias bandas famosas lá e muito boas, mas que também nunca vieram para o Brasil”, observa.(Na verdade, o Xutos & Pontapés voltaram ao Brasil em 2011, se apresentando no festival Rock in Rio em parceria com os Titãs, em um show que rendeu um DVD ao vivo – sem grande repercussão, de fato).Foco nos projetos soloApesar de seguirem tocando juntos, Nasi conta que, por enquanto, não há planos para o Ira! de gravar material inédito. O último e único álbum de inéditas da banda desde o retorno em 2014 foi o autointitulado IRA!, que saiu no malfadado ano de 2020 – e que, por conta da pandemia, não teve turnê de divulgação.“Olha, quanto a essa questão de coisas novas, acho que isso pertence ao destino, não é algo que a gente está pensando nesse momento. Acho que, para fazer isso, a gente precisaria reunir muita coisa boa de músicas inéditas, como fizemos em 2020. Acho que, por enquanto, isso não está nos nossos planos”, diz Nasi.“Acho que tanto eu como o Edgar temos projetos solos, que são hoje a fonte da nossa maior criatividade, e seguimos com esse intuito. E essa turnê se encerra no final desse ano. Para 2027, retomamos a nossa normalidade, que é um show de rock and roll com eletricidade”, conclui o frontman.Então, que voltem “plugados” em 2027!CONCHA PARA TODOS apresenta IRA! Acústico 20 Anos / Hoje, 19h / Concha Acústica do Teatro Castro Alves /R$ 100 e R$ 60 (primeiro lote) / Vendas: bilheteria do TCA e Sympla

Mahmood è boom: diventa virale in India e guadagna più di 3,3 milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Stupore sui social: “Tra le top allucinazioni successe a lui”

14 June 2026 at 10:17

Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.

Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.

La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.

Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.

La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.

Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.

Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.

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“Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar

14 June 2026 at 08:12

Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.

Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.

La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.

Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.

Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.

In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.

Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.

Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.

Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.

Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.

Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.

“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.

Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.

Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.

Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.

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